– Marco Bordoni –

In un anno e mezzo la crisi Ucraina ha cessato di essere una emergenza per trasformarsi in una costante del panorama politico internazionale. Ciascun attore orami ha messo le carte in tavola e siamo in grado, quindi, di definire sinteticamente obiettivi e strategie.

Gli Stati Uniti mirano ad azzerare la profondità strategica russa riducendo in questo modo i margini di azione politica del potere di Putin. Questa azione ha come obiettivo intermedio quello di relegare la Russia al ruolo di attore internazionale subordinato e come obiettivo conseguente a lungo termine quello di mantenere la presa sull’Europa, arrestare il processo di riaggregazione intrapreso da Mosca e invertirlo completando la frantumazione politica dello spazio post sovietico.

Per la Federazione Russa, simmetricamente, è vitale mantenere le strutture della NATO  oltre i Carpazi. Per fare questo, ovviamente, non basta il controllo del sud est ucraino. Occorre che tutto il paese venga “finlandizzato”: in sostanza la Russia pretende il diritto di veto sulle scelte strategiche di Kiev. Questo diritto dovrebbe trovare, nelle intenzioni russe, un riconoscimento formale in sede internazionale, ed uno informale nella costituzionalizzazione della doppia identità del paese. La Russia ha enunciato in sede ufficiale le proprie richieste nell’aprile 2014 (neutralità e federalizzazione) e, quando queste sono state respinte, ha “sequestrato” un pezzo del territorio ucraino modesto per estensione ma di grande valore economico e demografico, e intende utilizzare questo pegno quale contropartita per conseguire i due obiettivi strategici enunciati.

La Germania intende ritagliarsi un ruolo autonomo all’interno del sistema di potere atlantico. Le elite tedesche e quelle di molti paesi europei sono consapevoli del fatto che la Russia è un interlocutore economico e politico naturale per il vecchio continente molto di più di quanto non lo siano le masse. La strategia tedesca consiste nel cavalcare in sede ufficiale la retorica antirussa per compattare intorno a sé un consenso continentale e atlantico ed ottenere una delega in bianco da spendere sul tavolo di trattative intrattenute discretamente con la dirigenza russa, in vista di un accordo di vertice che consenta un congelamento del conflitto, una stabilizzazione della crisi e una relativa normalizzazione commerciale, anche se non un ritorno al business as  usual. Questa impostazione tradisce una concezione della politica tecnicistica, se non addirittura aristocratica, implicando che la politica moderna consenta un’ampia divaricazione fra retorica e prassi.

La dirigenza Ucraina e quella di Donetsk e Lugansk sono accomunate dal fatto di avere ristretti margini di manovra. Il compito più importante per gli uomini di Kiev è costruire consenso attorno all’incredibile sfida politica, economica e culturale che hanno lanciato. Sotto ognuno di questi tre profili il governo ucraino pattina su un ghiaccio sottilissimo. Sin ora la mobilitazione psicologica del paese, i cui cittadini sono sottoposti ad un bombardamento propagandistico senza precedenti, ha permesso a questo esperimento politico di sopravvivere superando prove tremende. Oggi l’alternativa sul tavolo è fra la normalizzazione ed il rilancio bellico. Se il duo Turchinov – Yatzenuk appare senz’altro propendere la seconda opzione, Poroshenko rappresenta la vera scommessa mancata per la Russia, non sapendo o volendo risolversi ad imboccare la prima strada.

Quanto a Donetsk e Lugansk, le genti che abitano in quelle regioni aspirerebbero all’indipendenza, ma la loro volontà dovrà per forza tenere conto del volere di Mosca. La Russia non ha riconosciuto l’indipendenza dichiarata dai due oblast, poi ha accantonato senza troppi complimenti il progetto Novorussia ed ha installato nelle due repubbliche una dirigenza abbastanza pragmatica da accettare di trasformare il sud est in un sistema di ancoraggio capace di tenere l’Ucraina fuori dalla NATO.  La verità è che alla Russia non serve una Novorussia forte ed estesa a tutto il sud est se questa opzione comporta lo schieramento delle forze Nato a Kiev o Chernigov. Le possibilità di coronare il progetto Novorusso sono quindi oggi paradossalmente legate a quelle di un fallimento del tentativo russo di salvare la propria profondità strategica.

Esposte quindi le posizioni delle parti possiamo tentare di leggere l’evoluzione della crisi. Chi vincerà? Ad oggi l’andamento di questo confronto ricorda la descrizione che Tostoj diede della battaglia di Borodinò nelle pagine di Guerra e Pace: “L’urto avviene a Borodinò. Né l’uno né l’altro esercito cede,  ma quello russo,  immediatamente dopo lo scontro,  indietreggia per  necessità,  come  fatalmente  rimbalza una palla scontrandosi con un’altra palla che la urta con violenza; così, per necessità, la palla dell’invasione (sebbene abbia perduto nell’urto tutta la  sua  forza), lanciata avanti, evidentemente continua a rotolare per un certo tempo. I  Russi  si  ritirano  sino  a  centoventi  miglia di là da Mosca;  i Francesi arrivano sino a Mosca e vi  si  fermano.  Dopo  di  che,  per  cinque settimane, non ha più luogo alcuna battaglia. I Francesi non si  muovono.”. E’ una fotografia che rappresenta bene quello che è accaduto sin ora: le due masse geopolitiche si sono scontrate, la spinta occidentale è stata smorzata ma la Russia è stata costretta ad una consistente ripiegamento. Ora entrambi i contendenti sono fermi, studiando i rispettivi punti deboli.

Il punto debole della strategia degli Stati Uniti è la sua evidente irrazionalità. Le ambizioni geopolitiche americane fanno a pugni con le più elementari leggi della storia, della politica e dell’economia. Sotto il profilo della fattibilità strategica, il progetto USA equivale a staccare l’Ucraina dal bassopiano sarmatico con dei rimorchiatori, trascinarla fuori dal Bosforo e da Gibilterra ed ancorarla nell’Atlantico, al largo dell’Irlanda.

Ma anche il disegno russo e quello tedesco hanno il loro punto debole, che è il ritardo, ad oggi incolmabile, nella lotta per i cuori e per le menti. Nei territori sottratti al controllo politico occidentale la Russia sta producendo degli anticorpi culturali che le permettono ancora di arginare il richiamo della “fabbrica dei sogni”. Ma nel resto dell’Europa l’egemonia culturale degli Stati Uniti è quasi totale ed esercita un richiamo irresistibile in ogni aspetto dell’immaginario delle masse.

In Ucraina questa egemonia, che si vale non solo dei sistemi informativi classici, ma anche di una sterminata produzione mediatica e culturale, si sposa con un progetto di aggressione culturale che affonda le radici all’indietro sino all’Unione di Brest. Un disegno secolare mirante a spezzare l’unità del mondo russo assimilando all’occidente cattolico quel lembo di Rus’ di Kiev rimasto isolato dal corpo politico principale del mondo russo al tempo delle invasioni mongole. Questo progetto secolare si espande, decennio dopo decennio, propagandosi dalla Galizia a Kiev ed oggi fino a Kharkov e a Odessa, regioni russe da secoli, ma nelle quali, da oltre 25 anni, i bambini crescono e diventano uomini imparando sui banchi di scuola che la Russia è il nemico, e vivendo, fuori dalla scuola, in un mondo dominato da simboli che veicolano in maniera potente nel loro immaginario il sistema di valori, l’etica e l’estetica dell’imperialismo a stelle e strisce.

Su questo versante l’”astuto piano di Putin” (e di Angela Merkel) potrebbe subire una battuta di arresto. Le ipotesi rappresentate nelle richieste russe sono tutte ragionevoli, ma presuppongono una condotta razionale di tutti gli attori in gioco. Purtroppo da parte occidentale ed Ucraina si è visto entusiasmo, arroganza, paranoia, esaltazione, sdegno e frustrazione, ma ben poca razionalità. Giocare una partita razionale con interlocutori irrazionali può riservare amare sorprese. Ad esempio ci si può attendere che gli Europei perseguano i propri interessi e scoprire che invece sono pronti a seguire gli Stati Uniti nella politica masochista delle sanzioni. Ci si può attendere che Poroshenko tenga un contegno pragmatico, e vederlo invece gettare benzina sul fuoco come i suoi alleati di governo. Quanto ai dirigenti tedeschi, la pretesa di “governare” la psicosi antirussa, gestendola come fattore negoziale da fare valere sul tavolo negoziale stringendo accordi dietro le quinte potrebbe scontrarsi con la natura emotiva, fluida, calda e facilmente manipolabile della lotta politica contemporanea, natura che rende molto difficile una gestione fredda del potere, che produca decisioni senza curarsi di ingegnerizzare a monte un consenso appropriato.

In questa crisi, che (ormai è palese) è destinata ad incancrenirsi e a diventare una costante nel panorama politico continentale, la riduzione della distanza tecnologica degli arsenali bellici e della sproporzione demografica ed economica sono obiettivi ambiziosi e importanti per la dirigenza russa. Ma la guerra o la pace saranno decise, alla fine, dalla capacità europea e russa di proporre agli uomini ed alle donne europei dell’ovest e dell’est un modello di vita che possa attrarli, fondato su di una sintesi politica e culturale capace di scaldare i loro cuori oltre che le loro menti.

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