Maidan: solo i nostri “Dem” non sanno che fu golpe

Da ormai tre anni fautori e detrattori del Maidan si confrontano in una serrata disputa terminologica: fu rivoluzione o colpo di stato? Gli amici “maidanisti” ci fanno notare che i colpi di stato li fa l’ esercito, non la piazza. Quella fa le romantiche rivoluzioni.

Replica: ovviamente le rivoluzioni, come i colpi di stato, segnano un discontinuità istituzionale. Ma conta anche cosa è che si archivia. Quando il moto popolare abbatte un regime aristocratico sostituendolo con un corso liberale come in Francia nel 1789 è rivoluzione. Quando operai e contadini prendono il Palazzo d’ Inverno sfrattando il governo borghese e consegnando il potere a consigli popolari di spontanea formazione (i soviet del 1917) è rivoluzione.

Ma quanto la rivoluzione rovescia una democrazia parlamentare il cui Presidente è stato eletto con procedura “efficiente, trasparente ed onesta” (OSCE, 2010), che rivoluzione è? Prendetevi tutto il tempo per pensarci: non abbiamo fretta. Non è mica una cosa importante, in fin dei conti: ha provocato solo una guerra civile.

Come come? Non vi viene in mente nulla? Volete “un aiutino”? Non c’è che da chiedere. I suggerimenti arrivano proprio dai vostri beniamini, quei signori che tre anni fa espugnarono il Parlamento di Kiev a mazzate, e che per questa prodezza sono portati in palmo di mano da tutti voi difensori della “democrazia europea”. Parliamo ovviamente dei leader Maidanisti, che hanno preparato la frittata con le loro mani, e che sono ovviamente i primi a sapere di aver rotto le uova della legalità democratica, una consapevolezza che non li lascia (comprensibilmente) sereni.

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2012: Porosenko ministro del governo Azarov, del Presidente Janukovich

Prendiamo ad esempio il caso di Willie Wonka Poroshenko che, assise le robuste terga sulla poltrona già calcata dal quasi altrettanto robusto posteriore del predecessore, fu il primo ad apprezzarne, per così dire, il punto di vista. Ovvero si rese conto che il precedente stabilito con il siluramento di Janukovich creava nella cosiddetta costituzione materiale una nuova procedura di impeachment (oltre a quella  codificata dagli art. 108 e 111 della costituzione formale), ovvero quella giustificata dalla “fuga”. Di solito un Presidente fugge quando tentano di fagli la pelle, e quindi stabilire che la fuga è legittimo motivo di decadenza dal titolo presidenziale equivale a disegnare un enorme bersaglio sulla fronte di chi se ne fregia: Poroshenko potrà anche non essere un costituzionalista raffinato, ma di certo è secondo a pochi nell’ intuire le potenziali minacce ai suoi interessi. Per cui quando la (nuova) Rada votò (nelle varie colorazioni ultra nazionaliste) per far decadere Janukovich dal titolo di Presidente, Poroshenko impugnò la legge avanti la Corte Costituzionale chiedendo “riconoscersi che la legge del 4 febbraio 2015 sulla rimozione del titolo presidenziale a  Viktor Yanukovych è incostituzionale.”. Ovvia implicazione: incostituzionale era pure stata la sua deposizione, votata dallo stesso Poroshenko, che ad essa doveva la poltrona. Ricorso attualmente pendente: la Corte Costituzionale non ha a quanto pare fretta di pelare questa gatta.

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Lutesenko con la moglie nel 2013: al tempo studiava il sistema dall’ ineterno: lei gli portava le arance, oggi è parlamentare

Anche Yuri Lustenko, il Procuratore Generale con esperienza maturata sul campo (conosce le carceri avendo visto il sole a scacchi), il fedelissimo Dzerzhinsky in vyshyvanka incaricato dal regime di Poroshenko di organizzare i processi politici, sta segnando al suo attivo, sul versante Janukovich, un’ ottima strisciata di autogol. Ad esempio trascinando davanti al Tribunale cinque membri della polizia antisommossa Berkut, colpevoli di aver tenuto fede al proprio giuramento: processo in cui il Tribunale ha ammesso la testimonianza in videoconferenza di Janukovich che ha potuto così approfittare di una insperata tribuna per mettere a nudo le piccole sporche verità che Kiev ama dimenticare. Qualche settimana dopo  la Procura ha poi dato impulso al processo a carico dello stesso Yanukovich, imputato di tradimento delle funzioni presidenziali per avere, il 1  marzo 2014, scritto una lettera Putin chiedendo “di utilizzare le Forze Armate della Federazione Russa per ripristinare lo stato di diritto, la pace, l’ordine, la stabilità e la protezione della popolazione Ucraina”. Piccolo problema: se Janukovich era stato legalmente deposto il 23 febbraio come può avere tradito nell’ esercizio delle sue funzioni il 1 marzo? Non c’è dubbio che sarà un processo divertente.

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Tyrchinov: “avrei costretto Yanukovich alle dimissioni”

Peraltro questo non è l’ unico imbarazzo provocato dalle macchinazioni giudiziarie di Lutsenko. Lo show regalato dalla Procura a Janukovich ha permesso al Presidente deposto di accusare Oleksander Turchinov di aver tentato di ucciderlo durante la sua fuga verso la Russia dopo la rottura, da parte dell’ opposizione, degli accordi del 21 febbraio. Turchinov, che dopo il putsch aveva assunto la carica di Presidente ad interim, e che ora sovraintende la sicurezza nazionale, ha ritenuto di replicare all’ accusa con una lunga intervista al sito internet nazionalista censor.net. Ovviamente così facendo ha complicato le cose. Racconta Turchinov a Zensor

Yanukovich si è lamentato in diretta del fatto che io avrei cercato di ucciderlo, fermando l’elicottero sul quale stava cercando di lasciare il paese. La verità è che io stavo cercando di catturarlo, per portarlo a Kiev. Il problema è che c’era un intoppo legale: la nostra legislazione non prevede la fuga del Presidente.Secondo la Costituzione il Presidente può morire, ammalarsi, impazzire, si può dichiararlo inadatto, infine si può dimettere. Ma la Costituzione non parla di “fuga presidenziale”. Per questo motivo per me era importante catturare e portare a Kiev Janukovich. Avrei trovato  buoni “argomenti” per convincerlo a scrivere una dichiarazione di dimissioni volontarie, poi lo avrei mandato al carcere di Lukyanovka, in attesa del giusto verdetto del Tribunale per i suoi crimini.  

Cari amici innamorati del governo di Kiev: poteva il vostro Oleksander essere più chiaro? “Sapevano che Janukovich era ancora Presidente, quindi volevamo catturarlo per costringerlo con la tortura a rassegnare le dimissioni volontarie”. Gran pasta di democratico, nevvero?

Nei piani alti di Kiev, come si vede, tutti sanno quello che è successo nel febbraio del 2014: un sovvertimento violento e incostituzionale della legalità democratica. E ormai, frettolosamente sicuri dell’ immunità, lo dicono apertamente. Quanto al popolo, dopo tre anni di lavaggio del cervello, con l’ SBU alla porta, la maggioranza del sud est continua a rispondere ai sondaggi: si trattò di un golpe.

Gli scrupoli restano solo alle nostre latitudini, da parte dei sostenitori del “sogno europeo”. E’ passato tanto tempo ed una guerra civile, ma ancora ci stanno pensando: sarà stato colpo di stato o rivoluzione? Pensateci con calma, amici, non vi mettiamo fretta. Mentre ci pensate, il tempo galantuomo (e certi vostri beniamini che galantuomini non sono) ci stanno mostrando chi sono i veri spacciatori di bufale.

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articolo di Marco Bordoni per sakeritalia.it

 

 

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DDL Gambaro: arriva la Censura online

Se foste stati eletti nelle liste di un movimento nato e cresciuto online, se poi fossero successi incidenti, vi avessero espulsi e aveste occupato la legislatura in un lungo pellegrinaggio fra i più cangianti gruppi parlamentari (Misto, Gruppo Azione Partecipazione Popolare, Italia Lavori in Corso…) per poi approdare alla corte di Denis Verdini (sì, il gruppo di Ascari inviati da Berlusconi in missione dall’altra parte dell’emiciclo per tenere in vita i vari governi del PD)…

Se aveste votato la fiducia a qualsiasi ipotesi di governo avesse il coraggio di presentarsi alle camere, e se nonostante questo, a legislatura ormai agli sgoccioli, vi trovaste senza una reale possibilità di essere ricandidati, cosa fareste?

Mettereste la faccia su un disegno di legge che abolisce la libertà di espressione imponendo la censura sui nuovi media? La risposta dipende evidentemente da molti fattori, fra cui il vostro appetito, il vostro amor proprio, ed ovviamente la qualità della vostra faccia. La senatrice Gambaro, per fare un esempio, ha questa faccia qui:

Sono simpatica e innocua: salvo per il fatto che vi tolgo il diritto di espressione

Prendiamola alla larga. Con sentenza n. 54.946/16 la Corte di Cassazione ha stabilito che risponde penalmente il gestore del sito internet che consente la pubblicazione di un commento dal contenuto diffamatorio nei confronti di terzi. Diciamo questo per sgombrare ogni dubbio: gli strumenti legali per difendere i diritti fondamentali delle persone esistono già, e sono tranquillamente applicati dall’ordinamento. Ma qui non si sta parlando, evidentemente, di questo.

Quello uscito dal cilindro ieri è un disegno di legge (che vi invitiamo a consultare tenendo un sacchetto assorbente, di quelli che si trovano in areo infilati nel sedile davanti, sotto mano, cliccando qui) la cui unica finalità è quella di ammazzare ogni critica e di consolidare un nuovo autoritarismo.

Riassunto degli ultimi 30 anni per i distratti: fine dell’URSS, offensiva del capitale sul lavoro, tradimento dei chierici della sinistra parlamentare ed extraparlamentare convertitasi al dogma Liberismo & NATO & Unione Europea & Euro, esplosione del debito pubblico, esplosione del debito privato, disintegrazione della compagine sociale, vi facciamo paura “arriva Putin!” ma dopo un anno non se la beve più nessuno. Ci siete? Avete vissuto nello stesso mondo in cui ho vissuto io? OK, andiamo avanti.

Oggi siamo al punto in cui se tanto tanto il cittadino capisce quello che è successo (e lo può fare solo online, visto che i media mainstream sono una versione glamour del Volkischer Beobachter), si organizza e vota anche Attila pur di punire i responsabili del disastro. Contromisura: impedirgli di votare (vari papocchi elettorali con premi, sbarramenti e magheggi assortiti) impedirgli di informarsi (un saluto alla senatrice Adele) e, quando poi ci saranno le sommosse (perché ci saranno, anche se noi non ce le auguriamo*) esercito europeo. In due parole: regime e repressione. Tutto chiaro? Speriamo di si.

E’ il momento di entrare nel merito. Siamo di fronte ad una proposta di legge che entrerà in vigore fra tre mesi, fra un anno o mai a seconda del grado di priorità che le verrà assegnato dal governo, che non si è ancora espresso sul punto. Visto che questo testo è un mostro giuridico da competizione mondiale, possiamo contare sul fatto che nel corso dei lavori parlamentari cercheranno di pettinarlo, di fargli indossare un frac, e di presentarlo come un affabile gentiluomo. Nella sostanza, però, repressione era e repressione rimarrà.

Sarà importante la reazione che la cittadinanza riuscirà a dispiegare alla notizia e che verrà certamente misurata dai reali promotori (per trovare i quali bisogna partire dalla Senatrice Adele -acqua- salire alla Presidente Boldrini -acqua- e poi al Parlamento Europeo -fuochino- al Partito Democratico USA -fuoco- all’establishment che gestisce il mainstream -fuochissimo-). Se sarà fiacca prenderanno coraggio, se sarà veemente rimetteranno con gesto elegante il topo morto nella tasca da cui è uscito (quella della Senatrice) e diranno che scherzavano.

L’impianto del progetto di legge si basa sostanzialmente su tre articoli:

Art. 1: € 5.000 di multa per chi pubblica “attraverso piattaforme informatiche” (quindi non organi di stampa ufficiali: la chiameremo clausola salva Goracci) notizie “false, esagerate, tendenziose, che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi”. Capito? L'”esagerazione” e la “tendenziosità” diventano reati. Sull'”antipatia” stiamo lavorando… ah già. Sull’antipatia non si può o finisce dentro tutta la maggioranza parlamentare.

Art. 2: € 5.000 di multa e minimo 12 mesi di reclusione  anche per “chiunque… svolga una attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica, anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme informatiche”. Montepremi raddoppiato (€ 10.000 e due anni di reclusione) per le campagne volte a “minare il processo democratico, anche a fini politici” (chi sa quali altri fini ci dovrebbero essere per minare il processo democratico… fare colpo sulla fidanzata?).

Art. 4: obbligo di comunicazione al Tribunale e di pubblicità della identità del responsabile del sito, ovvero il soggetto poi destinatario delle attenzioni di cui agli art. 1 e 2 (senza esclusione della responsabilità di eventuali autori terzi).

In sostanza: se passa questa roba, la controinformazione è finita, morta, kaputt.

E’ sempre divertente vedere dispiegarsi nella pratica il paradosso filosofico a monte di tutto il progetto europeo (ne abbiamo parlato qui): quello di una struttura che pone il rifiuto di qualsiasi verità trascendente come pietra fondante della propria architettura che poi si arrabatta per affermarsi come  unica detentrice della verità e quindi reprimere tutto ciò che le si oppone. In questo caso ecco i “democratici” alla presa con la creazione di reati orwelliani intesi a punire “opinioni che se pur legittime rischiano di apparire più come fatti che come idee” (relazione introduttiva), “informazioni atte a fuorviare l’opinione pubblica”, “campagne d’odio e miranti a minare il processo democratico anche a fini politici”. Non ci vuol certo un consigliere di Cassazione per capire che si tratta di una pietanza avvelenata, cucinata per ammazzare la libertà di opinione assieme la principio di legalità [spiegone tecnico: il nostro sistema si basa(va) sul principio di legalità, a sua volta articolato nell’obbligo di tassatività e determinatezza della norma penale. La determinatezza concorre a chiudere l’insieme dei reati, impedendo al Giudice di crearne di nuovi in via interpretativa. La tassatività vieta al Giudice di ricorrere a strumenti che consentono l’applicazione delle norme penali al di fuori delle fattispecie astratte descritte dalle stesse, ossia il divieto di analogia. Fine della tassatività e della determinatezza, fine della legalità, fine della democrazia].

Ora abbiamo due problemi. Primo: vi immaginate il trattamento che riceverebbe sulla nostra stampa un parlamentare, diciamo Turco o Russo che presentasse una proposta di legge del genere? Fine del mondo. Quindi in linea torica dovremmo aspettarci una levata di scudi proprio dagli operatori “ufficiali” dell’informazione, le vestali della democrazia. Questa levata però non ci sarà. Perché questa norma fa l’occhiolino in modo osceno ai giornalisti della stampa tradizionale, garantendogli una sorta di esclusiva ai remi della galera informativa a cui sono stati condannati. Da loro non possiamo attenderci alcun sostegno. Con le solite eccezioni che si contano sulle dita di una mano e che confermano la regola, gli sventurati risponderanno.

Secondo problema: se non facciamo molto rumore adesso il regime fa un passo avanti determinante nella sua affermazione. Se c’è una cosa che abbiamo imparato da questa storia è che l’informazione online è potente e fa paura. Utilizziamo questo potere: condividiamo questa informazione ed il nostro sdegno con tutti i mezzi in nostro possesso. Facciamogli capire che il prezzo in credibilità da pagare per toglierci il diritto al dissenso è troppo alto per le loro tasche, già da anni vuote, visto che questa moneta se la sono giocata tutta sulla roulette di Bruxelles. Condividiamo, commentiamo, dibattiamo in pubblico, in privato ed anche online. Oggi la lotta per la libertà si fa anche così. Ce lo stanno dicendo loro.

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Articolo di Marco Bordoni per SakerItalia.it

*specificazione ad usum del censore prossimo venturo;