LE ANALISI

– Ilio Barontini –

Si sa che la demografia è una materia discretamente esplosiva, e che, mentre tutti sono d’accordo sui dati storici, esistono sempre differenze di interpretazioni sulle proiezioni. Il che è perfettamente normale, visto che le proiezioni dipendono largamente da fattori economici, politici e sociali naturalmente imponderabili. Anche lavorando sui soli dati storici è in ogni caso possibile rappresentare in maniera fedele alcune tendenze in atto, specie quelle meglio consolidate. Questo lavoro, tuttavia, viene proposto raramente dei maggiori mezzi di informazione, che talvolta divulgano i dati diffusi dai ricercatori, ma raramente li contestualizzano in modo da consentire all’ uomo della strada di farsi una idea precisa di quello che sta succedendo. La demografia resta quindi una materia riservata agli addetti ai lavori, che il pubblico ignora quando non guarda con diffidenza.

Un esempio per tutti. Recentemente i giornali ci hanno informato del fatto che nel 2013 il numero di nuovi nati in Italia ha toccato il minimo storico (e per storico si intende dal 1861 ad oggi) di 514.000, di cui 80.000 figli di coppie straniere. Che cosa significa esattamente questo indicatore, oltre al fatto, immediatamente comprensibile, che nascono pochi bambini? Vediamolo nel dettaglio esaminando quattro importanti fattori: la popolazione residente, il tasso di fecondità, l’immigrazione e l’aspettativa di vita alla nascita.

La popolazione residente. Dal 1861 ad oggi la popolazione residente nel paese è quasi triplicata (da 22 milioni del 1860 a 61 milioni del 2013). La tendenza espansiva è stata praticamente continua, anche se dagli anni settanta in poi si è registrato un certo rallentamento.

italia - Popolazione Residente
Italia – Popolazione Residente

Questo prima dato parrebbe rassicurante, e tuttavia, grattando sotto la superficie, ci accorgiamo facilmente che qualcosa non va.  Si pensi, per esempio, che nel 1861, con una popolazione residente di 22 milioni, in Italia nascevano 946.000 bambini[1]. Impressionante il confronto con il 2013, anno in cui, come accennato, una popolazione di 61 milioni (il triplo) ha prodotto 514.000 nuovi nati (poco più della metà).

Secondo dato: nel decennio 2003 – 2013 il paese ha registrato un ingresso costante di almeno 300.000 stranieri l’anno, con una punta di oltre 500.000 nel 2007 che ha inciso ovviamente sul numero di residenti. Infine: l’aspettativa di vita alla nascita è passata da circa 70 a circa 82 anni dal 1970 ad oggi.

Il dato complessivo sulla popolazione residente va quindi integrato dall’ analisi degli altri indicatori.

Il Tasso di Fecondità. Il tasso di fecondità rappresenta il numero di figli per ciascuna donna nel paese. Il parametro per valutare la bilancia demografica di un paese è il valore di sostituzione, ovvero il numero di figli necessari a garantire una bilancia demografica in pareggio. Questo valore è la costante universale di 2,1: se un paese lo supera la popolazione ha tendenze espansive, se non lo raggiunge si va verso una contrazione demografica. Le statistiche dell’Italia mostrano che il paese è sceso sotto il tasso di sostituzione nel 1977, e dal 1984 è stabilmente sotto il valore di 1,5, un livello che non solo non evita il declino demografico, ma annuncia quasi certamente che la caduta sarà traumatica.

Italia - Tasso di Fecondità
Italia – Tasso di Fecondità

Analizzando lo stesso grafico ci rendiamo conto che dopo avere registrato un minimo storico nel 1995 (1,18) negli anni seguenti si è registrata una lieve ripresa fino all’1,44 del 2011, ripresa seguita poi da un nuovo regresso (1,39 nel 2013). Cerchiamo di capire quali siano le conseguenze di questi numeri. Nel 1995 si sono avute 526.000 nascite. Una completa sostituzione generazionale ne avrebbe richieste 928.000. In sostanza in quell’anno la popolazione ha registrato un passivo di 402.000 nati. Nel 2011 (il miglior tasso di fecondità degli ultimi 30 anni) le nascite sono state 546.000, a fronte di un valore necessario al ricambio di 796.000, con un saldo negativo di 250.00. E così via.

Sotto il profilo demografico il periodo 1985 – 2000 è stato negativo anche per altro verso. Essendo situato ad una distanza di 25 – 30 anni dal baby boom del dopoguerra (1960 – 1975) sarebbe stato lecito attendersi in questa finestra temporale una inversione della tendenza negativa del decennio 1975-1985. Essendoci più donne che giungevano all’età fertile la dinamica avrebbe dovuto essere naturalmente espansiva. Al contrario, il crollo del numero delle nascite, invece di contrarsi si è accelerato, come mostrato dal grafico sul numero complessivo dei nati.

Italia: nascite e decessi
Italia: nascite e decessi

Va poi considerato che a partire dal 2000 il flusso migratorio (di cui ci occuperemo nel prosieguo) ha iniziato a contribuire in maniera massiccia alle nuove nascite (nel 2012 i nuovi nati di origine straniera sono stati quasi il 20% del totale a fronte di una popolazione straniera pari all’8% dei residenti): va quindi tenuto conto del fatto che, scontato il contributo degli stranieri residenti, anche il modesto miglioramento del periodo 1995 – 2013 viene quasi ad azzerarsi.[2]

Italia: nati da stranieri e nati da italiani
Italia: nati da stranieri e nati da italiani

L’immigrazione. Durante tutto il periodo 2002 – 2013 l’Italia ha ricevuto un flusso migratorio consistente. Al 1 gennaio 2014 gli stranieri erano quasi 5 milioni (a fronte di 1.300.000 del 2001), numero pari, come detto, a circa l’8% della popolazione residente[3]. Se teniamo conto del fatto che nello stesso periodo si è registrato una aumento della popolazione residente da 57 a 61 milioni i conti sono presto fatti: l’aumento di popolazione è da attribuirsi integralmente all’ immigrazione.

Italia: flusso migratorio della popolazione
Italia: flusso migratorio della popolazione

Se esaminiamo la struttura dell’immigrazione per classi di età notiamo che la maggioranza degli immigrati (priamide a destra) ha fra 25 e 35 anni. Ne deriva che la loro data di nascita si posiziona fra 1980 ed il 1990, ovvero il periodo “nero” della demografia nazionale. Sotto questo profilo l’immigrazione è talmente congeniale alle nostre esigenze di popolamento che ci si potrebbe quasi chiedere sino a che punto venga subita dal nostro sistema e sino a che punto sia la nostra stessa struttura sociale e demografica ad “attirarla”. Non è però questo il punto che intendiamo sottolineare in questa sede.

Italia: popolazione italiana e straniera per fasce di età
Italia: popolazione italiana e straniera per fasce di età

Sostituire le nascite con immigrazione presenta vantaggi e svantaggi. I vantaggi risiedono nell’ alleggerimento del passivo demografico e nei risparmi di spesa che si realizzano sollevando il bilancio dai costi di formazione della popolazione immigrata, istruita a spese dei paesi di provenienza. Gli svantaggi vanno oltre le intuibili problematiche create dalle tensioni culturali e sociali indotte dall’ immigrazione ed al drenaggio di ricchezze inviate all’ estero sotto forma di rimesse:  gli immigrati, infatti, sono generalmente meno radicati nel territorio degli italiani e quindi la loro presenza è più volatile. Con l’arrivo della crisi economica il numero di stranieri che hanno abbandonato il paese è salito da 28.000 (nel 2010) a quasi 44.000 (nel 2013).[4] Inoltre gli stranieri, incontrando sbarramenti normativi e culturali, non riescono sempre ad esprimere la loro formazione professionale ad un livello adeguato, con conseguente scadimento della qualità complessiva della forza lavoro.

Invecchiamento della popolazione. Al netto dell’immigrazione quindi, la popolazione italiana non cresce, come peraltro evidenziato da un saldo demografico ormai stabilmente negativo. La classe di età più rappresentata della nostra popolazione è 45-50 anni (grafico superiore, piramide di sinistra). Peraltro l’invecchiamento è confermato dal numero dei decessi, ormai stabilmente superiore a quello delle nascite.

Tuttavia esiste un altro fattore che falsa la statistica: l’aumento dell’aspettativa di vita alla nascita e dell’età media. Cerchiamo di spiegarci con un esempio. Se tutti i clienti di un ristorante incominciano ad occupare il tavolo per un’ora invece che per mezz’ora senza ordinare nulla in più il locale sembrerà avere il doppio degli avventori, ma nella realtà gli incassi saranno identici. Qualcosa di simile sta avvenendo nelle dinamiche demografiche del paese. Due donne nate nel 1900 con una aspettativa di vita di 40 anni hanno lasciato la stessa impronta demografica sulla popolazione nazionale di una sola donna nata nel 1980 con una aspettativa di vita di 80 (sotto il profilo dell’entità della popolazione residente).  Questo è il motivo per cui non solo le nascite, ma anche l’allungamento della aspettativa di vita determina un aumento del numero di residenti. Ma mentre le nascite garantiscono un ricambio generazionale, l’invecchiamento, in assenza di un allungamento dell’età fertile, non ha gli stessi effetti espansivi. L’aumento dell’aspettativa di vita (del 15% dal 1970 ad oggi) produce quindi il paradosso di un aumento proporzionale della popolazione residente senza che sia aumentato il numero dei nati.

Italia: aspettativa di vita alla nascita
Italia: aspettativa di vita alla nascita

All’inizio di questo studio abbiamo detto che le proiezioni demografiche sono ingannevoli. E tuttavia, derogando per una sola volta ai nostro propositi, se esaminiamo lo scenario centrale tracciato dall’Istat[5] vediamo profilarsi, nei prossimi 30 anni, una situazione in cui oltre un terzo della popolazione potrebbe essere composta di ultrasessantacinquenni (oggi sono circa il 20%).

Italia: proiezione centrale popolazione per classi di età.
Italia: proiezione centrale popolazione per classi di età.

Una prima sintesi. Procedendo ad una sintesi dei dati esposti possiamo dire che negli ultimi 30 anni la popolazione residente in Italia ha conosciuto un aumento di circa 4,5 milioni, grosso modo pari all’immigrazione ricevuta. In questo periodo il tasso di fertilità si è mantenuto stabilmente sotto il tasso di sostituzione e quindi sono “mancati” nuovi nati per 9 – 12 milioni. Nello stesso periodo l’aspettativa di vita è cresciuta tanto da occultare l’assenza di nuovi nati, con il risultato netto che, a fronte di un aumento nominale della popolazione, la struttura demografica vede allargarsi al suo interno una vera a propria voragine, che rischia di compromettere seriamente il futuro della nazione e la sua stabilità economica e sociale. Ovviamente questa è una lettura molto rudimentale di dati e dinamiche estremamente complessi, ma crediamo che rappresenti un problema primario. Prima di trarre delle conclusioni vorremmo ora esaminare l’esperienza di un paese, la Federazione Russa, che sta fronteggiando una emergenza simile a quella italiana.

Il caso russo. Sotto molti aspetti le dinamiche demografiche russe sono assimilabili alle nostre. In queste pagine abbiamo parlato del caso russo in un recente articolo, di cui ci limiteremo a richiamare i passi più significativi. Rispetto all’Italia, il crollo del tasso di fertilità russo è più recente (anni novanta in Russia, il decennio ’75 – ’80 in Italia).

Russia: tasso di fecondità
Russia: tasso di fecondità

Anche la Russia, come l’Italia, ha colmato i vuoti creati da una situazione demografica emergenziale con l’immigrazione. Nel 2013 gli stranieri residenti in Russia erano oltre 11 milioni (cui devono aggiungersi diversi milioni di immigrati clandestini). Niente male per un paese, in cui, secondo il Presidente americano Obama, “nessun immigrato si trasferisce in cerca di opportunità”[6].

Russia: immigrazione (blu) emigrazione (rosso)
Russia: immigrazione (blu) emigrazione (rosso)

Infine: anche in Russia, come in Italia, l’aspettativa di vita ha ripreso a crescere, dopo il crollo seguito dissoluzione dell’Unione Sovietica, con l’illustrato effetto di “mascheramento” delle dinamiche demografiche.

Russia: aspettativa di vita alla nascita
Russia: aspettativa di vita alla nascita

Queste notazioni esauriscono le somiglianze, obbligandoci a dare conto delle diverse differenze. In primo luogo l’immigrazione russa è composta per oltre la metà da russi residenti nelle repubbliche già facenti parte dell’Unione Sovietica, mentre per l’altra metà si tratta comunque di persone che hanno una buona conoscenza della lingua e della cultura russa, venendo dal cosiddetto “mondo russo”. La Russia, poi, possiede istituzioni proprie di uno stato multietnico e multiconfessionale e quindi ha in ogni senso meno difficoltà ad integrare gli immigrati (anche se, ovviamente, le dinamiche migratorie interne e internazionali non mancano di suscitare tensioni, specie nelle grandi città). In terzo luogo, come visto, la crisi demografica russa è meno cronicizzata e appare più legata a fattori congiunturali (il collasso degli anni novanta) che a tendenze culturali di lungo periodo.

L’elemento comunque che appare decisivo è l’ inequivoca volontà dello Stato di sostenere la dinamica demografica del paese.

Questa volontà si esprime almeno su due livelli: a livello di “discorso pubblico” viene riconosciuto alla famiglia il ruolo di unità basilare dello stato e la cittadinanza la percepisce come un “valore” cui le persone sono invitate ad accostarsi. Lo stato non si disinteressa delle scelte private dei cittadini ma, senza sanzionare quelle incompatibili con le proprie finalità, premia e promuove quelle che invece le assecondano. Veniamo quindi al secondo livello di intervento, ovvero il sostegno economico. Sin dal 2005 lo stato sostiene le famiglie che decidono di avere i figli successivi al primo con la costituzione di un “capitale materno”, un tesoretto del valore di circa € 10.000,00 vincolato ai bisogni del bambino da erogarsi a partire dal terzo anno di vita (si tratta di una somma ragguardevole, specie nelle vaste zone del paese in cui il costo della vita è decisamente inferiore a quello in Italia).

Questa politica sta producendo risultati molto interessanti: in particolare nel decennio 2004 – 2014 il tasso di fertilità si è portato da 1,3 a 1,7, il valore più alto dell’est Europa, tale da fare sperare in un assestamento della popolazione ed in un migliore assorbimento del perdurante flusso migratorio. In conseguenza di questo mutato clima il saldo della popolazione residente è tornato in attivo dopo anni di continuo calo. Se è prematuro affermare che i problemi demografici della Russia siano oggi risolti, non è però fuori luogo dire che il governo del paese ha imboccato la strada giusta.

Conclusioni. La questione demografica, un problema rimosso. Tornando al caso italiano crediamo che dalle poche considerazioni esposte emerga con una certa evidenza che il panorama demografico nazionale è assai preoccupante (si veda la “prima sintesi”). Da oltre 30 anni il tasso di fecondità è inferiore non solo al valore di sostituzione (2,1) ma anche a quella soglia di 1,5 che potrebbe farci sperare in un decremento non traumatico. La debolezza delle dinamiche demografiche interne accresce le difficoltà a integrare il contributo degli elementi stranieri, che oggi i numeri ci mostrano come indispensabile.

Riteniamo assai preoccupante che l’argomento delle dinamiche demografiche sia completamente rimosso dal dibattito pubblico nel paese, anche perché l’assenza di dibattito provoca, in questo caso come molti altri, una decisione inconsapevole. Ciascuno è libero di suicidarsi o di vivere, ma fermarsi a riflettere sul da farsi in una casa in fiamme equivale, nella sostanza, a scegliere il suicidio. E’ urgente, a nostro avviso, mettere la questione al centro del dibattito, così come è avvenuto in Russia a metà del decennio scorso.

Gli argomenti su cui confrontarsi sarebbero due: prima di tutto si dovrebbe dibattere se una popolazione almeno stazionaria sia un valore da perseguire. La risposta non è affatto scontata come appare. Decidere che la maternità e la paternità sono un valore per lo stato implica una presa di posizione etica e culturale che incontrerà non poche resistenze.

In ogni caso questo argomento dovrebbe occupare una posizione centrale nel confronto nazionale e la decisione finale, qualsiasi fosse, dovrebbe essere consapevole e non compiuta semplicemente ignorando le tendenze in atto.

La seconda questione da risolvere è quale sia il massimo calo compatibile con la tenuta del sistema economico sociale complessivo. Ovviamente questa valutazione dovrebbe tenere conto dell’opinione degli esperti. In ogni caso appare chiaro che il protrarsi a tempo indefinito di un tasso di fertilità nell’ordine di 1,1 – 1,4 colmando le voragini di popolazione che si creano con immigrati e anziani, significa scommettere tutto su di una dinamica economica espansiva che, per usare un eufemismo, non sembra affatto scontata.

[1] http://www.istat.it/it/files/2011/03/sommariostatistichestoriche1861-1965.pdf [2] file:///C:/Users/marcobordoni/Desktop/Stranieri%20residenti%20in%20Italia%20-%2026-lug-2013%20-%20Testo%20integrale.pdf [3] http://demo.istat.it/strasa2014/index.html [4] http://www.demo.istat.it/altridati/trasferimenti/seriestoriche/tavola4_serie.pdf [5] http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20080619_00/testointegrale20080619.pdf [6] http://www.economist.com/blogs/democracyinamerica/2014/08/economist-interviews-barack-obama-2

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