La Partita Truccata degli Eurobond di Kiev

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– Marco Bordoni –
Entra nel vivo lo scontro fra Mosca a Kiev per il rimborso della tranche da 3 miliardi di dollari parte del prestito concesso dalla Russia nel 2013 a Yanukovich, in scadenza alla fine del 2015. I soldi non ci sono e anche se ci fossero è chiaro che a Kiev preferirebbero darli al Diavolo in persona piuttosto che a Putin. Da mesi sia Poroshenko che il governo continuano a ripeterlo: quei tre miliardi i Russi possono scordarseli, se non accettano di ristrutturarli (leggasi: fare sconti). Limitandoci alle dichiarazioni di oggi (13 novembre): “Il governo Ucraino ha offerto condizioni uguali per tutti i creditori e tutti le hanno approvate. Non verranno concesse condizioni migliori alla Federazione Russa. Se la Russia non aderirà, il governo introdurrà una moratoria sul pagamento del debito.” (Yatzeniyk, Primo Ministro); “l’Ucraina non potrà rimborsare la Russia, perché la Russia non ha aderito al piano di ristrutturazione. … Per tutti gli altri creditori siamo pronti.” (Natalie Yaretsko, Ministro delle Finanze). Apparentemente la linea ucraina è plausibile: tutti gli altri creditori hanno concesso sconti e dilazioni: perché la Russia non dovrebbe farlo?
In realtà la questione è appena più complessa di così. Come abbiamo illustrato alcuni mesi fa, l’accordo intervenuto a Templeton quest’estate fra governo ucraino e debitori è relativo al debito privato, non ai titoli di stato. 
Sebbene esistano alcuni possibili appigli formali nelle modalità di emissione a suo tempo concordate (a causa dell’urgenza con cui l’operazione di salvataggio venne preparata), spunti che Kiev potrebbe utilizzare a mo’ di pretesto, è chiaro che, nella sostanza, il prestito dell’inverno 2013 non ha caratteristiche privatistiche, ma ricade in pieno nella (diversa) categoria del debito fra stati.
Quindi non solo la Russia non è tenuta ad aderire all’accordo fra il governo ucraino ed i creditori privati, ma il mancato pagamento permetterebbe a Mosca di fare dichiarare l’insolvenza del debitore. Evento importante non tanto di per sé, quanto perché il regolamento del Fondo Monetario impedisce l’erogazione di prestiti a paesi formalmente insolventi. In linea di principio, quindi, se Kiev non pagherà entro il 31 dicembre fallirà, e il fallimento provocherà automaticamente l’interruzione delle periodiche boccate d’ossigeno finanziario del FMI grazie alle quali l’Ucraina rimanda di mese in mese la deflagrazione politica, economica e sociale.
Appartentemente l’intransigenza del Cremlino è non solo pienamente giustificata, ma anche una mossa vincente: “stiamo parlando di debito sovrano, naturalmente, il suo mancato pagamento comporterà una situazione di default”. Lo ha ribadito proprio oggi (in pratica rispondendo al governo ucraino) Dmitry Peskov, portavoce del Presidente.
Mosca sembra prendere in considerazione, in ottica di compromesso, solo una deroga che comunque garantirebbe l’integrale recupero delle somme in gioco: il 13 ottobre il governo Russo ha richiesto al Fondo di aumentare di 3 miliardi di dollari il progetto di assistenza all’ Ucraina (che ha già raggiunto la fantasmagorica somma di 17,5 miliardi, circa un quarto dell’intero Prodotto Interno Lordo del paese), così da consentirle di saldare il debito con Mosca (a carico del FMI) e da scongiurare la declaratoria di insolvenza con le conseguenze sopra illustrate. In alternativa il Ministro delle Finanze Russo Siluanov ha lasciato intravvedere la possibilità di un differimento dei pagamenti a fronte di una pieno riconoscimento del debito come sovrano da parte di Kiev.
In diritto, quindi, la Russia ha ragione, e se il gioco fosse pulito potrebbe aspettarsi di ricevere un rimborso pieno dei propri crediti o (almeno) la consolazione di vedere il governo di Kiev trascinato nella polvere della catastrofe economica. Ma a questi livelli il gioco pulito non è mai e, di fatto, Mosca corre un rischio reale di perdere il proprio credito restando con un palmo di naso. Vediamo perchè.
Christine Lagarde, direttore del Fondo, ormai da tempo non fa mistero di essere una cheerleader del governo ucraino, che promuove con un entusiasmo ai limiti dell’incredibile. Ad esempio lo scorso settembre ha dichiarato di apprezzarne: “il coraggioso lavoro (…). Le sue politiche sono sulla strada giusta ed hanno iniziato a produrre risultati. La situazione fiscale è in via di rafforzamento, e il settore bancario è in via di sistemazione, tanto che le banche sono più solide e possono riprendere ad erogare credito.”. Una valutazione a dir poco ottimistica, visto che l’industria nazionale è praticamente cancellata e le uniche reali fonti di reddito sono le rimesse degli emigrati e l’economia sommersa. Giusto per menzionare l’ultima novità, il principale istituto bancario, la Privatbank di Kolomoyskij, pare essere sull’orlo del fallimento, vittima anche della lotta intestina fra il suo proprietario ed il Presidente del paese.
Comunque non si tratta della sola Lagarde. Non è un mistero (ne ha parlato il Wall Street Journal il 29 ottobre) che i paesi occidentali (azionisti di maggioranza del Fondo) stanno facendo pressioni per una modifica del regolamento dell’ Istituto, che consenta l’erogazione di prestiti anche a paesi già tecnicamente falliti. Aleksei Mozhin, rappresentante russo presso il FMI, ha detto che la Russia, detentrice di 2,5 % delle quote (e quindi dei voti), non ha il potere di opporsi a questa variazione del regolamento, che può essere approvata a maggioranza semplice dai paesi occidentali con qualche compagno di strada occasionale (gli Stati Uniti da soli “valgono” il 17% dei voti, l’UE oltre il 20%).
Se una simile misura passasse, il fallimento ucraino sarebbe selettivo, e farebbe male solo alla Russia, che vedrebbe compromessa una importante attività finanziaria proprio mentre il basso prezzo del greggio rende questo introito particolarmente desiderabile. Al contrario l’Ucraina potrebbe continuare ad incassare i fondi del FMI liberandosi di 3 miliardi di passività in un sol colpo.
Stando così le cose l’unica strada per la Russia sembra quella della pressione morale: si sa che la reputazione di una istituzione economica si fonda sulla sua imparzialità sulla capacità di resistere alle pressioni politiche: è chiaro che modificando il regolamento per continuare ad elargire a fondo perduto i soldi dei risparmiatori europei ad una cleptocrazia fallita per assecondare i disegni egemonici degli Stati Uniti il FMI assesterebbe un colpo pesante alla propria stessa credibilità.
Purtroppo, vista la disinvoltura e la spregiudicatezza mostrata dalle dirigenze occidentali, e visto che i furiosi attacchi mediatici e politici alla Russia non accennano a placarsi, è probabile che (se non si raggiungerà un qualche tipo di compromesso) le cose seguiranno questo corso sciagurato.
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