L’epurazione degli epurati: Solzhenitsyn, l’Ucraina e l’Occidente

– Nina Kouprianova –

Alexander Solzhenitsyn è uno dei più noti dissidenti Sovietici, anche in considerazione del Nobel per la Letteratura vinto nel 1970. Il suo Arcipelago Gulag scritto negli anni ’50 – ’60 e Un giorno nella vita di Ivan Denisovich del 1962, entrambi sul tema del sistema concentrazionario di campi di lavoro del periodo Staliniano, sono i suoi lavori più noti al di fuori della Russia. Tuttavia, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, è divenuto sempre più chiaro che gran parte del suo sostegno dall’estero non era ispirato dall’ideale occidentale di “diritti dell’uomo” o dalla preoccupazione per l’uomo della strada Russo, ma serviva esclusivamente come strumento di pressione geopolitica.

Le sue dichiarazioni su una resurrezione della Russia, in particolare negli ultimi anni prima della sua morte sopravvenuta nel 2008, ovvero in una stagione in cui lo sviluppo della gestione di Putin era in una fase già molto avanzata, non rispondono alle aspettative di quelli che preferirebbero un paese giacente nella irreversibile debolezza degli anni novanta (nota come “libertà” e “democrazia”), in una condizione atta ad agevolare il saccheggio delle risorse da parte degli oligarchi nazionali e degli stranieri, mentre la cultura viene trasformata nell’ auto ritarmismo morbido della Post modernità neo liberale. In netta opposizione a queste aspirazioni uno degli aspetti della Russia Putiniana che Solzhenitsyn trovava più interessanti era la ripresa costante conosciuta dalla Cristianità Ortodossa.

Putin premia Solzhenitsyn per il suo lavoro nel 2007. Fonte: RIA
Putin premia Solzhenitsyn per il suo lavoro nel 2007. Fonte: RIA

Agli occhi degli ingegneri del consenso occidentali, in particolare quelli della “anglosfera”, nel migliore dei casi il sostegno di Solzhenitsyn a Putin ha fatto dello scrittore un “enigma“.  Nel peggiore, con una certa condiscendenza, viene definito come “scoraggiante“, “bizzarro“, “paradossale”. Newsweek ha addirittura proposto un “profilo psicologico” di Solzhenitsyn, concludendo che soffre del “Gulag della mentalità Russa”. E’ diventato davvero sempre più difficile strumentalizzare la sua tagliente critica di certe politiche sovietiche vista la sua difesa della peculiarità russa, che include alcuni punti di rilievo geopolitico. Questo secondo orientamento è stato battezzato come anti occidentale.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la decisione di diverse pubblicazioni di lingua russa di riproporre, in seguito al colpo di stato in Ucraina promosso da Washington e Bruxelles nel 2001, le riflessioni annotate da Solzhenitsyn durante la sua vita sul conto dei due paesi confinanti. Un certo numero di queste sue affermazioni è stato tradotto in inglese, e merita di essere letto. Solzhenitsyn si sentiva intimamente toccato da questo argomento perché “la Russia e l’Ucraina sono unite nel mio sangue” come ebbe a  scrivere.

Io ho redatto un’altra traduzione di passi tratti dal libro intitolato Russia al Collasso (Rossiia v obvale, 1998), che riporto sotto. Non desta particolare sorpresa il fatto che la dirigenza occidentale trovi la sua aspirazione al ritorno ad una unione storica fra Russia ed Ucraina molto sgradevole. Altri hanno semplicemente criticato le sue prese di posizioni come “non informate” suggerendo che gli scrittori dovrebbero  tenersi alla larga dalle questioni di politica internazionale.

Ma il “paradosso” descritto dagli ingegneri del consenso occidentali è in realtà tutto loro: Solzhenitsyn fu, in effetti, coerente nella sua critica alle politiche delle nazionalità sovietiche sulla base delle quali, al tempo, venne effettuata la divisione amministrativa delle regioni, senza tener conto del loro profilo etnico e culturale. Questo è esattamente il caso della Crimea e del Donbass, e le tragiche conseguenze di queste scelte sono emerse in maniera anche troppo evidente nell’anno trascorso.

Dopo che è precipitato nel gradimento dei fautori della Guerra Fredda e dei loro eredi, si potrebbe anche riconsiderare la portata di Acipelago. Per quanto il ponderoso tomo abbia indubbiamente sia un valore storico che uno culturale, non può essere utilizzato per effettuare una analisi statistica. Dopo tutto era basato, almeno in parte, su una testimonianza oculare e su una produzione normativa accessibile al tempo, e non sulla documentazione che venne declassificata solo dopo il 1991. In nessun modo questo testo può essere utile per descrivere l’intero periodo sovietico e, per quanto ci riguarda, la Russia odierna, nel modo usato dai propagandisti con  i loro accostamenti figurati Putin-Stalin. Se su cerca di comprendere quel periodo turbolento, allo stesso tempo, e paradossalmente, tragico (per gli effetti delle purghe e della collettivizzazione) e trionfale (per l’industrializzazione, l’alfabetizzazione di massa, la lotta alla mortalità infantile e alle epidemie, a voler tacere della Grande Guerra Patriottica), è meglio rivolgersi dati archivistici rilevati dagli storici piuttosto che perdersi nelle sparate deliberatamente esagerate di quelli che vogliono utilizzare questo autore contro la Russia.

I seguenti estratti da “Tragedia Slava”(Slavianskaia tragediia), un capitolo di Russia al Collasso, spiegheranno il motivo per cui alcuni giornalisti suoi connazionali hanno definito le parole di Solzhenitsyn (dalle sue osservazioni sulla Chiesa a quelle sulla questione linguistica) “profetiche”. E chiarirà anche il motivo per cui il dissidente dell’era Sovietica preferito dall’occidente è divenuto così geopoliticamente scomodo.

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SULLA CRIMEA

In termini di sviluppo interno, possa Dio consentire all’Ucraina ogni successo in questo sforzo. L’errore tombale risiede proprio nella sua eccessiva espansione in territori che non erano mai stati considerati Ucraina prima di Lenin: le due regioni del Donbass, l’intera fascia meridionale della Novorussia (Melitopol – Kherson – Odessa) e la Crimea. (L’accettazione del regalo di Khrushev, che comprendeva l’appropriazione di Sebastopoli,  è stata un furto di stato compiuto, oltre tutto, in malafede, a dispetto non solo dei “sacrifici russi” ma bensì persino della legalità dei documenti Sovietici).

Quanti Russi (con indignazione e orrore) hanno vissuto la cessione della Crimea, consumatasi in 24 ore, senza alcun sostegno popolare, e senza che potesse essere abbozzata alcuna contestazione a causa della nostra fiacca postura diplomatica del tempo? Si consumò un tradimento di tutte le guerre per la Crimea. E la ligia sottomissione di Sebastopoli, il diamante del valore militare russo, senza nemmeno il più piccolo sussulto politico. Questa ingiustizia fu compiuta dal governo che rappresentava; comunque noi, i cittadini, non ci siamo opposti in alcun modo. Ed ora, per un futuro di cui non si riesce a scorgere la fine, le generazioni future dovranno accettarlo. L’espulsione della flotta Russa da Sebastopoli potrebbe essere l’ultimo, vile, attentato alla storia Russa del diciannovesimo e ventesimo secolo. Sotto tutti questi punti di vista, la Russia non può affrontare un freddo tradimento dei milioni di Russi che vivono in Ucraina e non può, in nessun modo e maniera, rinunciare a riunirsi a loro.

SULLA LINGUA RUSSA

Le autorità Ucriane hanno scelto la strada di reprimere con la forza l’uso della lingua russa. Non solo le negano il rango di seconda lingua ufficiale di stato, ma  si applicano tenacemente per espellerla dalla radio, dalla televisione, e dalla carta stampata. Tutta l’istruzione nelle istituzioni scolastiche superiori è impartita in ucraino, dall’ammissione alla tesi di laurea, e pazienza se la lingua non possiede nemmeno la terminologia indispensabile. I programmi scolastici escludono completamente il russo, o lo prevedono in corsi facoltativi con lingua “straniera”. Hanno cancellato completamente la storia dello stato russo e quasi tutti i classici russi dai corsi di letterature. Ascoltiamo accuse del tipo di “aggressione linguistica russa” e “la quinta colonna ucraina russificata”. In questo modo inizia la soppressione della cultura russa, non la crescita di quella ucraina. E continuano a perseguitare la chiesa ortodossa ucraina, quella rimasta leale al Patriarcato di Mosca, ovvero il 70% dell’ortodossia del paese. 

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La persecuzione e repressione fanatica della lingua russa (che i sondaggi precedenti l’indipendenza mostravano essere la prima lingua per più del 60% della popolazione) è una misura brutale, che è diretta contro la stessa prospettiva di crescita culturale dell’Ucraina.

SULLA LINGUA UCRAINA

Nella relitta Galizia, accompagnata dalla derisione degli austriaci, crebbe un linguaggio Ucraino distorto, che non ha una origine naturale [non “popolare”], mischiata con parole tedesche e polacche. Anche nella stessa Ucraina etnicamente circoscritta la popolazione non parla e non usa la lingua ucraina in diverse circostanze della vita. E allora bisogna imporre delle misure coercitive per impiantare la lingua ucraina in tutte le persone che sono Ucraini almeno di nome. Fatto questo, seguirà ovviamente l’obiettivo costringere anche i Russi a usare l’Ucraino (e questo succede già oggi, e non senza violenza). Quindi lla lingua ucraina dovrebbe crescere in verticale, raggiungendo gli strati alti della scienza, della tecnologia e della cultura: questo obbiettivo deve ancora essere raggiunto. Poi l’ucraino deve diventare obbligatorio nelle relazioni internazionali. Forse, questo sforzo culturale richiederà più di un solo secolo. Per ora, leggiamo notizie sulla persecuzione delle scuole russofone, addirittura notizie di atti vandalici contro queste scuole, sulla revoca delle licenze alle televisioni russe e, in certi posti, addirittura di bandi inflitti all’uso della lingua russa fra bibliotecari e lettori. E’ proprio questo il corso di sviluppo che seguirà la cultura ucraina?

I PIANI DELL’OCCIDENTE

La russofobia ucraina incontra esattamente le necessità degli Stati Uniti. Il governo ucraino si muove in totale sintonia con il disegno americano di indebolire la Russia. A questa strategia si è sviluppata velocemente nella “relazione preferenziale fra l’Ucraina e la NATO” e nelle esercitazioni della marina statunitense nel Mar Nero. Vine in mente il piano immortale di Alexander Parvus [rivoluzionario Marxista] nel 1915: usare il secessionismo ucraino per frantumare la Russia. 

Originale: Purging the Purged: Solzhenitsyn, Ukraine, and the West

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