L’ Ambasciatrice USA comanda: Ukrtransgaz ce la prendiamo noi

L’ Ambasciatrice USA comanda: Ukrtransgaz ce la prendiamo noi

Un episodio apparentemente secondario delle ultime 24 ora rivela quale sia la reale autonomia del governo Ucraino a trazione occidentale e quale sarà la condizione coloniale del paese nel “sogno europeo”.

Parliamo di uno degli asset strategici del paese: il sistema di trasporto del gas (russo verso l’ Europa), che frutta all’ erario ucraino (stima dell’ ex Primo Ministro Yanukovich) qualcosa come 2 miliardi di dollari l’anno in diritti di transito. Una delle poche rendite certe su cui il bilancio ucraino può contare e tuttavia anch’essa insidiata dalla crisi in corso: infatti Igor Prokhopiv, Presidente della società di trasporto Ukrtransgaz, controllata dal colosso statale Naftogaz, ha già lanciato l’allarme: “se Tedeschi e Russi varano Nord Stream 2 saremo costretti a dismettere gran parte della nostra rete”.

La concorrenza delle rotte alternative potrebbe però non essere la maggiore minaccia per Ukrtransgaz. Gli occidentali hanno messo gli occhi sul settore energetico ucraino appena la “rivoluzione della dignità” si è compiuta: è dal novembre 2014 che Soros promuove la “riforma” del settore energetico Ucraino, e i “finanziatori” Europei e Americani che negli anni seguenti hanno sostenuto il corso Poroshenko hanno avuto cura che gli Ucraini si impegnassero, in cambio, a “riformare” il sistema. Facile immaginare in quale direzione.

L’occasione propizia si presentò l’anno passato, quando la Russia minacciò di interrompere le forniture all’ Ucraina se questa non avesse saldato i debiti pregressi e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo accettò di anticipare 300 milioni di dollari e ne accantonò altri 500 per il fabbisogno di quest’ anno: in cambio Kiev consegnò agli Occidentali le chiavi del suo futuro energetico.

I pretesti sono i soliti: Naftogaz è un carrozzone che favorisce la corruzione, il monopolio scoraggia la concorrenza e favorisce gli sprechi: storie in parte vere ma comunque vendute mille volte ed in mille circostanze come pretesto per giustificare il sacco privato di beni statali di valenza strategica.

L’idea di scorporare Ukrtransgaz da Naftogaz in ossequio ai principi di separazione fra produttori, trasportatori, immagazzinatori e dettaglianti stabiliti dalla terza direttiva UE per l’energia, per vendere poi la parte “sana” e strategicamente importante agli occidentali per un pezzo di pane è sul tavolo da almeno due anni, ma solo lo scorso 1 luglio, con l’approvazione del piano di spacchettamento da parte del governo, la “riforma” è entrata nel vivo.

Se non che il 16 settembre il Ministro dell’ Energia Stepan Kubiv ha tentato di giocare agli “alleati” un colpo gobbo, con un emendamento piano, che prevedeva il controllo governativo sulla rete di trasporto del paese, stabilendo che la nuova Ukrtransgaz indipendente sarebbe stata sottoposta comunque alla gestione statale. Una mossa insolitamente sensata, se consideriamo che viene da un Ministero che continua a comprare gas russo dalla Slovacchia ad un prezzo maggiorato di diverse centinaia di milioni di dollari l’anno per pagarsi la soddisfazione di proclamare l’ “indipendenza energetica” non comprando più gas russo dalla Russia. Sensata ma destinata all’insuccesso. Infatti, appena la decisione è stata ufficializzata nella giornata di ieri, gli Occidentali hanno subito mostrato che con loro non si scherza.

Dopo poche ore dall’ annuncio l’intervento dell’ ambasciata americana e dei creditori provocava la riunione di una assemblea straordinaria a cui partecipavano l’ Ambasciatrice USA Jovanovich (che finora aveva tenuto un profilo assai basso ma che ora ha sfoderato gli artigli) gli emissari della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e quelli della Banca Mondiale. Davanti al Primo Ministro, al Ministro dell’ Energia ed ai funzionari delle società interessate gli Occidentali hanno spiegato quali sarebbero state le conseguenze della decisione (immediata richiesta di rimborso di tutti i prestiti, sospensione degli ulteriori finanziamenti già stanziati per superare l’inverno), hanno ottenuto l’immediata revoca del provvedimento e hanno dettato al Ministro Kubiv un umiliante comunicato: “Sono pronto ad ammettere che nel prendere la decisione non abbiamo consultato la gente giusta [i padroni occidentali n.d.r.] il che è importante non solo sotto l’aspetto tecnico ma, per alcuni versi, anche sotto quello politico. Per questo motivo la mia decisione è stata sospesa”. Come garanzia per il futuro è stato deciso di istituire un organo di consultazione fra ministero e creditori internazionali, il cui compito sarà assicurarsi che Ukrtansgaz finisca dove deve: nel portafoglio di qualche multinazionale occidentale. Fine della discussione.

A 25 anni dalla “indipendenza”, a 2 anni dalla “rivoluzione della dignità” i governanti Ucraini hanno sperimentato quanto dura sulla loro terra una decisione sgradita ai loro “alleati”: meno di 24 ore. Bella indipendenza, bella dignità.

***

Aggiornamento di Marco Bordoni per sakeritalia.it

Vittoria di Russia Unita alle Elezioni per la Duma 2016

Vittoria di Russia Unita alle Elezioni per la Duma 2016

Nella giornata di ieri 111 milioni di Russi erano chiamati a votare per il rinnovo della Duma di Stato, oltre che per quello di numerose amministrazioni regionali. Le elezioni si sono svolte in maniera ordinata e sono state dichiarate valide dalla Commissione Elettorale Centrale.

I risultati. A spoglio quasi ultimato il partito di governo, “Russia Unita”, ha ottenuto più del 54% dei consensi: un risultato superiore ai pronostici, ai sondaggi della vigilia ed a quello del 2011. La nuova legge elettorale, che assegna metà dei seggi con il metodo proporzionale e metà con il maggioritario a turno unico, garantisce a Russia Unita una maggioranza 2/3 che consentirà al primo partito di effettuare modifiche costituzionali. Un po’ di numeri: la formazione di Medvedev vince in 203 circoscrizioni uninominali su 225 e ottiene oltre 120 seggi della quota proporzionale. Totale: oltre 320 su 450. Si tratta di una vittoria chiara che Putin ha rivendicato poco dopo la chiusura dei seggi, osservando che il popolo attraversa un periodo di difficoltà ma tuttavia ha optato per la continuità e la stabilità istituzionale.

L’ opposizione istituzionale. Tre partiti di opposizione superano la soglia del 5% necessaria ad eleggere una rappresentanza in parlamento: il Partito Comunista perde circa 6 punti e ottiene il 13 %, mentre il Partito Liberal Democratico di Zhirinovsky, che aveva l’ 11,5 %, passa al 13%. Drastico ridimensionamento per “Russia Giusta” che dimezza i consensi dal 13% al 6,5%. In termini di seggi tutte e tre queste formazioni verranno comunque pesantemente penalizzate dalla nuova legge.

L’opposizione liberale. Si conferma totalmente ininfluente, oltre che cronicamente divisa. Questi i dati dei maggiori partiti di opposizione anti sistema:

“La Mela” (Iabloko): 1,91%

“Crescita”: 1,22%

“Parnaso”: 0,71%

“La Mela” ottiene un discreto risultato a Mosca (10%) e a San Pietroburgo (9%) ma rimane comunque largamente al di sotto non solo della soglia per mandare deputati alla Duma, ma anche di quella (3% dei consensi) per ottenere finanziamenti pubblici. Sotto questo profilo le elezioni 2011 confermano l’inesistente presa della opposizione filo occidentale sulla società russa.

Il voto in Ucraina: Una decina di giorni or sono la presidenza ucraina aveva notificato alla Russia la sua indisponibilità ad organizzare le elezioni parlamentari russe sul territorio Ucraina. La Russia ha ignorato la comunicazione e le rappresentanze diplomatiche russe (Kiev, Kharkov, Odessa, Leopoli) hanno aperto le urne regolarmente. A Kharkov, Kiev e Odessa i soliti facinorosi, chiaramente istigati dal dal gesto provocatorio di Poroshenko, hanno tentato di interrompere la consultazione creando un clima di pestaggi e guerriglia urbana che la Polizia ha, come al solito, solo in parte fronteggiato. Nei giorni scorsi Francia e Germania erano intervenute invitando Kiev a garantire il processo elettorale, ma le autorità Ucraine non hanno né la voglia né la capacità di controllare il demone del nazionalismo da loro stesse evocato. Alla fine della giornata il numero di cittadini russi che aveva votato nel paese era di circa 400 su 80.000.

Brogli. La Russia ha fatto un serio sforzo per poter organizzare una consultazione al di sopra di ogni sospetto. L’ OSCE ha organizzato due missioni nel paese: a lungo e a breve termine. Quella a lungo termine ha coinvolto 60 osservatori e verificherà la correttezza del processo elettorale nel suo insieme, quella a breve termine (oltre 400 inviati) ha invece vigilato sullo svolgimento della tornata elettorale. La Commissione Elettorale Centrale è stata presieduta da una stimata attivista per i Diritti Umani, Ella Pamfilova, il cui lavoro è stato apprezzato da tutti i commentatori, fuori e dentro il paese. Il voto quindi deve essere preso come un serio ed affidabile indicatore degli umori e delle preferenze della società russa. I dati di affluenza esageratamente alti di alcune regioni periferiche (Cecenia 95%, Kemerovo 87%, Mordovia 84% etc…) sono ovviamente indicativi di qualche disfunzione: va comunque tenuto conto del fatto che si tratta di circoscrizioni amministrative vaste ma poco popolate, il cui apporto ha senso più per asseverare la leadership delle autorità locali che per la possibilità di alterare seriamente il dato nazionale.

Astensionismo. Dato che merita più seria considerazione è invece quello sull’ astensionismo, unico vero campanello d’allarme per il corso putiniano. La bassa affluenza nel paese (48%, a fronte del 60% del 2011) può avere diverse spiegazioni. Le tensioni degli ultimi anni hanno alimentato l’ interventismo della presidenza, espandendo le prerogative del Capo dello Stato: Putin è stato ripetutamente costretto ad intervenire come garante della tenuta complessiva del sistema. La popolazione nutre crescente scetticismo sulle possibilità della Duma di apportare qualche reale cambiamento nella vita quotidiana. La crisi economica ha poi ovviamente accresciuto l’ apatia ed il distacco: il bersaglio del conseguente malcontento non è il Comandante in Capo ma l’apparato amministrativo. Il problema è particolarmente grave a Mosca e a San Pietroburgo dove poco più del 30% degli aventi diritto si è recato ai seggi.

Commento. Nella strategia di destabilizzazione atlantica le elezioni del 2016 erano un passaggio importante. Molti si attendevano che alla fine di una crisi economica iniziata nella seconda metà del 2014 e da cui il paese sta faticosamente uscendo proprio in questi giorni, dopo i tagli resi indispensabili dal crollo del prezzo del petrolio, le sanzioni e lo scontro frontale con le forze atlantiche, il clima sarebbe stato propizio per organizzare una serie di disordini e proteste in “stile Maidan”. Questo scenario non si è realizzato. Il malcontento non si è cristallizzato in dissenso ma è rifluito in disinteresse ed astensione, mentre il sistema continua a mantenere un buon ascendente sulla società ed a riscuotere un consenso che potrebbe essere addirittura accresciuto nei prossimi mesi se la ripresa economica dovesse consolidarsi. Le elezioni di ieri rappresentano anche un buon viatico per l’elezione di Putin nel 2018. Sotto questo punto di vista possiamo affermare che un ciclo si è chiuso e che la Russia ha per il momento superato la sfida mortale lanciata dagli Stati Uniti.

Il problema che si pone è ora quello di affrontare le sfide di lungo respiro e risolvere i problemi strutturali, istituzionali, politici ed economici. Se vuole essere un paese guida nel futuro sistema multilaterale la Russia ha bisogno di recuperare il dialogo con le punte più avanzate della propria società, come il ceto medio urbano, e di consolidare il ruolo del parlamento e dei partiti nella elaborazione delle linee di sviluppo della società, estendendo il dibattito sulle scelte strategiche per coinvolgere strati sempre più vasti del corpo sociale. Nello stesso tempo bisognerà tenere a bada i tentativi di destabilizzazione esterni e controllare le spinte globaliste delle elite filo occidentali. Questo sarà il non facile compito del prossimo decennio.

La battaglia per la sovranità è vinta. Il nuovo obiettivo del popolo russo e della sua dirigenza è liberare le enormi energie economiche, progettuali e creative che la Russia porta al suo interno e che sin ora sono solo in parte espresse.

***

Aggiornamento di Marco Bordoni per sakeritalia.it 

L’ FMI si piega a Poroshenko (per la seconda Volta)

Pare giungere ad un redde rationem la vicenda dei crediti del “prestito Janukovich” e quella (distinta ma connessa) della erogazione della terza tranche del maxi prestito del FMI a Kiev (una boccata d’ossigeno che il governo ucraino aspetta da quasi un anno).

E’ stato proprio il Fondo a sbloccare la situazione l’ 8 settembre scorso, annunciando che il caso ucraino verrà esaminato dal consiglio dell’ istituto il 14 settembre. Che la tanto sospirata e tante volte rinviata calendarizzazione dell’esame preludesse ad una delibera favorevole a Kiev si è potuto desumere ieri [12 settembre n.d.r.] quando il Ministro delle Finanze russo Siluanov ha annunciato che il suo paese avrebbe votato contro l’erogazione delle somme in questione.

La Russia dispone di una rappresentanza modesta nell’ istituzione (il 2,5% delle quote), ed il suo voto contrario non può bloccare la decisione dei voti occidentali (che, sommati, sono vicini alla maggioranza), e tuttavia l’ opposizione russa rappresenta ugualmente una remora per i funzionari del Fondo, perché rimette al centro della discussione il problema della credibilità dell’ istituzione.

Come scrivemmo lo scorso 16 novembre, infatti, lo statuto del Fondo proibiva la prosecuzione dei programmi varati a favore (si fa per dire) di paesi insolventi sul debito sovrano. Solo una (arbitraria) modifica a maggioranza dello stesso statuto permise, quindi, al Fondo di non bloccare il programma. Tuttavia, per non dare alla faccenda una veste di totale arbitrarietà, la modifica stabilì una nuova clausola, secondo la quale il debitore (nel nostro caso l’ Ucraina) per poter continuare a beneficiare del sostegno, deve dimostrare l’esistenza di “trattative in buona fede” per soddisfare il creditore.

L’ Ucraina, però, non ha mai intavolato alcuna trattativa in buona fede: Kiev continua a sostenere (con un argomento considerato specioso dallo stesso FMI) che i titoli russi siano un debito privato, non pubblico: un linea difensiva che non reggerà al vaglio dell’ Alta Corte Britannica, che ha la giurisdizione sul caso e che terrà udienza il prossimo 17 gennaio. Trattandosi di debito non pubblico Kiev pretenderebbe di ricondurre il rimborso agli accordi di San Francisco dell’ agosto 2015 con i creditori privati. Tale accordo (ottenuto grazie all’ intermediazione di George Soros) prevede un taglio del 20% ed una rateizzazione, trattamento di favore non dovuto nel caso dei bond di Yanukovich, e che i Russi ovviamente non hanno mai accettato di concedere.

Il Fondo si accinge quindi per la seconda volta in meno di anno a pulirsi le scarpe sulle proprie norme interne per amor di Poroshenko: dopo aver proseguito il programma nei confronti di un paese tecnicamente fallito, ora l’ Istituto si dispone a finanziare lo stesso paese, nonostante nessun passo sia stato compiuto per “trattare in buona fede” il rimborso.

Questi continui abusi preoccupano gli stessi funzionari del FMI perché alla lunga potrebbero indurre alcuni grandi paesi finanziatori asiatici a chiedersi quale sia il senso di continuare a partecipare a programmi di salvataggio gestiti senza alcun rispetto delle regole, e con la palese finalità di assecondare le priorità strategiche dell’imperialismo occidentale.

E’ da attendersi, quindi, una prossima offensiva negoziale che miri a realizzare una convergenza, almeno su questo punto, fra Russi e Ucraini, e la Germania, qui come nel Donbass, si assume il ruolo di mediatore, sponsorizzando il primo incontro fra i Ministri delle Finanze dei due paesi (Siluanov per la Russia e Danylyuk per l’ Ucraina). L’incontro dovrebbe tenersi ai primi di ottobre a Washington, durante un meeting di ministri di paesi partecipanti all’ FMI. Le possibilità che l’esito sia favorevole appaiono scarse, visto che il contesto delle relazioni fra i paesi non accenna a rasserenarsi, ripetendosi le provocazioni e gli atti aperta sfida dell’ establishment di Poroshenko nei confronti del Cremlino.

Aggiornamento di Marco Bordoni per Saker Italia del 13 settembre 2016

 

 

 

Ucraina e FMI: la Leggenda della terza Tranche

L’11 marzo 2015 il FMI ha approvato un finanziamento quadriennale per l’Ucraina del valore di 17,5 miliardi di dollari. La prima tranche (5 miliardi) venne erogata il 13 marzo 2015, la seconda il 4 agosto successivo. Quanto alla terza, che avrebbe dovuto seguire di lì a poco, i politici ucraini sono stati categorici: arriverà presto. Abbiamo redatto un breve estratto delle loro dichiarazioni, confrontandole con lo sviluppo degli eventi.

8 settembre 2015 “Il FMI può erogare la terza tranche da 1,7 miliardi di dollari ai primi di ottobre” (P. Poroshenko,)

20 novembre 2015 “Per ora è importante che il Governo ucraino presenti un bilancio in linea con gli obiettivi del programma di riforma economica, di ulteriore riduzione del deficit di bilancio e la riconduzione del debito pubblico su livelli più sicuri e che il Parlamento voti il bilancio.” (Van Rooden, inviato del FMI in Ucraina)

28 gennaio 2016 “l’Ucraina si aspetta la terza tranche del FMI in febbraio.” (Petro Poroshenko, 21 gennaio 2016) “L’Ucraina si aspetta una decisione positiva dal prestatore principale, il FMI, e l’erogazione della terza tranche da 1,7 miliardi.” (Natalie Jaretsko, Ministro delle Finanze)

 10 febbraio 2016 “L’Ucraina rischia di perdere il sostegno del FMI a causa dello stallo delle riforme.” (Lagarde, Direttore del FMI)

7 giugno 2016 “L’ammontare della terza tranche del FMI sarà determinata alla riunione del consiglio ai primi di luglio.” (Jerome Vacher, rappresentante ucraino presso il FMI)

23 giugno 2016 “L’Ucraina si aspetta che l’erogazione della tranche avverrà nella prima metà di luglio” (fonte governativa citata da UNIAN)

9 luglio 2016 Il Presidente Poroshenko parla con la Lagarde: “esprimo gratitudine per il sostegno del FMI”.

12 luglio 2016 “Le difficoltà parlamentari non ritarderanno l’erogazione della tranche da parte del FMI” (Danylyuk, Ministro delle Finanze)

20 luglio 2016 Il FMI comunica le prossime posizioni in esame: Cina, Irlanda, Corea, Emirati Arabi, Afganistan e diversi paesi africani.

21 luglio 2016 “A quanto pare c’è un piccolo ritardo nella collaborazione con il FMI” (Danylyuk, Ministro delle Finanze, 21 luglio 2016)

29 luglio 2016 “Per essere chiari, non ci aspettiamo ovviamente un esame da parte del consiglio prima della sospensione dei lavori, che è la settimana prossima. Crediamo che l’Ucraina sarà esaminata in qualche momento dopo la riconvocazione. Ma non ho una data precisa.” (William Murray, funzionario FMI, 29 luglio 2016)

12 agosto 2016 “Il FMI esaminerà l’erogazione di una nuova tranche di finanziamenti alla fine di agosto.” (Danylyuk, Ministro delle Finanze, 12 agosto 2016)

18 agosto 2016 “l’Ucraina non ha bisogno della terza tranche FMI” (Geoffrey Pyatt, Ambasciatore USA a Kiev)

29 agosto 2016 Il FMI comunica le prossime pratiche in agenda: Serbia, Bielorussia, Brunei, Sudan, Bosnia, Kiribati;

30 agosto 2016 “Siamo molto vicini alla erogazione della terza tranche ed è importante per noi perché è un segnale importante per i mercati per gli investitori, ed assicura ulteriori supporti finanziari.” (Danylyuk, Ministro delle Finanze, 30 agosto)

Ad oggi non si vede una lira. In compenso Bloomberg classifica l’Ucraina terza al mondo come possibilità di default entro un anno (in realtà l’Ucraina è già in default dal 20 dicembre scorso, quando omise di rimborsare tre miliardi di debito sovrano alla Russia, ma siccome i crediti dei Russi evidentemente valgono meno il consiglio del FMI chiuse un occhio e consentì un default selettivo). In compenso l’ obiettivo di 18 miliardi di dollari di valuta estera in riserva entro la fine del 2016 si fa sempre più irrealistico (visto anche che la Banca Centrale deve intervenire in difesa della grivnia, entrata in affanno nel corso di questo mese).

Probabilità di default entro un anno
Probabilità di default entro un anno

*****
Aggiornamento a cura di Marco Bordoni per SakerItalia.it

 

Fra Russia ed Ucraina Rottura di Fatto delle Relazioni Diplomatiche

La Russia non ha più un Ambasciatore a Kiev. E, cosa più grave, nessuna delle due parti sembra avere fretta di rimediare a questa grave situazione. I fatti: come avevamo già annotato il 28 luglio, nell’ ambito di un vasto rimpasto, il Cremlino ha sollevato dal suo incarico l’ Ambasciatore Mikhail Zurabov, a Kiev dal 2009. Il giorno seguente la Commissione Esteri della Duma ha approvato la candidatura di Mikhail Babich e la domanda di gradimento è stata, secondo i media, inoltrata alla parte ucraina. Pareva che fosse solo una formalità.

Elena Zerkal, vice Ministro degli Esteri Ucraino
Elena Zerkal, vice Ministro degli Esteri Ucraino

Se non che il 1 agosto il Portavoce del Presidente russo Dimitry Peskov, interrogato da un giornalista su quale sarebbe stata la reazione russa nel caso la parte ucraina non avesse approvato la candidatura di Babich, ha risposto che la Russia ha diritto di proporre un candidato, e l’ Ucraina ha diritto di rifiutarlo. A questo punto “vi potrebbe essere la possibilità di avanzare altre candidature, e così via.”.

Questa enunciazione, formalmente descrittiva della prassi diplomatica, in realtà è parsa agli osservatori ucraini una sorta di sfida (con un effetto Dispaccio di Ems) di talchè la questione, passata in un primo tempo in sordina, è poi salita alle cronache tanto che il 3 agosto Olena Zerkal, Viceministro degli Esteri ucraino, ha rilasciato una dichiarazione all’ Interfax dicendo che la questione della nomina del nuovo ambasciatore russo era stata cancellata dall’ordine del giorno. Sullo stesso tono Aleksej Makeev, Direttore del Dipartimento Politica e Comunicazione del Ministero degli Affari Esteri Ucraino che ieri ha ribadito: “non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione formale. Ad oggi l’assenza dell’ambasciatore non è un problema cruciale nelle relazioni fra i due paesi.”.

La situazione che si è venuta a creare è quindi la seguente: il conciliante Mikail Zurabov, che rappresentava la Russia sia come Ambasciatore a Kiev che come rappresentante russo al tavolo di Minsk, accusato da alcuni di passività e condiscendenza eccessive, è stato sollevato da entrambi gli incarichi. Lo scorso dicembre Putin ha inviato al tavolo di Minsk il suo fedelissimo Boris Gryzolv, al tempo membro del Consiglio di Sicurezza Presidenziale. Quando all’ Ambasciata di Kiev, il posto resta vacante, anzi peggio.

Sergey Toropov
Sergey Toropov

Il massimo rappresentante Russo in Ucraina diventa Sergey Toropov, che Putin ha nominato incaricato d’ affari a Kiev lo stesso 28 luglio scorso, sostituto pro tempore di Zurabov. Si tratta di un personaggio sconosciuto, con un solo precedente noto di 7 anni fa. Impiegato nella sezione informazione dell’ ambasciata russa a Riga, venne espulso dal governo Lettone come persona non grata in quanto la sua condotta sarebbe stata giudicata dai baltici “incompatibile con lo status di diplomatico”. In seguito è stato membro del consiglio di amministrazione del gigante siderurgico Severstal e poi, dal 2013, di nuovo rappresentante diplomatico di secondo livello a Kiev.  Un curriculum per metà inquietante e per metà indecifrabile, che di certo non entusiasma gli uomini del Governo Ucraino.

Dopo due anni di crisi diplomatica, quindi, registriamo una novità. Mentre sino ad oggi gli Ucraini hanno messo in atto ogni possibile provocazione (come i ripetuti “assalti” alla rappresentanza diplomatica mai seriamente contrastati dalle forze dell’ ordine) senza alcuna reazione formale da parte russa, oggi Mosca risponde, e interrompe di fatto le relazioni diplomatiche, in concomitanza con una impennata dell’escalation nel sud est Ucraina. Un chiaro messaggio che la pazienza è agli sgoccioli.

***

aggiornamento di Marco Bordoni per sakeritalia.it

Foreign Policy: gli Ucraini non contino sull’aiuto della NATO

Foreign Policy: gli Ucraini non contino sull’aiuto della NATO

Il 1 agosto sul magazine online Foreign Policy (Washington Post) è uscito un significativo commento di Askold Krushelnycky dal titolo “Kiev in modalità diniego“. Non uno qualunque, ma uno zelota di dichiarata fede prima arancione e poi maidanista che ha passato nelle trincee ucraine la fase calda del conflitto nel sud est. La tesi di Krusjelnychy è la seguente: la causa ucraina sta per essere persa per via della corruzione dilagante che finirà per disgustare gli sponsor stranieri:

Askold Krushelnycky
Askold Krushelnycky

“Nonostante la serietà della minaccia da est” esordisce il pezzo “Mosca non è il peggior nemico con cui l’Ucraina abbia a che vedere. Vista la corruzione auto inflitta che infetta ogni aspetto del mondo degli affari e del governo, il peggio nemico del paese è la corruzione.” Corruzione che il governo ucraino nulla fa per contrastare seriamente: “Sfortunatamente, la dirigenza ucraina sembra aver compiuto un pericoloso errore di calcolo presumendo che l’Occidente consideri il loro paese come un mandatario nel confronto con una Russia risorgente. Per questa ragione credono di poter contare sul supporto dei capitali occidentali qualunque cosa succeda. Un ex ministro, al governo fino allo scorso aprile, ha descritto l’approccio ufficiale come segue: Credono che l’Ucraina sia troppo importante per l’America e per l’Unione Europea per permetterne il fallimento. Penso che questo sia del tutto fuorviante. Credo che l’Ucraina abbia solo quest’anno per mostrare risultati reali. Gli Stati Uniti e gli altri amici dell’Ucraina stanno perdendo la pazienza.” Impietose le conclusioni: “La prossima volta che si rivolgono all’Occidente per un aiuto potrebbero scoprire di essere rimasti soli.”. Corruzione: è questo lo storico rimprovero che i governi ucraini si sentono muovere quando gli occidentali vogliono giustificare un rifiuto alle richieste sempre più disperate provenienti da Kiev.

L’altro, emerso non prima di questa primavera, è sul versante dei diritti umani: lo scorso maggio una serie di autorevoli voci giornalistiche del mainstream occidentali (New York Times, Guardian, Repubblica) totalmente silenti al tempo delle operazioni belliche nel sud est, hanno scoperto che a Kiev non c’è libertà di stampa. Più tardi le due corazzate dei diritti umani a trazione occidentale, Human Rights Watch e Amnesty International hanno presentato un rapporto congiunto sulle detenzioni illegali e le torture in Ucraina, rapporto in cui il governo di Kiev fa una figura addirittura peggiore di quella dei terribili “terroristi” filorussi del sud est. Uno colpo disastroso all’immagine della giunta.

Ovviamente non si tratta di tendenze univoche ma in generale si può sicuramente affermare che il matrimonio fra la stampa occidentale ed il governo di Kiev è in grave crisi, e questo è tanto più interessante considerando che la Russia continua ad essere raffigurata come il nemico pubblico numero uno. La NATO, peraltro, non accenna a disimpegnarsi militarmente dal quadrante est europeo ed Ucraino, ed anzi manda i propri eserciti ad Odessa a giocare allo sbarco in Crimea (leggasi, come ha osservato Donald Trump: Terza Guerra Mondiale).

Esercitazione Sea Breeze 2016
Esercitazione Sea Breeze 2016

Quello che l’Occidente, infatti, vuole non è rinunciare all’Ucraina, ma congelare ogni linea di credito al governo di Kiev: stop ai finanziamenti dal Fondo Monetario, stop alla procedura per i visti Schengen liberi. Stop a  qualsiasi impegno politico, economico e sociale che non consista nella mera contrapposizione a Mosca. Certo, vellicare una rivolta di piazza, incassare i dividendi strategici e rifiutare qualsiasi assistenza ai propri pupilli è cosa abbastanza spregevole, difficile da vendere all’opinione pubblica.

E proprio a questo servono le accuse occidentali di corruzione e le campagne di stampa sulla violazione dei diritti umani: un monumento alla ipocrisia ed alla cattiva coscienza. Non perché non siano fondate, ma perché il dilagare della violenza e della corruzione nella società ucraina sono naturali conseguenze del vicolo cieco politico in cui le manfrine atlantiste hanno cacciato quel martoriato paese. Hanno scardinato le istituzioni,  istigato una disastrosa guerra civile, insediato al potere una consorteria di oligarchi, dimezzato la già provata economia, e pretendono che violenza e corruzione diminuiscano: si tratta di un palese non senso.

Si dà il caso, però, che da anni l’opinione pubblica occidentale sia assuefatta a considerare la corruzione la causa, e non la conseguenza, delle disfunzionalità di un sistema economico politico e anche dalle nostre parti le campagne isteriche contro la corruzione sono la testa d’ariete per delegittimare la dirigenza politica e privatizzare gli assetti pubblici. I lettori e gli spettatori sono quindi recettivi nei confronti di questo tipo di denunce. Si bevono avidamente l’idea che una società distrutta possa essere meno violenta e corrotta di quando era integra perché ha “fatto le riforme”. Quanto al “mancato rispetto dei diritti umani”, posto che ovviamente nessuna società è totalmente immune da critiche, trattasi dell’ingrediente sempre pronto di ogni campagna di delegittimazione, l’arma ibrida immancabile, il prezzemolo che si può mettere a piacere e non disgusta mai i facili appetiti del nostro pubblico. Qui, poi, l’operazione è tanto più immediata in quanto i pregiudizi tipici della russofobia (violenza, assolutismo, alcoolismo, miseria etc…) possono essere facilmente estesi per affinità agli Ucraini vittime, per una tragica ironia, delle calunnie da loro stessi sparse a piene mani contro i fratelli di oltre confine.

E così le coscienze delle anime belle si placano mentre si chiede agli Ucraini non solo di morire per la NATO, ma di farlo per giunta gratis. Del resto, dice Umberto Galimberti su Repubblica del 25 maggio, “questa Ucraina non è degna dell’Europa”. Ha tradito la sua (nostra) rivoluzione. Perché farsi carico dei suoi problemi?

***

Aggiornamento di Marco Bordoni per sakeritalia.it

Elezioni Russe: come funzionano e chi vincerà

Elezioni Russe: come funzionano e chi vincerà

Fra poco più di un mese (il 18 settembre) quasi 112 milioni di cittadini russi saranno chiamati a votare per decidere la composizione della settimana Duma Federale. Nelle elezioni del 2011 si votò con un sistema proporzionale con sbarramento al 5% (il partito Russia Unita ottenne il 49,3% dei voti ed una risicata maggioranza di seggi). A settembre si voterà con la nuova legge elettorale mista varata durante la presidenza Medvedev: 225 deputati saranno eletti con sistema proporzionale su base nazionale e sbarramento al 5%, 225 con sistema maggioritario (collegi uninominali a turno unico). I partiti che otterranno più del 3% dei consensi su base nazionale potranno beneficiare dei finanziamenti statali e partecipare alle elezioni locali senza preventivamente raccogliere firme.

Le tendenze demoscopiche indicano una evoluzione abbastanza definita:

tendenze russia unita, sondaggi WCIOM
Gradimento Russia Unita, sondaggi WCIOM

1) Russia Unita ha raggiunto la massima popolarità (oltre 50%) all’ inizio del 2012 (campagna elettorale per l’ elezione di Putin al terzo mandato), per poi discendere (poco sopra il 40%) prima della crisi ucraina. Risospinta vicino ai massimi storici (oltre 60%) dalla crisi ucraina, è oggi in leggera flessione, a causa dell’allentamento della tensione in politica estera e della perdurante crisi economica è su livelli prossimi a quelli dell’inizio 2014.

Sondaggi: opposizione istituzionale, WCIOM
Gradimento Opposizione Istituzionale, sondaggi WCIOM

2) L’opposizione istituzionale (i tre partiti rappresentati alla Duma: Partito Comunista, Partito Liberal Democratico, Russia Giusta) ha subito un percorso grosso modo inverso. Le tre formazioni dovrebbero superare la soglia del 5%, anche se Russia Giusta di stretta misura. Il Partito Comunista potrebbe vedere molto ridimensionati suoi voti la sua attuale rappresentanza parlamentare (oltre 90 deputati).

3) Si dovrebbe confermare la totale assenza di presa sulla società della cosiddetta opposizione liberale, che ha pochissime speranze di entrare alla Duma (alla rivelazione demoscopica del 24 luglio Iabloko ottiene l’ 1,1% delle intenzioni di voto, Parnas lo 0,4 così come il “Partito della Crescita”. Secondo le attese il malcontento per la crisi economica (che perdura nel secondo trimestre 2016 e ha colpit0 sopratutto i redditi fissi) dovrebbe riflettersi nella scarsa affluenza, data anche dallo scetticismo sul ruolo della Duma come organo istituzionale.

Intenzioni di Voto al 24 luglio. Sondaggio

Intenzioni di Voto al 24 luglio. Sondaggio WCIOM

thumb_20160328011700536
Ella Panfilova

4) Il Cremlino ha preteso che il procedimento elettorale sia al di sopra di ogni possibile contestazione. A questo fine ha insediato quale Presidente della Commissione Elettorale Centrale Ella Panfilova, una insospettabile già Presidente della Commissione Diritti Umani e di note simpatie liberali. La commissione sta procedendo con grande serietà all’iscrizione dei partiti alle liste elettorali ed ha invitato osservatori internazionali a verificare la consultazione (i Russi si sono anche candidati a monitorare con propri osservatori lo svolgimento delle Presidenziali USA).

In conclusione: è probabile che l’affluenza alle urne sarà lievemente più bassa del 60% del 2011. Le procedure di voto si svolgeranno correttamente e senza irregolarità. Russia Unita otterrà una minoranza dei voti ma una solida maggioranza parlamentare grazie al contributo della quota maggioritaria di assegnazione dei seggi.

***

Aggiornamento di Marco Bordoni per sakeritalia.it