Israele e Germania: convergenze indigeste per gli amici della Russia

– Marco Bordoni –

“Non abbiamo alleati eterni, e non abbiamo nemici perpetui. I nostri interessi sono eterni e perpetui, e il nostro dovere è seguire quegli interessi.” Lord Palmerston

Si preparano dei mal di pancia per il pubblico che segue con simpatia la lotta della Russia per difendere la propria sovranità dai tentativi di sottomissione delle potenze occidentali, specialmente  per le persone che militano nel campo della “sinistra” post comunista (anche se non solo per loro). L’ evoluzione delle relazioni fra potenze potrebbe creare delle convergenze inattese, tali da destabilizzare alcune consolidate convinzioni su quali siano i “buoni” ed i “cattivi” sul proscenio internazionale. Queste evoluzioni potrebbero creare delle tensioni ideali che non abbiamo intenzione di risolvere nel breve spazio di questo intervento, nel quale intendiamo solo segnalare i due casi più significativi.

Israele. Come noto l’Unione Sovietica fu uno dei “padrini” che portarono a battesimo lo stato di Israele, che poi assistette nei primi passi fino ad una crisi diplomatica intervenuta nel 1953. In seguito le relazioni si fecero difficili, con il consolidarsi del legame dello stato ebraico con gli Stati Uniti e dei paesi arabi con il blocco comunista. Ma negli ultimi anni la situazione è cambiata radicalmente. Dopo la nascita della Federazione Russa quasi un milione di Russi di origine ebraica si trasferì in Israele. Questa comunità si esprime politicamente a favore di una laicizzazione dello stato e di una politica estera muscolare. Sebbene la politica estera russa sia rimasta sul solco tradizionale dell’appoggio ad Iran e Siria, e sebbene la Russia abbia, per esempio, condannato la compagna israeliano “piombo fuso” nel 2009, i contatti fra diaspora russa e madrepatria si sono intensificati il che ha reso più difficile, ai russi, prendere una posizione netta contro Gerusalemme. Osservava Vladimir Putin nel 2008: “La particolarità che rende unica la nostra situazione risiede nel fatto che abbiamo delle tradizionali relazioni di fiducia con il mondo Arabo, con la Palestina. Ma allo stesso tempo Israele, come sappiamo, è sede di un gran numero di immigrati dall’ex Unione Sovietica e questo rappresenta di certo un legame in più fra Israele e la Russia.”. Questa situazione “unica” è stata, di recente, complicata dal “nuovo corso” politico della presidenza Obama che pare avere deciso di trovare un modus vivendi con l’Iran, attraverso un accordo che potrebbe andare ben oltre il cosiddetto problema del “nucleare iraniano” e rivoluzionare alleanze ed equilibri consolidati da decenni in Medio Oriente. Scrive, a tal proposito, il sito di analisi politiche e militari Geopoliticalcenter: “l’Iran ha goduto di molti benefici potendo trattare con una amministrazione americana che tratta oggi Teheran come partner e non come avversario, benefici che consolideranno l’espansionismo sciita in tutta la regione mediorientale ed in particolare nel Golfo Persico, in Irak, In Yemen, in Siria, in Libano, a Gaza e nel Sudan, nuovo punto focale degli interessi di Teheran in Africa e sul Mar Rosso”.

Ovviamente questa nuova situazione si adatta assai male alle speculazioni che vedrebbero la lobby sionista dominare la politica estera degli Stati Uniti e, attraverso questi, il mondo. Mentre l’Unione Europea si orienta in direzione sempre più critica nei confronti dell’occupazione dei territori, mentre l’inimicizia fra la presidenza Obama e il governo israeliano è ormai talmente scoperta che Netanyahu, non ricevuto dal Presidente, si rivolge direttamente al Congresso degli Stati Uniti e che il Capo dell’Amministrazione Presidenziale USA parla della questione palestinese come una “occupazione cinquantennale che deve finire”  fra Israele e Russia si delineano possibili convergenze che vanno ben oltre le forniture di frutta e carne, prontamente garantite da Gerusalemme a Mosca in barba a qualsiasi divieto americano.

Alcuni hanno visto la cancellazione della vendita russa dei sistemi S 300 alla Siria dell’anno passato come una contropartita rispetto alla benevola neutralità di Israele sul tema del “ritorno” della Crimea, mentre capitali e turisti russi scoprono nello stato ebraico un approdo alternativo alla ormai screditata Europa occidentali. Il meno che si possa dire di questa situazione è che apre vaste praterie agli interventi diplomatici russi e promette più di un mal di testa a chi inserisce le lotte irredentiste palestinesi e novorusse nella stessa cornice ideale.

Veniamo al caso della Germania e della sua cancelleria Merkel. In seguito alla crisi greca del 2009 la dirigenza tedesca si è assicurata il podio dell’antipatia europea (specie nei paesi sottoposti alle attenzioni della troika) e l’ha difeso con le unghie e con i denti. Le forze “sovraniste” di destra e di sinistra vedono ormai la Germania come un paese che ha imposto la propria egemonia al continente e, costringendo economie deboli in una zona valutaria forte, fa valere la propria aggressività commerciale utilizzando i paesi periferici dell’Unione come mercato sottosviluppato per la propria esuberanza produttiva. Da questo deriva un impoverimento che rende insostenibili i conti pubblici delle economie minori creando i prerequisiti per le privatizzazioni selvagge che obbligano i paesi alla svendita degli asset economici strategici il che, svendita di cui si avvantaggiano di nuovo le economie del nord chidendo così un circolo vizioso mortale. Di certo, nella sua qualità di paese guida dell’eurozona, la Germania in Ucraina ha sbagliato quasi tutto finanziando in un primo tempo il partito Udar di Vitalj Klitschko  e continuando a sostenere il progetto imperiale statunitense  anche dopo che la telefonata della sig.ra Nuland chiarì che gli americani non avevano nessuna intenzione di assegnare ai protetti dei tedeschi un ruolo di primo piano nell’Ucraina post Maidan. La posizione intransigente sulla Crimea e l’adesione alla campagna di sanzioni ha ulteriormente complicato la situazione, di fatto vanificando il lavoro del predecessore Schroder, architetto dell’asse continentale Berlino Mosca.

Si tratta di censure ragionevoli, e che tuttavia scontano una semplificazione forse eccessiva. Prima di tutto: è facile esultare per la vittoria di Syriza ad Atene, e tuttavia se mai vi sarà un cambiamento negli orientamenti politici dell’Unione questo cambiamento verrà da Berlino, non da Atene. Atene potrà, al massimo, essere una leva che permetterà alla Russia (ma anche agli Stati Uniti) di agire sulla Germania, ma mai un baricentro capace di spostare, da solo, il peso dell’Europa. Secondo: l’unica Europa che c’è oggi è quella della Germania e delle burocrazie della Lotaringia (Bruxelles, Francoforte e Strasburgo). Cosa succederebbe se questa struttura fosse indebolita dall’affermazione dei movimenti “sovranisti”? Si creerebbe “un’altra Europa” finalmente affrancata dalla influenza della NATO, o piuttosto una miriade di piccole patrie, prigioniere di rigurgiti nazionalisti e governate con ancora più facilità da burattini di Washinghton? Non è facile trovare una risposta a questi problemi, ma occorre però, nel mentre, prendere nota che infine sulla questione dell’armamento all’Ucraina (così come accadde per la campagna in Libia) la Germania sta definendo una posizione parzialmente autonoma da Washington.

Dopo il fallimento del vertice di Milano dello scorso ottobre, si assistette ad una prima iniziativa autonoma europea con la “sosta” non prevista del Presidente francese Hollande a Mosca il 6 dicembre 2014: incontro che fece alzare qualche sopracciglio oltre Atlantico. Questo primo abboccamento portò poi alla tornata di trattative svoltasi a Minsk l’11 e 12 febbraio e preceduta da una visita a Washington in occasione della quale il Cancelliere si espresse chiaramente contro la prospettiva un sostegno militare statunitense al regime di Poroshenko . In seguito l’ostilità tedesca alla prospettiva di una fornitura letale statunitense all’Ucraina si è trasformata in un vero e proprio pressing diplomatico. Mentre l’ambasciatore a Washington “rivelava” che il 9 febbraio, in occasione della visita della Merkel negli Stati Uniti, Obama si sarebbe “impegnato” a non sostenere lo sforzo militare ucraino , il Ministro degli Esteri Steimeier visitava a sua volta gli Stati Uniti nel tentativo di scoraggiare questa iniziativa.

L’impressione che se ne ricava è che la dirigenza tedesca si sia finalmente resa conto  di avere compiuto un catastrofico errore, e che, per non entrare in collisione frontale con gli Stati Uniti e per non perdere la faccia in un dietrofront umiliante, tenti di congelare il conflitto secondo le migliori tradizioni della politica occidentale, solita a differire i problemi che non si possono e non si vogliono risolvere. Questa consapevolezza ha prodotto gli accordi di Minsk. Oggi, però, Berlino pare accorgersi che la decisione statunitense di armare ed addestrare l’esercito ucraino provocherà necessariamente una risposta russa e si configura, quindi, come un attacco diretto al precario equilibrio raggiunto a Minsk. Colto questo aspetto, le autorità tedesche si muovono, se pur debolmente, per allontanare il pericolo. La Germania rappresenta quindi, se non un alleato, un interlocutore necessario per la Russia e l’unico baricentro europeo che possieda un peso specifico sufficiente a frenare la discesa del continente verso gli inferi. Questa consapevolezza lascia agli amici della Russia una sensazione di disorientamento che deriva dalla necessità di stabilire se Berlino faccia parte del problema o della soluzione.

Ci aspetta, in conclusione, una stagione in cui il modello interpretativo tradizionale di molti ambienti di sinistra e di destra (quello con il potere finanziario sionista e statunitense intento a spogliare ed opprimere i popoli del mondo con i suoi lacchè tedeschi nella veste di amministratori della filiale europea) si troverà a dover fare i conti con alcune inspiegabili convergenze politiche e dovrà, quindi, adeguarsi alle nuove circostanze ed evolvere in uno strumento più complesso.

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