Tre Trappole nel Deserto Siriano

Russian Posture in Syria 27 SEP 2015-01_0

– Marco Bordoni –

Nella giornata di oggi le forze aeree della Federazione Russa hanno colpito obiettivi in territorio siriano, vicino alle città di Hama e di Homs. Secondo alcuni analisti gli attacchi non si sarebbero diretti contro formazioni propriamente appartenenti al Califfato, ma  piuttosto contro gruppi espressione dell’opposizione armata al governo siriano. Le motivazioni ufficiali della guerra sono la lotta all’estremismo ed il contrasto al terrorismo internazionale. Il Presidente Putin ha così sinteticamente illustrato le ragioni dell’intervento: “l’unico vero modo per combattere il terrorismo internazionale (e in Siria e nei paesi vicini il terrorismo internazionale dilaga) è quello di agire preventivamente. Bisogna combattere ed eliminare terroristi che hanno occupato dei territori senza aspettare che arrivino a casa nostra.”.

In realtà oltre alla preoccupazione, reale, di contagio terroristico, suggeriscono l’intervento anche considerazioni che attengono i complessi rapporti con il blocco occidentale, con il quale esistono tensioni che non si risolvono, ed anzi tendono a cronicizzarsi e che i Russi mirano a disarticolare con un complesso gioco nel quale Ucraina, Mar Nero, Balcani e Mediterraneo Orientale costituiscono una unica scacchiera.

Per la prima volta da quando la Russia esiste le sue forze armate svolgono operazioni militari attive al di fuori del territorio dell’ex Unione Sovietica (il cosiddetto “estero vicino”). Mentre i vantaggi in termine di prestigio, sicurezza ed influenza di questa scelta sono evidenti, vorremmo soffermarci per un momento ad esaminare tre rischi.

Sindrome Afgana.
Il popolo russo non vuole la guerra, non vuole che i suoi figli vengano mandati a morire all’estero.  Secondo un sondaggio Levada del 18-21 settembre solo il 16% dei Russi è favorevole ad un sostegno militare al governo siriano, e solo il 6% ad un intervento diretto in Siria. Il timore è che l’intervento incontri una resistenza che richieda a sua volta una escalation, producendo una spirale che alla lunga potrebbe richiedere un impegno in uomini e mezzi insostenibile per una nazione dalle risorse umane ed economiche imponenti ma non inesauribili come la Russia.

Il governo russo ha rassicurato l’opinione pubblica garantendo che l’intervento sarà solo aereo e che non saranno in nessun modo impiegate truppe di terra. Sarà importante controllare se questa promessa verrà mantenuta, e nello stesso tempo verificare la tenuta degli indici di popolarità del governo.

Guerra interetnica.
Tutti gli alleati regionali della Russia sono sciiti: lo è il governo iraniano, lo è quello iracheno, mentre gli alawiti del Presidente Assad appartengono ad una setta derivante comunque dal ramo sciita. Le minoranze etniche interne alla Russia (come peraltro la grande maggioranza del mondo arabo) appartengono invece alla fede sunnita. Il rischio di venire identificati dall’uomo della strada musulmano come “crociati” che combattono i “veri credenti” assieme agli “eretici sciiti” è concreto. Passare per araldi confessionali di una parte all’interno di un conflitto interetnico secolare è davvero l’ultima cosa che serve alla Russia.

Minaccia Terroristica.
Il Segretario di Stato John Kerry ha rilasciato ieri una intervista in cui ha ipotizzato quali ostacoli potrebbe incontrare la Russia in caso di intervento unilaterale in Medio Oriente: “se la Russia li combatterà da sola [il Califfato] che succederà? Diventerà l’obiettivo ed inizieremo a vedere (chissà) missili antiaerei spalleggiabili che trovano la loro strada per arrivare in quella regione, aereoplani che precipitano… verranno annichiliti. Diventeranno, assieme ad Assad, il nuovo magnete per i jihadisti.” La questione se si tratti di una previsione “neutra “o di una vera e propria minaccia è fuorviante: in politica estera le cose “succedono” e gli effetti si producono come conseguenze naturali delle premesse che si pongono.

Nella sua intervista televisiva per i media statunitensi, Putin ha detto che risultano 2.000 cittadini Russi combattenti nei ranghi dello Stato Islamico, ed è facile immaginare come questa manovalanza potrebbe essere utilizzata da chiunque, in tal caso la Russia diventerebbe il “nemico pubblico numero uno” dell’islam militante.  Il Segretario Kerry dimostra che gli obiettivi di questo tipo di terrorismo sono ben presenti agli addetti ai lavori: il personale militare che opera in Siria e la popolazione civile  russa.

In definitiva ciò che rende le tre minacce davvero inquietanti è proprio il retroterra geopolitico teso ed instabile in cui si muove oggi il Cremlino. Nell’avventura siriana i Russi non dovranno guardarsi solo da Daesh, ma anche dai tanti competitori globali abilmente zittiti dalle “mosse del cavallo” del Presidente Putin, ma segretamente in attesa di un passo falso da sfruttare a proprio vantaggio.

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