Ucraina al Bivio: Dittatura Poroshenko o Anarchia

3evrokomis1– Marco Bordoni –

Volodymyr Groisman, esponente della comunità ebraica della città di Vinniza (Ucraina Centrale), di cui è stato sindaco per molti anni, attuale presidente della Rada, ha formalmente accettato l’incarico di formare il nuovo governo ucraino. Groisman è considerato uomo di fiducia di Poroshenko. Sulla composizione del governo gravano incognite interne ed esterne.

Sul fonte interno, dopo mesi di consultazioni infruttuose sulla successione a Yatzeniyk, dimissionario da domenica ma già azzoppato sin dallo scorso febbraio, ieri Poroshenko aveva minacciato di sciogliere il Parlamento in caso di mancato accordo entro le sei di stamani. Questa minaccia era rivolta più agli uomini del suo partito, il Blocco Porosheko, e a quelli della formazione di Yatzeniyk, il Fronte Popolare, due formazioni crollate in tutti sondaggi, che agli esponenti della opposizione, opposizione che da nuove elezioni potrebbe solo trarre vantaggio.

Anche Poroshenko, del resto, non avrebbe nessun vantaggio a sciogliere una Rada per lui sicuramente migliore di tutte quelle che potrebbero sostituirla dopo nuove elezioni. Quindi i due gruppi parlamentari hanno continuato ad azzuffarsi tutta la notte, ed ancora nel momento in cui scriviamo [mattina del 13 aprile n.d.r.] non si sa se sia stato raggiunto un accordo. Accordo che, in ogni caso, non darebbe al nuovo governo la maggioranza in parlamento (per 4 seggi di scarto): l’ esecutivo dovrebbe quindi cercare di reclutare, libretto degli assegni alla mano, singoli esponenti dell’ opposizione.

La trattativa fra Poroshenko e Yatzeniyk è un match senza guantoni. Il Presidente, al Nadir della popolarità ed azzoppato dagli scandali (non ultimo quello emerso dai Panama Papers) sta cercando di allungare le mani non solo sulla poltrona di Primo Ministro, ma anche su quella di Procuratore Generale, dopo l’uscita di scena di Viktor Shokin, dimissionato su perentoria richiesta dell’ambasciata USA.

Secondo indiscrezioni Poroshenko intenderebbe installare come primo Procuratore del paese niente meno che Iurj Lutzhenko, attuale capo del gruppo parlamentare del Blocco Porosenko alla Rada. La Procura, in ogni caso, è un cannone già puntato sull’ex Primo Ministro, che domenica è stato accusato di aver ricevuto una mazzetta da tre milioni per la nomina di Volodymyr Ishchuk come direttore generale del servizio radiotelevisivo nazionale.

Con amici così, al Presidente non servono certo i nemici, che invece sono molti ed agguerriti: al populista Lyashko ed alla Tymoshenko, all’opposizione da mesi, si è aggiunto ieri il Governatore della Regione di Odessa, il georgiano Shaakashvili. Il problema, più che politico, sembra in tutti i casi personale: tutti e tre aspiravano a ricoprire l’incarico assegnato a Groisman, o almeno ad un ruolo politico di primo piano, e si trovano invece provvisoriamente relegati alla posizione di comparse.

Ieri in una concitata conferenza stampa Shaakashvili, che già era entrato frontalmente in urto con Yatzeniyk e con il Ministro degli Interni Avakov (memorabile lo scambio di accuse con lancio di bottiglie durante una riunione ufficiale fra i due), ha lanciato un ultimatum a Poroshenko: “Non una sola delle promesse fatte dopo la rivoluzione Euromaidan è stata accolta. Il problema risiede nella elite politica e nell’approccio presidenziale allo sviluppo del paese e al processo di riforma.” In un crescendo di delirante retorica, ha poi chiesto le dimissioni dei “separatisti-oligarchi-corrotti” che occupano tutte le posizioni chiave ad Odessa (tranne la sua), ovvero:

– Mykola Stoyanov, Procuratore Capo della Regione, subentrato di recente al georgiano Sakvarelidze, pupillo di Shaakashvili;

– Roman Nasirov, uomo di Poroshenko, capo del Servizio Fiscale di Stato Ucraino, entrato in conflitto con la hostess Yulia Marushevska, già protagonista del video Youtube “I’m Ukrainan” ed ora installata a capo del lucroso servizio doganale di Odessa, forte del suo curriculum di studi umanistici e di clip propagandistiche;

– Gennady Trykhanov, il sindaco della città, un marpione di lungo corso rieletto pochi mesi orsono con una larghissima maggioranza al primo turno;

Tutti “separatisti”, per Saakashvili; in realtà tutti espressione dello “stato profondo” ucraino, che reagisce all’invadenza ed all’avidità del georgiano e dei suoi accoliti, mandando segnali sinistri. Ad esempio la celebrazione dell’anniversario della liberazione della città dal nazismo, lo scorso 10 aprile. Un evento che evoca nostalgie sovietiche e quindi in quanto tale avversato dal nuovo corso.

Eppure, a sorpresa, non solo la manifestazione, molto partecipata, si è svolta con la protezione della polizia, nonostante fosse possibile occhieggiare bandiere con falce e martello e nastri di San Giorgio (la legge ucraina prevede fino a cinque anni di reclusione per queste espressioni di “separatismo”)  non solo quando i soliti incappucciati hanno messo fuori il naso sono stati messi in riga dalle forze dell’ordine (fatto quasi incredibile nell’Ucraina di oggi), ma addirittura al corteo si sono visti due pezzi grossi della città, il sindaco Trykhanov e l’importante esponente cittadino del Blocco Poroshenko Sergey Kivalov, a sua volta in urto frontale con il clan georgiano. Ovviamente non è che ai vecchi volponi che governano la città interessi molto delle ricorrenze o del patriottismo. Si tratta probabilmente di un avvertimento inviato alle autorità centrali.

Cosa succederà ora?

La prima possibilità è che Poroshenko riesca ad occupare tutte le posizioni apicali del paese e a cooptare il grosso delle consorterie locali, sommando nella propria persona una quantità di poteri mai vista nella breve storia ucraina. Questa soluzione però gli impedirebbe di procedere in qualsiasi riforma strutturale, tanto meno quelle “lagrime e sangue” pretese dal Fondo Monetario Internazionale per continuare l’assistenza all’Ucraina e lo porrebbe in urto frontale con tutte le consorterie politiche escluse dal banchetto, pronte a gridare al “Tradimento di Maidan”. Il che, a catena, farebbe venire meno il sostegno occidentale e porrebbe al potere il problema di mettere fine alla “guerra fredda” con la Russia nel tentativo di coinvolgerla nella ricostruzione e nel salvataggio economico del paese.

La seconda possibilità è che il fragile equilibrio esistente vada incontro ad una ulteriore rottura e frammentazione, sancendo con nuove, inconcludenti, elezioni, il fallimento della classe dirigente e cronicizzando una crisi istituzionale che dura ormai da mesi. In questo scenario si aprirebbe una guerra di tutti contro tutti (già, di fatto, iniziata), preludio probabile ad una dissoluzione se non territoriale, di certo sociale, dello stato Ucraino.

L’ Ambasciatore Geoffrey Pyatt, che ha le chiavi della possibile soluzione di questo dilemma, per ora resta dietro le quinte: va in visita allo stabilimento dell’Antonov, dice che è “molto ottimista”. Il che non è necessariamente un buon presagio.

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