LE ELEZIONI CHE CERTIFICANO LA MORTE DELL’ UCRAINA

LE ANALISI

l'affluenza secondo la commissione elettorale
l’affluenza secondo la commissione elettorale

– Ilio Barontini –

Secondo i dati ufficiali l’affluenza alle elezioni per il Consiglio Supremo è al 52% (era al 57% nel 2012). Gli osservatori OCSE (capo degli osservatori: Tana de Zolueta, ex PD, non so se mi spiego…) le stanno convalidando. Ovviamente i Russi non partecipano ai controlli: figurarsi. Il clima in cui le consultazioni si sono svolte è noto: isteria bellicista, intimidazioni delle squadracce “punitrici” che percorrono le città, centinaia di amministratori espulsi dall’apparato statale con leggi di “lustrazione”, media russi chiusi, partiti di opposizione banditi, e chi più ne ha più ne metta. I dati vanno presi per quel che sono: mere indicazioni. Sulle quali, però, possiamo imbastire un ragionamento.

Alle elezioni 2012 circa nove milioni di persone avevano votato per il Partito delle Regioni e quello Comunista.  Di questi, almeno tre mancavano oggi all’appello perché questi elettori si trovano fuori dal controllo diretto del governo: alcuni al sicuro in Crimea e tanti, purtroppo, non più sotto il governo di Kiev, ma ancora sotto il tiro delle sue artiglierie a Donetsk e Lugansk. Altri tre milioni di persone circa hanno votato per le formazioni di opposizione (quel tanto di opposizione che è ancora consentita: ed è assai poco…): purtroppo di questi tre uno andrà perso, essendosi riversato su movimenti come il ricostituito Partito Comunista ed “Ucraina Forte” dell’oligarca Tigipko, che non entreranno in Parlamento non avendo superato la soglia di sbarramento. Poco meno di un milione di elettori regionali e comunisti ha disertato le urne (il 5% dei votanti nelle regioni centrali, il 10% nelle regioni sud orientali, mentre in quelle occidentali l’affluenza è salita). Quindi, in definitiva, una grande guerra e un anno di martellamento propagandistico sarebbero riusciti a “spostare” circa due milioni di voti regionali verso il nazionalismo. Il che, guarda caso, avvenne anche nel 2004, dopo la “rivoluzione arancione”: tornata la normalità, e passata la sbornia, questi voti ripresero poi il loro precedente orientamento. Ma questa volta non succederà.  Perché oggi questo frazionamento del blocco che sosteneva la maggioranza sotto Janukovich lascia al Consiglio Supremo una pattuglia di rappresentanti vagamente ragionevoli (ma del tutto ininfluenti politicamente) consegnando la scena politica nazionale in mano ad oligarchi (veri vincitori delle consultazioni) con relativi referenti a Washington, Berlino e Bruxelles, lanciati tutti in una corsa a perdifiato verso il liberismo, l’atlantismo e, in ultima analisi, la guerra. Una corsa che non ammetterà ripensamenti. Le cose non torneranno alla normalità, perché l’Ucraina non esiste più.

Queste elezioni sanciscono la fine dell’Ucraina, una nazione che trovava nella propria ambiguità, nel proprio essere “confine” un tratto distintivo inimitabile. Finisce quell’esperienza di trapasso progressivo ed insensibile per il viaggiatore che attraversava il paese lasciando l’Europa cattolica per entrare in quella ortodossa. Finisce il meticciato, la mescolanza delle famiglie, delle lingue, delle religioni che da oltre trecento anni segnava i rapporti fra Russia e Ucraina. Perché, almeno sotto il profilo politico, l’Ucraina ha veramente “ucciso la Russia che è in lei”, e si prepara a diventare ciò che ha desiderato essere: una qualsiasi Croazia, una poverissima copia della Polonia, una Lituania con redditi da terzo mondo. Questo, politicamente, è già realtà. Sotto il profilo psicologico le cose saranno più complesse. Nessuno sceglie chi essere e reprimere sé stessi provoca la malattia mentale. Quando la fascinazione finirà (e presto o tardi succederà) si scateneranno turbe e rimpianti, e nemmeno riusciranno, gli Ucraini, a spiegarsi la propria infelicità. Perché quello che stanno facendo è togliergli le parole per esprimere una parte di sé stessi. Saranno infelici, ma non sapranno dirlo. Vorranno tornare di nuovo indietro, come fecero dopo la “rivoluzione arancione” ed il disastro di Jushenko, ma sarà troppo tardi.

E’ ironico che proprio quelli che urlano “Gloria all’Ucraina! Gloria agli Eroi”, quelli che impavesano ogni angolo del proprio paese (ed anche alcuni balconi italiani…) siano alla fine i responsabili della morte dell’Ucraina, della fine di quell’ esperimento forse impossibile, ma certo affascinante, che è esistito per 23 anni gettando un ponte fra i Carpazi e il bacino del Don. Un ponte oggi che non esiste più.

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