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Sara Reginella, Psicologo Clinico e Giuridico, Psicoterapeuta e Psicodiagnosta, collabora con il Consultorio Familiare di Ancona. Iscritta all’Accademia del Cinema di Bologna, è autrice dello short-video sul conflitto ucraino “I’m Italian, Donbass” Attualmente si dedica anche a sensibilizzare e ad informare, da un punto di vista psicologico e pacifista, sui temi connessi alle problematiche di cui è vittima la popolazione civile del Donbass.

Sono Italiani spinti solo dalla ricerca della verità, non lavorano per il Cremlino, non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare nel dire quello che hanno visto. Sono tornati pochi giorni fa dal Donbass. Gli abbiamo chiesto perché ci sono andati, se hanno visto soldati russi, cosa pensa la gente del Donbass della guerra. Le risposte che hanno dato per i lettori di Saker Italia sono quanto di più diretto e immediato possa giungere oggi al pubblico italiano. Eccole a voi, senza censura.

SARA REGINELLA

Perché avete visitato il Donbass, cosa vi ha spinto?

Mi sono recata nel Donbass dopo essere stata invitata come relatrice ad un Convegno Internazionale, tenutosi il 14 aprile, organizzato dall’Università di Psicologia di Rostov sul Don, dalla Croce Rossa e altre istituzioni russe, intitolato “Problemi e metodologie per l’assistenza socio psicologica alle vittime del conflitto nel sud-est dell’Ucraina”. Già da diversi mesi mi occupavo di dare il mio contributo per informare il pubblico italiano sulla drammaticità del conflitto: ho ideato e diretto un breve video di sensibilizzazione “I’m Italian, Donbass”, già pubblicato su Pandora Tv e proiettato a Convegni, Festival importanti come Materiale Resistente, pubblicizzato nei principali media italiani indipendenti e recensito o rilanciato da testate importanti come Cassad, News Front e International Affairs, la rivista del Ministero degli Esteri Russo.

Ritengo la questione Donbass molto importante, in quanto esempio di ingiustizia gravissima subita da un popolo, quello di etnia e lingua russa, colpito da una guerra sanguinosa, senza una copertura appropriata da parte dei mass media occidentali. L’idea che una guerra in un paese così vicino all’ Italia possa essere dimenticata e che un popolo possa essere aggredito con tanta violenza senza che mass media, politici ed Organizzazioni Non Governative intervengano per denunciare con forza le violazioni dei diritti umani in atto, ha fatto nascere una profonda indignazione dentro di me, che mi ha spinta ad attivarmi in prima persona. A ciò si aggiunge il fatto che, durante il primo periodo del conflitto, le persone a cui ne parlavo non credevano al fatto che vi fosse una guerra, poiché i media occidentali non ne davano conto. Ciò mi ha fatto scegliere di espormi in prima persona per denunciare questo silenzio. Spinta dal desiderio di provare a capire che cosa stesse accadendo, e desiderosa di passare dalla teoria del Convegno alla relazione viva con le vittime reali del conflitto, mi sono recata nel Donbass.

Nelle zone che avete visitato avete visto soldati russi o avete sentito parlare della presenza di truppe regolari dell’esercito russo? 

No. Non ne ho visti e non ne ho sentito parlare. Mi risulta che neanche l’OSCE li abbia visti. Piuttosto ho incontrato e conosciuto alcuni dei cosiddetti “separatisti”. O “difensori”, come si definiscono essi stessi: cittadini del Donbass che si sono arruolati. Sono rimasta colpita dal fatto di aver visto diverse donne e uomini le cui età sono tra le più varie: ragazzi e ragazze giovanissimi, trentenni, quarantenni e persone ancor più su con l’età. Nella mia esperienza, ho incontrato gente comune che afferma di difendere la propria terra e il proprio popolo.

Che impressioni avete avuto della gente che avete incontrato? Vi sembra che le loro preferenze in maggioranza andassero al governo di Kiev o alle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk?

Le persone con cui ho parlato temono i bombardamenti del Governo di Kiev. Quando chiedevo loro come facevano a sapere chi era stato a colpire quella serie di case distrutte, mi indicavano la direzione dalla quale erano venuti i colpi, il periodo e la posizione in cui si trovava l’esercito governativo. Il mio punto di vista è neutrale, cerco soltanto di capire quello che accade. Ho fatto a più persone questa domanda: “In Occidente dicono che i cosiddetti separatisti filo russi colpiscono le infrastrutture del Donbass. È vero?”

Le persone con cui ho parlato mi hanno risposto che quelli che in Occidente sono chiamati “separatisti” o “terroristi”, sono loro parenti, loro amici. Perché dovrebbero colpirli, anziché limitarsi al combattimento lungo la linea del fronte?”

In Europa viene mostrata un’altra verità. Io riferisco soltanto ciò che ho potuto ascoltare in quelle specifiche circostanze. Subito dopo un’esplosione nell’area in cui mi trovavo, ho visto persone, perlopiù  anziane, scendere in strada urlando e piangendo. Una di esse, scambiandomi per una giornalista occidentale, mi ha chiesto di non importunarla con delle domande, perché era sicura che nel riferire in Occidente quello che stava accedendo, avrei mentito.

Ho condiviso il mio viaggio nella Repubblica di Lugansk con Eliseo Bertolasi. Quando rassicuravamo le persone incontrate nel Donbass e nei campi profughi, che avremmo raccontato in Occidente la distruzione osservata, che avremmo provato ad essere loro vicini, che non li avremmo dimenticati, alcuni scoppiavano a piangere e ci ringraziavano.

È difficile dimenticare quei volti, le richieste di aiuto e gli sguardi di speranza.

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Angelo Mandaglio, lavora con il sito di controinformazione Byoblu, di Claudio Messora. La loro collaborazione è nata su proposta di Angelo che racconta: “Lo contattai per chiedergli se avesse voluto trattare anche i temi di geopolitica che non riguardassero solo l’Unione Europea, e gli raccontai di cosa stesse accadendo in Ucraina. Si interessò e volle occuparsi della cosa e mi chiese di impegnarmi in prima persona. Accettai volentieri e portai dentro anche Ivan Senin il quale portò nel gruppo anche Anya Stepanova, così nacque una piccola redazione che si occupa dell’Ucraina e del Donbass.

ANGELO MANDAGLIO

Perché avete visitato il Donbass, cosa ti ha spinto?

La mancanza di informazione obbiettiva. Quando un argomento tratta questioni che riguardano la Russia c’è una specie di censura o per meglio dire un binario dalla quale nessuno esce, che incanala l’argomento solo in una direzione. Ovviamente la stampa non può non essere di parte, ogni giornalista contamina con il suo punto di vista ogni argomento che tratta, c’è chi lo fa in maniera sottile e chi lo fa apertamente, ma tutti lo fanno. Penso sia una cosa naturale, ma quando tutti i giornalisti hanno lo stesso punto di vista e nascondono i fatti invece di interpretarli, siamo di fronte a una situazione che dovrebbe destare qualche sospetto.

Fino ad agosto del 2008 non mi accorsi di questo problema, ma in quel periodo ero a San Pietroburgo per lavoro e già parlavo russo. I telegiornali russi parlavano da alcuni giorni dell’Ossezia del Sud e dell’Abcazia, parlavano della guerra che il governo georgiano combatteva contro le popolazioni di quelle regioni, soldati che sparavano contro i civili e usavano anche l’artiglieria: vidi anche dei filmati inequivocabili, mi ricordo che tutti nei bar e i ristoranti commentavano arrabbiatissimi chiedendosi perché la Russia non intervenisse a difenderli.

In Italia, invece, nessuno sapeva niente. Chiamai a casa e chiesi a mio cognato e mia sorella se ne fossero al corrente, ma pensavano che scherzassi e non mi presero sul serio: loro non perdono un telegiornale e se una cosa non appare in TV non esiste (nota citazione). Quando poi la Russia intervenne tutti i giornali del mondo diedero la notizia che la Russia aveva invaso la Georgia rivendicando quei territori con il pretesto della lingua, della difesa degli ossetini di nazionalità russa, e ovviamente nel mondo si diffuse la paura. Quel giorno mi resi conto che la nostra stampa litiga solo quando si fa gossip politico, ma quando si tratta di geopolitica, quando si tratta argomenti di estrema importanza, sembra siano tutti d’accordo.

A Maidan è successa la stessa cosa ma se non fosse per il fatto che parlo russo e che in quell’ agosto del 2008 mi trovavo nel posto giusto al momento giusto, forse non mi sarei accorto di nulla. Oggi ho gli anticorpi a questo sistema di informazione e sento il bisogno di cercare la verità. Ho capito che in un paese democratico l’informazione non è un diritto, è invece un dovere, è dovere di ogni cittadino cercare la verità e di ogni giornalista raccontare i fatti, anche con il proprio punto di vista, ma raccontarli. Invece in Italia e purtroppo in Europa non lo fanno e io ho sentito il bisogno fortissimo di coprire questa lacuna, lo faccio nel mio piccolo, ma non sono il solo.

Chiunque è libero di credere o di non credere, ma qualcuno ha il dovere di raccontare cosa succede, la responsabilità di farlo è di chi, come me, sente forte questo bisogno. Così io e Ivan Senin abbiamo deciso di partire per conoscere i fatti e raccontarveli.

Nelle zone che avete visitato avete visto soldati russi o avete sentito parlare della presenza di truppe regolari dell’esercito russo?

Non le ho viste e nessuno di coloro che ho intervistato le ha viste. Ho invece visto molte persone normali, persone alla quale la divisa (se così si può chiamare) sembra essere fuori luogo, ho conosciuto una ragazza che combatte con la DNR (la Repubblica di Donetsk n.d.r.), è sposata con un altro ragazzo che combatte come volontario e suo padre è il comandante di un battaglione. Ho visto molte persone anziane, giovani, donne, tutti volontari. Nessuno di loro ha la stessa mimetica, e spesso, nello stesso camion di movimento truppe (anch’ essi a volte militari a improvvisati)  si nota che non hanno neppure le stesse armi. Chi conosce un po’ le armi sa benissimo che  AK47,  AK74, AK101 o  AK103 ecc. hanno calibri diversi, e se fossero un esercito avrebbero al massimo due tipi di munizioni e non quattro per ogni compagnia. Inoltre tutti i civili che ho intervistato conoscono almeno uno dei soldati che combattono al fronte. Potrebbe essere facile ingannare me, ma ingannare la popolazione civile non è possibile. Se sei del posto ti accorgi prima o poi se passa un’armata con la stessa divisa, le stesse armi e sono tutti sconosciuti. Io non ho colto neppure un’ombra di sospetto della presenza dell’armata russa.

Che impressione hai avuto della gente che hai incontrato?

Dignitosa! Persone che hanno il coraggio di vivere la propria normalità con dignità anche in una situazione estrema come quella in cui vivono. Tieni conto che in tre notti che ho dormito lì, non una mattina mi sono svegliato senza il boato continuo delle bombe che cadono. Mi ha colpito la loro reazione: la città di Donetsk è pulitissima e quasi tutta ristrutturata, ancora alcuni segni della guerra si vedono, ma veramente poca cosa.

Municipio, lavori di manutenzione
Municipio, lavori di manutenzione

Nella periferia si cerca di fare lo stesso, ma le bombe cadono incessantemente. In quelle zone le autorità non fanno andare gli operatori pubblici (che non ricevono gli stipendi da Kiev ormai da Agosto). Alcuni abitanti di quei quartieri non vogliono andarsene o perché troppo anziani e non saprebbero dove andare, o perché semplicemente non vogliono rinunciare alla loro casa e alla loro vita: dormono negli scantinati ma anche sotto le bombe e, di giorno, continuano a riparare i loro tetti. Emblematico il tetto dell’ospedale di Octyabrinskaya, quartiere vicino all’ aeroporto: ogni volta l’esercito ucraino lo bombarda e ogni volta i volontari lo sistemano. Anche questa è guerra: questi continuano a bombardare e gli altri non smettono di riparare; se si arrendessero forse sarebbe la fine per loro, ma non lo fanno, non mollano!

Vi sembra che le loro preferenze in maggioranza andassero al governo di Kiev o alle repubbliche separatiste di Donetsk o Lugansk?

Questa è proprio la domanda alla quale io stesso cercavo la risposta, è evidente che sono tutti a favore delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, abbiamo molti video nella quale faccio la seguente domanda: – Poroshenko dice che ha mandato l’esercito per liberarvi dai terroristi, lei cosa ne pensa? – farò un documentario dove ci saranno tutti i video delle interviste e sarà pubblicato su Byoblu, neanche io mi aspettavo questa reazione.

Il tetto dell'ospedale. "oggi l'esercito ucraino lo bombarda, domani i locali lo riparano"
Il tetto dell’ospedale. “oggi l’esercito ucraino lo bombarda, domani i locali lo riparano”

Non solo tutti sostengono le nuove repubbliche popolari, ma dicono esplicitamente che Poroshenko e tutti gli oligarchi sono i veri terroristi e “ladri” poiché da agosto 2014 non pagano le pensioni. La Repubblica di Donetsk ha iniziato a aprile a pagare le pensioni al posto di Kiev, non sono sicuri di poterlo fare tutti i mesi, ma ci provano e contano di riuscirci ancora. Devo dire che siamo anche stati accolti con molta diffidenza dalla popolazione locale, in una intervista (poco precedente a quella che ti ho mandato) dichiarano di non credere ai giornalisti stranieri, poiché molte volte sono andati nel Donbass e hanno posto le stesse domande che ho posto io, ma nessuno poi le ha mai pubblicate e in alcuni casi pubblicano versioni che dichiarano il contrario di quello che gli intervistati hanno detto, infatti non ho mai visto in Europa video delle interviste. Questo ha rafforzato la mia convinzione che sto facendo la cosa giusta, e anche se ho avuto paura, il sentimento che mi ha spinto a fare questa cosa è stato più forte.

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