L’ FMI si piega a Poroshenko (per la seconda Volta)

Pare giungere ad un redde rationem la vicenda dei crediti del “prestito Janukovich” e quella (distinta ma connessa) della erogazione della terza tranche del maxi prestito del FMI a Kiev (una boccata d’ossigeno che il governo ucraino aspetta da quasi un anno).

E’ stato proprio il Fondo a sbloccare la situazione l’ 8 settembre scorso, annunciando che il caso ucraino verrà esaminato dal consiglio dell’ istituto il 14 settembre. Che la tanto sospirata e tante volte rinviata calendarizzazione dell’esame preludesse ad una delibera favorevole a Kiev si è potuto desumere ieri [12 settembre n.d.r.] quando il Ministro delle Finanze russo Siluanov ha annunciato che il suo paese avrebbe votato contro l’erogazione delle somme in questione.

La Russia dispone di una rappresentanza modesta nell’ istituzione (il 2,5% delle quote), ed il suo voto contrario non può bloccare la decisione dei voti occidentali (che, sommati, sono vicini alla maggioranza), e tuttavia l’ opposizione russa rappresenta ugualmente una remora per i funzionari del Fondo, perché rimette al centro della discussione il problema della credibilità dell’ istituzione.

Come scrivemmo lo scorso 16 novembre, infatti, lo statuto del Fondo proibiva la prosecuzione dei programmi varati a favore (si fa per dire) di paesi insolventi sul debito sovrano. Solo una (arbitraria) modifica a maggioranza dello stesso statuto permise, quindi, al Fondo di non bloccare il programma. Tuttavia, per non dare alla faccenda una veste di totale arbitrarietà, la modifica stabilì una nuova clausola, secondo la quale il debitore (nel nostro caso l’ Ucraina) per poter continuare a beneficiare del sostegno, deve dimostrare l’esistenza di “trattative in buona fede” per soddisfare il creditore.

L’ Ucraina, però, non ha mai intavolato alcuna trattativa in buona fede: Kiev continua a sostenere (con un argomento considerato specioso dallo stesso FMI) che i titoli russi siano un debito privato, non pubblico: un linea difensiva che non reggerà al vaglio dell’ Alta Corte Britannica, che ha la giurisdizione sul caso e che terrà udienza il prossimo 17 gennaio. Trattandosi di debito non pubblico Kiev pretenderebbe di ricondurre il rimborso agli accordi di San Francisco dell’ agosto 2015 con i creditori privati. Tale accordo (ottenuto grazie all’ intermediazione di George Soros) prevede un taglio del 20% ed una rateizzazione, trattamento di favore non dovuto nel caso dei bond di Yanukovich, e che i Russi ovviamente non hanno mai accettato di concedere.

Il Fondo si accinge quindi per la seconda volta in meno di anno a pulirsi le scarpe sulle proprie norme interne per amor di Poroshenko: dopo aver proseguito il programma nei confronti di un paese tecnicamente fallito, ora l’ Istituto si dispone a finanziare lo stesso paese, nonostante nessun passo sia stato compiuto per “trattare in buona fede” il rimborso.

Questi continui abusi preoccupano gli stessi funzionari del FMI perché alla lunga potrebbero indurre alcuni grandi paesi finanziatori asiatici a chiedersi quale sia il senso di continuare a partecipare a programmi di salvataggio gestiti senza alcun rispetto delle regole, e con la palese finalità di assecondare le priorità strategiche dell’imperialismo occidentale.

E’ da attendersi, quindi, una prossima offensiva negoziale che miri a realizzare una convergenza, almeno su questo punto, fra Russi e Ucraini, e la Germania, qui come nel Donbass, si assume il ruolo di mediatore, sponsorizzando il primo incontro fra i Ministri delle Finanze dei due paesi (Siluanov per la Russia e Danylyuk per l’ Ucraina). L’incontro dovrebbe tenersi ai primi di ottobre a Washington, durante un meeting di ministri di paesi partecipanti all’ FMI. Le possibilità che l’esito sia favorevole appaiono scarse, visto che il contesto delle relazioni fra i paesi non accenna a rasserenarsi, ripetendosi le provocazioni e gli atti aperta sfida dell’ establishment di Poroshenko nei confronti del Cremlino.

Aggiornamento di Marco Bordoni per Saker Italia del 13 settembre 2016

 

 

 

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