E SE FOSSE FINITA?

LE ANALISI
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– Ilio Barontini –

Mentre le parti continuano ad accusarsi a vicenda di violare la tregua, mentre effettivamente in alcuni settori (Mariupol, Volchovata, Aereoporto di Donetsk, Gorlovka, Delbalchevo) i combattimenti continuano furiosi, mentre i comandanti di entrambi gli eserciti per mantenere la mobilitazione assicurano ai loro che, secondo “notizie certe”, il nemico si sta preparando una grande offensiva … fra una settimana, un mese, tre mesi… un dubbio, che è anche una speranza, si fa strada fra la popolazione dell’Ucraina e della Novorussia: e se fosse tutto finito?
Si, potrebbe essere tutto finito.
Non il grande confronto fra occidente ed oriente, ovviamente. Quello continuerà di certo, seguendo dinamiche proprie, fra momenti di tensione e di distensione e con altre feroci battaglie, combattute su terreni vicini o lontani: Siria, Baltico, Bielorussia, o forse la stessa Mosca. Ma la guerra in Ucraina, l’epopea del Maidan e la contro epopea della Novorussia, quella potrebbe essere davvero, imprevedibilmente, finita. Finita all’estero, finita contro la volontà dei belligeranti, così come all’estero e contro la volontà dei belligeranti era iniziata.
Vediamo come, fronte per fronte, la guerra potrebbe fermarsi.
Fronte militare: il protocollo e memorandum di Minsk rappresentano una cornice tecnica sufficientemente dettagliata per consentire un progressivo raffreddamento del conflitto, sopratutto quando la supervisione dell’OSCSE sarà pienamente operativa. Dal 5 settembre le parti non compiono operazioni su vasta scala. Il Governo di Kiev avrebbe ordinato ai Battaglioni Volontari di Puntiori di abbandonare il Donbass (che poi obbediscano, è un’altra questione…). Infine: sarebbero in corso a Gorlovka negoziati a livello di stato maggiore di Ucraina, Russia e Novorussia per giungere ad un accordo in vista di una stabilizzazione della tragua.
Fronte energetico: nella giornata di ieri sarebbe stata perfezionata una intesa trilaterale sulla fornitura di gas russo all’Ucraina: in pratica l’Unione Europea ha imposto a Kiev di accettare tutto il pacchetto delle proposte russe di aprile: prezzo a 385 dollari al metro cubo, pagamento anticipato, rimborso di 2 miliardi di arretrati entro la fine di ottobre, e di un altro miliardo e cento milioni entro la fine del 2014, divieto per i paesi dell’Unione di sostenere i consumi ucraini con forniture inverse. Per la Russia già mantenere le stesse condizioni, in un contesto negoziale che la vedeva molto rafforzata, è stata una concessione. Questo accordo è molto significativo, perchè rivela l’intenzione dell’ Unione Europea di non lasciare senza energia il proprio apparato industriale e senza riscaldamento i propri cittadini per amore della giunta di Kiev e quella della Russia di non usare l'”arma finale” energetica contro l’Europa per coprire l’avanzata dei Novorussi su Kiev o su Odessa.
Fronte Politico: nei prossimi mesi ci saranno tre tornate elettorali: il 25 ottobre gli Ucraini eleggeranno i deputati del Consiglio Supremo, il 2 novembre i Novorussi voteranno per le assemblee legislative di Donetsk e Lugansk. Infine il 7 dicembre sarà la volta degi abitanti i territori degli oblast orientali ancora occupati, che dovranno scegliere (si suppone, ma sul punto non vi è alcuna chiarezza) i rappresentanti locali secondo la legge sulle autonomia votata dalla Consiglio Supremo in attuazione del Protocollo di Minsk. Questo processo progressivo servirà a legittimare definitivamente il potere a Kiev e Donetsk. Alle elezioni ucraine vincerà Poroshenko, alla guida di un blocco nazionalista che dovrà fronteggiare una opposizione ancora più nazionalista. A quelle novorusse vincerà probabilmente Zakharchenko, e che avrà un compito simmetrico.

Lo scenario si sta definendo quindi in maniera abbastanza chiara. Le grandi potenze hanno misurato sul campo la loro rispettiva forza, ma non vogliono che il livello del conflitto si elevi sino ad una soglia che potrebbe coinvolgerle in un pericolosissimo scontro diretto. In altre parole: abbiamo fatto la voce grossa, abbiamo fatto combattere i nostri campioni nell’arena, ma adesso è ora di finirla.

C’è una scena molto bella nel western Il Buono, il Brutto e il Cattivo, quando gli eroi giungono su di uno snodo strategico della Guerra di Secessione, in corrispondenza di un ponte: le posizioni di nordisti e sudisti si fronteggiano in quel punto in una folla guerra di trincea, e inutili attacchi e contrattacchi lasciano sul campo centinaia di morti. I protagonisti del film, che proprio li devono passare per proseguire la loro caccia al tesoro, fanno saltare il ponte per cui dopo un ultimo, furibondo, scambio di artiglierie, gli eserciti nemici abbandonano la posizione contesa che ha perso significato e vanno altrove a continuare il massacro, lasciando sul campo macerie e cadaveri a vista d’occhio. Questa potrebbe essere l’Ucraina oggi: il ponte è saltato, nessuno lo può più usare per colpire il nemico: è tempo di contendersi altri territori.

E gli Ucraini? E i Novorussi? Quando si sveglieranno dalla sbornia di slogan, di propaganda, da quell’incredibile stato di allucinazione e fascinazione collettiva che è da sempre la guerra per l’uomo, si troveranno in un posto molto diverso da quello in cui vivevano. Un posto in cui il ponte non c’è più.
L’esito delle guerra è molto diverso da quello sognato dalle parti.
I Novorussi dovranno arrotolare le mappe ambiziose diffuse a marzo e aprile, quando si pensava che a sud dell’Ucraina sarebbe sorto un nuovo, grande stato da venti milioni di abitanti esteso da Odessa a Kharkov. La Novorussia di oggi è una striscia di terra larga poche decine di chilometri, il cui contorno sembra disegnato da un sadico (ed in effetti, lo è). Le capitali Donetsk e Lugansk sono lambite dal territorio nemico, che occupa ancora strutture essenziali come l’areoporto di Donetsk e la centrale elettrica di Chastje, che fornisce il 90% dell’elettricità di Lugansk. L’esercito governativo è accampato ancora in gran parte del contado fra cui, circostanza dolorossissima, città simbolo della rivolta come Mariupol e Slovyansk. Certo, potrebbe essere raggiunto un accordo, e la Novorussia potrebbe ricevere le parti occupate degli oblast di Donetsk e Lugansk, in cambio di un riconoscimento teorico della sovranità di Kiev. Ma non è affatto detto che ciò avvenga.
E’ più probabile che avvenga il contrario: la Novorussia nascerà, come nacque la Germania Democratica, su di un territorio angustissimo, senza alcun riconoscimento internazionale, con le attività economiche e le infrastrutture totalmente distrutte. Di fatto: come un moncone non vitale, del tutto dipendente dalla Russia per la popria esistenza.
E l’Ucraina? Anche gli Ucraini vanno incontro ad un impatto doloroso con la realtà. Persa la Crimea, perso il Donbass, persa la migliore industria del paese, il primo partner commerciale, e sopratutto persi i sogni di grandezza instillati dagli irresponsabili che urlavano “gloria agli eroi” e “Ucraina unita”, i cittadini Ucraini ritroveranno da domani la loro disoccupazione, la loro miseria, le loro pensioni da fame.
La fine della mobilitazione isterica lascerà una profonda crisi identitaria irrisolta (perchè tantissimi Ucraini sono ancora Ucraini e Russi, contemporanemente: nessuno può decidere a tavolino ciò che vuole essere) ed una sensazione di totale abbandono. Chi pagherà i debiti con la Russia? Che attività potrà sostenere un paese costretto a rifornirsi di energia ad un prezzo di un quarto superiore a quello, già insostenibile, di prima della guerra? L’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale aiuteranno a far fronte ai debiti fino a che gli asset pubblici saranno completamente svenduti, e poi cosa accadrà? Cosa accadrà quando la crisi economica si sommerà alla caduta della tensione morale bellica ed alla disillusione per l’abbandono Europeo quando fra qualche mese sarà evidente che l’Ucraina non entrerà mai nell’Unione, e che i suoi giovani non potranno mai lavorare come bancari o direttori con lauti stipendi europei a Berlino o a Copenaghen?
Nulla di buono.

Un disastro. Un disastro prevedibile, nove mesi fa. Un disastro che gli europei avrebbero potuto evitare, se solo si fossero sforzati di riflettere. Ma non avevamo tempo per riflettere. Eravamo troppo impegnati ad applaudire un esercito di cretini manipolati che saltellavano urlando “chi non salta è un Moscovita” davanti a John Mc Cain.

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