SOGNI E INCUBI A KABUL

L’ATTUALITA’

– Ilio Barontini-

Ciascuno di noi ha le sue piccole perversioni e la mia è sfogliare ogni sabato al bar D, l’inserto femminile di Repubblica. Ormai da decenni questa testata conduce avanzatissime ricerche scientifiche sulla possibilità di produrre energia pulita ed illimitata comprimendo idiozie con una quantità sempre maggiore di inserzioni pubblicitarie, ma negli ultimi mesi la qualità del combustibile che alimenta questa sorta di reattore sperimentale ha raggiunto nuove, insuperabili vette. L’idea portante del pregevole settimanale consiste nel vomitare sopra a qualsiasi ideologia, religione, sistema di pensiero esistiti ed esistenti sulla base del solido presupposto che qualunque cretina con la borsetta coordinata o furbastro che insegna origami alla Sorbona può dare dei punti a giganti del pensiero e dello spirito che hanno offerto un senso alla vita di miliardi di persone per secoli. Vivendo l’attimo, cogliendo l’emozione, affermando la propria libertà, il lettore cavalca un’onda emotiva che lo consegnerà immancabilmente ad un certo naufragio esistenziale, con il previsto e desiderato effetto collaterale di presentarlo senza alcuna rete di protezione sociale e guarnito con patate alle voraci attenzioni del mercato neoliberista.

La settimana scorsa un pezzullo si lasciava leggere da solo: Sognare l’occidente a Kabul, di Giampiero Cadalanu. Vi spiego perché mi ha incuriosito. Per un caso io ho accesso ad una serie di documenti estremamente riservati (ad esempio le voci di Wikipedia Civilian casualties in the War in Afghanistan 2001–present e War In Afghanistan 2001-present ) da cui risulterebbe che l’intervento occidentale ha provocato 18.000 – 20.000 vittime civili, 10.000 caduti nell’ esercito di ascari locali della NATO e 20.000 – 35.000 fra gli insorti, un aumento della produzione di oppio e la seguente, risolutiva, situazione sul campo:

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Dove il marroncino che occupa mezzo Afghanistan e mezzo Pakistan non è una macchia di caffè versata da uno stratega distratto, ma bensì i territori controllati dalla ribellione. Dopo tredici anni di guerra.

Quindi mi chiedevo cosa, esattamente, dell’occidente, sognassero a Kabul. Quale di questi regali li avesse colpiti in tale misura da rendere la presenza occidentale una necessità irrinunciabile? E’ per questo che mi sono letto tutto il pezzo, di cui vi regalo, per così dire, un’antologia:

“I giovani afgani cercano di costituirsi un futuro sulla promessa di una nuova stabilità. Tra università internazionali, finti Mc Donald’s, WhatsApp e concerti rap.”

“Intanto chi non cede all’idea della fuga si rimbocca le maniche per trasformare Kabul nella città immaginata. E la capitale si trasforma lentamente: in mezzo al fango ed alla polvere spuntano angoli di vita moderna, dalla nuovissima Blue Flame,  piscina con annessa spa, aperta solo agli uomini, allo Strikers, bowling con ristorante. Ma anche i supermarket Finest, un’istituzione in città, sono un tuffo in un panorama dai costumi diversi del bazar.”

“Se in un paese poverissimo con tassi di analfabetismo oltre il 70% i giornali si diffondono con lentezza, tra i ragazzi di Kabul le amicizie e i primi timidi flirt passano anche attraverso Facebook e WhatsApp. L’ansia di occidente si manifesta persino con i fast food, che scimmiottano quelli delle periferie statunitensi: c’è un KFC, che però non offre pollo fritto del Kentucky, perché significa Kabul Fried Chicken. E persino Mc Donald’s è una imitazione non autorizzata, con il marchio scansionato aggiunto abusivamente al menu.”

“Il centro dei sogni dell’Occidente è nelle università: l’American University, nella cui caffetteria le ragazze velate scattano selfie da mandare agli amici. O l’international school, dove le uniformi sono in inglese e i jeans uniforme di ordinanza, al punto che chi indossa lo shalwar kamiz, il tradizionale camicione, si sente in dovere di precisare “è venerdì, mi sono vestito così solo per andare in moschea.”.

E poi, immancabile, l’eroina controcorrente, Shoosan Firoz, “prima rapper afgana”. “Pazienza se a casa c’è chi minaccia di sfigurarla con l’acido, come è successo nel 2012 all’attrice Sonya Sarwari, o di ucciderla, come la ventiduenne Benafsha, colpevole di essere apparsa in TV con abiti immodesti. Il racconto della sofferenza di Shoosan ora segue il ritmo del rap: senti le mie storie, senti. Senti i miei dolori e la mia tristezza. Senti la mia storia di sfollata e senza casa. Eravamo persi, persi in giro per il mondo”.

Parole immensamente profonde, ovviamente, a cui di certo la soave melodia del rap afgano conferirà quel tocco che le renderà indimenticabili come le visite dal dentista in cui l’anestetico tarda a fare effetto. Parole che però sviano il lettore da una riflessione a mio avviso necessaria. Infatti non vi ho trascritto ampi brani di questo servizio perché sono sadico. OK, un po’ l’ho fatto anche per quello: io mi sono dovuto estrarre gli occhi dalle orbite e li ho lasciati una notte a bagno nell’ anticalcare per rimuovere le incrostazioni di sporcizia morale, dopo avere letto queste righe. Era giusto che anche a voi toccasse la vostra parte. Ma oltre a questo, volevo anche rivolgervi una domanda. Per quale motivo un paese che, per quel che ne sappiamo, potrebbe avere prodotto le prime scintille del monoteismo mondiale, un paese che vantava una propria identità già quando lo attraversò Alessandro Magno, e che poi, fecondato dall’ellenismo, divenne sede degli imperi greco battriani, un paese che ha visto i fasti della cultura iranica e che ospitò alcuni dei più importanti centri intellettuali del mondo islamico…  che resistette orgogliosamente alla dominazione inglese, quando due terzi del mondo vi erano piegati, che respinse l’assalto sovietico trovando nelle tradizioni del proprio popolo la forza per resistere alla più poderosa macchina militare dello scorso secolo… Per quale motivo nell’ universo questo paese dovrebbe sognare di essere la brutta copia, la copia derisa, di un occidente in crollo verticale sotto tutti i parametri che contano: politico, morale, economico?

Per quale motivo gente che ha affrontato sorridendo per millenni gli eserciti più poderosi del pianeta, gente che ha domato il fazzoletto di terra più inospitale del mondo, che vi si è fortificata, che ne ha tratto cibo per la propria anima e per il proprio corpo, dovrebbe tollerare di farsi prendere in giro da un Giampiero Cadalanu, che ci dà di gomito e ci strizza l’occhio in modo osceno, invitandoci a ridere del fatto che loro, essendo nuovi all’imitazione scimmiesca, non hanno ancora raggiunto la nostra perfezione tecnica?

Oh, come sono brutti i loro Mc Donald’s! Come sono goffi i loro Kentucky Fried Chicken! E le loro università in cui si parla inglese! Non come i nostri! Noi si siamo moderni! Noi si sappiamo calpestare la nostra identità alla perfezione e sputare allo specchio con grande stile! Noi si abbiamo centinaia di supermercati lucenti tutti uguali, e di palestre tutte uguali, e aeroporti, fast food, stazioni… non luoghi tutti uguali, in cui suicidarci in modo molto glamour. Noi sappiamo prostrarci con classe.

Io credo che sia orami giunto il momento di smascherare il fanatismo ideologico di questo approccio, le implicazioni e le premesse di furioso liberismo, la violenza di questa immagine:

didascalia originale: "una coppia mima la scena più famosa del film Titanic durante un pic nic a Quargha, a qualche chilometro da Kabul"
didascalia originale: “una coppia mima la scena più famosa del film Titanic durante un pic nic a Quargha, a qualche chilometro da Kabul”

Il paesaggio è quello in cui Zarathustra intuì il divino oltre 3.000 anni fa. In primo piano, due cretini che scimmiottano un polpettone occidentale percorrono a ritroso la stessa traiettoria culturale annullandola in un solo scatto.

 

Questo è quello che si vorrebbe. Bisognerà poi vedere se gli Afgani, non i leccapiedi a libro paga che si fanno fotografare dai nostri inviati, una minoranza infinitesima già con le valige pronte e un biglietto senza ritorno per quando le cose si metteranno male, ma tutti gli altri, saranno d’accordo.

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4 pensieri su “SOGNI E INCUBI A KABUL

  1. L’attacco alla sovranità dei popoli, all’integrità territoriale; l’attacco alle libertà sostanziali, ai valori, all’integrità morale con il ribaltamento del concetto stesso di bene e male, sta mettendo tutti alla prova. In Libia hanno portato il caos agendo sull’atavico spirito di appartenenza tipico di una società tribale e sulle conseguenti e tradizionali divisioni. Difronte al pericolo che l’intera ricchezza della nazione sia sottratta e sparisca insieme alla storia, alla cultura e alla tradizione del paese ad opera di quelle orde demolitrici di massacratori che il capitalismo finanziario e i governi occidentali hanno allevato e messo in moto, quella popolazione, fatta di tribù, dovrà, per forza di cose, superare le ataviche divisioni interne apportando modifiche profonde nella concezione che ha di sé in quanto popolo libico. In Medioriente hanno lavorato per acuire le differenze dottrinali, le storiche divisioni tra sunniti e sciiti, generando la fiamma di un odio che sembra non potersi più spegnere. Eppure se l’Islam vuole sopravvivere a quelle stesse orde che ne stanno distruggendo la millenaria bellezza e ricchezza di valori allora l’Islam dovrà trovare compattezza proprio partendo da quei valori comuni. Hanno giocato la loro partita usando i nazionalismi, le mire espansionistiche di alcuni paesi, per creare divisioni e portare la guerra alle nazioni sorelle ma quelle stesse nazioni che si sono prestate non hanno nessuna garanzia di essere trattate diversamente. Oggi si accorgono che anche la loro sovranità è in pericolo così come le loro ricchezze. L’unica possibile salvezza sarebbe quella di fare fronte comune ritrovando tutto quello che li unisce e che ne fa dei popoli fratelli, per mettersi tutti insieme, aggressori e aggrediti, per combattere il mostro e la mano che lo ha armato. Ovunque hanno agito nello stesso modo, gli stessi paesi alleati hanno dovuto subire strategie tese a portare divisioni e indebolire il corpo sociale. Ricordiamoci del terrorismo rosso e nero e della conseguente strategia della tensione le cui fila erano tirate dall’amministrazione americana. Hanno fatto del nostro paese un laboratorio per sperimentazioni che hanno visto l’innesto nel nostro antifascismo di un libertarismo senza identità perché senza storia, fatto ad immagine di un prodotto di consumo. Il messaggio “modernista” di cui siamo stati vittima ha innestato nella nostra cultura umanistica uno scientismo e un tecnicismo che ne ha minato le fondamenta, che ha costruito mura tra i saperi isolandoli e rendendoli inefficaci. Ci hanno spinto verso un immanentismo laicista che ha escluso ogni trascendenza, ogni metafisica, che ha impoverito la riflessione filosofica sottraendole il ruolo di elaboratrice del senso e dell’identità, tanto da renderla invisa a se stessa. Hanno fatto in modo che venisse meno quella visione unitaria che dà senso ed è fondamento al proprio agire nel mondo. In una parola ci siamo privati di un’etica. Viviamo una crisi verticale che investe l’intero retaggio culturale e spirituale occidentale di cui la nostra tradizione umanistica raccoglieva la quintessenza, e tutto questo sembra un processo irreversibile. Al decadimento si vogliono sottrarre tutti i paesi che resistono a questa forma di imperialismo del capitalismo finanziario e al suo portato ideologico che vuole cancellare la sovranità degli stati e le identità dei popoli. Per la nostra sopravvivenza l’unica scelta sarebbe stata quella di ribellarci a questo potere, abbandonare la gabbia. Putin ce ne ha dato l’opportunità ma noi sembriamo incapaci di approfittarne. Siamo svuotati, le nostre economie sono costruite su quel modello e sono del tutto dipendenti dalle istituzioni finanziarie internazionali che dettano le regole. E poi con tutte le basi militari NATO e USA distribuite sul territorio europeo siamo prigionieri in casa nostra. Cosa Fare? Come muoversi per salvare il nostro retaggio e passarlo ad una nuova generazione? Sulla strada dei referendum per l’indipendenza, delle richieste di autonomia fiscale e amministrativa si trovano molti ostacoli….

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  2. Già gli atlantsti stessi sono una brutta copia dell’impero romano, il quale esportava cultura, civiltà, acquedotti, strade, architettura, urbanistica. era anche capace di assimilare altre culture e di crescere, noi esportiamo il nostro costume già privo della nostra identità nazionale

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