– Marco Bordoni –

“Non è concepibile che un paese che ha fatto una rivoluzione per liberarsi da una dittatura perseguiti qualcuno non per quello che fa ma per quello che è: arrestare un gay, condannarlo perché è gay, liberarlo e poi arrestarlo di nuovo perché continua a essere gay è più che paradossale”. Lo scrivono, in un comunicato, le associazioni LGBT italiane riferendosi alla Tunisia “rivoluzionaria”, ultimo bastione delle primavere arabe in cui la Fratellanza Musulmana, essendosi rassegnata a condividere il potere con le forze secolari, non è stata completamente esclusa dai giochi politici. E tuttavia, nonostante questo (ed anzi, forse proprio per questo) il codice penale punisce con tre anni di reclusione il reato di “sodomia privata”, reato nei confronti del quale la polizia esercita una nuova esuberanza repressiva, con tanto di retate e processi. Da qui lo smarrimento dei militanti italiani e del Fatto Quotidiano che si chiedono come possa succedere che dei rivoluzionari siano omofobi.

Già, come può succedere?

Forse succede perché solo degli asini con i paraocchi possono essersi bevuti la storiella  secondo cui “rivoluzioni” eterodirette, gestite scientificamente con l’utilizzo cinico da un lato di folle urbane scontente, senza identità e facilmente eccitabili, utilizzabili come massa di manovra (i “manifestanti pacifici”), e dall’altro di piccole avanguardie violente di rivoluzionari di professione reclutate fra fondamentalisti, nazionalisti rabbiosi, razzisti e neofascisti (gruppi diversissimi accomunati dal culto della violenza e chiamati alle nostre latitudini “eroi della libertà”) avrebbero prodotto società eque dedite allo sviluppo armonioso dei diritti universali e non i vortici di caos e distruzione per cui sono state evocate.

Forse qualcuno dovrebbe mettere la testa in un secchio di acqua ghiacciata per chiarirsi le idee, idee che peraltro chi ha subito le conseguenze dirette della follia seguita il discorso di Barack Obama al Cairo nel 2009 e le visite di Mc Cain a Kiev nel 2013 ha già potuto mettere in buon ordine. Basti leggere l’interessante inchiesta di Harper’s Magazine, sussieguosa tribuna liberal USA, sulla vita degli omosessuali siriani, il cui succo è: con Assad non abbiamo diritti, ma almeno siamo vivi. Vediamolo per cenni, rimandando chi è interessato al reportage originale.

Premessa: anche in Siria, come in Tunisia, il codice penale punisce le “relazioni sessuali innaturali” con la reclusione fino a tre anni. Si tratta, comunque, di leggi largamente inattuate, specie da quando la dissidenza politica è salita alla ribalta nelle preoccupazioni della polizia: “non interessa a nessuno” dice Hassan, uno degli intervistati dal giornalista James Harkin “e questo non solo perché la polizia è impegnata in altro, ma anche perché l’intera società lo è. La gente pensa ai fatti suoi”. Durante le prime fasi della rivolta, ispirata dalle primavera arabe, qualche esponente delle comunità gay simpatizzava per i manifestanti. Ma ben presto queste simpatie sono sfumate e gli omosessuali si sono schierati con il governo, visto che, sotto il “feroce dittatore” “possiamo andare in giro tenendoci per meno, possiamo baciarci sulla guancia, anche se non possiamo manifestarci come gay.”. Sotto alcuni profili la situazione degli omosessuali è simile a quella delle minoranze religiose, che pure parteggiano per Al Assad: “il regime siriano non è male per i gay. Non va bene, ma non va neanche male. Non abbiamo diritti, ma almeno siamo vivi.”.

Le alternative, Califfato e Ribellione, sono ugualmente spaventose.

“Io ho servito a Raqqa” dice Samir a James Harkin “ed ho visto Daesh in faccia”. Racconta che un suo amico ha lasciato Raqqa in fretta e furia dopo che la polizia religiosa aveva ammazzato un suo conoscente per essere gay. Secondo l’amico di Samir, anche il padre del conoscente era stato ucciso, con l’accusa di non aver saputo crescere il figlio. Quando alle altre fazioni islamiste che combattono in Siria (Jabhat al Nusra, Ahrar al Sham) possono essere ugualmente barbariche. Un altro amico di Samir, dipendente di un media vicino alla ribellione nei paraggi di Aleppo, ha dovuto lasciare la città dopo che gli uomini di Jabhat al Nusra avevano arrestato e battuto uno dei suoi colleghi, per il fatto di essere gay. In un primo momento Samir aveva pensato di unirsi alla ribellione, ma in seguito ha pensato che fosse meglio sostenere il governo: “chiedevano libertà, ma ora ce la stanno portando via. Non solo la libertà degli omosessuali, ma quella di tutti”.

La ricostruzione dell’uomo è molto diversa dalle favolette raccontate dai media liberal occidentali. Ecco come Samir racconta l’esercito “dominato dagli Alawiti” del “tiranno” Al Assad: “eravamo quindici, di cui undici Sunniti, un Alawita, e gli altri tre Cristiani Armeni.”. Alcuni suoi amici nell’esercito e l’ufficiale in comando sapevano della sua omosessualità, senza che ciò comportasse alcuna conseguenza. In ogni caso la sua militanza aveva motivazioni non personali, ma patriottiche: “combatto per la Siria, perché stanno attaccando tutte le comunità: Cristiani, Alawiti e Sunniti”.

Opinioni e dinamiche che possono stupire solo chi si è fatto una immagine a tinte pastello delle rivolte ingegnerizzate da Washington. Immagini che poi si devono scontrare con realtà impietose.

Cosa si aspettavano di trovare, per fare un altro esempio, i militanti delle associazioni omosessuali che hanno organizzato il “festival dell’uguaglianza” nella città Ucraina di Leopoli il 19 marzo scorso? Non sapevano, forse, che proprio in quelle terre erano state reclutate le bande di fanatici nostalgici della croce uncinata utilizzate prima per dare l’assalto alla Rada di Kiev e poi per scorrere in armi e insanguinare le terre del sud est del paese?

Avrebbero potuto spiegarglielo gli ambasciatori di Stati Uniti, Regno Unito e Canada, che quella operazione avevano così ben diretto, e che invece ben si sono guardati dall’avvertirli (salvo poi levare indignate proteste sui social network dopo che i fatti di Leopoli si sono conclusi).

I volontari si sono quindi si sono presentati il 19 marzo in città per venire prima umiliati dall’ amministrazione dell’ albergo che rifiutava di accoglierli, poi derisi dal consiglio comunale che vietava la manifestazione in quanto “lesiva dell’immagine della città”, infine minacciati da decine di picchiatori mascherati che hanno circondato l’edificio facendo foto a braccio teso mentre la polizia cittadina, chiamata, rispondeva di non preoccuparsi perché i neonazisti che cingevano il cortile sarebbero stati “inoffensivi parenti in visita di ospiti dell’hotel”.

E lo stesso succederebbe, c’è da scommetterlo, in Russia, se i torbidi organizzati dalle ONG occidentali nel 2012 avessero avuto successo, e se personalità come il sinistro blogger nazionalista Alexei Navalny, tanto amato dalla stampa “libera” occidentale, salissero alla ribalta. “Se eletto porterò il Gay Pride a Mosca” era il giubilante titolo de La Stampa in occasione delle amministrative del 2013 (mero eco delle solite campagne a tamburo battente partite da veline di oltre oceano).

Un po’ meno entusiasta la comunità gay russa, che aveva pesato bene le parole di Aljosha Navalny: “non importa che sia una parata o no, a Gerusalemme si svolge in uno stadio chiuso. La priorità è che i cittadini abbiano diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Ma è necessario garantire la loro sicurezza in considerazione del gran numero di persone con mentalità conservatrice”. E si era ricordata un suo post di quattro anni prima, in cui il concetto veniva sviluppato un maniera leggermente più sinistra: “vorrei suggerire alle autorità russe di adottare il formato del gay pride scelto a Gerusalemme. Per fare si che nessuno, gay o non gay, venga ucciso, i gay potrebbero organizzare le loro stramberie chiusi uno stadio coperto. Questo permetterebbe ai cittadini indignati di esprimere la loro protesta con presidi fuori dallo stadio. Alla fine della manifestazione, i gay potrebbero essere riportati nelle rispettive abitazioni dalla polizia”.

Non suona esattamente come dovrebbe, vero?

Che sia meglio, nel dubbio, tenersi ben stretto l’ “omofobo Putin” con la terribile legge “anti gay”, che in tre anni ha prodotto meno di una dozzina di condanne a pene pecuniarie pari al costo di una serata in pizzeria?

Il fatto è che, come questi pochi esempi e come lo stesso dibatto in corso in molti paesi europei dimostrano, ha poco senso considerare i diritti civili come una traiettoria lineare che i paesi e le comunità possono essere costretti a seguire con le buone e con le cattive. Ciascuna cultura ha la propria sensibilità nei confronti di questi temi ed i progressi non vengono conseguiti dal giorno alla notte per vie rivoluzionarie (specialmente con rivoluzioni pilotate da stranieri e gestite da fanatici inebriati dalla violenza e dal potere nei diversi assortimenti che i vari paesi offrono) ma devono maturare attraverso processi che coinvolgono sia la crescita delle istituzioni che (non dobbiamo nasconderlo) l’acquisizione di un certo livello di benessere economico e di sviluppo sociale.

I “progressisti” in occidente paiono ignorare, più o meno colpevolmente, questi elementari dati di fatto, e presi come sono dal culto romantico del disegno rivoluzionario, dalla retorica della liberazione, dall’ incanto estetico della sovversione e della disgregazione dei rapporti sociali esistenti (anche dopo il tramonto della prospettiva idealistica ma concreta che il socialismo offriva nelle sue varie espressioni “reali”), sembra non si accorgano di offrire una sponda numericamente piccola ma ben valorizzabile dalla propaganda mainstream a forze tutt’altro che rivoluzionarie e soprattutto ben poco interessate ai diritti delle minoranze, che, a giochi fatti, scoprono che una società distrutta, per una minoranza esposta alla violenza, è ben peggio di una società ideologicamente aliena ma funzionante.

Tuttavia questi scacchi non scoraggiano gli alfieri della “rivoluzione permanente”: anche se ogni esperienza è un fallimento non traggono mai insegnamenti, ma pensano sempre che la colpa sia altrove, spesso degli stessi loro “beneficiati”, che non hanno saputo “essere all’ altezza” e avvantaggiarsi della loro militanza grondante ottusa presunzione, e sono quindi precipitati per loro esclusiva manchevolezza nell’ ennesimo vortice di distruzione e morte.

Del resto c’è sempre un altro paese un po’ più in là, in cui esercitare la propria virtù di anime belle e rivoluzionari a carico di terzi.

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