IL CONVOGLIO UMANITARIO E LA NASCITA DEL SOFT POWER RUSSO

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– Ilio Barontini-
Nei giorni scorsi il convoglio umanitario russo ha scaricato il proprio prezioso carico a Lugansk, dove è giunto incolume per poi fare ritorno in patria, sempre senza incidenti.. In città rimangono ancora centinaia di migliaia di abitanti: per queste persone ricevere gli aiuti (specialmente l’acqua potabile) era letteralmente una questione di vita o di morte. Quindi la loro consegna è veramente una grandiosa notizia, la migliore senza dubbio da tanto tempo. E potremmo fermarci qui.
Se non che la storia di questo convoglio ci dice anche altro, e sarebbe un errore ignorare i tanti messaggi che ci lancia. Come avevamo scritto qualche giorno fa, infatti, mano a mano che questa iniziativa di Mosca si è sviluppata, è diventato sempre più evidente che eravamo di fronte a qualcosa di più di una semplice (meritoria) inziativa umanitaria. Il treno di camion bianchi diretti nel Donbass, infatti, si è dimostrato un’arma potente e versatile, che ha colpito la giunta di Kiev (e i suoi sponsor) sotto diversi profili: politico, diplomatico, propagandistico.


Per capire il motivo occorre partire da una premessa: Mosca sta sostenendo lo sforzo militare di un esercito (la Milizia del Donbass) che conta ormai 15.000 – 20.000 uomini; un esercito impegnato da mesi in una compagna sanguinosa e senza tregua, che ha bisogno di enormi quantitativi di equipaggiamento. Questo significa che, senza pubblicità e senza clamore, il voentorg (traffico di guerra) fa transitare rifornimenti ben maggiori di quelli giunti a Lugansk con il convoglio. Questi rifornimenti sono di vario genere: ci sono le donazioni dei privati, del partito comunista russo, della chiesa ortodossa e di qualche magnate, ma la rivolta sarebbe già finita da un pezzo se tutti questi sforzi non fossero coordinati dallo stato Russo. In definitiva: se la Russia voleva fare arrivare venti camion al giorno per dieci giorni a Lugansk poteva farlo, probabilmente, usando la copertura di una azienda privata, e praticando, senza gravi rischi, le stesse strade che poi ha effettivamente seguito il convoglio. Ma non ha voluto farlo. E per noi, oggi, è importante capirne il motivo.
Trecento camion bianchi che attraversano la pianura martoriata sono una immagine potente, sono il cavallo bianco di San Giorgio che galoppa contro il drago, contro il drago della fame, della morte, della distruzione, lo colpisce e lo disperde (e proprio l’immagine di San Giorgio era raffigurata sulle bandierine rosse che sventolavano sopra i camion). Trecento camion bianchi hanno un impatto mediatico potente: colpiscono il lato emotivo dello spettatore, che è il bersagio principe con il quale i media formano l’opinione pubblica moderna.
Un catalizzatore mediatico del genere risucchia ogni attenzione. Mettando in campo un’arma così la Russia sapeva che sul piano militare, per una settimana, poteva fare qualsiasi cosa, o quasi. Lo ha fatto? Non lo ha fatto? Non lo sappiamo. Stavamo tutti ammirando il meraviglioso cavallo di San Giorgio. Di certo, nel frattempo, l’avanzata dell’esercito governativo per la prima volta ha segnato il passo e addirittura le truppe di Kiev hanno dovuto operare alcuni, modesti, riupiegamenti tattici. Ci sono, in lontananza, le proteste dei governativi che parlano di contingenti russi sul campo, ma, francamente, chi potrebbe credere a gente che si oppone all’arrivo di aiuti umanitari?
Chi, se non un pazzo, potrebbe opporsi ad aiuti umanitari destinati ad una popolazione prostrata da una guerra?
Questo è l’interrogativo di fronte a cui si sono trovati i mezzi di informazione e le diplomazie occidentali. Le contorsioni in cui si sono prodotti per raccontare la storia del convoglio sarebbero esilaranti se non fossero penose. Perchè il convoglio russo li ha costretti a raccontare, se pure per brevi cenni, se pure in premessa, quello che non avevamo mai rivelato agli americani e agli europei: ovvero che nella guerra fatta da kiev e pagata da noi migiaia di persone muoiono, e le città sono ridotte alla fame e alla sete. Perchè non è affatto facile spiegare, dopo questa premessa, per quale motivo un convoglio che allevia le sofferenze di questa gente sarebbe un atto di guerra, una aggressione.Spiegare perchè il governo Ucraino, che si opponeva ad un rifornimento di acqua, cibo e medicinali ai suoi cittadini, aveva ragione. Ecco il dilemma in cui si sono trovati i nostri giornalisti e politici, un dilemma che non hanno saputo risolvere decorosamente.
L’arma propagandistica è diventata poi anche politica nel momento in cui è stato chiaro che la Giunta di Kiev avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedire al convoglio di arrivare a Lugansk. Lugansk era la “grande vittoria” che Poroshenko aveva annunciato da giorni, la medaglietta insanguinata che intendeva appuntarsi al petto alla festa dell’indipendenza del 24 agosto. Non che gli interessasse esibire la conquista di una città abitata, questo no. Anche un deserto di macerie trasformato in un covo di fantasmi andava benissimo. Di qui l’assedio di Lugansk, lasciata senza elettricità, senz’acqua e senza cibo. Da qui il repentino assalto a Novosvetlovka, sulla strada M04 il 12 agosto, appena il convoglio russo si mise in marcia.
Lugansk, nell’ottica di Poroshenko, doveva arrendersi, essere schiacciata, non certo ricevere convogli umanitari. Da qui l’irriducibile opposizione di Kiev e dei suoi sodali (fra cui l’Italia), costretti in una posizione ridicola ed insostenibile: quella di opporsi all’invio di un convoglio umanitario ad una regione vittima di una catastrofe umanitaria. Le hanno provate tutte: prima hanno tentato di tagliare l’ultimo collegamento fra Lugansk e la Russia. Poi hanno cercato di screditare la missione con la ridicola storia del convoglio fantasma. Hanno insinuato che il convoglio avesse una natura militare, idea ridicola per un motivo palese: colossali rifornimenti militari attraversano ogni giorno con altri mezzi, la frontiera. Che bisogno ci sarebbe di infilarli in trecento telonati bianchi? Poi è stata la volta del “massacro fantasma”: gli ucraini (e la stampa occidentale a ruota) hanno annunciato che decine di civili in fuga da Lugansk erano stati uccisi da lanci di grad della resistenza a Novosveltlovka. Putroppo di questo massacro nessuno ha mai esibito una immagine nè offerto un riscontro. Non restava che fare ostruzionismo. Lo hanno fatto, e questo ha consentito a Mosca di fare detonare l’ultima carica della propria arma incruenta: quella diplomatica.
Dopo dieci giorni che i mezzi erano alla forniera, Kiev stava ancora “ispezionando” il cibo e l’acqua diretta ai propri cittadini che morivano di fame e di sete, e questo ha permesso a Mosca di appelarsi (fondamente) alla ragione umanitaria per compiere la prima violazione aperta e rivendicata della sovranità Ucraina.
O meglio: Mosca ha per la prima volta espressamente affermato che la situazione nell’Ucraina sud orientale è tale da consentire una deroga al diritto internazionale, ed ha intrapreso una propria iniziativa, una iniziativa ufficilale, sul territorio di quella che ormai è l’ ex Ucraina. Questa azione contiene una enorme serie di implicazioni non ancora esplorate, perchè di fatto significa che il Governo Russo considera ufficialmente non piena la sovranità del governo di Kiev nel sud est del paese. E’ una novità importante, anche perchè il convoglio è stato scortato da quelle che sono le autorità di fatto della regione, ovvero le Milizie della Repubblica di Lugansk, sin ora non riconosciuta da Mosca, con cui il governo russo ha quindi condotto la prima operazione ufficiale congiunta.
Ovviamente, come abbiamo detto, intensi scambi fra la Russia e la resistenza esistevano anche prima, ma in questa occasione il contatto ha compiuto un salto di qualità, divenendo da informale a formale: qualcosa di estremamente insidioso per la Giunta.
La conclusione di questa vicenda è netta: domenica Poroshenko non parlerà della caduta di Lugansk. Perchè Lugansk non solo non è caduta, ma è stata raggiunta da un convoglio disarmato di rifornimenti che hanno attraversato un territorio che faceva parte dell’Ucraina nonostante l’opposizione del governo di Kiev senza che questo potesse fare nulla per impedirlo. Di più: Mosca e le Repubbliche separatiste per la prima volta collaborano apertamente; mentre tutti guardavano il convoglio l’esercito regolare ha incassato alcuni duri colpi, e, ciliegina sulla torta, di tutta questa vicenda l’opinione pubblica mondiale si è fatta l’idea che, in fin dei conti, Mosca voleva aiutare i cittadini ucraini con l’incomprensibile opposizione del loro stesso governo e dei pasi occidentali.
Un risultato netto decisamente positivo per il Cremlino, ottenuto con uno stratagemma veramente orientale: è stata infatti l’opposizione testarda degli avversari a fare scattare la trappola. In fin dei conti Kiev avrebbe potuto consentire senza troppe formalità il transito degli aiuti sul territorio sotto il suo controllo, limitando grandemente il danno di immagine e politico. È stata proprio la feroce opposizione opposta dal governo ucraino, mal consigliato dagli Stati Uniti, a rendere così efficace una iniziativa di per sé modesta.
Da questa storia possiamo trarre una importante lezione.
Mosca ha aggiornando i prpri arsenali adeguandoli agli standard del XXI secolo.
Non solo quelli militari, che pure non vengono trascurati.
Ma anche, e soprattutto, gli strumenti di pressione incruenti, politici e diplomatici. Nel corso della crisi quelli che Putin chiama “i nostri partner occidentali” sono apparsi spesso in difficoltà, sostanzialmente incapaci di prevedere le mosse del Cremilino. Che dalle nostre parti crediamo ancora fermo ai tempi di Budapest e Praga. È praticamente dagli inizi della crisi che i media e la classe politica occidentali aspettano con disperata impazienza lo spettacolo delle colonne corazzate russe che occupano le città della “libera Ucraina” soffocando nel sangue la “primavera” del popolo. I politici hanno già pronte da febbraio le loro note indignate, i gornalisti i loro pezzi pietosi e di colore, gli analisti le loro perle di saggezza un tanto al chilo sulle origini asiatiche del potere russo, sull’ assolutismo di Putin, sulle vocazioni imperiali, ma tutta questa bella mercanzia del secolo scorso sta marcendo nelle loro dispense.
Per la Russia l’esercito non è più “l’unico alleato” e l’opzione militare non è più l’unico strumento di politica estera.
Nessuno si aspettava di vedere gli enigmatici “signori gentili” mantenere l’ordine mentre gli abitanti della Crimea sceglievano liberamente il loro futuro, nessuno poteva immaginare che Igor Strelkov ed una ventina di veterani della Transnistria molto meno gentili ma altrettanto efficaci potessero organizzare le energie del Donbass mettendovi in scena una epopea risorgimentale con il solo aiuto della bestiale reazione della giunta ucraina, deteminante nell’orientare gli umori della popolazione a favore della Resistenza. E altrettanto inattesa è giunta l’iniziativa del convoglio umanitario, con tutte le spiacevoli (per la Giunta e i suoi padrini) implicazioni di cui abbiamo parlato.
Forse per l’occidente è giunto il tempo di rendersi conto di avere perso il monopolio dell’intervento indiretto mascherato da iniziativa umanitaria. Ormai le varie primavere e rivoluzioni colorate, eventi dal copione ben collaudato, un vero e proprio format riprodotto in ogni regione del mondo, che prevede all’inizio proteste i cui protagonisti rivelano sistematicamente stretti legami con referenti (sempre gli stessi) dell’establishment degli Stati Uniti, proteste poi invariabilemente seguite da un cambio violento di regime o da una guerra civile (con possibile intervento “pacificatore” della NATO), ormai, dicevamo, questo tipo di operazioni ha il proprio omologo asimmetrico alla vodka. Negli anni, osservando e interpretando gli interventi in Serbia, Ucraina, Gorgia, Libia, Siria, Egitto (per non parlare dei più lontani prototipi della procedura, la caduta del Muro, il contro golpe di Eltsin e Tien An Men), pagando sulla propria pelle il prezzo di questa dura scuola, la Russia ha sviluppato una propria versione di questo soft power. In modo simile ha creato una variante domestica delle “democrazie liberali” occidentali (una variante tanto discutibile quanto il prototipo) ed ha imparato ad utilizzare a fini politici l’arma delle risorse prime, come gli Stati Uniti fanno da tempo con il controllo del sistema finanziario internazionale. In una parola: la Russia sta compiendo la proria, orginale, modernizzazione.
E’ comprensibile che all’occidente questo processo possa non piacere. E’ meno comprensibile che possa stupirsene. Nel sistema di relazioni internazionali multipolare verso cui ci dirigiamo non esiste un monopolio che possa dirare a lungo, per cui presto o tardi era da attendersi che uno strumento tanto prezioso sarebbe stato replicato. L’uso dissennato che se ne è fatto negli ultimi anni, inflazionando lo strumento, e mostrandone in maniera più evidente il funzionamento, ha solo accellerato il processo.

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