Propaganda di guerra e menzogne mainstream: intervista al fotoreporter Giorgio Bianchi

Giorgio Bianchi

Giorgio Bianchi, fotoreporter romano è autore di splendidi reportages dalla Siria e dall’Ucraina. Lo sguardo di Giorgio Bianchi si muove rapido in un contesto di morte e distruzione, catturando con rara sensibilità l’umanità dietro la guerra, mostrandoci uomini e donne che combattono e sopravvivono sullo sfondo della storia che si compie, quasi sovrapposti alla storia stessa, quasi fuori posto rispetto all’enormità delle vicende delle quali si scoprono, loro malgrado, protagonisti. I sentimenti di paura, smarrimento, perseveranza, coraggio che queste persone esprimono nelle foto di Giorgio Bianchi sono una scintilla che pare riscattare l’umanità dalla follia che ha provocato le distruzioni circostanti.

La sua esperienza in Siria ed in Ucraina, ma anche la sua attenzione al ruolo dell’informazione negli equilibri politici internazionali, ci consentono di tentare con lui un’analisi complessiva della guerra moderna e del ruolo fondamentale della propaganda.

Saker Italia: Cominciamo dalla Siria. Scriviamo all’indomani dell’attacco americano alla base siriana di Shayrat, col pretesto del presunto bombardamento con armi chimiche a Iblib.  In poche ore ci siamo ritrovati in una situazione peggiore di quella del 2013, quando, grazie soprattutto alla mediazione russa e alla completa dismissione dell’arsenale chimico siriano, si è evitato per un soffio il conflitto diretto. Oggi come allora non ci sono prove delle responsabilità siriane, ma si è scelto di non attendere i risultati di un’inchiesta indipendente e di colpire subito, condannando Assad senza appello. Gli organi di stampa citano come precedente la strage di Ghouta nonostante le inchieste successive (tra tutte quella di Seymour Hersh) abbiano attribuito la responsabilità di quel massacro ai terroristi di Al Nusra, col probabile coinvolgimento della Turchia e l’assenso della Clinton. Anche oggi nessuna prova concreta, solo le dichiarazione del solito Osservatorio Siriano per i Diritti Umani e le testimonianze degli Elmetti Bianchi. Qual è la tua esperienza sul campo, e come valuti il rapporto tra i fatti e il modo nel quale ci vengono raccontati?

Giorgio Bianchi: La situazione dei media mainstream è drammatica. Ne parlavo l’altro giorno con un giornalista della vecchia scuola del Sole 24 Ore il quale era esterrefatto della solerzia con la quale alcuni sui colleghi si erano affrettati a stigmatizzare ed etichettare fatti impossibili da verificare sul momento.
E’ la morte del giornalismo. Nel momento stesso in cui accetti di rimbalzare notizie senza verificarne le fonti e l’attendibilità e soprattutto senza accompagnarle con un’adeguata analisi, da organo di informazione ti trasformi in organo di propaganda. La tecnica è quella del framing, ben spiegata da Marcello Foa in molti suoi interventi: viene creato un frame, ovvero una cornice, che stabilisce il recinto della notizia e poi tutti gli altri si adeguano, in una sorta di riflesso pavloviano.
E tu sei dall’altra parte, spettatore inerme, costretto ad assistere alla mattanza dell’informazione, come imprigionato in una campana di vetro, senza possibilità di ribattere e far arrivare anche la tua voce, i tuoi dubbi. Perché poi di questo si tratta: manifestare almeno qualche dubbio; invece loro hanno tutte le certezze in mano.
Ieri sera viaggiavo in macchina con un amica che ascoltava attonita le mie analisi e le mie testimonianze e mi chiedeva smarrita: “ma noi che possiamo fare?”. Leggo giornali, ascolto radio e TV, ma è proprio questo il problema: non ci si può più informare con quel genere di media, non sono attendibili. Hanno dilapidato, sempre che l’abbiano mai avuto, quel patrimonio di credibilità grazie al quale l’utente poteva ritenere con buona approssimazione che quanto scritto fosse più o meno attinente al vero. O meglio, il giornalista era pagato per fare quel fact checking che l’utente medio non ha né il tempo né i mezzi per fare.
Oggi, quando leggo una notizia, la prima cosa che devo fare è perdere tempo per verificarla; ma allora, se tutto il lavoro lo devo fare io, perché pagare un giornale? Per non parlare poi del fatto che con la crisi dell’editoria i pezzi vengono spesso fatti col copia incolla e pagati 30/50 euro. Tanto vale farsi il lavoro da soli. Secondo il mio modesto parere quel tipo di media è destinato a scomparire, sono dei morti che camminano, perché gli utenti si stanno accorgendo del trucco ed il fermento che c’è nei social lo dimostra appieno. La cosiddetta “gente” vale molto di più di quanto gli establishment la considerino: le lezioni all’Auditorium di Luciano Canfora fanno sempre il pieno e se ne tenesse una a sera per 300 giorni l’anno farebbe il pieno lo stesso.

S.I.: Tu lavori coi media e nei media. Hai parlato spesso di realtà orwelliana, di un universo distopico nel quale ci troviamo costretti a mettere in discussione verità che credevamo acquisite, soprattutto quando ci vengono raccontate nella neolingua del Miniver globale: quando la mistificazione della realtà si rivela nella sua agghiacciante sistematicità, nulla è più come prima. Le certezze su cui abbiamo sempre contato sembrano svanire. E’ veramente così oppure quelle certezze non sono mai esistite e oggi abbiamo semplicemente la possibilità, grazie ai nuovi media, di rendercene conto?

Palmira. Foto: Giorgio Bianchi
Siria: profughi interni sistemati dal governo a Tartus. Foto: Giorgio Bianchi

G.B.: Quello che sta accadendo negli ultimi tempi mi sta portando a credere questo, ovvero che noi non sappiamo nulla e che forse dovremmo dubitare anche di quanto riportato sui libri di storia. Faccio un esempio: organizzo una mostra su Maidan a Milano allo spazio Polifemo con conferenza moderata dal rappresentante lombardo di Amnesty. Guardando le mie foto mi chiede se davvero i manifestanti fossero così armati ed equipaggiati, al punto che ad un primo sguardo li aveva scambiati per soldati. Ecco, su questi fatti nessuno sa nulla perché gli editor per corroborare la loro narrazione di “sommovimento di popolo” scelgono la foto del manifestante col caschetto da operaio o in giacca e cravatta piuttosto che quella del neonazista in mimetica. Se tu vedi che a fare la rivoluzione sono gruppi paramilitari neonazisti magari ti fai un’idea diversa di quello che sta succedendo. E così via discorrendo.
Mentre ero a Damasco ricevevo quotidianamente messaggi di persone preoccupate per la mia incolumità, convinte che in Siria ci fosse l’apocalisse e che il governo stesse bombardando a tappeto le sue città. Allora gli devi spiegare che hai la possibilità di girare per strada di giorno e di notte (a volte anche fino alle due) senza nessun problema, che la gente nei territori governativi vive e lavora come ha sempre fatto (certo, con tutti i disagi portati dalla crisi economica susseguente alla guerra ed all’embargo) e che il governo gode del sostegno incondizionato della stragrande maggioranza della popolazione (compresi i giovani universitari) che vedono in Assad l’unico garante per la stabilità e l’unità del paese.
Mentre i media occidentali parlano di apocalisse ad Aleppo tu sai che i quattro quinti di città in mano al governo sono pressoché intatti, a parte i danneggiamenti causati dai colpi di mortaio sparati dai ribelli umoristicamente definiti moderati. Tu sai che ci sono corridoi umanitari aperti e pullman ed ambulanze parcheggiati in attesa di quelli che desiderano abbandonare Aleppo est; che i bombardamenti sono stati sospesi per consentire alla popolazione civile di evacuare e che sono stati distribuiti volantini con le istruzioni da seguire per raggiungere i varchi, ma di tutto questo i nostri media non hanno riportato assolutamente nulla.
Si è arrivati a dire che Assad aveva bombardato anche l’ultimo ospedale di Aleppo…roba da pazzi. Per non parlare della questione dei rifugiati: stando ai nostri media tutti i siriani stanno abbandonando il loro paese per fuggire alla guerra ed alla dittatura.
Ma nessuno vi ha parlato dei quasi otto milioni di IDP [internally displaced persons n.d.a.]i disseminati nel paese. Sono i profughi sfollati dalle loro abitazioni in strutture governative ed in attesa di poter ritornare nei luoghi di origine. Avevo fatto un lavoro incentrato proprio su questo: ero andato in un centro per IDP ed avevo documentato la vita al suo interno; poi ho seguito una famiglia che da uno di questi centri era ritornata nella sua città, a Homs (la parte vecchia), per tentare di ricostruire la propria casa e la propria attività in mezzo alle macerie. Pensi che a qualcuno sia interessata questa storia?
La maggior parte della popolazione siriana ha un fortissimo sentimento nazionale e non ha la minima intenzione di abbandonare il proprio paese.
Tornando alla tua domanda iniziale vorrei dire anche qualcosa sul mondo della fotogiornalismo. Oggigiorno, accanto al fotogiornalismo tradizionale, si sta affermando il cosiddetto storytelling, che io amo definire, scherzosamente ma non troppo, fotoromanzo. Questo secondo me è il vaso di Pandora scoperchiato il quale possiamo dire addio alla foto come documento storico.
Due anni fa al fotografo Troilo è stato ritirato il premio World Press Photo per aver mandato foto smaccatamente staged accompagnate da didascalie mendaci. Quest’anno ci sono ricascati con un fotografo iraniano che ha vinto la categoria “long term project” con foto strabilianti ma quasi tutte “acchittate” da amici o modelle. Questa deriva sancirà definitivamente la fine del fotogiornalismo.
Qualche anno fa la Photo of the Year fu una foto altrettanto in posa di due ragazzi omosessuali che amoreggiavano in una stanza di Mosca: atmosfere alla Hopper, la posa dei due studiata nei minimi dettagli.
Se accetti questo, lasci la porta aperta a qualsiasi tipo di mistificazione.
Ma forse è proprio quello che si vuole, ovvero colpire al cuore l’ultimo baluardo dell’informazione: il reportage fotografico. Una fotografia ben fatta ha un potere enorme, è un ricordo precostituito che si fissa all’istante nella memoria dell’utente.
Pensa solo alla guerra nel Vietnam: paginate e paginate di articoli, di video, di documentari e di film…eppure quello che è rimasto nell’immaginario collettivo sono gli scatti iconici dei grandi fotoreporter.
Questo la dice lunga sul potere del fotoreportage e del perché vada salvaguardato ad ogni costo.
L’altro ieri parlavo con Mauro Gallegani dei suoi trent’anni passati ad Epoca… ecco, quelle esperienze sono quello che oggi manca. Forse solo il NYT, con i suoi fantastici staff photographers, e Time restano ancora nel solco di quella gloriosa tradizione.

S.I.: Tu hai seguito dall’inizio la guerra in Ucraina, sin dai tempi del Maidan. Hai anche detto che le tue foto e la tua testimonianza su quello che è accaduto, in particolare sul presunto attacco della polizia ai manifestanti sono state ignorate dai grandi media. Cosa hai visto e documentato? Cosa è stato davvero il Maidan?

G.B.: Come ho accennato in precedenza la rivolta di Maidan sotto i miei occhi ha assunto fin da subito i connotati di un vero e proprio colpo di stato. Accanto ai manifestanti pacifici, che erano la minoranza, si sono mossi gruppi paramilitari neonazisti facenti capo alle sigle Pravy Sector e Svoboda, ben equipaggiate ed inquadrate militarmente, che di fatto hanno dato vita ad una vera propria guerriglia urbana contro le forze dell’ordine poste a difesa degli edifici governativi.
Ho assistito a lanci di molotov, pietre, colpi di arma da fuoco (un poliziotto è caduto ucciso ai miei piedi, ma non ho potuto fotografarlo perché i suoi colleghi me lo hanno impedito) da parte dei manifestanti nei confronti della polizia. Certo, in alcuni casi la polizia si è comportata in maniera brutale ma tutto avveniva in un contesto di guerra con 15 gradi sotto zero, e comunque la violenza della polizia era limitata alle ferite inferte ai manifestanti a seguito degli scontri.
Nessuno di questi fatti sarebbe in nessun caso stato tollerato dai nostri governi cosiddetti democratici: basti pensare a cosa sia avvenuto a Genova o a Ferguson solo per citare i primi esempi che mi vengono in mente, dove per fatti di minore gravità e circoscritti nel tempo si è ricorsi a metodi molto più brutali (in Italia i manifestanti sono stati torturati ed umiliati, a Ferguson è arrivata la guardia nazionale).
Comunque, secondo la versione ufficiale, dopo mesi di stallo tra polizia e manifestanti, un bel giorno, il fatidico 22 febbraio 2014, la polizia avrebbe aperto il fuoco, lasciando sulla strada circa 90 manifestanti uccisi, per poi levare le tende e dissolversi nel nulla. Io ero lì su quella strada e posso dire con assoluta certezza (ed alcune foto lo testimoniano) che parte degli spari provenivano dall’Hotel Ucraina, che era uno dei quartier generali dei manifestanti.
In una mia foto si vede chiaramente un manifestante (tra l’altro armato di carabina) indicare alle mie spalle in direzione dell’hotel così come il ragazzo dagli occhi verdi guarda con terrore in direzione opposta a quella della polizia. E un manifestante, colpito a morte proprio davanti a me, anziché cadere all’indietro è caduto in avanti. Insomma, tutti fatti che lasciano capire che a fare fuoco sui manifestanti ci fosse quantomeno un altro cecchino o gruppi di cecchini appostati alle finestre dell’Hotel Ucraina.

Maidan: Uomini Autodifesa del Maidan indicano l’Hotel Ucraina. Foto: Giorgio Bianchi
Maidan: combattente dell’autodifesa del Maidan guarda l’Hotel Ucraina. Foto: Giorgio Bianchi

 

Questo fatto è anche documentato in un video della BBC in cui si sente il reporter contare le finestre per suggerire all’operatore dove inquadrare il cecchino appostatoLa storia di Maidan è tutta ancora da scrivere: oggi i rappresentanti di quelle organizzazioni paramilitari neonaziste siedono nel parlamento di Kiev. Bisognerebbe poi ricordare il massacro di Odessa (2 maggio 2014), che ha sancito la fine della “Maidan filorussa”. Un evento assolutamente speculare a quello di Maidan (almeno negli esiti) ma di cui i media mainstream poco o nulla hanno detto. Nel marzo scorso ho intervistato uno dei sopravvissuti al massacro del quale il 2 maggio ricorre l’anniversario. Per avere un quadro più chiaro di quanto sia accaduto in Ucraina e quantomeno capire alcune delle ragioni dei filorussi basterebbe sentire le sue parole o andare su YouTube e vedere anche solo uno delle centinaia di video girati in quel fatidico giorno, e poi fare il raffronto su quanto riportato dai media paragonandolo alla mole di informazioni arrivate da Maidan. Solo questo basterebbe per dare la cifra dello strabismo e del livello di mistificazione al quale i media sono arrivati.

S.I.: Hai detto che la guerra in Donbass è in qualche modo speculare a quella in Siria: alla sovraesposizione mediatica finalizzata alla demonizzazione del governo di Assad corrisponde un silenzio assordante sui crimini del governo ucraino e sulle atrocità commesse dai battaglioni neonazisti ai danni della popolazione civile. Quella in Donbass è una guerra che per i media mainstream semplicemente non c’è. Ovviamente anche tacere i fatti è un modo per manipolare la realtà e influenzare l’opinione pubblica. Tu sei stato anche nel Donbass: cosa non ci dicono?

G.B.: Assolutamente nulla.
Quando dico che vado nel Donbass la seconda domanda è sempre “che ci vai a fare?” (la prima è sempre “cosa è il Donbass e dove si trova?”). Già questo la dice lunga sullo stato dell’informazione sull’argomento e forse risponde esaurientemente alla tua domanda. Il Donbass è un luogo dove si combatte una guerra di trincea molto simile a quelle che hanno visto protagonisti i nostri nonni, una guerra di posizione dove i due eserciti si scontrano per guadagnare o riguadagnare poche centinaia di metri di terreno.
Villaggi che sembravano dimenticati dal mondo sono teatro di bombardamenti quotidiani effettuati con artiglieria pesante e tank. Nel luglio dell’anno scorso, mentre eravamo in uno di questi villaggi a riportare la vita dei miliziani in una delle postazioni di retroguardia, siamo finiti sotto il tiro dell’artiglieria ucraina. Sono stati dieci minuti interminabili durante i quali, rintanati all’interno di un bunker, abbiamo veramente creduto che per noi fosse finita. Uno di quei colpi da 152 mm è caduto a dieci metri dal portone della villetta nella quale ci trovavamo.
Nell’articolo per Difesa Online scrissi “[…] poi in lontananza, quasi impercettibile un doppio pum pum…. Noi si chiacchiera, di lato si gioca, dentro si dorme. E poi due fischi veloci come un rapace in picchiata; striduli come unghie sulla lavagna; violenti come un treno superveloce lanciato a tutta forza su un muro di cemento. Le teste si alzano, il tempo si ferma, il cervello reagisce… Giù ventre a terra nonostante la fotocamera che pende sul petto, nonostante il pavimento di cemento, nonostante non ci sia stato il tempo di capire. Un fischio di tre secondi e poi un boato, un flash abbagliante ed infine una pioggia di detriti ovunque. E poi a seguire un secondo, più forte più crudele, più vicino… Non c’è tempo, il bunker, una corsa, le scale….Nessuno ha pensato. Una sorta di intelligenza collettiva ci ha condotti nel posto giusto… La luce è saltata, siamo al buio, si sgomita… Ci si conta… Ne mancano tre che sono ancora sopra. Ancora un fischio, ancora un boato, tutto trema. L’intonaco cade dal solaio come farina, il comandante corre all’ingresso ed urla verso la casa da dove provengono voci. Poi di nuovo quel maledetto fischio e di nuovo tutti a terra… Il comandante sempre vicino all’ingresso come a voler stare con i suoi soldati rimasti in casa… E poi di nuovo quelle grida e di nuovo quelle urla da sopra. Nel bunker qualcuno si tappa le orecchie, qualcuno prega. Altri due fischi, altri due boati… La morte viene dal cielo e ci cerca….”.
Quest’evento, che segnerà per sempre la mia vita, lì viene vissuto quotidianamente sia dai civili che dai militari. E per l’Europa non succede nulla.
A marzo, mentre ero in visita al volontario italiano presso la sua trincea di prima linea, è successo qualcosa di analogo: questa volta il fuoco era di almeno tre mitragliatrici pesanti. Il video di me che riprendo i proiettili traccianti in arrivo e poi mi butto a terra ha fatto il giro del Donbass, ma soprattutto della Russia.  Sono venuti giornalisti dal primo canale russo per intervistarmi e sono finito in uno speciale della domenica pomeriggio assieme al servizio su Deki, il cecchino serbo che combatte per i separatisti.
In Italia, a parte un’intervista su Sputnik, nessuno si è degnato di riportare il fatto, che avrebbe potuto essere uno spunto per dare un quadro della situazione nel Donbass. Niente, vuoto pneumatico.
Pensa che sul Donbass tra mille difficoltà stiamo realizzando un docufilm assieme ad un pluripremiato regista e due pluripremiati giornalisti. Abbiamo a disposizione un archivio di video e foto che abbracciano un arco temporale di tre anni, eppure non si trova nessuno per finanziarlo, e tieni conto che parliamo di cifre ridicole. Ti fornisco i link (qui, qui e qui) e poi saranno i lettori a giudicare il valore di quello che stiamo facendo.

Maidan: secondo Giorgio Bianchi si è trattato di guerra urbana. Nella foto: “manifestanti” in formazione. Foto: Giorgio Bianchi
Maidan: ancora scene di guerriglia urbana. Foto: Giorgio Bianchi

S.I.: In entrambi i teatri gioca un ruolo fondamentale la Russia. A pochi giorni dall’attentato a San Pietroburgo, preso atto dell’evidente doppio standard utilizzato per le vittime, assistiamo al ritorno a un clima maccartista da guerra fredda. La Russia è il nemico: tutte le notizie appaiono manipolate, tese a dipingere un quadro fosco di repressione e dittatura. Credi che le vicende di cui abbiamo parlato abbiano come fine ultimo un attacco alla Russia e alla sua spinta al multipolarismo?

G.B.: Tutto quello che stiamo vedendo in Ucraina ha innanzitutto lo scopo di separare l’Unione Europea dalla Russia, nient’altro. Gli Americani avevano il terrore che l’Europa, una volta divenuta vero stato federale, si saldasse militarmente ed economicamente con la Russia. Immagina questo scenario: Europa e Russia partner commerciali: i Russi ci forniscono energia e materie prime, noi vendiamo loro prodotti di alto livello, una moneta quale l’Euro per gli scambi commerciali, agenzie di rating europee come nuovo riferimento per la finanza, impegno congiunto per la stabilizzazione del Medio Oriente, banca centrale Europea che emette titoli di debito per mettere a riparo i paesi deboli della UE dalla speculazione finanziaria angloamericana. I paesi del BRICS chi pensi avrebbero seguito in un progetto del genere?
Per l’Europa sarebbero stati 100 anni di benessere garantito. Guarda cosa è successo a Varoufakis  per aver guardato alla Russia per risolvere il problema del debito greco.
Lì si è giocato moltissimo del futuro dell’Europa. Il caso greco poteva dare il via a quella collaborazione di cui ti dicevo. E poi c’è stata la lettera da Washington a Tsipras. Chissà se verrà mai resa pubblica.
La Gran Bretagna, da scaltra nazione quale è, era rimasta col piede in due scarpe, aspettando di capire come sarebbe andata a finire; appena ha capito che questo progetto era fallito si è sfilata.
Chiediamoci perché i governi europei erano e sono ancora spiati dall’intelligence USA così massicciamente: avevano il terrore di uno scenario del genere ed hanno fatto di tutto per sabotarlo.
Anche il fatto di averci fatto accollare i paesi dell’ex patto di Varsavia fa parte del sabotaggio.
Immagina come vedano i Russi il fatto che la NATO li ha circondati di basi in quei paesi che loro ritenevano il cortile di casa. Ricordiamoci cosa hanno comportato in passato i missili balistici ai Cuba. Immagina che succederebbe se i Russi facessero altrettanto in Messico o in Canada o anche solo in Alaska, se fosse ancora di loro proprietà.

S.I.: Questo mestiere ti ha scelto, hai dichiarato, quando la mistificazione della realtà è diventata così evidente che hai deciso di abbandonare il tuo lavoro alle feste e ai matrimoni e sei partito per conoscere e documentare i fatti. Come ti muovi sul campo, sempre che tu possa dircelo? Come si diventa un reporter di guerra? E soprattutto, alla luce delle nostre considerazioni, si può smettere di esserlo? Tu potrai mai tornare alla tua vita normale?

G.B.: Tornerò alla vita normale quando non riuscirò più a sostenermi.
Per fare al meglio questo lavoro ho ridotto al minimo i lavori commerciali con danni ingenti alle mie finanze. Un reportage, anche se fatto alla mia maniera, costa. Il mese scorso nel Donbass ho speso 1600 euro e adesso devo cercare di rientrare e poi guadagnare. Quest’anno per tornare in Siria a maggio e per lavorare al film ho rinunciato alle comunioni (che valgono circa 3000 euro per un mese di lavoro) e ai matrimoni di primavera. Pertanto non guadagnerò e in più spenderò.
I giornali o il web, se accettano di pubblicarti il materiale, te lo pagano cifre che neanche valgono lo sforzo di preparare le foto in un pdf per fargliele visionare. Fare reportage e lavori commerciali insieme non è una strada percorribile, se si aspira a fare entrambi, o anche solo uno di essi, al meglio. Un reportage richiede un lunghissimo lavoro di preparazione a monte, fatto di mail, ricerche di contatti, pratiche burocratiche, studio della situazione.
Per non parlare poi dell’editing del materiale.
Non solo è un lavoro che richiede piena e totale dedizione (con conseguenti ricadute sugli affetti e le amicizie) ma richiederebbe anche la possibilità di avvalersi di collaboratori salariati. Tu capisci che è veramente difficile oggigiorno fare informazione indipendente. Con i soldi guadagnati da una grande firma in un anno io ci farei reportage per dieci anni al ritmo di cinque l’anno.

*****

Intervista a cura di Barbara Oioli per SakerItalia.it
Fotografie su gentile concessione di Giorgio Bianchi

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