QUELLO CHE LA RUSSIA AVREBBE POTUTO FARE

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Un reparto delle Forze Armate della Federazione Russa

  QUELLO CHE LA RUSSIA AVREBBE POTUTO FARE

(e quello che farà dopo le sanzioni)

Ilio Barontini

La Russia ha “annesso” la Crimea, la Russia ha lasciato affluire volontari ed aiuti nel Donbass, la Russia ha bombardato reparti dell’esercito Ucraino, la Russia ha avvicinato reparti alla frontiera. La nostra stampa e i nostri politici sono molto bravi a notare e a condannare quello che la Russia ha fatto (vero o presunto che sia). Lo sono molto meno a notare quello che avrebbe potuto fare (e non ha fatto): su questo argomento l’indifferenza e l’amnesia sono sorprendenti.

Cerchiamo di colmare noi questa lacuna, e riavvolgiamo velocemente il nastro della crisi per verificare quante sono le occasioni che Mosca ha volutamente tralasciato per sciogliere a proprio favore, con un atto di forza, il nodo ucraino.

Fra marzo e aprile le condizioni per un intervento militare diretto di Mosca sembravano ideali: i reparti ucraini in Crimea si erano dissolti senza sparare un colpo, e tutto lasciava pensare che, di fronte ad un intervento russo nel continente, sollecitato dal legittimo Presidente Ucraino (e quindi a sua volta lecito secondo il diritto internazionale) e dalle estese manifestazioni organizzate dai russofoni nel sud est, anche le forze ucraine dislocate ai confini con la Russia si sarebbero sbandate senza opporre una reale resistenza, trascinando con sé in questo 8 settembre alla panna acida il governo golpista. La Russia non solo non intervenne, ma tentò di tracciare, con gli accordi di Ginevra, una via d’uscita negoziale alle tensioni interne al paese.

La seconda occasione si presentò a maggio, quando fu evidente a tutti che il referendum nel Donbass aveva ricevuto una massiccia adesione da parte delle popolazione, adesione tanto più sorprendente e significativa in quanto oramai la gran parte del territorio della regione si trovava in stato di guerra e le operazioni militari erano in pieno svolgimento. Un riconoscimento delle Repubbliche Autoproclamate le avrebbe poste di fatto sotto la protezione Russa legittimando un intervento sulla falsariga del precedente ossetino del 2008 (e della guerra in Kosovo) a difesa della popolazione del Donbass. La Russia non solo non colse questa opportinità, ma dichiarò di volere attendere l’esito delle elezioni presidenziali ucraine del 25 maggio, sperando che l’avvicendamento al vertice del paese favorisse una composizione amichevole del conflitto.

Infine, dopo che Poroshenko ebbe esplicitato in maniera inequivocabile l’intenzione di proseguire la guerra criminale della giunta, e dopo che il suo “piano di pace” si svelò per ciò che era, ovvero uno stratagemma per guadagnare tempo mentre schierava i reparti governativi in vista dell’assalto finale, la Russia avrebbe potuto sciogliere gli indugi ed accorrere in aiuto delle Milizie del Donbass. Giustificare un intervento sarebbe stato facile anche in quella circostanza: sotto i colpi dell’offensiva governativa il numero delle vittime innocenti passava velocemente da due a tre a quattro cifre, mentre le milizie erano costrette a vistosi ripiegamenti, tanto che la sopravvivenza stessa della ribellione era (come peraltro è a tutt’oggi) revocata in dubbio. Senza parlare della ventina di episodi (uno dei quali conclusosi tragicamente con un morto e numerosi feriti gravi) di bombardamento diretto del territorio russo da parte dell’esercito ucraino.

Di fronte ad una tale escalation governativa la Russia non solo non intervenne, ma insistette sempre nel cercare una linea comune con le altre cancellerie europee, linea che veniva infine trovata nella richiesta di un cessate il fuoco bilaterale incondizionato. Per supportare questa richiesta ed alimentare il processo di distensione il Presidente Putin prima ordinò alle truppe schierate presso il confine di rientrare nei propri quartieri di permanenza abituali, poi rinunciò al diritto, già concesso dagli organi di garanzia federali, di intervenire militarmente in territorio ucraino. Purtroppo la linea del “quartetto” (cessate il fuoco incondizionato) è stata la 299ma vittima dello schianto del volo MH17.

E’ importante sottolineare che questo intervento armato non solo sarebbe stato tecnicamente possibile sul piano militare (dal momento che le forze armate russe possidono una consistenza, un equipaggiamento ed una preparazione incommensurabili con quelle ucraine) ma avrebbero anche svelato (come già fu in Georgia) il bluff del della “finta protezione” della NATO: la nostra alleanza militare, infatti, non avrebbe potuto, nemmeno volendo, fare nulla in caso di intervento della Russia nel Donbass.

Anzi, per meglio dire, avrebbe potuto fare una sola cosa: imporre sanzioni. Che è esattamente quello che ha fatto nonostante l’inattività russa. Ma su questo tema, il tema delle sanzioni, torneremo in chiusura.

La decisione di Putin di cercare testardamente una soluzione diplomatica non è stata a costo zero. Anzi. I costi politici sono stati molto, molto considerevoli. Del resto nessun governo del mondo, nemmeno quello di un paese poco deciso nella difesa degli interessi nazionali come l’italia (per non parlare di altri stati occidentali come USA, Regno Unito o Francia…) potrebbe sostenersi con tranquillità restando inattivo mentre a pochi chilometri dalle proprie frontiere otto milioni di propri connazionali vengono vessati, perseguitati, bombardati ed uccisi da una dittatura fascistoide come quella di Kiev. Figurarsi il governo di una nazione giustamente fiera ed orgogliosa come Russia.

Putin ha dunque pagato un alto prezzo in popolarità interna per questa inattività. Un prezzo che avrebbe potuto essere insostenibile se il popolo russo non avesse dimostrato una eccezionale maturità politica, comprendendo e sostenendo, nella sua grande maggioranza, la linea scelta al Presidente. Questa maturità politica, comunque, non ha potuto impedire il diffondersi di un senso di angoscia e di impotenza fra la popolazione ed un generale sentimento di vergogna per il “tradimento” del Donbass, sentimento chiaramente percepibile nelle discussioni, sia negli argomenti di quelli che appoggiano la linea presidenziale, sia in quelli dei pochi che la contestano. Gli abitanti del Donbass compaiono sulle televisioni russe e, fra le macerie delle loro case distrutte, con i cadaveri dei figli fra le braccia, urlano: ci avete fatto vedere la Crimea, ci avete detto che eravamo la Nuovarussia, ci avete detto che eravamo vostri fratelli. Noi ci abbiamo creduto, siamo andati tutti a votare al referendum. Ora il nostro governo ci uccide. Noi siamo russi proprio come voi! Come avete potuto farci questo?

Nelle anime di chi ascolta si spalanca un baratro di angoscia, impotenza e vergogna che non si coagula, per ora, in sfiducia e contestazione delle autorità, e tuttavia rappresenta un pericoloso veleno per il corpo politico e morale del paese. Putin ha permesso consapevolmente che questo veleno venisse somministrato, ha accettato questo quotidiano martirio, e ciò per un motivo molto semplice: la Russia vuole la pace.

Ebbene si: a dispetto di tutte le denigrazioni, in questi mesi la Russia ha veramente dimostrato nei fatti di non essere più l’Unione Sovietica, di essere un paese che davvero, per usare una espressione un tempo famigliare agli italiani, “ripudia la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali”.

Certo, la Russia ha fornito un sostegno alla ribellione. Quale sia esattamente la natura di questo sostegno è difficile capire. Si sta infatti svolgendo una battaglia mediatica molto complessa, perchè, mentre il governo di Kiev ha interesse a pubblicizzare al massimo la notizia di ogni singola fionda che passa il confine, quello russo non ha semplicemente l’interesse opposto: deve negare a livello ufficiale, e nello stesso tempo deve consentire che queste notizie trapelino e raggiungano la propria opinione pubblica per rassicurarla. Quindi ogni indiscrezione sul sostegno della Russia sconta una propaganda in accrescimento sia, come ovvio, da parte ucraina, sia (e questo è meno ovvio) da parte russa. Questa propaganda non è bilanciata dalla posizione della resistenza, l’unica che ha interesse a sminuire in tutti i sensi il sostegno russo, perché la voce della resistenza non trova riscontro in alcun organo di informazione.

Probabilmente la verità è che il sostengo russo è stato, data la situazione, abbastanza modesto: armi di seconda mano della riserva, istruttori ed esperti di nation building, qualche centinaio di volontari. Nulla che la NATO non abbia fatto per la riballione di paesi come la Siria o la Libia. Molto, molto meno di quanto abbia fatto in Iraq, Afganistan, Jugoslavia, Mali (tanto per citare solo alcuni casi). E nel caso della Russia stiamo parlando, ricordiamolo, non di popoli lontani dai nomi esotici, ma di connazionali che vivono appena oltre il confine.

Quindi, a conti fatti, parlare in termini denigratori di ciò che la Russia ha fatto è una enorme distorsione della realtà. Perché la vera notizia non è ciò che ha fatto, ma ciò che avrebbe potuto fare. E ha deciso (per ora) di non fare. La Russia avrebbe potuto schiacciare gli steminatori in pochi giorni, in poche ore. E non lo ha fatto. Questa è la notizia da prima pagina.

Perchè ha creduto nella pace. Perché ha creduto in noi.

E cosa ha prodotto questa politica? Quali risultati ha ottenuto? Vediamoli.

In questi mesi la Russia ha raccolto censure, ammonimenti, rimproveri provenienti da emerite nullità come il nostro Ministro degli Esteri. Ha raccolto in grande abbondanza insulti al suo Presidente da parte dei nostri politici e dei nostri media. E poi, alla fine, sanzioni.

Le sanzioni sono, per così dire, il vero “premio” che l’occidente ha assegnato alla Russia per la sua remissività, per la sua ostinazione a volere dialogare e a volere individuare una soluzione pacifica del conflitto. 

Forse a qualcuno sarà sfuggito. Ma il commento del Presidente Putin alla notizia delle sanzioni è stato (si veda il discorso di alcuni giorni fa al Consiglio di Sicurezza della Federazione): “presentano alla Russia un ultimatum: o si permette la distruzione di quella parte di popolazione che è etnicamente, culturalmente e storicamente vicino alla Russia, o si introducono sanzioni contro la Russia. Questa è una logica strana, e assolutamente inaccettabile, ovviamente.”

Assolutamente inaccettabile. 

Assolutamente inaccettabile è il nostro contegno, il contegno dei nostri governi in tutta questa vicenda. Assolutamente inaccettabile ed irresponsabile. Perchè se l’unica “punizione” che la NATO può infliggere, come abbiamo visto, ad una Russia che gioca la carta militare sono le sanzioni, ed il “premio” riservato, invece, alla Russia dialogante, che “non fa quello che potrebbe” sono le sanzioni, qual è il vantaggio del dialogo, per la Russia? 

Gettare nel panico e nell’angocia i propri cittadini? Abbandonare gli alleati ai propri carnefici compromettendo la propria credibilità internazionale? Consentire che la NATO si accampi a Kharkov senza trarne alcuna contropartita?

Quanto ci metteranno i russi a trarre le logiche conseguenze del nostro comportamento? Quanto ci metteranno a capire che un interlocutore che demonizza a prescindere dalla tua condotta, che assale a prescindere dalla tua condotta, capisce solo il linguaggio della forza? A mio avviso molto poco. La Russia di oggi non è l’Unione Sovietica. Non è un paese aggressivo. Siamo noi che la stiamo rendendo tale. 

Quando la Russia è adotterà misure senza ritorno percorrendo la strada della forza, ricordiamolo. Avrà imboccato l’unica strada che le abbiamo lasciato.

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Un pensiero su “QUELLO CHE LA RUSSIA AVREBBE POTUTO FARE

  1. La Clinton ha dichiarato in una conferenzastampa che l’ USA doveva fare la guerra allaSiria non per questioni umanitarie ma per imporre al mondo la propria supremazia.Per nostra fortuna c’è Putin.

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