DDL Gambaro: arriva la Censura online

Se foste stati eletti nelle liste di un movimento nato e cresciuto online, se poi fossero successi incidenti, vi avessero espulsi e aveste occupato la legislatura in un lungo pellegrinaggio fra i più cangianti gruppi parlamentari (Misto, Gruppo Azione Partecipazione Popolare, Italia Lavori in Corso…) per poi approdare alla corte di Denis Verdini (sì, il gruppo di Ascari inviati da Berlusconi in missione dall’altra parte dell’emiciclo per tenere in vita i vari governi del PD)…

Se aveste votato la fiducia a qualsiasi ipotesi di governo avesse il coraggio di presentarsi alle camere, e se nonostante questo, a legislatura ormai agli sgoccioli, vi trovaste senza una reale possibilità di essere ricandidati, cosa fareste?

Mettereste la faccia su un disegno di legge che abolisce la libertà di espressione imponendo la censura sui nuovi media? La risposta dipende evidentemente da molti fattori, fra cui il vostro appetito, il vostro amor proprio, ed ovviamente la qualità della vostra faccia. La senatrice Gambaro, per fare un esempio, ha questa faccia qui:

Sono simpatica e innocua: salvo per il fatto che vi tolgo il diritto di espressione

Prendiamola alla larga. Con sentenza n. 54.946/16 la Corte di Cassazione ha stabilito che risponde penalmente il gestore del sito internet che consente la pubblicazione di un commento dal contenuto diffamatorio nei confronti di terzi. Diciamo questo per sgombrare ogni dubbio: gli strumenti legali per difendere i diritti fondamentali delle persone esistono già, e sono tranquillamente applicati dall’ordinamento. Ma qui non si sta parlando, evidentemente, di questo.

Quello uscito dal cilindro ieri è un disegno di legge (che vi invitiamo a consultare tenendo un sacchetto assorbente, di quelli che si trovano in areo infilati nel sedile davanti, sotto mano, cliccando qui) la cui unica finalità è quella di ammazzare ogni critica e di consolidare un nuovo autoritarismo.

Riassunto degli ultimi 30 anni per i distratti: fine dell’URSS, offensiva del capitale sul lavoro, tradimento dei chierici della sinistra parlamentare ed extraparlamentare convertitasi al dogma Liberismo & NATO & Unione Europea & Euro, esplosione del debito pubblico, esplosione del debito privato, disintegrazione della compagine sociale, vi facciamo paura “arriva Putin!” ma dopo un anno non se la beve più nessuno. Ci siete? Avete vissuto nello stesso mondo in cui ho vissuto io? OK, andiamo avanti.

Oggi siamo al punto in cui se tanto tanto il cittadino capisce quello che è successo (e lo può fare solo online, visto che i media mainstream sono una versione glamour del Volkischer Beobachter), si organizza e vota anche Attila pur di punire i responsabili del disastro. Contromisura: impedirgli di votare (vari papocchi elettorali con premi, sbarramenti e magheggi assortiti) impedirgli di informarsi (un saluto alla senatrice Adele) e, quando poi ci saranno le sommosse (perché ci saranno, anche se noi non ce le auguriamo*) esercito europeo. In due parole: regime e repressione. Tutto chiaro? Speriamo di si.

E’ il momento di entrare nel merito. Siamo di fronte ad una proposta di legge che entrerà in vigore fra tre mesi, fra un anno o mai a seconda del grado di priorità che le verrà assegnato dal governo, che non si è ancora espresso sul punto. Visto che questo testo è un mostro giuridico da competizione mondiale, possiamo contare sul fatto che nel corso dei lavori parlamentari cercheranno di pettinarlo, di fargli indossare un frac, e di presentarlo come un affabile gentiluomo. Nella sostanza, però, repressione era e repressione rimarrà.

Sarà importante la reazione che la cittadinanza riuscirà a dispiegare alla notizia e che verrà certamente misurata dai reali promotori (per trovare i quali bisogna partire dalla Senatrice Adele -acqua- salire alla Presidente Boldrini -acqua- e poi al Parlamento Europeo -fuochino- al Partito Democratico USA -fuoco- all’establishment che gestisce il mainstream -fuochissimo-). Se sarà fiacca prenderanno coraggio, se sarà veemente rimetteranno con gesto elegante il topo morto nella tasca da cui è uscito (quella della Senatrice) e diranno che scherzavano.

L’impianto del progetto di legge si basa sostanzialmente su tre articoli:

Art. 1: € 5.000 di multa per chi pubblica “attraverso piattaforme informatiche” (quindi non organi di stampa ufficiali: la chiameremo clausola salva Goracci) notizie “false, esagerate, tendenziose, che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi”. Capito? L'”esagerazione” e la “tendenziosità” diventano reati. Sull'”antipatia” stiamo lavorando… ah già. Sull’antipatia non si può o finisce dentro tutta la maggioranza parlamentare.

Art. 2: € 5.000 di multa e minimo 12 mesi di reclusione  anche per “chiunque… svolga una attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica, anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme informatiche”. Montepremi raddoppiato (€ 10.000 e due anni di reclusione) per le campagne volte a “minare il processo democratico, anche a fini politici” (chi sa quali altri fini ci dovrebbero essere per minare il processo democratico… fare colpo sulla fidanzata?).

Art. 4: obbligo di comunicazione al Tribunale e di pubblicità della identità del responsabile del sito, ovvero il soggetto poi destinatario delle attenzioni di cui agli art. 1 e 2 (senza esclusione della responsabilità di eventuali autori terzi).

In sostanza: se passa questa roba, la controinformazione è finita, morta, kaputt.

E’ sempre divertente vedere dispiegarsi nella pratica il paradosso filosofico a monte di tutto il progetto europeo (ne abbiamo parlato qui): quello di una struttura che pone il rifiuto di qualsiasi verità trascendente come pietra fondante della propria architettura che poi si arrabatta per affermarsi come  unica detentrice della verità e quindi reprimere tutto ciò che le si oppone. In questo caso ecco i “democratici” alla presa con la creazione di reati orwelliani intesi a punire “opinioni che se pur legittime rischiano di apparire più come fatti che come idee” (relazione introduttiva), “informazioni atte a fuorviare l’opinione pubblica”, “campagne d’odio e miranti a minare il processo democratico anche a fini politici”. Non ci vuol certo un consigliere di Cassazione per capire che si tratta di una pietanza avvelenata, cucinata per ammazzare la libertà di opinione assieme la principio di legalità [spiegone tecnico: il nostro sistema si basa(va) sul principio di legalità, a sua volta articolato nell’obbligo di tassatività e determinatezza della norma penale. La determinatezza concorre a chiudere l’insieme dei reati, impedendo al Giudice di crearne di nuovi in via interpretativa. La tassatività vieta al Giudice di ricorrere a strumenti che consentono l’applicazione delle norme penali al di fuori delle fattispecie astratte descritte dalle stesse, ossia il divieto di analogia. Fine della tassatività e della determinatezza, fine della legalità, fine della democrazia].

Ora abbiamo due problemi. Primo: vi immaginate il trattamento che riceverebbe sulla nostra stampa un parlamentare, diciamo Turco o Russo che presentasse una proposta di legge del genere? Fine del mondo. Quindi in linea torica dovremmo aspettarci una levata di scudi proprio dagli operatori “ufficiali” dell’informazione, le vestali della democrazia. Questa levata però non ci sarà. Perché questa norma fa l’occhiolino in modo osceno ai giornalisti della stampa tradizionale, garantendogli una sorta di esclusiva ai remi della galera informativa a cui sono stati condannati. Da loro non possiamo attenderci alcun sostegno. Con le solite eccezioni che si contano sulle dita di una mano e che confermano la regola, gli sventurati risponderanno.

Secondo problema: se non facciamo molto rumore adesso il regime fa un passo avanti determinante nella sua affermazione. Se c’è una cosa che abbiamo imparato da questa storia è che l’informazione online è potente e fa paura. Utilizziamo questo potere: condividiamo questa informazione ed il nostro sdegno con tutti i mezzi in nostro possesso. Facciamogli capire che il prezzo in credibilità da pagare per toglierci il diritto al dissenso è troppo alto per le loro tasche, già da anni vuote, visto che questa moneta se la sono giocata tutta sulla roulette di Bruxelles. Condividiamo, commentiamo, dibattiamo in pubblico, in privato ed anche online. Oggi la lotta per la libertà si fa anche così. Ce lo stanno dicendo loro.

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Articolo di Marco Bordoni per SakerItalia.it

*specificazione ad usum del censore prossimo venturo;

Donne, fuggite! Arriva Putin Barbablù!

In Russia picchiare le donne non è reato. Lo ha stabilito una nuova legge di Putin. Ma questo lo sapete già: negli ultimi giorni il panzanificio mediatico internazionale lo ha ripetuto con tale frequenza che ormai non c’è al mondo una sola coscienza aperta&progressista che non frema di sdegno di fronte all’ennesima malefatta del boia del Cremlino.

Godetevi i titoli degli articoli (senza leggerli, che tanto che c’è scritto ve lo dico sotto). Corriere: Russia, picchiare la moglie non è reato Depenalizzata la violenza in famiglia; La Stampa: Russia, picchiare le Mogli non sarà più reato; Il Fatto Quotidiano: Russia, approvata la legge che depenalizza la violenza domestica. “Condizione per creare famiglie forti”; Repubblica: Mosca, picchiare mogli e figli non sarà più reato;  Vanity Fair: Russia, picchiare la moglie non sarà più reato; Il Manifesto: La famiglia degli uomini forti.

Nulla di originale, sia chiaro: tutto materiale tratto dal New York Times o dal Guardian: quando su questi campioni di imparzialità anglo sassone compare una frottola russofoba, i segugi nostrani ci si avventano, pronti a ricamarci capolavori lievemente sospesi fra il plagio e la parafrasi.

Dicevamo il contenuto, che è uguale in tutte le salse:

  1. notizia dell’approvazione alla Duma di una legge che dà ai mariti Russi licenza di uccidere;
  2. dichiarazione apparentemente demenziale di un apparatchik (gettonatissimi Yelena Mizulina  di Russia Giusta, che ha proposto l’emendamento, e  il Presidente della Duma Volodin) rei di essersi espressi, guarda un po’, a favore della legge che hanno votato;
  3. denuncia di una testimonial dal colorato mondo degli attivisti filo occidentali: Marina Pisklakova – Parker (donna dell’anno – edizione russa rivista “Glamour” 2013) del “Centro di Informazione Metodologica Anna” “unico telefono dedicato alle donne in Russia”;
  4. fritto misto di cifre un po’ figlie di nessuno ed un po’ pescate in un  “rapporto (da brivido) delle Nazioni Unite”: 14.000 donne ammazzate dai mariti all’anno, 40 al giorno!
  5. pregiudizi e stereotipi razzisti assortiti sulla Russia e sui Russi (violenza, alcool, maschilismo) mascherati da riflessioni sociologiche;

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    Marina Pisklakova

A me andrebbe anche bene così, diciamolo. Se la brava gente anti razzista ha bisogno di credere che ci sia un posto sulla terra dove gli uomini sono tutti bruti ubriachi e violenti, se i “mentalmente aperti” vogliono trastullarsi con l’idea che esista l’inferno ed il demonio regni al Cremlino, se i pacifisti democratici credono coerente gridare ai quattro venti che questi barbari Russi dovranno assaggiare, volenti o nolenti, il randello della nostra democrazia… Beh, per me è ok.

Ma visto che questi campioni di pensiero corretto hanno appena finito di cuocerci le uova  annoiarci a morte con la minaccia “fake news”, minaccia per la quale sono stati addirittura invocate censure orwelliane, allora anche io voglio togliermi qualche sassolino, fare le pulci, dire la mia E’ per questo che ho fatto qualche ricerca su internet con il traduttore automatico consultato il team di politologi e giuristi russi che l’  FSB mette a disposizione di Saker Italia, e sono giunto ad accertare quanto segue:

–> fact check mode: on cinque domande (e cinque risposte) sulla nuova legge russa

[avvertenza: questa parte dell’articolo potrebbe contenere informazioni. Sconsigliato a russofobi, debunkeratori a senso unico e giornalisti MSM] <–

  1. In Russia è permesso picchiare mogli e figli? Giudicate voi. Non solo nel codice penale russo non esiste nessun attenuante per il caso di lesioni inferte da famigliari, ma la Legge Federale 323 del 2 luglio 2016 ha introdotto una nuova ipotesi di reato relativa alle azioni violente che non abbiano causato lesioni. La riforma dell’art. 116 c.p. (“percosse”) ha ristretto l’ambito di applicazione della norma previgente (che si applicava a tutti indistintamente) ai soli componenti il nucleo famigliare, ed ha inasprito le sanzioni fissando come pena la reclusione fino a due anni. Ovvero oltre la soglia della punibilità d’ufficio. Per dirla in altro modo: mentre fino all’estate scorsa chi dava uno schiaffo a qualcuno (senza prognosi clinica) veniva punito con una multa, la “legge delle sculacciate” ha creato ceffoni di serie A e di serie B: quello dato al collega di lavoro, al vicino di casa, al rivale in amore è depenalizzato, mentre quello allungato al famigliare è punito d’ufficio con 2 anni di galera!  Poca sorpresa che la legge abbia trovato, oltre che estimatori, anche detrattori (sono state raccolte 200.000 firme in pochi mesi per chiedere la sua abolizione) e che la Duma stia provando a metterci una pezza, facendo passare un emendamento che ne mitiga il rigore applicativo stabilendo il requisito della continuità della condotta: nessuno incarcererà più una madre che ha allungato una sberla alla figlia diciassettenne che aveva rubato tutti i risparmi di famiglia per giocarseli al bingo (perché è questo che sta succedendo… e la figlia, pentita, non ha potuto ritirare la denuncia, essendo il reato procedibile d’ufficio). Quindi per la prima violazione: sanzione amministrativa. Ma dalla seconda in poi: guai seri al famigliare violento.
  2. Vorreste farci credere che in Russia la legislazione è rigorosa come in Italia? No. In Russia attualmente la legislazione a tutela dei famigliari è più rigorosa che in Italia, e lo resterà anche se verrà approvato il famigerato emendamento. E’ vero che il nostro codice (art. 572 c.p. “maltrattamenti contro famigliari e conviventi”) prevede pene più severe (reclusione da due a sei anni), ma non punisce la singola condotta o il singolo episodio. Il diritto vigente è chiaro: per la singola sculacciata in Italia non si rischia nulla (si veda questo commento giurisprudenziale) visto che il reato di percosse (art. 581 c.p.) è stato depenalizzato. Ci deve essere la continuazione (ovvero esattamente il principio che la Duma vorrebbe introdurre in Russia). Ad ogni modo la sanzione russa per il singolo episodio è (due anni di carcere) e resterà (sanzione amministrativa) più severa di quella italiana (nulla).
  3. E allora perché le attiviste dell’ “unico telefono rosa di Russia” denunciano con tanta forza questa legge? Perché i giornalisti occidentali si rivolgono solo a sparaballe a gettone fonti non verificate. La signora Marina Pisklakova Parker è l’ennesimo esponente della cosiddetta “società civile” russa con una lista senza fine di collaborazioni con “fondazioni” atlantiche, cui i media occidentali attribuiscono tutto il credito che il pubblico russo nega. Guarda caso la sua ONG (centro informativo metodologico Anna) è finita dritta dritta nella lista di “agenti stranieri” del Ministero della Giustizia Russo, associazioni finanziate dai soliti generosi benefattori “colorati” occidentali. Ad oggi non si conoscono i dettagli del procedimento di iscrizione nel registro degli inoagenti, quindi non si sa chi abbia finanziato Anna, anche se i sospetti puntano sulla Fondazione Ford e sull’Unione Europea. Se ciò fosse vero, si avrebbe il solito schema: enti governativi e no profit occidentali finanziano associazioni che operano nei paesi “bersaglio” non solo per destabilizzarli, ma anche per “ricevere” una immagine negativa con cui nutrire i propri media ed addomesticare l’opinione pubblica con i ricorrenti 5 minuti di odio a mezzo stampa. Nihil sub sole novum.
  4. I dati ONU però parlano chiaro: 14.000 donne uccise all’anno! 40 al giorno! Non è forse una catastrofe? Lo è. O meglio: lo sarebbe se quelle cifre fossero solo minimamente verosimili. Ma c’è un problema: si tratta di numeri del tutto inventati. Primo: non li ha dati l’ONU. Sono contenuti in un rapporto pubblicato, è vero, nell’archivio delle Nazioni Unite, ma il cui autore è … il solito Centro Anna di Marina Pisklakova! Quanto ai 14.000 uxoricidi all’anno, premesso che (in Russia come in Italia) non esistono statistiche che dividano gli omicidi per movente, se consultiamo i dati federali relativi al 2015 (ultimo anno disponibile), scopriamo questa cosa qui:
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Cause di Mortalità nella Federazione Russa, 2015

Nel 2015, in Russia, gli omicidi sono stati 11.689. In tutto. In qualunque circostanza (dalla rapina finita male al duello rusticano) contro qualunque vittima (uomini, donne, bambini) per qualunque motivazione (economica, razziale e poi si, certo, anche violenza famigliare). Nel 2009 le vittime di omicidio di sesso maschile in Russia erano il 77% del totale. Assumendo per comodità che la proporzione sia rimasta grosso modo invariata, abbiamo circa 2.700 vittime donne per ogni causa di morte.  Capito perché chi parla di 40 vittime al giorno di violenza famigliare (14.000 l’anno) mente per la gola?

Però Putin è maschilista e quindi il suo governo agevola questo tipo di delitti! Queste sono opinioni e, come noto, ognuno la le sue. Però, a fianco alle opinioni, ci sono anche i fatti. Consentitemi di citarne qualcuno: in primo luogo vorrei ritornare al dato sugli omicidi in Russia, mostrandovi questo grafico qui. Rappresenta il numero di omicidi in Russia e in alcuni paesi occidentali dal 1950 al 2010.

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Omicidi per 100.000 abitanti / anno 1950 – 2010

Ovviamente si tratta di un dato non direttamente attinente: qui non si parla di violenza famigliare, ma di violenza della società nel suo complesso. E tuttavia, visto che vogliamo dare un giudizio sul corso putiniano, bisogna tenere buon conto del fatto che non solo durante tutto questo quindicennio gli omicidi sono crollati da oltre 30.000 a meno di 10.000 (se  le proiezioni del 2016 saranno confermate), ma che tutti i parametri di violenza sociale sono stati abbattuti in misura simile, così come il consumo di alcool, che è sceso negli ultimi 10 anni da 18 a 10 litri annui pro capite. Processo, si badi bene, che è continuato negli ultimi anni nonostante la crisi economica del 2013-2016. E’ lecito o no ritenere che di questo enorme miglioramento si siano giovate le parti socialmente più deboli (donne e bambini)? Ovviamente lo è.

L’intera società russa ha beneficiato di una stabilizzazione e di un rasserenamento che ha sensibilmente migliorato la qualità dei rapporti interpersonali, fuori dalla famiglia e dentro la famiglia. Detto questo, va aggiunto per buona misura che Putin si è espresso contro la “legge di Putin” sulla “legalizzazione delle violenze domestiche”: “ci sono altri modi per educare i bambini” ha detto a chi gli chiedeva cosa pensasse delle sculacciate. Ma questo ai nostri giornali, ovviamente non interessa: come sempre ha stato lui.

fact check mode: off <–

Sono anni che frequento la Russia ed ho ovviamente sentito parlare di episodi di violenza famigliare. Ma va detto che ho sentito parlare di episodi simili anche in Italia. E va detto che i casi a me noti sono relativi al periodo liberal, quella stagione meravigliosa in cui la Russia (a sentire i nostri intellettuali) stava per ricongiungersi alla “famiglia europea” (sì, esatto, è la vetta nel grafico del numero di omicidi che ho mostrato sopra).

Poi, circa dieci anni fa, la società russa ha preso a cambiare. Oggi non solo gran parte dei giovani uomini ha una sensibilità diversa e rispetta le donne, ma alcuni aspetti della tradizione (orrore !) non sono stati persi e i maschi russi rimangono più galanti. I Russi sanno cos’è l’educazione: non si sognerebbero mai di lasciare una donna incinta o un anziano in piedi a fianco ad uomini seduti. Gli uomini Russi sono spesso gentili, educati e premurosi con le loro signore come ormai molti Italiani hanno smesso di essere. Ma questa è, ovviamente, una opinione personale, che prenderete come tale.

I monopolisti delle fakenews, da parte loro, la pensano diversamente, e preparano queste polpette avvelenate per gli stomaci mai sazi dei loro accoliti, che si precipitano a vomitare razzismo nei commenti alla fine degli articoli e sui social. E il bello è che questi produttori all’ingrosso di scemenze e stereotipi si ritengono la crema dell’antirazzismo. Bravi così. Ma non pretendano di censurarci mostrando un’ attestazione autocertificata di superiorità morale: quell’attestato è falso come tutto ciò che scrivono. E noi glielo lo dimostriamo, su queste pagine, ogni giorno.

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Articolo di Marco Bordoni per sakeritalia.it

Crociata anti Bufala: situazione tragica ma non seria

Dimostrazione pratica della differenza fra una svista ed una bugia consapevole da un testimonial d’eccezione: Vittorio Zucconi

La solita armata Brancaleone di eurocrati inetti, giornalisti pinocchi, intellettuali liberal, si prepara per l’ennesima crociata. Questa volta l’obiettivo sono le bufale, le fake news come va di moda chiamarle. Un calderone in cui vengono abilmente mescolate le notizie false consapevolmente spacciate per vere dai cacciatori di click, quelle semplicemente non verificate, quelle vere e verificate ma colpevolmente omesse dai media mainstream e le semplici opinioni dissenzienti. Un caos da cui non può palesemente venire alcunché di buono.  La domanda da porsi, tuttavia, come sempre quando si tratta dai miasmi usciti da queste cucine, non è tanto se si vi sia motivo di sperare (non c’è mai) quando se si debba temere e correre ai ripari.

Diciamo subito che non c’è preoccupazione a breve termine. Se però contestualizziamo questa brillante idea (la guerra alla bufala) con tutte le altre iniziative di limitazione della libertà di stampa e di espressione in corso ed in fieri, se poi leggiamo il tutto sullo sfondo degli sviluppi politici in atto nelle nostre società, dobbiamo concludere che motivo di preoccupazione esiste eccome. Cerchiamo di capire perché.

La guerra al fake oggi: chiacchiere e petardi bagnati. 

Si è parlato di fake news in quattro occasioni: la stampa USA e alcuni politici europei hanno chiesto un intervento censorio a Facebook, la Camera dei Deputati Italiana ha organizzato un incontro con noti debunkers, il Presidente dell’Antitrust Pitruzzella ha rilasciato una discussa intervista al Financial Times e le autorità tedesche e ceche hanno annunciato la costituzione di “commissioni antibufala”. Tutto questo nel giro di un mese: è evidente che qualcosa bolle in fondo al calderone della cucina liberal, ma quello che è salito in superficie è, ad oggi, davvero poco.

Facebook: accusato dalla stampa (peraltro senza uno straccio di prova) di aver avvantaggiato Trump, Zuckemberg ha sulle prime risposto come si conviene al proprietario di un’azienda che, a causa della sconfitta della Clinton (su cui aveva massicciamente puntato), ha perso il 7% del suo valore: “siete matti?”(letteralmente).

Qualche giorno dopo, però, un pazzoide ha sparato una sventagliata di colpi di arma da fuoco in una pizzeria di Washington, il Comet Ping Pont, protagonista di una storiella cospirazionista circolata sui social prima delle elezioni (è qui, dicono questi credibili resoconti, che Hillary Clinton e John Podesta avrebbero mercanteggiato neonati per sacrifici umani & satanic parties). (Si, stiamo parlando di questo). (E, certo: se questi snob annoiati non frequentassero davvero le demenziali cene a base di piscio e sperma fritto di sedicenti artiste serbe fuori di testa, nessuno presterebbe attenzione a questi fake).

Comunque, nonostante la sparatoria non abbia provocato feriti o vittime, i meglio giornalisti della stampa mondiale ci hanno ricamato un po’ su ed hanno caricato sul groppone di Mark la responsabilità del fattaccio, così che Facebook è sceso a più miti consigli, annunciando, con un comunicato, la propria intenzione di creare un sistema di “spunte” per segnalare le notizie “non verificate”.

Laura Boldrini Presidente della Camera. E nonostante questo la gente non capisce ancora quanto danno possano fare le bufale online.

Peggio la pezza del buco: non solo la “verifica” studiata da Facebook dovrebbe essere fatta a cura di media mainstream farciti di panzane e totalmente screditati, ma l’intera operazione sarebbe gestita da The Pointer Institute, una realtà immediatamente denunciata da Zerohedge come emanazione della galassia Soros. Si è già capito, in definitiva, che i “controlli” di Facebook, se mai esisteranno, saranno o del tutto ininfluenti, o esercitati da soggetti talmente compromessi che l’effetto finale potrebbe essere l’esatto opposto di quello sperato.

La Guerra di Laura: Poteva mancare la Presidente Laura Boldrini, madrina honoris causa di qualsiasi iniziativa controversa dell’emisfero nord? Non poteva. E così alla Camera dei Deputati si è tenuto il famoso incontro sulle fake news già da tempo annunciato dalla Presidente e dalla stampa al seguito con grande fanfara: presenti giornalisti, debunkers, tuttologi assortiti. Unica, scontata, conclusione: Laura Boldrini, il politico italiano che più ha basato la propria notorietà sulla provocazione e sulla ricerca della reazione scomposta, una personalità di cui tutti ignorerebbero l’esistenza se non fosse per le sue dichiarazioni  che paiono pensate apposta per provocare regolarmente uno strascico di polemiche online sui social, una che, in sostanza, dovrebbe ringraziare il cielo per ogni bufala che gira sul suo conto, ha ricevuto il serto del martirio dai meglio cacciafrottole de noartri. Fine del teatrino.

Pitruzzella goes to Hollywood: Un giorno di fama mondiale l’ha avuto anche il Garante dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, sparato da Palermo alla redazione del Financial Times a pontificare sulla creazione di una Super Agenzia Europea (una specie di orgasmo dell’eurocrate) che dovrebbe “riconoscere le bufale, rimuoverle e fare multe, se necessario”. La lotta alla bufala, sostiene Pitruzzella, non può essere lasciata a Facebook perché (lo ha detto veramente!) “il controllo delle informazioni non è compito per entità private. E’ storicamente compito dei poteri pubblici” (ad esempio, in Italia, del Minculpop). Purtroppo per Pitruzzella il suo sogno orwelliano, sempre che sia realizzabile, avrebbe bisogno di una costruzione legale ed organizzativa ad oggi del tutto assente. Del resto il fondo scritto ieri dallo stesso Pitruzzella per il Corriere della Sera (un estratto qui) denuncia chiaramente che il Nostro non ha la più pallida idea di ciò di cui sta parlando (basti dire che viene evocata come esempio attinente la tragica vicenda di Tiziana Cantone) e declassa la sua intervista da macchinazione totalitaria a eccessivo consumo di Nero d’Avola al pranzo di Santo Stefano.

Fake & Krauten: si è parlato molto, negli ultimi giorni, anche del progetto del Governo Tedesco di mettere assieme una unità di contrasto alle false notizie prima delle prossime elezioni (e pazienza se il vero problema del governo tedesco non sono le notizie false, ma quelle vere, come il Rapporto sulla Povertà recentemente censurato).

E’ grande, ha le orecchie a punta , parla tanto e sgrammaticato, ma non è un Troll Russo.

Si tratterebbe, in ogni caso, di iniziative non coercitive, completamente ignorate dall’opinione pubblica, come il mitico account Twitter @EUvsDisinfo, un ridicolo ricettacolo di video demenziali su come scoprire i troll russi (sono grandi e verdi, hanno le orecchie a punta, scrivono tanto ma sbagliano i congiuntivi) e di articoli “obiettivi” scritti da think tank collaterali alla NATO. Il classico tipo di spesa pubblica per una propaganda ottusa con l’unico prevedibile effetto di fare infuriare i contribuenti.

In conclusione: per ora, calma e gesso. Non sta succedendo nulla. Eppure la Crociata contro le Bufale è inquietante. Per due motivi. Uno riguarda l’occidente nel suo complesso, l’altro l’Unione Europea.

Ennesimo sintomo della crisi dell’occidente.

Prima di tutto questa ennesima allucinazione mediatica è il segno definitivo dello scollamento in atto fra le elite e le masse in tutto l’occidente. Il processo è ormai chiaro e probabilmente irreversibile.

Vivete su Marte o a Strasburgo? Ecco il riassunto. Dopo la fine della guerra fredda, dopo la cosiddetta “fine della storia” marcata dal trionfo del liberismo, politica ed informazione hanno marciato al passo scandito dall’economia.  In un primo momento le masse si sono accodate, perché ingannate sulla natura del processo in atto e sedotte dal fogno del desiderio infinito di consumo.

In quegli anni l’informazione, con la collaborazione di uno stuolo di “tecnici” a gettone, si è giocata tutta la sua credibilità spacciando menzogne sulle provette di Colin Powell, sulle armi di distruzione di massa di Saddam, sulle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Europea, sulla efficienza dello stato minimo e sulle meraviglie dell’immigrazione incontrollata. Nel frattempo la politica si è suicidata rinunciando a progettare il futuro e consegnandosi a piazzisti ed esperti di marketing che hanno gareggiato nel consegnare ai privati tutte le leve di comando della società. Ma poi, con il passare del tempo, si sono riscossi i dividendi del liberalismo: guerra, disuguaglianza, rapina, povertà, caos. Gli yesman nelle istituzioni hanno fatto sempre più fatica a imbellettare il maiale, e i media a spacciarlo per una bambola da sogno. Alla fine, nel 2016, dopo 25 anni esatti di trattamento all’olio di ricino, la corda si è spezzata: le masse si sono rese conto che i rappresentanti hanno tradito il mandato e l’informazione le ha ingannate ed hanno disertato.  Brexit, Trump, referendum italiano. Un solo, assordante, messaggio: non vi voteremo mai più! 

La rappresentazione visiva della fine della stampa occidentale.

In teoria questi tre sonori, inequivocabili ceffoni avrebbero potuto produrre un ripensamento. Certo, le elite avrebbero dovuto riconoscere la responsabilità della catastrofe, cambiare rotta, fare autocritica, ma cavalcando le sacrosante richieste dei popoli si sarebbero potute salvare: in fondo gli specialisti sopravvivono ad ogni rivoluzione. Era una strada percorribile? Io credo lo fosse. Comunque ormai è chiaro che non si andrà in questa direzione.

Ciò che invece è successo e a cui stiamo assistendo è un avvitamento, un arroccamento, una chiusura suicida. La politica ha concluso che se gli elettori non votavano le riforme il problema è che le riforme non erano abbastanza numerose e traumatiche. Hanno deciso che la soluzione è più riforme. Le teste d’uovo della informazione tradizionale, da parte loro, hanno pensato che se la gente non legge più un giornale nemmeno ad infilarglielo sotto la porta di nascosto, nottetempo, non è colpa del fatto che la carta stampata è piena di frottole, ma che le frottole non sono abbastanza numerose, o abbastanza fantasiose: “Putin non solo non li spaventa più, ma li entusiasma?” paiono aver pensato. “Potremmo inventare gli hacker, o i bufalari. O magari gli hacker bufalari di Putin! E quando arriveranno a commentare i nostri pezzi sommergendoli sotto tonnellate di pernacchie e di insulti potremmo invocare l’intervento delle autorità. Chiamare la forza. Si, può funzionare!”. Questo devono aver pensato. Pare di vederli.

Siamo dunque arrivati al momento in cui le masse subalterne, che vivono nel mondo reale, sono divenute insensibili non solo alle blandizie ed alle promesse, ma anche alle minacce, mentre le elite urbane e globalizzate, vittime della propria stessa propaganda, considerano i popoli governati estranei o addirittura nemici. Questa spaccatura, comunque la si guardi, è pericolosa. Gli assediati sembrano avere solo due opzioni: la resa o la repressione violenta. Molto dipenderà dal contesto intellettuale, istituzionale e politico, in cui agiscono.

Perché l’Unione Europea è un grosso problema.

E veniamo così all’Unione Europea. A prima vista sembrerebbe una istituzione abbastanza democratica o, se non proprio democratica (la Commissione Europea è espressione della volontà popolare più o meno come i funzionari imperali al tempo di Teodosio), almeno abbastanza inoffensiva da garantire un esito soddisfacente della crisi. “E’ vero, facciamo tanti disastri” sembrano dirci gli Eurocrati “Ma non siamo cattivi. Siamo tanto buffi, carini e coccolosi. Portateci a casa con voi. Vedrete: vi faremo compagnia.”. E’ davvero così? Purtroppo no.

Direttamente dall’aldilà: Karl Popper assiste alle conseguenze pratiche delle proprie riflessioni

Per quanto apparentemente troppo stupida per essere pericolosa, l’Unione Europea rappresenta sempre nel fatti una macelleria sociale, e nei principi il risultato di una elaborazione ideologica tutt’altro che rassicurante.  L’architrave che regge questo circo Barnum è infatti quel liberalismo da “società aperta” teorizzato da Karl Popper, un pensatore che considera il concetto di verità intrinsecamente totalitario. Secondo la visione del filosofo austriaco una società politica deve accettare che la verità non faccia parte del discorso pubblico, poiché la verità è un concetto autoritario e la sua scoperta impone il silenzio e la cessazione della ricerca.

Nel giardino delle delizie di Popper il campo della verità è occupato dalle opinioni, dai punti di vista parziali, che competono nel mercato dell’epistemologia così come i capitali fanno in quello dell’economia. Effetto collaterale: la soppressione della verità porta ovviamente alla guerra al totalitarismo, una categoria in cui viene ricondotto qualsiasi sistema politico affermi una verità, a prescindere dal merito e dal contenuto della verità affermata. Chi vuole costruire un mondo diverso non è amico né di Popper né dei suoi epigoni odierni.

La lotta al totalitarismo produce, traslata nella prassi dei documenti ufficiali dell’Unione Europea, sia quella che Costanzo Preve chiamò “religione olocaustica intesa all’asservimento simbolico dell’Europa, chiamata ad espiare per sempre”: Auschwitz come simbolo supremo del rifiuto della comunità nazionale (a vantaggio del progetto atlantico, mentre Hiroshima e Dresda sono ovviamente spiacevoli e sfortunati inciampi), sia la rinuncia programmatica alla libertà di immaginare un mondo “altro”. Estraneità che trova la sua concretizzazione ideale e geografica nell’oriente. Nella Russia, già comunista, identitaria, comunitaria, irriducibilmente idealista, o nella Cina, grande antagonista geopolitico, capitalista ma statuale.

Ecco come il superamento della nazione produce l’asservimento ad ovest e la guerra ad est. L’Unione che “assicura 70 anni di Pace” (agisce retroattivamente, esistendo da poco più di venti, e per questo è pronto al tavolo un Nobel su ordinazione servito con puntialità dai camerieri di Stoccolma) nasce in realtà per la guerra continentale contro Cina e Russia, nemici naturali dell’Oceania di Orwell. Dall’intima dinamica della lotta al cosiddetto totalitarismo sorge quindi un progetto permeato di strisciante autoritarismo. Lo stesso Popper (che George Soros considera con qualche ragione suo maestro) ha fornito una “clausola di salvaguardia” che consente alla più edenica delle creazioni politiche questa evoluzione: il paradosso della tolleranza. Leggiamo:

A dire la verità l’Oceania di 1984 si fermava al canale della Manica. Un raro caso di distopia ottimista

“La tolleranza illimitata” scrive Popper in La società aperta e i suoi nemici “porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza.”

E’ su queste basi ideali che, nei primi anni con fare insinuante e approccio molliccio, e più recentemente, mano a mano il cambio di pelle progredisce, con sempre maggiore assertività, l’Unione Europea ed i suoi paesi membri affermano verità incontrovertibili (lotta al “negazionismo totalitario”) sottraendole all’analisi degli storici, bandiscono i partiti comunisti e socialisti, limitano l’espressione delle opinioni (il contrasto del temibile hate speech), presidiando queste iniziative con i  codici penali. Sempre il codice penale e la repressione sono destinati a contrastare il “terrorismo”, una fattispecie di reato abbastanza generica ed estesa a condotte talmente anticipatorie da prestarsi, in potenza, quale opportuno strumento per la repressione di ogni forma di dissenso. Nemmeno i morti e i ricordi sfuggono all'”Amore” dei veri democratici: in tutta l’Europa orientale vengono dissacrati i monumenti all’Armata Rossa, rinominate strade, rimossi monumenti, riscritti i libri di storia, mentre si celebra la “giornata europea dei giusti” vittime di Nazismo e Comunismo (che ovviamente pari sono). E’ una tendenza chiara ed inquietante, che approda necessariamente alla affermazione di un “eccezionalismo” europeo (“Europa potenza indispensabile” cit. Federica Mogherini), fratello minore di quello di oltre Atlantico.

Incredibile abbiano fallito. Parevano così rassicuranti.

Queste sono le coordinate ideologiche in cui si muove una dirigenza ormai totalmente screditata ed incapace di immaginare le opportune correzioni di rotta. Un contesto in cui anche tentativi velleitari e puerili e idee strampalate come la “Crociata contro le Bufale” i “Ministeri della Verità e dell’Amore” miranti, in ultima analisi, alla repressione violenta dal dissenso, potrebbero sembrare a qualcuno disperato, quando la crisi si aggraverà, una via di uscita praticabile.

Dopo la fine dell’Unione Europea

Tutti questi strumenti repressivi, tutta questa ideologia avvelenata, sarà poi pronta per chi verrà dopo la catastrofe europea. Visto che i “tecnici”, i “saggi”, gli “esperti”, in una parola gli “specialisti” quelli che, in ultima analisi, fanno funzionare la macchina della società, si sono chiusi in una torre d’avorio e hanno rifiutato di porre mano alla riparazione dei danni da loro stessi provocati, è fatale che le elite che verranno dopo il crollo di quella torre saranno (le avvisaglie già si vedono) tecnicamente sprovvedute e politicamente imprevedibili. Costoro si troveranno fra le mani questi strumenti di repressione già pronti, ed il rischio di un loro utilizzo largo ed indiscriminato a questo punto sarà grave.

Un motivo in più per opporsi all’imbarbarimento senza fine del nostro sistema politico e comunicativo. “Possa tu vivere in tempi interessanti” mai la maledizione cinese è sembrata più puntuale e più sinistra.

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Articolo di Marco Bordoni per sakeritalia.it

 

 

Pillole di Putinfobia — Bye Bye Uncle Sam

Anteprima dell’incontro-dibattito svoltosi a Bologna, il 19 novembre 2016, in occasione della pubblicazione del libro “Russofobia. Mille anni di diffidenza” dello storico svizzero Guy Mettan, presso Sandro Teti editore. Con gli interventi di Maurizio Carta, giornalista, curatore e co-autore di “Attacco all’Ucraina” (Sandro Teti editore), Marco Bordoni, redazione sakeritalia.it e Paolo Borgognone, storico, autore di […]

via Pillole di Putinfobia — Bye Bye Uncle Sam

Saker Italia: Appello per il NO

Saker Italia: Appello per il NO

Ma davvero ci credete?
Davvero credete che ai Russi interessi qualcosa il nostro referendum istituzionale?
Davvero credete che al centro della ragnatela mondiale dei “populisti”, Vladimir Putin, l’ Emmanuel Goldstein, la sentina di ogni male, tessa trame sul web per far perdere … bastaunsi?
E cos’ altro? Studia di impadronirsi del consiglio comunale di Piediluco? Complotta le dimissioni dell’ amministratore del condominio di Vicolo Stretto?
Davvero arrivate a concepire che la visita di due deputati grillini a Mosca possa essere un pericolo per la nostra democrazia (lo ha detto La Stampa in una sequenza di articoli che contenevano più mostri immaginari dell’intera saga di Harry Potter e che trovate qui)?
Davvero il governo italiano ha ritenuto di manifestare il proprio ”disappunto” alla Russia (panico al Cremlino!) perché i deputati dei rispettivi parlamenti di vedono per un the?

Ovviamente no.
Non ci credono nemmeno loro. Questi cronisti lo sanno benissimo che è tutto finzione, gioco di luci, suggestione, ipnosi, prestidigitazione. Loro sono la valletta del mago: lo sanno che i coltelli sono di gomma.
Perché allora le sparano tanto grosse? Devono farlo, perché hanno due grossi problemi.
Il primo è fare sparire questo elefante qui:

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Eccolo: il nostro Primo Ministro che va a piluccare le ali di pollo della Casa Bianca mentre l’ Imperatore si compiace di ordinare ai sudditi di Enotria di votare come vuole il viceré (glielo aveva già detto Sua Eccellenza l’ Ambasciatore qui e Frau Merkel qui, oltre, ovviamente, ai simpatici ragazzi di Morgan Stanley e ad Angeli, Arcangeli, Troni e Dominazioni al gran completo dell’ Eurocrazia, ma gli italiani, si sa, sono capatosta e repetita iuvant).

Di conseguenza capite l’opportunità di tenere ben fissi gli occhi della gente sulle “interferenze” della formica russa in cantina (la mortale minaccia di Putin che semina “bufale” su Facebook!) mentre il pachiderma atlantico si accomoda in soggiorno e ci butta all’ aria il servizio buono.

Il secondo problema è che la grande maggioranza degli Europei, dopo 25 anni di riforme liberali, di smantellamento dello stato sociale, di svendita del patrimonio pubblico, di impoverimento della vita democratica, non ci casca più,  non si accontenta delle perline colorate, ed  è ormai fuori controllo. Totalmente.

E’ sempre la solita storia (vedi alla voce Eltsin): i popoli si fanno abbindolare dal liberismo, dalla deregulation, dallo smantellamento della politica, bevendosi la favola secondo cui a pagare le “riforme” saranno solo gli altri mentre a noi spetterà solo goderci i frutti della “maggiore efficienza”. E’ sfruttando queste logiche che le tonnare dello o,1% riescono ad organizzare la mattanza, che il cancro della povertà si insidia alla basa della piramide sociale e inizia a corroderla, salendo dal basso e divorando prima gli emarginati, poi i lavoratori, e infine gli stessi ceti che avevano applaudito il cambiamento. Siamo arrivati qui. E a questo punto i trucchi stanno a zero. Quello che è in gioco è il benessere della classe media, dalla pancia della società, dei “colti” degli “istruiti”. Sono loro a pagare, oggi: non si scherza più.

E’ inutile, completamente, assolutamente, inutile, perdere ore a spiegare alchimie istituzionali nel tentativo di dimostrare il (discutibile) assunto secondo cui il si al referendum del 4 novembre porterebbe uno stato più efficiente.  Efficiente per far cosa? Per far piovere sulle nostre teste senza scomodi intralci democratici i diktat della Trojka prossima ventura? Per consentire la continuazione del sacco delle ricchezze pubbliche ad opera dei mammasantissima di Davos? Per consolidare alla nostra guida una classe dirigente che ci disprezza e ci governa con piglio proconsolare attraverso un sistema elettorale truccato?  Per trascinarci nell’ ennesima guerra imperiale in obbedienza agli “obblighi internazionali” (art. 55 Cost. riformulato) trovandoci grigliati dalle bombe prima aver avuto il tempo di chiedere spiegazioni?

Lo sanno tutti che la finalità è questa, che di questo si tratta. Le lusinghe non servono più. E la cosa peggiore per chi fabbrica le lanterne colorate della informazione mainstream è che anche le minacce e le storie di streghe ormai fanno cilecca (vedi la Brexit e le presidenziali USA). L’unica arma rimasta in mano allo 0,1% è la paura dell’ ignoto e dell’incognito. Cosa ci succederà dopo?  Che ne sarà di noi, dei nostri cari, dopo che avremo compiuto l’ultimo passo nel “precipizio populista”, che avremo avuto il coraggio di dire NO a chi ci vuole togliere anche il poco che resta per rendere definitiva la nostra servitù?

E’ il momento culminante di ogni trasformazione. Quello in cui il passato ormai è inaccettabile, ma il futuro ancora ci spaventa. Ma è solo un attimo. Sappiamo che le poche certezze che ci restano sono finte come la minaccia russa, finte come l’ economia inglese in pezzi post Brexit o come il mondo in rovina post Trump, che i mostri là fuori sono fantasie dipinte sui muri. E che il processo senza fine di riforme, la nostra casetta a cui da 25 anni siamo legati, è fondato su un macigno che, come quelli del coyote nei cartoni animati, sta precipitando nell’ abisso, trascinandoci giù senza che nemmeno ce ne accorgiamo, mentre aspettiamo che torni la crescita miracolosa che è sempre dietro la riforma che non abbiamo ancora approvato.

Nel 1867 la Baviera “fece le riforme”, tagliò i costi della sua politica, per farsi fagocitare nel secondo Reich e lanciarsi con il resto della Germania nell’ avventura militare, l’ “inutile strage”. Dieci anni prima, nel 1857, gli Inglesi semplificarono la struttura istituzionale dell’ India, e la riforma funzionò egregiamente: li mise in condizione di dominare il paese ancora per un secolo, e impegnando la metà degli uomini che servivano prima. Prima di decidere se la briglia è utile è bene verificare di essere il cavaliere e non il cavallo.

Il 4 dicembre Saker Italia invita i suoi lettori a dire NO. Peggio di così non potrà andare. Tutto quello che oggi la Russia può fare per noi è darci l’esempio, insegnarci che anche noi Italiani, come i Russi “abbiamo ali che ci impediscono di strisciare” (Maria Zakharova). Spicchiamo il volo.

Incontro del 19 Novembre – Scuse

Cari Lettori di Volti del Donbass, non ho davvero parole per scusarmi della mia imperdonabile svista: ho caricato sul sito il volantino della manifestazione del 19 novembre senza tener conto del fatto che nel frattempo era stato deciso uno spostamento della sede da Vicolo Bolognetti a Via Castiglione.

Spero che la svista non abbia ingannato altri oltre a me stesso (in effetti mi sono presentato nel posto sbagliato, salvo poi recuperare affannosamente la giusta destinazione, grazie alle sollecite e premurose indicazioni degli organizzatori). Nel caso ciò sia successo prego gli amici vittime della mia sbadataggine di scusarmi e di voler seguire l’ incontro su youtube quando (molto presto) sarà disponibile la versione filmata.

Nata in Francia sotto Luigi XV, la russofobia è stata utilizzata da Napoleone per giustificare un’animosità verso la Russia, che era un ostacolo alla politica espansionistica francese.

In Inghilterra, la russofobia apparve intorno al 1815, allorché, alleato con la Russia, il Regno Unito sconfisse Napoleone. Una volta che il nemico comune fu sconfitto, l’Inghilterra invertì la rotta e fece della Russia il suo nemico, alimentando la russofobia. Dal 1820, Londra utilizzò un’ideologia anti-russa per mascherare le sue politiche espansionistiche, sia nel Mediterraneo sia in altre regioni – Egitto, India e Cina.

Il terzo tipo di russofobia è americano, ed è iniziato nel 1945. Non appena gli Stati Uniti hanno sconfitto la Germania attraverso iniziative comuni con l’URSS, a costo di milioni di vite sovietiche, hanno disseminato la stessa narrazione creata dopo la vittoria su Napoleone nel 1815. Essi hanno invertito la rotta e l’alleato del giorno prima è diventato il loro principale nemico. Così è iniziata la Guerra Fredda.

Gli Americani hanno usato gli stessi argomenti degli Inglesi nel 1815, sostenendo che essi “combattevano contro il comunismo, la tirannia, l’espansionismo”, e i loro argomenti erano ben poco diversi, fatta eccezione per la cosiddetta lotta contro il comunismo. Questa si è rivelata un trucco, perché al crollo dell’Unione Sovietica il confronto tra l’Occidente e la Russia non è terminato.

Ne parleremo a Bologna il 19 novembre…

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