Il 1 agosto sul magazine online Foreign Policy (Washington Post) è uscito un significativo commento di Askold Krushelnycky dal titolo “Kiev in modalità diniego“. Non uno qualunque, ma uno zelota di dichiarata fede prima arancione e poi maidanista che ha passato nelle trincee ucraine la fase calda del conflitto nel sud est. La tesi di Krusjelnychy è la seguente: la causa ucraina sta per essere persa per via della corruzione dilagante che finirà per disgustare gli sponsor stranieri:

Askold Krushelnycky
Askold Krushelnycky

“Nonostante la serietà della minaccia da est” esordisce il pezzo “Mosca non è il peggior nemico con cui l’Ucraina abbia a che vedere. Vista la corruzione auto inflitta che infetta ogni aspetto del mondo degli affari e del governo, il peggio nemico del paese è la corruzione.” Corruzione che il governo ucraino nulla fa per contrastare seriamente: “Sfortunatamente, la dirigenza ucraina sembra aver compiuto un pericoloso errore di calcolo presumendo che l’Occidente consideri il loro paese come un mandatario nel confronto con una Russia risorgente. Per questa ragione credono di poter contare sul supporto dei capitali occidentali qualunque cosa succeda. Un ex ministro, al governo fino allo scorso aprile, ha descritto l’approccio ufficiale come segue: Credono che l’Ucraina sia troppo importante per l’America e per l’Unione Europea per permetterne il fallimento. Penso che questo sia del tutto fuorviante. Credo che l’Ucraina abbia solo quest’anno per mostrare risultati reali. Gli Stati Uniti e gli altri amici dell’Ucraina stanno perdendo la pazienza.” Impietose le conclusioni: “La prossima volta che si rivolgono all’Occidente per un aiuto potrebbero scoprire di essere rimasti soli.”. Corruzione: è questo lo storico rimprovero che i governi ucraini si sentono muovere quando gli occidentali vogliono giustificare un rifiuto alle richieste sempre più disperate provenienti da Kiev.

L’altro, emerso non prima di questa primavera, è sul versante dei diritti umani: lo scorso maggio una serie di autorevoli voci giornalistiche del mainstream occidentali (New York Times, Guardian, Repubblica) totalmente silenti al tempo delle operazioni belliche nel sud est, hanno scoperto che a Kiev non c’è libertà di stampa. Più tardi le due corazzate dei diritti umani a trazione occidentale, Human Rights Watch e Amnesty International hanno presentato un rapporto congiunto sulle detenzioni illegali e le torture in Ucraina, rapporto in cui il governo di Kiev fa una figura addirittura peggiore di quella dei terribili “terroristi” filorussi del sud est. Uno colpo disastroso all’immagine della giunta.

Ovviamente non si tratta di tendenze univoche ma in generale si può sicuramente affermare che il matrimonio fra la stampa occidentale ed il governo di Kiev è in grave crisi, e questo è tanto più interessante considerando che la Russia continua ad essere raffigurata come il nemico pubblico numero uno. La NATO, peraltro, non accenna a disimpegnarsi militarmente dal quadrante est europeo ed Ucraino, ed anzi manda i propri eserciti ad Odessa a giocare allo sbarco in Crimea (leggasi, come ha osservato Donald Trump: Terza Guerra Mondiale).

Esercitazione Sea Breeze 2016
Esercitazione Sea Breeze 2016

Quello che l’Occidente, infatti, vuole non è rinunciare all’Ucraina, ma congelare ogni linea di credito al governo di Kiev: stop ai finanziamenti dal Fondo Monetario, stop alla procedura per i visti Schengen liberi. Stop a  qualsiasi impegno politico, economico e sociale che non consista nella mera contrapposizione a Mosca. Certo, vellicare una rivolta di piazza, incassare i dividendi strategici e rifiutare qualsiasi assistenza ai propri pupilli è cosa abbastanza spregevole, difficile da vendere all’opinione pubblica.

E proprio a questo servono le accuse occidentali di corruzione e le campagne di stampa sulla violazione dei diritti umani: un monumento alla ipocrisia ed alla cattiva coscienza. Non perché non siano fondate, ma perché il dilagare della violenza e della corruzione nella società ucraina sono naturali conseguenze del vicolo cieco politico in cui le manfrine atlantiste hanno cacciato quel martoriato paese. Hanno scardinato le istituzioni,  istigato una disastrosa guerra civile, insediato al potere una consorteria di oligarchi, dimezzato la già provata economia, e pretendono che violenza e corruzione diminuiscano: si tratta di un palese non senso.

Si dà il caso, però, che da anni l’opinione pubblica occidentale sia assuefatta a considerare la corruzione la causa, e non la conseguenza, delle disfunzionalità di un sistema economico politico e anche dalle nostre parti le campagne isteriche contro la corruzione sono la testa d’ariete per delegittimare la dirigenza politica e privatizzare gli assetti pubblici. I lettori e gli spettatori sono quindi recettivi nei confronti di questo tipo di denunce. Si bevono avidamente l’idea che una società distrutta possa essere meno violenta e corrotta di quando era integra perché ha “fatto le riforme”. Quanto al “mancato rispetto dei diritti umani”, posto che ovviamente nessuna società è totalmente immune da critiche, trattasi dell’ingrediente sempre pronto di ogni campagna di delegittimazione, l’arma ibrida immancabile, il prezzemolo che si può mettere a piacere e non disgusta mai i facili appetiti del nostro pubblico. Qui, poi, l’operazione è tanto più immediata in quanto i pregiudizi tipici della russofobia (violenza, assolutismo, alcoolismo, miseria etc…) possono essere facilmente estesi per affinità agli Ucraini vittime, per una tragica ironia, delle calunnie da loro stessi sparse a piene mani contro i fratelli di oltre confine.

E così le coscienze delle anime belle si placano mentre si chiede agli Ucraini non solo di morire per la NATO, ma di farlo per giunta gratis. Del resto, dice Umberto Galimberti su Repubblica del 25 maggio, “questa Ucraina non è degna dell’Europa”. Ha tradito la sua (nostra) rivoluzione. Perché farsi carico dei suoi problemi?

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Aggiornamento di Marco Bordoni per sakeritalia.it

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