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– Marco Bordoni –

Il 9 maggio i russi festeggiano la vittoria nella seconda guerra mondiale, che loro chiamano “grande guerra patria”. Alla sensibilità italiana la retorica e la magniloquenza della celebrazione sembra eccessiva, visto che si parla di un evento accaduto 70 anni fa. In fondo, tendiamo a pensare, tutti i paesi del mondo hanno vissuto le distruzioni e le devastazioni della guerra. E tutti, bene o male, le abbiamo superate, se non dimenticate. Perché i Russi la fanno tanto lunga? L’Italia in un primo tempo ha inviato i suoi eserciti in territori lontani, è stata sconfitta e invasa da armate straniere. E tuttavia è sopravvissuta, ed anzi ha conosciuto nel dopoguerra un periodo di sviluppo e di benessere. Cosa sarebbe cambiato se avessimo vinto, in fin dei conti?  Perché i Russi pensano (e dicono) che la loro guerra, la loro vittoria, è stata più importante e “più grande”?

Se vogliamo cercare di capire questo comportamento apparentemente bizzarro dobbiamo esaminare la materia sotto due aspetti: la natura del tutto particolare della seconda guerra mondiale sul fronte orientale ed il problema della sopravvivenza della Russia come civiltà. Questa doppia analisi ci rivelerà altrettanti motivi di un comportamento che diversamente parrebbe inspiegabile.

La guerra ad est e ad ovest: non lo stesso affare. La prima cosa da tenere a mente è che guerra fra la Germania e la Russia è stata qualitativamente e quantitativamente diversa rispetto al conflitto combattuto in occidente. A ovest la posta in palio erano l’egemonia e la supremazia, a est la pura e semplice sopravvivenza fisica.

Gli eserciti tedeschi che entrarono in Francia, in Italia, in Olanda, si comportarono come spietate truppe di occupazione, ma si trattava pur sempre di paesi percepiti dagli invasori come parte di una civiltà affine. Popolati da creature, forse inferiori, ma comunque, umane. Nonostante il loro valore strategico Pontevecchio a Firenze e i passaggi sulla Senna a Parigi non furono distrutti al momento della ritirata. Perché i tedeschi li percepivano come espressione della loro stessa civiltà. La lettura dei documenti del tempo ci mostra che i Nazisti immaginavano la Germania come baricentro di una nuova Europa. I paesi occupati avevano un posto, se pur subordinato, nei sogni di gloria del Reich.

Ma gli stessi documenti ci mostrano che alla Russia veniva preparato un destino assai diverso. Un destino di annientamento fisico della popolazione, annientamento da conseguirsi non solo con lo sterminio diretto, ma con la fame e con la schiavitù in un incubo che avrebbe permesso alla Germania, nel giro di alcune generazioni, di acquisire una dimensione demografica e politica tale da sospingerla verso la contesa per l’egemonia mondiale. Per ottenere questo risultato i tedeschi avrebbero dovuto cancellare ogni traccia della cultura russa (la meravigliosa reggia zarista di Peterhof fu trasformata in una stalla, solo per citare un esempio) e poi procedere alla eliminazione della popolazione, o direttamente con la guerra, o attraverso la fame e la deportazione. Chi crede che questa ricostruzione sia esagerata non ha che da consultare le comunicazioni fra i dirigenti della Germania Nazista, o semplicemente documentarsi sull’ odissea di Leningrado, una città che i Nazisti circondarono e sottoposero ad assedio per 900 giorni in attesa che, semplicemente, la popolazione morisse in massa (ed andarono assai vicini a conseguire l’obiettivo).

Oppure può paragonare l’incidenza del numero di vittime della guerra sulla popolazione totale: la seconda guerra mondiale uccise circa un cittadino italiano (per inglesi e francesi vale grosso modo la stessa proporzione) e sedici cittadini sovietici ogni cento.

Dopo la guerra gli storici occidentali, un po’ per la difficoltà ad accedere agli archivi sovietici, un po’ per la disponibilità di fonti dirette tedesche, ma soprattutto per motivi ideologici, hanno creato il mito dell’esercito sovietico composto di masse male armate mandate allo sbaraglio dai propri comandanti. In pratica l’enorme quantità di caduti Russi viene surrettiziamente attribuita all’ imprevidenza dei loro generali ed al loro disprezzo “asiatico” per la vita umana. Questo mito è sostanzialmente corretto per il primo anno del conflitto: l’Unione Sovietica venne colta alla sprovvista, e le sue armate nei primi mesi furono travolte da un esercito che, peraltro, aveva annichilito i francesi (al tempo in possesso di una delle armate più formidabili del mondo) nel giro di sei giorni.

Ma se si esaminano le ricostruzioni sovietiche per il periodo successivo al novembre 1941, si scopre una verità assai diversa: la sproporzione di forze lamentata dai comandanti tedeschi nel resto della guerra è un pretesto, spesso infondato, per giustificare il proprio insuccesso. I soldati sovietici si trovarono agli appuntamenti più importanti in grave inferiorità sia di uomini che di mezzi, e la vittoria finale fu dovuta non solo al “terrore” per le possibili punizioni, ma ad un misto di fattori.

Prima di tutto le caratteristiche culturali storicamente sempre dimostrate dagli eserciti russi: abnegazione, tenacia, spirito di sacrificio, testardo rifiuto di ammettere la sconfitta anche nelle condizioni più disperate. Poi le notevolissime attitudini tattiche e strategiche, specialmente la capacità di ingannare il nemico sulle proprie intenzioni, dimostrata sia dai soldati che dai comandanti: in pratica il comando tedesco, per tutto il corso della guerra non riuscì mai ad indovinare le vere intenzioni di quello sovietico. Il terzo elemento fu la capacità del popolo russo di accettare sacrifici indicibili per la mobilitazione: la nota dominante delle memorie del tempo di guerra è la fame patita dai civili, le cui condizioni venivano mantenute al limite della sopravvivenza perché tutto doveva essere destinato al fronte. Questo, e lo sforzo fisico nel lavoro e nella produzione bellica, sforzo agevolato dalla struttura della società sovietica, che era già mobilitata da anni (come vedremo oltre).

Quindi no, non fu la “barbarie” del sistema difensivo sovietico a provocare decine di milioni di morti nelle fila dell’Armata Rossa e del popolo russo. Quella immensa strage fu il frutto deliberato del tipo di guerra condotta ad est dal comando Germanico: una guerra non di conquista, ma di annientamento.

E con questo torniamo alla natura del tutto particolare del conflitto ad est: spesso l’espressione guerra “per la vita e per la morte” viene usata in senso figurato. Ma per i Russi e per gli altri popoli dell’Unione Sovietica la seconda guerra mondiale non fu, come per gli occidentali, un periodo in cui la popolazione civile attendeva pazientemente che il conflitto finisse per tornare, vinti o vincitori, alla propria vita quotidiana. Fu un periodo in cui tutti, indistintamente, uomini, donne e bambini, di un intero popolo di 200 milioni di persone, aspettavano di sapere se sarebbero sopravvissuti o sarebbero stati uccisi.

La storia ci insegna che qualcosa del genere accadeva nell’antichità classica, durante gli assedi. La comunità vinta veniva fisicamente annientata dal vincitore: i maschi uccisi, le donne ed i bambini a loro volta sterminati o venduti come schiavi. Ma la storia contemporanea conosce ben pochi esempi simili, e questo è il primo motivo per cui la “grande guerra patria” non è stata una guerra come le altre.

300 anni di lotta per l’esistenza. L’altro motivo che spiega l’amore dei Russi per la festa del 9 maggio riguarda la sopravvivenza della Russia come esponente di un sistema di valori, di un sistema culturale, in altre parole, di una civiltà, capace di rappresentare una declinazione particolare della natura umana.

Per semplificare: la Russia salì alla ribalta della storia europea come grande potenza all’inizio del settecento e la sua modernizzazione la mise presto in grado di proiettare le sue armate nel cuore del continente. Una caratteristica della potenza russa che si manifestò quasi subito fu quella di non avere ambizioni di egemonia continentale. Invece di perseguire un disegno di conquista diretta, gli zar impiegarono la propria forza militare per compattare alcuni territori contigui al nucleo storico dello stato russo, intervenendo negli affari europei più che altro per garantire la propria sicurezza ed il proprio assetto istituzionale conservatore. L’apogeo della potenza zarista venne toccato fra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, ma già a metà dell’ottocento la guerra in Crimea mostrò chiaramente che la macchina dello stato non era più in grado di stare al passo con le grandi potenze occidentali. Tutti i tentativi di riforma e di modernizzazione del paese posti in atto nei decenni seguenti fallirono, e la Russia conobbe prima un ridimensionamento della sua influenza politica in regioni chiave come i Balcani e (dopo la sconfitta del 1905) l’estremo oriente, e poi un crollo che la portò ad un passo dalla dissoluzione nel 1917.

Dopo la guerra civile Stalin si rese conto del fatto che le potenze occidentali, molte delle quali avevano calcato il suolo russo durante il conflitto dalla parte dei bianchi, erano state costrette ad arretrare momentaneamente e per una contingenza tattica. Tuttavia, perdurando l’arretratezza che affliggeva il paese da oltre 50 anni, le mire dei paesi imperialisti non avrebbero tardato a manifestarsi nuovamente, ora che avevano sperimentato la facilità con cui era stato possibile controllare per lunghi periodi ricche e vaste estensioni territoriali. Il 1927 fu un anno chiave, in questo senso. L’impero britannico interruppe le relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica, facendo sfumare le speranze dell’afflusso di capitali stranieri da investire nello sviluppo. La rivoluzione comunista organizzata dai Russi in Cina si risolse in un disastro. Il paese si trovò isolato sull’ arena internazionale mentre i dati indicavano che i tentativi di creare un capitale di investimento interno da utilizzare nel rilancio dell’industria, scommettendo sul contributo volontario piccola proprietà contadina erano falliti.

Sotto molti versi, per il popolo russo la “grande guerra patriottica” incominciò nel 1927: è infatti in quell’anno che Stalin si rese conto del pericolo che l’Unione Sovietica venisse definitivamente dissolta da un attacco esterno, e decise di ricorrere al rimedio estremo della mobilitazione. E’ molto difficile distinguere le atrocità che seguirono (industrializzazione forzata, economia di piano, repressione del dissenso, collettivizzazione delle campagne, urbanizzazione, militarizzazione della società) dalla guerra che venne dopo. E’ un fatto, però, che il paese si presentò all’appuntamento con la storia disponendo dei mezzi materiali e morali per combattere la propria lotta per l’esistenza.

Non saranno sfuggite al lettore attento le somiglianze con la cronaca di questi giorni. Giorni in cui la Russia appare nuovamente accerchiata, minacciata dalla propria stessa (vera o presunta) arretratezza, e protesa verso l’affermazione del proprio diritto ad occupare un posto sotto il sole (“sola alla luce del sole, sola così bella” dice l’inno nazionale).

1927 – 1945: sono quasi venti anni. Una intera generazione bruciata nel tentativo di salvare sia la propria esistenza fisica, e quella dei propri cari, sia l’esistenza della propria cultura e della propria identità. Le sofferenze che questa generazione dovette subire furono inenarrabili: probabilmente furono tali da fare sembrare la morte una alternativa appetibile.

Eppure la Russia scelse la vita. La sua gente decise di non lasciarsi uccidere, ma di vivere una vita impossibile e di combattere. Il paese non si abbandonò alla dissoluzione, ma si lanciò nel fuoco e decise di restare unito. Quando, l’8 maggio 1945, apprese di avercela fatta, apprese che tutto non era stato vano, i sentimenti del popolo furono incomprensibili per noi, abituati ad una vita di relative certezze. Basti dire che tutti quelli che lo vissero nell’età della ragione raccontano il giorno dell’8 maggio 1945 come il più bello della propria vita (e molti anche il 5 marzo 1953 come il più brutto, ma questa è un’altra storia),

Il 9 maggio 1945 il popolo russo ricorda di quando dovette scegliere fra una vita d’inferno e la morte. E scelse la vita, nonostante fosse la scelta più difficile. Il 9 maggio, in una parola, è la festa della vita.

Ecco perché per i Russi la “grande guerra patria” non è una guerra come le altre, la sua vittoria non è una vittoria come le altre. E il 9 maggio non è un giorno come gli altri. E, per come la vedo io, non hanno affatto torto.

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