INTERVISTA AL COMANDANTE “MOST”

I PERSONAGGI

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Il Comandate Alexey Borisovich Mozgovoj (Nome di battaglia “Most”), della Brigata Prizraki (“Fantasmi”) è un’ altra leggenda vivente della Resistenza Novorussa. La Brigata di Most è una sezione dell’Esercito della Repubblica del Popolo di Lugansk. Tuttavia i rapporti con gli altri comandanti, e ancora di più con il personale politico della Novorussia, è sempre stato problematico. Il rapporto con Igor Strelkov, invece, è palesemente profondo ed umano, oltre che di normale commilitanza.  Nato nell’oblast di Lugansk 39 anni fa, Most ha comandato brillantemente il proprio battaglione, che oggi è divenuto una brigata: ha prima coperto il fianco sinistro delle Milizie di Slovyansk, poi difeso Lisichansk e Severodonetsk, infine ha operato da Piervomajsk contro le unità governative che tentavano di isolare Lugansk da Debalchevo e Lutugino. In questa lunga intervista tradotta dal sito Slayangrad, Most affronta una grande quantità di temi interessantissimi: le tattiche militari dei governativi e dei partigiani, l’orizzonte ideologico della rivolta, l’atteggiamento della popolazione civile, l’eroismo delle milizie, l’ipocrisia della Giunta di Kiev. Buona lettura:

Le tattiche dei governativi e quelle dei ribelli

“Se dobbiamo parlare delle operazioni che la mia unità ha condotto, devo esprimere una riserva: la parola” operazioni” è una esagerazione. Al momento, la guerra viene combattuta principalmente in campo comunicativo, è una guerra mediatica, mentre l’attività militare è solo un’appendice. E’ di enorme importanza, per gli Ucraini, distruggere l’ideale per cui combattiamo: le armi sono solo una estensione per distruggere fisicamente le persone che portano queste idee nei loro cuori.”

“Noi eravamo, per struttura ed organizzazione (reclutando minatori, tassisti, contadini nei nostri ranghi) un battaglione. Ora siamo cresciuti di numero e siamo una brigata [La Brigata “Fantasmi” ndt].”

“In realtà, è difficile definire quello che abbiamo intrapreso una “operazione” in tutto e per tutto. E questo nonostante il fatto che noi lavoriamo con le mappe, organizziamo ricognizioni, stabiliamo orari di avvicendamento dell’organico, come tutte le unità militari. Principalmente noi localizziamo la posizione delle unità nemiche, del materiale, e i loro movimenti.”

“Rispetto all’inizio noi abbiamo cambiato la nostra tattica. La maggiore pecca della nostra concezione iniziale era che vedevamo questa guerra come una lotta fisica, mentre le forze governative non solo non vogliono, ma proprio non sono in grado di combattere lealmente. In fondo, perché dovrebbero farlo? Hanno i lanciarazzi. Hanno “Grad” “Uragan” “Smerch”: perché non usarli? E li usano. Poi chiamano la loro operazione “Operazione Anti Terrorismo”. Ma dove, in quale paese, un intero esercito combatte il terrorismo?”

“A mio modo di vedere, una lotta al terrorismo è una cosa mirata, un’operazione speciale. Una volta che hai distrutto i terroristi, hai finito. Ma questa guerra dura da sei mesi, e ogni giorno si fa più dura e sanguinosa.”

“Adesso vi racconto qualche retroscena delle vicende in cui la mia unità è rimasta coinvolta. Inizio con i fallimenti. La difesa di Lisichansk. Per schiacciare la nostra guarnigione, gli Ucraini ci hanno spedito contro undicimila uomini. Abbiamo fallito perchè applicavamo ancora le vecchie tattiche, giocavamo pulito: creavamo un chiaro fronte di combattimento, innalzavamo posti di blocco. Era un errore. Questa guerra, per come l’hanno impostata gli Ukri, è costruita sull’inganno: dai notiziari ai campi di battaglia; e siccome noi ci aspettavamo una contesa leale, abbiamo subito perdite. Io sento il dolore per la perdita dei miei uomini. Lo sento fortissimo. Per me, la perdita anche di pochissimi uomini è una ferita che non guarisce.”

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BESLAN, 1 SETTEMBRE 2004, 1 SETTEMBRE 2014

L’ ATTUALITA’    

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Ricorre oggi il decennale dell’assalto della scuola numero 1 di Beslan, forse l’atto terroristico più feroce ed inumano cui si sia mai assistito. Volti del Donbass intende ricordare in questo giorno gli oltre 1.200 ostaggi e le 334 vittime, fra cui 186 piccoli.

Un filo nero lega quegli eventi alla dolorosa cronaca di cui ci occupiamo ogni giorno.