Il Generale Leonardo Tricarico è un italiano in stellette che vanta una consolidata fama internazionale, oltre ad un curriculum invidiabile. Dal 2004 al 2006 è stato Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana. Ha comandato la forza aerea alleata della NATO a Vicenza durante la guerra Jugoslava nel 1999, segnalandosi all’ attenzione sia del governo italiano che di quelli alleati venendo nominato consigliere militare della Presidenza del Consiglio, incarico ricoperto durante governi sia di centro destra che di centro sinistra. Oggi presiede la Fondazione ICSA (Intelligence, Culture and Strategic Analisys).

Si è manifestato disponibile a rispondere ad alcune domande predisposte da Stefano Orsi, di Saker Italia, e dal gruppo di analisi geopolitica Geopoliticalcenter, disponibilità di cui lo ringraziamo. A nostro avviso le risposte del Generale ci offrono un interessante punto di vista che proviene da un tecnico di altissimo livello, un uomo che ha occupato posizioni di primo piano nel dispositivo difensivo italiano e della NATO e che, avendo mantenuto indipendenza di giudizio, esprime perplessità sulla tendenza ad esacerbare il confronto con la Russia, sul disimpegno italiano ed europeo nella manutenzione del dispositivo militare e sulle carenze della leadership Statunitense. Buona lettura.

Saker Italia: Il nostro gruppo è focalizzato sulla crisi Ucraina. Ovviamente ci preoccupa la situazione apparentemente senza uscita che si è creata in quel paese, i cui gruppi dirigenti sembrano incapaci di disinnescare il conflitto identitario in corso, e anzi lo cavalcano con una condotta politica e con provvedimenti intesi a creare uno stato di “eccezione permanente”. Ma quello che ci preoccupa maggiormente è la condotta di elementi “esterni” alla crisi, ovvero il contributo dato paesi membri dell’Alleanza Atlantica, come gli Stati Baltici, la Polonia, e indirettamente anche gli Stati Uniti, al cambio di regime ed alla progressiva radicalizzazione del governo filo occidentale di Kiev. Come valuta le iniziative di questi paesi nostri alleati? Crede che siano compiute nell’ interesse dell’intera Alleanza o siano invece espressione delle ambizioni di singoli membri?

Gen. Tricarico: Sono almeno trent’anni che il nostro Paese cerca di riconvertire verso l’asse nord sud l’attenzione dell’Alleanza, evidentemente con scarso successo: oggi il mondo sta cambiando lungo quest’asse e la NATO continua a mettere al centro dei suoi pensieri le questioni est ovest, quasi a rispolverare toni e scenari da guerra fredda, oggi poco credibili, a tratti patetici. I timori dei paesi membri dell’area sono evidenti, e se vogliamo comprensibili, un po’ meno lo è  il comportamento statunitense il cui interesse dovrebbe mirare ad una stabilizzazione dell’area anziché alla destrutturazione degli equilibri.

La 173ma Brigata Aviotrasportata USA in Lettonia.
Nella foto: la 173ma Brigata Aviotrasportata USA dislocata in Lettonia nel 2014, dopo lo scoppio della crisi ucraina. Secondo il Generale Tricarico l’interesse della NATO dovrebbe essere la “stabilizzazione, non la destrutturazione” dell’area.

Saker Italia: Le operazioni militari a cui abbiamo assistito in Ucraina hanno conosciuto diverse fasi. Nella primavera del 2014 si sono osservati episodi (manifestazioni popolari supportate da piccoli gruppi di “volontari” armati) che potevano ricordare gli eventi occorsi un paio di mesi prima in Crimea. La decisione di Kiev di stroncare militarmente la rivolta ha dato il via ad una seconda fase, in cui le parti si sono scontrate in un confronto militare vero e proprio anche se molto caotico e poco organizzato. Durante l’estate gli scontri hanno raggiunto un apice di violenza e i separatisti sono riusciti a stabilire il controllo di una pur modesta porzione di territorio organizzandovi i propri stati. Nell’ultima (ad oggi) fase operativa abbiamo assistito ad uno scontro molto più classico, fra due eserciti determinati e abbastanza ben equipaggiati, intorno al nodo strategico di Debaltsevo. L’artiglieria e le truppe corazzate sono state utilizzate largamente da entrambe le parti. L’aviazione ucraina è stata ridotta all’impotenza dall’interdizione ribelle nel giro di pochi mesi (marzo – luglio 2014). Che valutazione dà di queste operazioni? Ritiene che il nostro dispositivo difensivo possa trarre qualche insegnamento da quello che è accaduto? Quale è secondo lei il maggior limite mostrato dall’esercito ucraino nello svolgimento di queste campagne offensive? Crede che il sostegno di alcuni paesi occidentali, ormai scoperto, possa consegnare alla parte ucraina una superiorità decisiva per il futuro, specie in fase offensiva?

Gen. Tricarico: Le operazioni belliche condotte coerentemente alla dottrina di impiego consolidata dalle parti contrapposte vede una preponderanza capacitativa russa. Un prosieguo su questa strada, pertanto, comporterebbe la piena sopraffazione di una parte, quella ucraina. Quest’ultima, se ambisse a forme di “successo” al momento impraticabili, dovrebbe concepire ed attuare forme di asimmetria che la possano aiutare a sottrarsi ad un braccio di ferro tradizionale in cui, inevitabilmente, soccomberebbe.

Per quanto riguarda il nostro dispositivo, l’insegnamento è che guerre simmetriche sono ipotizzabili solo con la rievocazione dei fantasmi del passato, cui sembra appartenere la questione russo-ucraina, se vogliamo invece considerare con realismo campi di confrontazione più seri, andrebbe ripensata alle radici una nuova dottrina di impiego delle forze che meglio si attagli agli scenari asimmetrici che, in più parti delle nuove e vecchie aree calde, mettono a rischio i nostri e gli altrui interessi.

Per tornare all’Ucraina, un concetto piuttosto banale ma che stenta ancora a divenire patrimonio dei governi, Italia inclusa, è che una capacità bellica la si può far decadere in breve tempo, e che la stessa non la si può ricreare in tempi altrettanto brevi, né da soli né, tanto meno, con l’aiuto di altri.

Secondo il Generale
Secondo il Generale la guerra in Ucraina dimostra che le guerre simmetriche sono attuali solo rievocando artificialmente “fantasmi del passato”. Le minacce “più serie” si trovano altrove. Foto: Colonel Cassad

Saker Italia: I problemi che sta incontrando il progetto F35 sono uno dei pochi argomenti attinenti la difesa ad aver reclamato attenzione presso il grande pubblico. Anzi, stando a quanto si legge nei giornali, pare che questo progetto rappresenti l’alfa e l’omega di tutto lo sviluppo delle nostre forze armate. Quanto è corretta questa rappresentazione? I problemi del progetto sono davvero così seri? Lo sviluppo, da parte di cinesi e russi, di radar in grado seguire diversi bersagli anche se con tracce modeste, non insidia ulteriormente il progetto? Crede che sarebbe possibile e opportuno predisporre un nuovo protocollo di ricerca da parte europea per un nuovo caccia multiruolo sull’esempio del Typhoon?

Gen. Tricarico: L’ F35 non è un’arma totale ma un importante componente, il backbone se vogliamo, di una moderna aeronautica militare. Non dotarsene sarebbe come tagliare una gamba ad un corpo e pretendere di impiegarlo in combattimento. L’AMI in particolare radierà nei prossimi anni le componenti Tornado ed AMX della linea aerotattica, l’ F35 li sostituirà gradualmente ambedue. Il velivolo, a mia memoria e senza tema di smentite, è sotto il profilo tecnico quello meglio riuscito, non solo come caccia, ma anche rispetto ad altri progetti di contenuto tecnologico più modesto come cargo o velivoli di supporto: in questo senso forse le pressanti e prolungate critiche hanno aiutato a porre nel progetto maggiore attenzione e ad evitare errori. Sul panorama mondiale poi, non vi è tema di confronto con alcuno, il gap con le tecnologie di altri rimane sempre molto ampio ed incolmabile nel breve medio termine. Stesso discorso per l’eventuale upgrade di velivoli già in linea quale l’ eurofighter, per quanto possa essere fatto per conferirgli capacità aggiuntive, peraltro molto costose, non raggiungerà mai performances comparabili con lo F35. Se invece si pensa ad un nuovo progetto europeo, tanti auguri! Non credo francamente che alcuno sia oggi neppur lontanamente tentato da avventurarsi in un’iniziativa di questo tipo, un autentico ammazza bilanci.

Saker Italia: L’aumento delle tensioni con la Russia ha fatto emergere in seno alla NATO tre orientamenti abbastanza definiti. Gli stati dell’Europa occidentale hanno interesse a mantenere buoni rapporti non solo, ovviamente, con gli Stati Uniti, ma anche con la Russia, la cui economia ha caratteristiche oggettivamente complementari con quelle europee. I nuovi membri dell’est Europa hanno interessi simili, ma nella loro percezione le preoccupazioni sulla sicurezza prevalgono e sono quindi più propensi ad accettare una linea rigida. Gli Stati Uniti paiono voler sfruttare le tensioni fra i propri alleati europei e la Russia per serrare le fila dell’alleanza, riaffermando la propria leadership economica, politica e militare. E’ possibile, a suo avviso, trovare una mediazione fra queste esigenze in parte contrapposte?

Gen. Tricarico: Una mediazione tra gli interessi e le paure dei Paesi dell’Europa e della NATO è sempre possibile, purché lo si voglia, ma questa volontà sembra latitare. Anzi, semmai, sembra vero il contrario, sembra che a qualcuno interessi tenere tutti sulla graticola. Qualcuno insomma che, invece di gettare acqua sul fuoco o sui focolai che ogni tanto riprendono vigore, si diverte a fare l’incendiario, temo purtroppo con lucido calcolo.

Saker Italia: Il nostro interesse non è focalizzato sulla Libia. Tuttavia vorremmo chiederLe alcune valutazioni generali sulla emergenza in corso. Il passato è noto: il paese, prima dell’attacco da parte di alcune potenze europee, era florido e rappresentava per l’Italia un interlocutore con interessi convergenti, se non proprio un alleato strategico. Ora il collasso libico e la crisi di molti paesi del Sahel si stanno ripercuotendo sul nostro paese, non solo con l’emergenza dei profughi, ma anche con la possibilità che questi territori diventino focolai di terrorismo e con la crescente difficoltà di reperire fonti energetiche. Non possiamo non notare che anche su questo scacchiere gli interessi dei paesi NATO divergono: ovviamente gli stati europei occidentali e meridionali avrebbero interesse ad un maggior coinvolgimento nell’area. Gli Stati Uniti e i paesi dell’est Europa non solo possono disinteressarsi del problema, ma potrebbero addirittura trarre vantaggi indiretti dal suo aggravarsi. Crede che l’odierna evoluzione fosse prevedibile nel 2011? Non crede che i paesi che maggiormente si sono spesi per un intervento in Libia nel 2011 (Francia, Regno Unito, Stati Uniti) dovrebbero farsi maggior carico della soluzione del problema da loro stessi creato?

Gen. Tricarico: Nel 2011 l’Italia ha avuto, come nel 1999, un’ occasione straordinaria, quella di determinare, se lo avesse voluto, il corso degli eventi, staccando poi un dividendo politico di pari importanza: invece nel 1999 il governo D’ Alema, pur meditando e comprendendo a fondo il ruolo che lo scenario gli offriva, non ne trasse fino in fondo i vantaggi politici possibili. L’occasione successiva, quella libica, è da considerarsi fallimentare sotto ambedue i profili: non vi è stata una riflessione approfondita dei nostri interessi e soprattutto del fatto che se avessimo voluto, quella guerra non si faceva. Molti paesi, Francia in testa, non sarebbero andati molto lontano senza le basi ed il ruolo di supporto logistico operativo italiano, anche e soprattutto alla luce del disimpegno statunitense che nel conflitto libico è venuto per la prima volta alla luce in tutta evidenza.

Line-up_of_Tornados_at_Trapani
Velivoli Italiani a Trapani durante la guerra in Libia: secondo il Generale per l’Italia la guerra è stata un’occasione persa per fare valere il proprio peso politico.

Oggi stiamo ripetendo gli stessi errori, pur se per motivi diversi, primo tra tutti quello della persistente incapacità di fare sistema senza gli Stati Uniti, il loro ruolo guida, i loro mezzi e la loro, unica direi, capacità di condurre operazioni belliche e di altro tipo, complesse e prolungate.

Saker Italia: In relazione alla questione del contrasto dello Stato Islamico vorremmo una Sua opinione sulla condotta dei paesi dell’Alleanza Atlantica, che ci pare assai difficile da interpretare. In particolare: considera la risposta data dall’ Amministrazione Statunitense efficace, coerente e sufficiente a contenere e a eliminare questa minaccia?

Gen. Tricarico: Lo Stato Islamico, nelle sue attività di espansione e radicamento, gode della pigrizia e del disimpegno sostanziale nell’uso della forza, con cui gli Stati Uniti stanno affrontando la sfida portata alle società musulmane ed occidentali, nell’ordine. Inoltre, non si comprende bene quale sia la visione globale degli USA, sempre che ne esista una o che non ci troviamo, come purtroppo sembra, a vivere alla giornata, ad un volare a vista facendo le scelte man mano che i problemi si presentano senza che le stesse siano coerenti con un disegno unico. Se le cose dovessero veramente stare così, vi è di che preoccuparsi, non tanto per il nuovo capitolo di recrudescenza del terrorismo di matrice islamica, quanto per l’evaporazione del ruolo guida statunitense che bene o male faceva sperare in una stabilità di volta in volta percorribile, obiettivo questo che oggi sembra sfuggire di mano a tutti.

Geopoliticalcenter Sig. Generale, grazie per il tempo che ci dedica GeopoliticalCenter il nostro blog di geopolitica vorrebbe presentarle tre domande relative a tre teatri operativi lontani ma in realtà connessi tra loro.

Ucraina: Negli ultimi 9 mesi abbiamo assistito da un netto rafforzamento della componente aerea statunitense in Europa Orientale. Sono stati riposizionati diversi reparti di volo inclusi, con nostra sorpresa, F-15 ed F-16 della Guardia Nazionale. Sono inoltre stati dispiegati in Europa aerei RC-135, A-10 ed un sistema Patriot è stato trasportato in Polonia. Ritiene possibile che nel caso la situazione in Ucraina degenerasse la Polonia possa attivamente supportare militarmente , al di fuori della NATO ma con l’avallo ed il supporto americano, l’Ucraina? Se a causa di ciò si assistesse ad un confronto diretto, magari aereo, tra Russia e Polonia, sarebbe applicabile l’art.5 della Carta di Washington, in difesa della Polonia?

Gen. Tricarico: La cosa più scandalosa è che nostri velivoli Eurofighter siano dislocati da tempo nei Paesi Baltici, e a lungo lì resteranno ancora, quando invece la NATO, nello stesso spirito di solidarietà da noi usato per difendere i cieli baltici, non ravvisa la necessità di rafforzare il fronte sud, lì dove veramente i rischi esistono. Il build up delle forze nell’area potrebbe far parte di un’ipotesi di deterrenza, null’altro, a meno che qualcuno non creda ci si possa avventurare in una confrontazione Nato Russia, ipotesi certamente demenziale ed auspicabilmente utopistica.

Da parte italiana, credo vada fatta maggior chiarezza nelle interlocuzioni europee e transatlantiche, ammesso che questo non venga già fatto dietro le quinte. Alcune cose però vanno messe sul tavolo con maggior chiarezza per non alimentare ulteriormente le speranze e le aspettative di tutti, Ucraina in testa. Bisogna uscire insomma dall’ambiguità che ha contraddistinto purtroppo il passato anche recente, solo così sarà possibile costruire nuovi equilibri. Tra questi nuovi approcci, sicuramente la chiarezza di scenario: per quanto riprovevole ed abietta, si tratta di una disputa tra due paesi non membri dell’Alleanza e tale deve rimanere, destituita fin d’ora ed in via preventiva della possibilità che qualcuno, con artifizi da costruire, possa pensare di avere in tasca la carta dell’ Art. 5, da mettere in tavola al momento buono. E questo va detto ora.

L'espansione della NATO
L’espansione della NATO: secondo il Gen. Tricarico l’Italia dovrebbe mettere in chiaro sin d’ora che i paesi che si lasceranno coinvolgere nella crisi Ucraina non potranno fare valere l’art. 5, sull’obbligo di difesa reciproca in caso di attacco subito da uno dei membri.

Geopoliticalcenter, Libia. L’Italia appare paralizzata sulla questione libica a causa, secondo la nostra opinione, di tre fattori. 1) non abbiamo la determinazione di scegliere un alleato in terra libica e ci dividiamo tra le fazioni di Tripoli (sostenute da Usa e Turchia) e le fazioni di Tobruk (sostenute da Egitto e Sauditi) 2) la fortissima influenza che la Santa Sede ha su questo governo 3) la scelta di identificare nella marina lo strumento militare più adeguato per risolvere la situazione. Nella Sua visione personale e in quella della Fondazione da Lei presieduta c’è la possibilità che il Governo italiano rivaluti la propria posizione e cerchi di organizzare una coalizione con Egitto, Francia e altri paesi arabi per riportare ordine (anche con la forza) in Libia?

La Libia rimane un quadro di difficile lettura e decrittazione, mentre invece precondizione per un intervento di qualunque tipo e’ che, da una radiografia nitida, si individui il percorso per un end state altrettanto chiaro e condiviso con i compagni di ventura. Ora, in quest’opera di comprensione articolata cui metter mano, nessuno come il nostro paese è attrezzato culturalmente e nell’attualità di scenario. Il nostro ambasciatore e’ stato l’ultimo a lasciare Tripoli, i carabinieri erano lì fino a poco fa ad addestrare le forze di polizia, le due aeronautiche hanno collaborato fino a poche settimane fa, Finmeccanica aveva una sua struttura industriale a capitale misto nei pressi di Tripoli, i Servizi hanno personale di prim’ordine sul posto, un alto funzionario del Viminale ha operato a livello governativo in Libia ininterrottamente per anni anche lui fino a poco fa, l’Eni ha ancora radici locali ben salde; cosa serve di più per mettere a sistema queste risorse e dire agli altri cosa si può fare? Prematura quindi ogni ipotesi di intervento di qualunque tipo, quello militare incluso.

In questo caso poi è a maggior ragione impossibile qualificare le forze in campo, non sapremmo oggi neppure verso chi indirizzare il nostro intervento, chi sarebbero i nostri nemici e quali gli obiettivi. A mio modesto parere oggi andrebbe aperta una seconda tornata negoziale, dopo i risultati deludenti del pur bravo Bernardino Leon, negoziati sempre coperti da una risoluzione ONU ma più robusta rispetto a quella in scadenza, che consenta di tenere il randello dietro la schiena ben visibile, ove il guanto di velluto non dovesse ancora risultare efficace. Un round negoziale garantito da un accordo su tavoli separati con Egitto e Turchia, i capi fila di cordate cui fanno capo le due fazioni libiche in lotta. Ogni altro schema di intervento potrebbe provocare situazioni in prospettiva ancora più complesse di quelle che oggi non riusciamo a fronteggiare.

Barack Obama: secondo il gen. Tricarico "Disimpegno graduale quindi dal ruolo di guida in operazioni militari e politica estera disaggregante e destabilizzante paiono i caratteri distintivi del comportamento statunitense, e le vicende del Golfo ne sono l'ultima testimonianza."
Barack Obama: secondo il gen. Tricarico la sua presidenza è stata contraddistinta da “disimpegno graduale dal ruolo di guida in operazioni militari e politica estera disaggregante e destabilizzante”

Geopoliticalcenter, Golfo Persico: stiamo assistendo ad una lenta escalation marittima ed asimmetrica tra Iran e Stati Uniti. Gli Usa bloccano i convogli iraniani diretti in Yemen, gli Iraniani fanno sapere, bloccando la Maersk Tigris ad Hormuz, che essi possono attuare un blocco navale ad Hormuz. Da oggi navi statunitensi pattuglieranno lo Stretto di Hormuz, contro il volere dell’Iran, che considera proditoriamente acque territoriali proprie gran parte dello Stretto. Alla luce della politica remissiva dell’amministrazione Obama (es. nessuna reazione all’affondamento della Corvetta sud coreana Cheonan, o il medesimo immobilismo seguito alla dichiarazione della ADIZ cinese nel mar Cinese Orientale) perchè in questo caso la Casa Bianca sembra dimostrarsi proattiva e non remissiva nei confronti dell’Iran?

Sembrano lontani, non solo nel calendario, i tempi in cui, in tour pre-elettorale, Obama si presentava al mondo come il presidente del multilateralismo, il presidente che avrebbe deciso non nella solitudine tutta americana di Bush, ma solo dopo aver consultato e coinvolto amici ed alleati. Non male i risultati sotto gli occhi: Putin emarginato e costretto a rispolverare toni e comportamenti da guerra fredda, con accantonamento definitivo del suo ruolo importante nelle negoziazioni nei teatri più caldi; Israele, storico amico, scivolato in una posizione di aperto rancore; l’ultimo paese alleato, pur con tutte le sue ambiguità ad essere spinto verso uno stato di forte frustrazione è l’Arabia Saudita e questo grazie agli accordi sul nucleare iraniano. Disimpegno graduale quindi dal ruolo di guida in operazioni militari e politica estera disaggregante e destabilizzante paiono i caratteri distintivi del comportamento statunitense, e le vicende del Golfo ne sono l’ultima testimonianza.

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