Intervista a Massimiliano Cavalleri (Spartaco), Italiano nel Donbass

Vittorio Nicola Rangeloni*

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Massimiliano Cavalliri a Lugansk il 9 maggio 2015

Oggi ci troviamo ad intervistare Spartaco, combattente nel Donbass. Siamo venuti a fagli delle domande per capire cosa può spingere un Italiano a venire a combattere a Lugansk, le motivazioni, e capire un po’ la sua storia. Ci racconterà le sue esperienze.

VNR In questo conflitto, a quali battaglie hai preso parte?

S. Prima di arrivare qua alla LNR [Repubblica di Lugansk] ero alla DNR [Repubblica di Donetsk] a Donetsk. Ho combattuto all’aeroporto per cinque mesi. Là si sparava bene o male tutti i giorni, con fucili, artiglieria, carri armati… Si sparava con tutto, là. Dopo il 17 gennaio siamo stati attaccati perché l’aeroporto non era nostro, era degli Ucraini, ancora. Ma noi cominciavamo ad avanzare, a prendere posizioni… Il battaglione alla nostra destra ha preso il nuovo terminale, e allora due giorni dopo loro hanno contrattaccato, con tank, BMP [Voevaja Machina Pekhoti: veicolo da combattimento per fanteria] e un centinaio di soldati hanno attaccato la mia posizione… Eravamo in dieci noi: quattro stranieri e sei russi. Eravamo due italiani, un americano ed un australiano.

VNR Infatti vedo che hai la medaglia al valore.

S. Si. Proprio per quella posizione li. Perché, praticamente, loro ci hanno attaccato la mattina alle undici, mezzogiorno… Erano forze soverchianti, noi eravamo troppo pochi. Ci hanno accerchiato praticamente tutto il giorno. Loro si sono ritirati alle due del mattino successivo, quando ormai avevano perso una sessantina di uomini, trenta feriti e trenta morti. E alla fine hanno capito che non potevano più prendere la posizione. E la medaglia ce l’han data proprio perché non ci siamo né arresi, né ritirati. Io sono stato ferito. E’ morto il mio comandante, due miei amici, siamo stati feriti in sei, come ho detto io compreso, a un piede e ad una gamba dalla scheggia di un tank. Noi i tank li avevamo a trenta metri, e i soldati ucraini ad una cinquantina di metri. Solo due di noi non si sono fatti niente, ed alla fine, durante la notte, si sono ritirati. Io sono stato ferito la mattina, dopo un’ora dall’inizio dell’attacco sono stato ferito, però ho continuato a combattere il pomeriggio, la sera, la notte.

VNR Tu, dopo questo combattimento, non hai più partecipato attivamente ad episodi di guerra?

Era gennaio, e io da là sono venuto via a marzo. Ho sparato ancora là. Battaglie dirette, fronte a fronte no. Ma sparavamo da posizioni, diciamo a 500 metri, 400 metri, abbiamo continuato. Solo l’ultimo mese, quando c’è stata l’ultima tregua, che là non regge adesso, perché là hanno ricominciato, ma qua a Lugansk regge ancora, non abbiamo più sparato. Quindi per quattro mesi là si è sparato.

VNR Cosa può spingere un italiano ad arrivare  a fare questo, quindi rischiare la propria vita, vedere morte ovunque, disperazione, disastri… per una terra che non è la sua, perché siamo a quasi 3.000 km di distanza dalla tua Brescia, giusto? Cosa può spingere una persona del nostro paese a venire a fare questo, qua?

In primo luogo io sono stato nell’esercito italiano per tre anni, io sono proprio un soldato nato. Poi questa guerra qua mi ha interessato particolarmente perché è in Europa. Non è in oriente, in Africa, in Sud America: è in Europa. Poi l’Europa è coinvolta perché dà soldi a Kiev per combattere il Donbass, che è aiutato dalla Russia, ovviamente. Perché gli aiuti non si possono negare, anche se sono aiuti umanitari, più che altro. Però io non ho ascoltato i giornali ufficiali. Perché io capivo che non la raccontavano giusta, perché non era possibile che questi facessero questo, e quelli facessero quest’altro. Non era possibile che la gente del Donbass bombardasse le città che doveva liberare! E’ impossibile una cosa del genere, e invece i telegiornali italiani dicevano proprio questo! Per cui mi sono informato da solo tramite internet, tramite youtube russo, e infatti avevo ragione, e ho scoperto la verità. E ho detto: perché devo pagare le tasse ad uno stato che poi prende questi soldi e li manda a Kiev per bombardare popolazioni che alla fine non hanno fatto niente? Perché alla fine questa è una guerra civile. Se loro si vogliono separare, devono poterlo fare. Se vogliono separarsi, devono separarsi! Anche perché c’è stato un referendum. E allora ho deciso di aiutare questa gente, con quello che posso fare.

* Collaboratore di LNR Today Italia. Riportiamo in estratto la trascrizione dell’intervista video effettuata il 26 giugno

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