Naman Tarcha: vi racconto il Martirio della mia Patria che resiste

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La modernità ci presenta (spesso come aspetti dello stesso fenomeno) sfide e soluzioni. La rete ed i social network sono armi di “distrazione di massa” che inaridiscono la società e scoraggiano l’impegno politico, ma nello stesso tempo offrono gli unici spiragli alle voci di informazione alternativa. La facilità con cui è possibile produrre e contraffare documenti visivi (foto e filmati) ci espone a raffinate forme di  manipolazione, ma ci offre l’accesso ad un bacino pressoché infinito di informazione diretta e non mediata. Anche l’immigrazione, che da un lato rappresenta un problema ed una potenziale minaccia di destabilizzazione sociale, dall’altro ci fornisce il punto di vista di persone nate all’estero e cresciute in Italia, mediatori culturali “naturali” estremamente adatti a spiegarci le loro realtà di origine ed a “tradurle” per il pubblico italiano.Naman Tarcha, siriano della comunità cristiana, nato ad Aleppo, vive nel nostro paese da più di 20 anni, giornalista, conduttore e tv reporter, occupandosi di Medio Oriente e mondo arabo, ha avuto significative esperienze in diverse testate ed emittenti tv tra i quali Sky e Rai, e attualmente collabora con diversi canali televisivi arabi da Roma.  Abbiamo deciso di approfittarne intervistandolo per voi.

S.I.: Naman Tarcha, può raccontare in poche parole cos’era la Siria della sua infanzia? Quanto era importante la politica nella vostra vita quotidiana? Quali erano le condizioni della comunità cristiana sotto il governo baathista?

N.T. La Siria della mia infanzia, era un paese giovane, solare, laico e forte, povero ma orgoglioso, magico malgrado tutte le sue contraddizioni, un misto tra passato prezioso e futuro atteso. Sin da piccolo ero cosciente che pur non essendo ricco il mio paese si trovava in una situazione delicata, visto che vi si intrecciavano tante questioni complesse del Medio Oriente. Per la nettezza delle sue posizioni e per la sua stessa indipendenza la Siria rappresentava una minaccia (malgrado non avesse mai aggredito nessuno). Per questo avevamo tanti nemici attorno, alcuni occupanti e altri invidiosi, che miravano a dominarlo.

La comunità cristiana alla quale appartengo, numericamente minoritaria ma molto visibile e attiva, era una colonna vertebrale di una Siria crocevia di tante etnie, religioni, e comunità. Il sistema politico, nonostante tanti difetti, era tra i pochi laici nel mondo arabo, un fatto che l’ha  reso uno dei pochi paesi arabi dove i cristiani sono liberi di vivere e professare la propria fede ma sopratutto il proprio modo di essere, senza discriminazione, distinzione e persecuzione.

S.I. Suo padre faceva il fotografo video reporter e fu testimone anche dell’insurrezione dei Fratelli Musulmani  ad  Hama, Idlib e Aleppo nel 1982. Al tempo Lei era un bambino. Ricorda qualcosa di quegli eventi? Quali analogie e quali differenze ci sono fra quanto successe allora e la guerra di oggi?

Mio padre era un fotografo e uno dei primi video reporter nella TV di stato, lavoro duro, faticoso e pericoloso, sopratutto durante il fallito tentativo di prendere il potere del Movimento dei Fratelli mussulmani, negli anni di tensione che avevano segnato tutti.

Ricordo che mio padre, impegnato a documentare e riprendere gli attentati, gli omicidi e le operazioni di cattura e smantellamento delle cellule terroristiche ci salutava ogni giorno prima di uscire di casa perché non sapeva se sarebbe ritornato vivo. La comunità cristina era presa di mira allora, non si poteva uscire sempre, non si poteva far tardi, e bisognava stare attenti a chi bussava la porta. Un episodio che non dimenticherò mai é quando la Domenica delle Palme, mentre giocavamo io e il mio fratellino nel giardino della nostra chiesa, trovammo una bomba che pendeva dal muro esterno. C’era un clima di terrore che ricorda molto il terrorismo che la Siria ha subito in questi anni. Il tempo passa ma si ripete, usare il terrore come strumento per un cambiamento politico, con il sostegno e il finanziamento di paesi alleati con la stessa ideologia, è sempre stato il metodo preferito dei Fratelli Mussulmani per arrivare al potere.

Venrdì Santo Aleppo, Piazza Faraht, centro storico

S.I. Qual era, nel sistema baathista, il rapporto fra le diverse comunità che abitavano la Siria? Quali erano, personalmente, i rapporti fra la vostra famiglia cristiana, e gli alawiti, i sunniti, i curdi e gli esponenti delle altre etnie e confessioni?

In Siria il rapporto tra religione e stato é molto interessante, c’è una sorte di rispetto nella separazione. Davanti alla legge non c’è distinzione, nella carta d’identità non viene menzionata la religione, come in diversi paesi arabi. Nelle scuole pubbliche, l’unico simbolo che si tiene in classe è la bandiera siriana. Questo clima si rifletteva tra i cittadini. Non c’è conflitto, né spazio per scontri. Anche per comunità che si sentivano un po emarginate, come quella dei Curdi, nella vita quotidiana il rapporto tra le persone era sano. La conoscenza e l’incontro con l’altro cancella perfino il pregiudizi e i retaggi di una interpretazione errata e di una educazione discriminatoria.

Sono cresciuto in paese mosaico di diversità, ci sono tutte e tutti. Perfino più mussulmani diversi tra loro che chiese cristiane di tutte le tradizioni orientali. Anche se nella mia città ci sono quartieri a maggioranza cristiana e altri, ad esempio, curda, non ho mai frequentato amici in base alla loro etnia o religione. Questo ovviamente é risultato di una educazione famigliare e sociale che considera l’altro, con la sua diversità e con tutti suoi difetti, comunque un essere umano pari, simile e uguale. Forse proprio questo esempio della Siria viene preso di mira da chi vuole oggi cantoni religiosi ed etnici divisi e quindi più facilmente controllabili.

S.I. Molti sociologi ed analisti collegano l’esplosione della “primavera araba” (ed in parte anche della leva fondamentalista) con l’arrivo sul mercato del lavoro, negli ultimi decenni, di un gran numero di giovani altamente scolarizzati che non hanno potuto trovare sbocchi professionali all’altezza delle aspettative. Lei, che fa parte anagraficamente dell’avanguardia di questa generazione, ritiene che questa sia una spiegazione convincente?

N.T. La questione é più complessa e ha fattori intrecciati. Negli ultimi anni in Siria, ad esempio, la crisi economica mondiale, una forte pressione economica interna, e una inevitabile apertura ai mercati globali, hanno provocato una instabilità e hanno aggravato il divario tra le classi sociali, e le zone urbane e rurali. Ecco perché i focolai della maggior parte delle proteste siriane iniziali, sono state nelle periferie provate ed emarginate di confine, e non dentro le grandi città. Il dilagare del fondamentalismo invece é conseguenza dello scontro interno alla religione islamica, priva di una gerarchia autorevole, incapace di dare risposte convincenti alle nuove generazioni.

Negli ultimi anni, ad aggravare la situazione, c’è stato anche il rientro in patria di tanti giovani lavoratori precedentemente emigrati nei paesi del golfo, dove hanno assorbito una interpretazione più estremista della religione, usi e costumi radicali e ideologie estranee alla società siriana. Tutto ciò ha lentamente lacerato il tessuto sociale e ha portato una generazione a non ritrovare uno spazio socio economico adeguato, e a vivere una forte contraddizione tra modernità e tradizione arretrata.

S.I. Abbiamo sentito dire per mesi che centinaia di migliaia di persone ad Aleppo erano assediate dall’esercito siriano, dai volontari sciiti, da hezobllah, e bombardati dai crudeli russi. Cosa c’è di vero in questa ricostruzione? Come ha vissuto la sua famiglia la battaglia di Aleppo? Cosa sarebbe successo alla popolazione di Aleppo ed alla sua famiglia se avessero vinto i cosiddetti “ribelli”? Infine, sempre su Aleppo: come si vive oggi, nella Aleppo, “espugnata” da Assad?

Una parte di Aleppo dopo vari tentativi falliti è stata occupata dai gruppi terroristici, che hanno usato per anni i civili come scudi umani costringendo chi non è potuto fuggire a vivere nelle loro condizioni. Hanno usato quei quartieri, trasformando case e scuole in depositi di armi e basi militari di lancio di razzi e missili sul resto della città controllata dal governo. Sono stati anni molto difficili, tra terrore e paura, in cui la città di Aleppo veniva distrutta quotidianamente e massacrata sistematicamente dai “liberatori” e” portatori di democrazia” che l’Occidente definiva “ribelli moderati”.

I cittadini di Aleppo sono gli eroi del nostro secolo: hanno sopportato con coraggio e tenacia l’isolamento imposto dai gruppi terroristici, la mancanza di cibo, corrente e riscaldamento. Mia madre ottantenne è rimasta isolata per diversi mesi, mio fratello ha perso la propria casa, e poi la seconda casa dove era sfollato. I bambini sono vivi per miracolo, dopo che un razzo lanciato dai terroristi ha colpito l’ospedale pediatrico di fronte. Un razzo dei terroristi un giorno colpì la scuola di mio nipote di 10 anni e da allora non voleva più andare a scuola e ogni volta che sentiva rumori sulla scala piangeva per paura che fossero arrivati i cosiddetti “moderati”.

Oggi Aleppo é stata liberata. Si, lo ripeto, liberata, anche se questa parola dà fastidio a tanti ipocriti, dopo tanti sacrifici degli Aleppini, e all’esercito siriano, che è riuscito a liberare i quartieri est della città, mettendo in salvo gli abitanti, e cacciando via i gruppi armati che gli impedivano di uscire.

Aleppo non é una città fantasma, come titolavano alcuni giornali, è ferita ma presto guarirà, e pian piano ritornerà in vita piena: tanti stanno ritornando nelle proprie abitazioni, è un percorso lungo. Tanti hanno perso tutto ma sono ottimisti, i suoi abitanti a maggioranza sunnita e cristiana uniti più di prima sono la vera prova della falsità della propaganda che sostiene i terroristi, che raccontava solo una faccia di quel che ha subito questa città martire, una nuova Stalingrado.

Aleppo, centro storico, cattedrale di Sant’Elia dei Maroniti

S.I. Qual è e qual è stato il ruolo della Russia nella crisi Siriana?

In politica ci sono alleati e nemici, e la Russia è stata un paese alleato e amico da tempi non sospetti. Non solo per i rapporti politici ed economici ma anche per la cooperazione militare e gli interessi comuni che hanno portato i due paesi a siglare accordi di difesa bilaterale e la base russa in territorio siriano é solo un esempio tangibile!

Il rispetto di Mosca dell’integrità e della sovranità siriana fa si che la cooperazione con l’esercito siriano, sia più seria ed efficace, e il coinvolgimento russo è ben visto.

Infatti i Siriani saranno per sempre riconoscenti ai Russi, che hanno aiutato e sostenuto il paese nella lotta al terrorismo, che se non fosse stato fermato in tempo avrebbe devastato tutta la Siria. Lo stretto rapporto della Russia sia con il governo siriano sia con l’opposizione potrebbe essere l’unica via d’uscita per una soluzione politica della crisi siriana.

S.I. Spesso i nostri media citano quali fonti affidabili l’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani e i cosiddetti “caschi bianchi”. Cosa pensa di queste organizzazioni? Più in generale: cosa pensa del ruolo che hanno avuto le ONG occidentali e i nostri mezzi di informazione nel raccontare la guerra al pubblico occidentale?

Una parte importante nella guerra in Siria é mediatica. Fiumi di denaro sono stati spesi per fabbricare notizie false, bufale e falsi miti, con terminologie ad hoc, espressioni stereotipate, personaggi costruiti. Basti pensare alla famosa bambina Bana di 7 anni che scrive in perfetto inglese e twittava da Aleppo sotto bombardamento e invocava l’intervento della NATO. Le principali fonti d’informazione occidentale sulla questione siriana provengono dal fantomatico Osservatorio di Londra, o dai famosi “Caschi Bianchi”, protezione civile di Al Qaeda, e dai loro organi di propaganda. A volte ho la strana impressione che gli unici a non sapere chi fossero in realtà queste entità siano i giornali e media mainstream.

In un momento di crisi del sistema dell’informazione, un sistema in cui scarseggiano le risorse, tanti preferiscono pubblicare subito una notizia anche senza verificare la sua attendibilità, e senza considerare le conseguenze di un possibile errore.

A volte i giornalisti si trovano, loro malgrado, a diventare tuttologi, a scrivere di cose che ignorano, a parlare della Siria, un paese che conoscono solo attraverso google maps, senza aver mai conosciuto o parlato con un siriano, in un sistema di informazione che non informa perché non è informato. La cosa peggiore però sono le agenzie, dispensatori di notizie con corrispondenti che si trovano altrove, e prendono le loro notizie dalle varie pagine Facebook. Non c’è da meravigliarsi se le nostre notizie sono spesso false e falsificate quando, ad esempio, una delle grandi agenzie italiane ha due corrispondenti per il Medio Oriente che scrivono sulla Siria: uno é stabile a Beirut e l’altro è a Milano.

S.I. Cosa si rischia a schierarsi come fa Lei raccontando la verità della guerra per come la conosce? E’ stato mai vittima di censure? Ha ricevuto addirittura minacce o intimidazioni?

Nel sistema mediatico pseudo democratico, o sei schierato o sei tagliato fuori, sopratutto se sei una voce fuori dal coro, o se poni domande con criteri della ragione, fino ad arrivare al paradosso in cui se se difendi tuo paese sei disturbante, problematico, governativo, ma anche assadista. Se invece fai il tifo dei gruppi armati e terroristici sei un rivoluzionario e un eroe da ammirare.

La cosa più assurda sono quelli che vogliono portare la democrazia in Siria, imponendo la loro visione sul tuo paese, e tappando la bocca ai Siriani. Quanti Siriani avete sentito parlare in sei anni di guerra, per capire cosa ne pensano, cosa vogliono realmente?

Intimidazioni e minacce sul web sono all’ordine del giorno, ma l’unica minaccia che ho ricevuto é stata in un convegno al quale partecipavo, dove alcuni personaggi mi aggredirono verbalmente perché ho osato parlare di gruppi terroristici in Siria.

La censura nel mondo democratico é diversa, più subdola, semplicemente non ti danno spazio, non ti fanno parlare. Un giorno mi dissero: se fossi dell’opposizione saresti su tutte le TV: poi mi chiesero esplicitamente di non rilasciare interviste sulla Siria. Un canale arabo con una scusa ha interrotto la sua collaborazione con me per un tweet, mentre una casa di produzione italiana mi chiese una collaborazione per un programma TV e poi all’improvviso mi cancellò il colloquio.

Schierarsi con il mio paese non è stata una scelta facile e mi è costata a volte tanta fatica, e tanti nemici dalle lobby anti siriane, che hanno tentato in tutti i modi di tapparmi la bocca, essendo una voce scomoda, non in linea con ciò che dicono e scrivono tutti. Per fortuna sono riuscito comunque nel mio piccolo a creare il mio spazio personale, grazie anche al giornalismo alternativo e ai social media.

Non ho fatto cose straordinarie ma ho la coscienza a posto. Mio padre una volta mi disse: puoi perdere la stima e il rispetto di tante persone, ma se perdi il rispetto di te stesso è finita!

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