– Marco Bordoni –

Ormai lo hanno capito anche i sassi: la più importante riforma che gli americani vogliono in Ucraina è che il premier Yatzeniyk,  ormai più impopolare del mal di denti, e il Governatore Generale Shokin, trappo poco controllabile ed in rotta di collisione con personalità chiave dell’establishment, si tolgano di torno e lascino il posto a qualche altra strana creatura uscita dai laboratori segreti della CIA.

Il problema è che  il 16 febbraio il “coniglio mannaro Yatz” è sopravvissuto al voto di fiducia e, secondo la Costituzione ucraina, ora è blindato per 6 mesi: tanto è il tempo minimo previsto fra una mozione di sfiducia e l’altra.  Mentre Shokin, che aveva a sua volta rassegnato le dimissioni credendo nella prossima destituzione di Yatzenyk, aveva poi precisato che non si trattava di dimissioni ma di “ferie” rimangiandosele con triplo salto mortale all’indietro.  Tutto da rifare.

Questo teatrino non era affatto piaciuto agli amici statunitensi, tanto che l’ Ambasciatore Pyatt aveva iniziato a lanciare strali sinistri contro la classe politica che stava “tradendo la rivoluzione” con discorsi appena più sfumati della loro sostanza: come vi abbiamo creato, così possiamo distruggervi.

E’ quindi incominciata una complessa trattativa che è a tutt’oggi in corso. Dopo sei mesi che Poroshenko chiedeva le sue dimissioni, per lo meno, ieri la Rada è riuscita a revocare l’incarico a Shokin, che ora in ferie dovrà andarci per davvero. A questo punto non resta che da convincere Yartzenyk ad uscire dal suo fortino, ma chiaramente l’avvenente premier desidera delle garanzie solide in cambio di dimissioni spontanee. Le trattative in questo senso fra il suo gruppo parlamentare e quello di Poroshenko sarebbero a buon punto, se non che le due formazioni assieme non hanno la maggioranza (per 4 voti), per cui si crea la necessità di imbarcare qualcun altro, visto che tutti i componenti della maggioranza uscita dopo il voto ora sono finiti all’opposizione. Visto che gli appestati filorussi del Blocco di Opposizione non possono certo sostenere questa cricca, la scelta è abbastanza ridotta: l’arruffapopolo un po’ svitato e con gusti sessuali orientati verso i giovanotti imberbi Lyasko, la pasionaria all’ uranio impoverito Tymoshenko, di cui nessuno si fida veramente più, o il sinistro sindaco di Leopoli con preoccupanti tendenze al nazismo del partito Autoaiuto.

In ogni caso ieri Joe Biden ha incontrato Poroshenko e gli ha spiattellato in faccia un ultimatum. La cooperazione degli USA con l’Ucraina continuerà nel settore della sicurezza e della giustizia (in sostanza si prendono le chiavi del potere nel paese, perché non si fidano) ma se non arriverà presto il nuovo governo non arriveranno nemmeno gli aiuti promessi e non ancora erogati degli USA e soprattutto la tanto sospirata terza tranche del prestito del FMI: una boccata d’ossigeno di cui il regime di Kiev ha assolutamente bisogno. In tutto si tratta di 2,6 miliardi di dollari attesi per il 2016.

Ricordiamo che FMI ha già emendato il proprio statuto prevedendo la possibilità di continuare l’assistenza a paesi insolventi sul debito sovrano in seguito alla decisione di Kiev di non onorare i titoli per 3 miliardi di dollari dovuti alla Russia, una decisione che ha compromesso pesantemente la sua reputazione di imparzialità,  e che la Lagarde ha lanciato sinistri avvertimenti dopo il voto del 16 febbraio: la nostra pazienza ha un limite, ha detto. Se non arrivano le riforme e se non cambia il governo chiudiamo i rubinetti. Un film già visto, peraltro, fra il 2008 ed il 2010, quando il Fondo revocò all’allora Presidente “arancione” Yushenko i crediti aperti “per mancanza di riforme” sprofondando l’Ucraina in un precipizio da cui uscì solo grazie all’assistenza russa ricevuta dal nuovo Presidente Yanunkovich.

Se la storia sarà destinata a ripetersi lo scopriremo nei prossimi giorni. L’impressione è che, però, in questa tornata il passaggio, qualora dovesse verificarsi, difficilmente sarebbe incruento.

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