– Marco Bordoni –

La copertura mediatica occidentale della crisi ucraina è passata dai titoli dei testa dei tempi di Maidan (2013), ai vergognosi reportage embedded dai teatri di battaglia della ATO in buon risalto nelle pagine esteri (2014), ai trafiletti (2015), fino al silenzio totale di oggi.

Nulla di casuale: il riscontro informativo riflette con precisione lo sviluppo di una strategia politica. Il paese è stato preso, radicalizzato, condotto in una guerra fratricida, ed ora che il costo del suo mantenimento si fa insostenibile e che il continuo degrado inflitto al sistema sono ad un passo dal dissolverlo, è tempo di ricostituire una parvenza di stato di diritto, o almeno provarci, prima che crolli tutto. In questo processo la Russia deve essere per forza coinvolta: l’obiettivo è quindi quello di ottenerne la collaborazione concedendo il meno possibile del bottino arraffato nel 2014, e chiudere l’accordo presto, prima possibile. Quindi mentre le telecamere sono puntate altrove, o al massimo esaltano le buffonate di Eurovision, nel disinteresse generale, la situazione a Kiev evolve velocemente. Vediamo gli ultimi sviluppi:

Dittatura Poroshenko: mentre a parole gli Americani continuano a richiedere lotta alla corruzione e promozione della concorrenza, nei fatti assecondano l’accentramento nelle mani di Poroshenko, uno dei più corrotti monopolisti del paese, di tutte le leve di potere. Negli ultimi mesi lo scettro di Petja si è considerevolmente rafforzato: ha piazzato due fedelissimi a capo del governo (si tratta, come avevamo detto, di Volodymyr Groysman) e della Procura Generale (Iury Lutsenko, già capo del gruppo parlamentare del Blocco Poroshenko  e profondo conoscitore del sistema giudiziario ucraino nella sua qualità di ex galeotto nel periodo fra il 2011 ed il 2013). La base politica del regime di Poroshenko è lo “stato profondo” ucraino: amministratori locali, burocrati, oligarchi; in una parola: tutto ciò contro cui i “sognatori di Maidan” si mobilitarono nel 2013. In linea la rivolta colorata solo l’ideologia: nazionalismo estremo, russofobia, revisione radicale della storia e della cultura del paese per legittimare il nuovo corso.

Processo di Minsk: Il tandem Nuland – Surkov, una geometria negoziale informale intesa a risolvere la crisi fra i veri contendenti, mentre a Minsk Europei ed Ucraini dei diversi schieramenti si azzuffano in maniera inconcludente, si è nuovamente riunito a Mosca qualche giorno fa. Da questi incontri pare affiorare un abbozzo di soluzione. Di che si tratta?

Come abbiamo spiegato qui il processo di pace è in stallo visto che a questo punto gli Ucraini dovrebbero modificare la Costituzione per inserire lo Statuto Speciale del Donbass in una formula concordata con i separatisti, come premessa per la restituzione del controllo delle frontiere e le elezioni “secondo la legge ucraina”. Ovviamente Kiev non ne vuole sapere di concordare la propria Costituzione con Zakharchenko, senza contare il fatto che la Rada non ha approvato in seconda lettura nemmeno la riforma all’acqua di rose che gli Ucraini si erano scritti da soli, figurarsi un accordo serio trattato con i “terroristi”.

Che fare? L’idea sarebbe concordare non la riforma della Costituzione, ma le elezioni, da tenersi a luglio. Il Donbass voterebbe sulla base di un sistema stabilito dalla Rada, ma di fatto organizzato dalle repubbliche separatiste (l’ OSCE ha detto subito di essere “disponibile a verificare la regolarità del voto”, ma la Russia ha risposto: no grazie, facciamo da soli). Ovviamente i rappresentanti eletti sarebbero gli stessi attualmente al governo (Zakharchenko, Plotnitskj e compagnia), che però a quel punto sarebbero legittimati da un mandato valido secondo il diritto ucraino.

Il 29 aprile il vice ministro degli esteri Vadim Pristayko ha sganciato la bomba: “siamo disposti” ha detto “a parlare anche con i criminali”. Godetevi la sua dichiarazione: “Queste persone [Zakharchenko e Plotnitskij] hanno una certa influenza in queste aree [“una certa influenza”…!]. Temo che dovremo convivere con loro: dobbiamo tenere conto di tutti gli interessi che sono presenti sul territorio dell’Ucraina. Se vogliamo che il nostro paese progredisca, abbiamo bisogno del consenso di tutti. Se queste persone arrivano al potere in seguito ad elezioni aperte e corrette, dobbiamo accettare la possibilità di trattare con loro. E’ l’unico modo per arrivare ad una soluzione pacifica.“. Abbiamo bisogno del consenso di tutti: ottima idea! E pensarci nell’aprile del 2014, quando agli incontri di Ginevra la Russia propose la neutralità e la Federalizzazione del paese? Al tempo parve più opportuno scatenare una repressione sanguinosa nella regione più ricca e popolosa del paese.

Via Geoffrey Pyatt, dentro Mary Jovanovich In questo contesto arriva anche il non programmato ed improvviso cambio dell’ambasciatore USA a Kiev. Geoffrey Pyatt, l’organizzatore del Maidan, lo scatenato promotore Twitter del nuovo corso Ucraino, quello che strepitava contro il governo Janukovich perché usava la forza (manganelli contro i teppisti) contro la popolazione, e approvava Turchinov perché “lo stato deve avere il monopolio dell’uso della forza” (bombe e missili balistici contro i condomini), il leggendario interlocutore della sig.ra Nuland nella telefonata “fuck the UE”, l’eminenza grigia di tutti i crimini perpetrati in Ucraina negli ultimi due anni, se ne va a far danni in Grecia. Arriva Mary Jovanovich, unanimemente descritta come un basso profilo in possesso di una buona conoscenza dell’aerea e capace di parlare un discreto russo. Gli Stati Uniti vogliono essere ancora presenti, ma in maniera meno visibile ed esposta.

Il FMI si dilegua. Un nome “pesante” che manca nella compagine del nuovo gabinetto Groisman è quella del Ministro delle Finanze “americano” Natalie Jaretsko, il “commissario liquidatore” che doveva garantire presso il Fondo Monetario Internazionale l’adempimento ucraino alle leggendarie “riforme” (leggasi: privatizzazioni spericolate e vendita a prezzi di saldo di tutti i residui asset economici del paese). Al suo posto arriva Oleksandr Danylyuk,  amico dell’oligarca di Donetsk Rinat Akhmetov, una figura che difficilmente potrà riscuotere le simpatie dei mangiatori di fegati del FMI.

La seconda tranche del prestito del FMI (si parla di 1,6 miliardi di dollari) si allontana, visto che non solo da mesi Madame Lagarde minaccia Kiev di sospendere il sostegno se non arriveranno le sempre più improbabili “riforme”, ma ora il Fondo si è ricordato del famoso debito sovrano da tre miliardi non pagato lo scorso dicembre dagli Ucraini ai Russi ed ha fatto sapere che valuterà attentamente “la buona fede di Kiev nella gestione della vicenda” prima di procedere ad ulteriori stanziamenti.

In realtà non è questione di buona fede: gli Ucraini non hanno questi soldi, ed hanno dovuto approvare alla fine di aprile per legge una “moratoria” ulteriore sul pagamento (in attesa che la Corte di Londra che si interessa del caso emetta un verdetto definitivo di insolvenza).

Insomma, il Fondo Monetario si qualifica per l’ ennesima volta come una creatura politica: i suoi funzionari sapevano benissimo come stavano le cose già lo scorso dicembre, quando cambiarono a maggioranza gli statuti dell’organizzazione che vietavano la concessione di prestiti a paesi in default sul debito sovrano, per potere continuare l’assistenza all’Ucraina. Oggi fanno finta di scoprire che esiste il problema, e chiedono che gli Ucraini, senza soldi, saldino un debito di tre miliardi per potere ottenere un prestito di uno e mezzo. In verità siamo di fronte ad un organismo politico: politica era la scelta di continuare l’assistenza lo scorso dicembre, politica quella di ritirarla oggi.

I nodi, quindi, vengono velocemente al pettine, e il disegno di Washington appare abbastanza chiaro: consegnare il paese a Poroshenko facendone una specie di dittatore di Bananas, con il compito di fare ingoiare a suon di manganellate alla gente il disastro che si spalancherà se e quando il Fondo Monetario dovesse chiudere i cordoni della borsa, di smobilitare e disarmare i pazzoidi in divisa che percorrono il paese ripristinando almeno una parvenza di legalità e di impostare un qualche accordo con la Russia concedendo il meno possibile.

Questo è il momento giusto: i Russi affrontano pericolose elezioni parlamentari a settembre al secondo anno di recessione economica e quindi potrebbero anche accettare un cattivo compromesso. Si tratta comunque di una finestra temporale favorevole destinata a chiudersi abbastanza presto: il prezzo del barile risalito fino a 50 dollari potrebbe sistemare il bilancio di Mosca, mentre le istituzioni internazionali stanno migliorando di mese in mese le previsioni sull’economia russa, che potrebbe tornare in crescita nella seconda metà dell’anno. Dopo settembre l’ Ucraina sarà probabilmente in bancarotta economica, politica e morale, e la Russia ormai fuori dalla recessione: tocca far presto.

Corri, Petja, corri!

 

 

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