Debito Ucraino: da Oggi, un Mese esatto per Evitare la Resa dei Conti

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– Marco Bordoni –

L’indicatore più significativo dello stato dei rapporti fra Mosca e Kiev è la prossima scadenza del debito contratto nel 2013 dagli Ucraini: un prestito di 3 miliardi di dollari che dovrebbe essere ripagato alla Russia entro il prossimo 20 dicembre. Abbiamo già spiegato qui e qui quali sono i rischi e le opportunità per entrambe le parti, e quale il ruolo, in questa vicenda, dell’ “arbitro parziale”: il Fondo Monetario Internazionale. In sintesi: se manca il pagamento, l’Ucraina rischia un fallimento incondizionato e quindi il taglio dell’ossigeno finanziario somministrato dal FMI, mentre la Russia rischia che il Fondo cambi le carte in tavola e che l’insolvenza di Kiev non abbia altro effetto che ridurre in carta straccia i tre miliardi di titoli che ha in mano.

In teoria un accordo converrebbe ad entrambi, in pratica il governo Ucraino è con le spalle al muro, costretto dalla retorica nazionalista, dalle pressioni dei creditori privati e dalla situazione finanziaria catastrofica a puntare alto nella speranza che gli stati occidentali, che detengono la maggioranza delle quote del fondo, corrano in suo aiuto.

Putin in persona ha messo sul tavolo la propria proposta lo scorso lunedì 16, il giorno dopo l’incontro con il Direttore del FMI Christine Lagarde a margine del G20 di Antalya: differimento del pagamento in tre soluzioni, un miliardo a fine 2016, un miliardo a fine 2017 ed uno a fine 2018, senza applicazione di penali.

La prima impressione dei commentatori è stata tanto favorevole che molti hanno dato l’accordo già per concluso (anche perché Putin aveva anticipato l’ “interesse” per la proposta degli USA che, a detta del Presidente russo, sarebbero stati “sostanzialmente d’accordo”), ma nei giorni successivi è emerso che le cose non erano affatto semplici come sembravano.

La concessione russa era infatti subordinata a due importanti condizioni, ovvero che:

1) i paesi occidentali o il Fondo Monetario offrissero garanzie per il pagamento. Questa l’argomentazione di Putin: “Visto che i nostri interlocutori sono sicuri che l’affidamento del credito dello Stato ucraino crescerà, tanto che, a loro dire, non c’è motivo di dubitare che l’anno prossimo avremo i tre miliardi, di certo non avranno timori nel garantire il prestito.”. Una frase irridente, quasi provocatoria, che non lasciava presagire nulla di buono.

2) l’Ucraina riconoscesse formalmente la natura sovrana (e non commerciale) del debito, circostanza sin ora sempre contestata (questa precisazione è stata aggiunta dal Primo Ministro Medvedev il giorno seguente).

Dettagli non certo insignificanti, che rendevano probabilissimo (e forse atteso dagli stessi proponenti) il fallimento del negoziato, che infatti si è puntualmente verificato.

Dopo due giorni di silenzio surreale, durante i quali le autorità ucraine hanno rifiutato di commentare la proposta russa con il pretesto (addotto dal Ministro delle Finanze a stelle e strisce Natalie Jaretsko) che non era stata avanzata formalmente, il 19 novembre fonti del Fondo Monetario sono intervenute chiarendo che il problema del debito era una questione “bilaterale russo ucraina” in cui né il FMI né i suoi azionisti occidentali avevano intenzione di intromettersi (leggasi: assumersi degli obblighi).

Una doccia fredda che ha anticipato la dichiarazione del Primo Ministro Yatzenyuk che oggi [20 novembre n.d.r.] ha formalmente respinto la proposta di Mosca, ribadendo che l’Unica opzione per l’Ucraina è l’adesione della Russia agli accordi di Tempelton con gli investitori privati. Si ritorna quindi al punto di partenza, mentre il tempo tecnico per il raggiungimento di un accordo è ormai agli sgoccioli.

Visto che Kiev i soldi per il pagamento, comunque, non li ha (e quindi non può che rispondere no), le trattative, a quando pare, intercorrono ora direttamente fra Mosca da una parte e FMI e Stati Uniti dall’altra. Putin cerca di verificare se vi sia disponibilità da parte dei “padrini” ad offrire qualche forma di garanzia per il loro “protetto” (sull’esempio degli accordi stipulati per il rimborso delle bollette energetiche con l’Unione Europea). In mancanza di una speranza (pur minima) di coinvolgere terzi solvibili, non resterà che spingere l’Ucraina al fallimento e cercare di bloccare la revisione della disciplina di affido prevista dai regolamenti del Fondo, per trasformare l’insolvenza economica del vicino in una bancarotta politica. Rischiando seriamente di perdere l’ intero montepremi se le cose andassero per il verso sbagliato.

Nel frattempo, il 31 dicembre, in mancanza di diverso accordo fra le parti o di dilazione, entrerà in vigore il trattato di Associazione dell’Ucraina all’Unione Europea e, con esso, l’embargo russo verso i generi alimentari ucraini, da cui si temono danni all’economia di Kiev per circa 600 milioni di dollari l’anno: l’ennesimo chiodo sulla bara dell’economia ucraina. E intorno a Donetsk tornano a parlare le artiglierie.

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