A sinistra, con Putin!

Avete presente le scimmie dell’esperimento, quelle che, dopo una serie di docce gelate fuori programma, diventano conformiste e conciano per le feste tutti i compagni che si avvicinano alla succulenta banana in cima alla scala? Qui non solo viene spiegata bene tutta la faccenda, ma anche che si tratta di una bufala. Eppure, anche se l’esperimento non è una invenzione, quelle scimmie esistono (tutte le bufale del resto esistono, non nella realtà, ma come rivendicazione pre politica di un sentimento sociale diffuso): quelle scimmie conformiste siamo noi post comunisti, noi naufraghi della “più grande catastrofe geopolitica della storia”.

Guardateci, guardatevi, e ditemi se non ci comportiamo proprio come quegli stupidi primati: fino a che si tratta di reclamare nell’arena politica diritti civili, elemosine universali, fratellanze transnazionali, abbiamo carta bianca. Possiamo anche parlare, con moderazione, di rivendicazioni salariali. Ma qui iniziano i problemi, perché il tema salari ci porta a quello euro ed UE, e questo alla forma nazione come unica sede democratica entro cui far valere i diritti economici. Arrivati a quel punto, si sbatte fatalmente su Putin.

Ho elencato (nell’ordine: Unione Europea, Moneta Unica, Russia) i frutti davvero proibiti, quelli che fanno prudere le mani ai capobranco, subito pronti a ristabilire l’ordine attingendo al necessaire di appellativi all’olio di ricino caro ad ogni sincero democratico: nazionalista, stalinista, fascista, rossobruno. Chi gestisce l’esperimento è stato chiaro: quelle banane non si toccano.

Volevo scrivere un pezzo su come la sinistra dovesse stare con la Russia, e forse questo taglio sarebbe stato più in linea con ciò che intendo, in effetti, sostenere. Ci ho ripensato per due motivi. Prima di tutto, come dice  Mettan 1), stare con la Russia e non con Putin è sofisma, è artificio mentale, è pretendere la ciliegina e buttare la torta. Secondo: alla cosiddetta sinistra serve davvero che qualcuno violi il tabu, che salga su quella maledetta scala e urli al branco l’inaudito: dobbiamo stare con Putin.

Le reazioni quando si affronta questo argomento con i “compagni” di solito sono di due tipi. La maggioranza disconnette il cervello con un riflesso pavloviano ed inserisce il ripetitore automatico delle migliori patacche mainstrem selezionate dallo spacciatore di balle russofobe di fiducia: Huffington, Repubblica o Manifesto… qualcuno pensa davvero che si tratti di testate diverse? Parlare con questi soggetti è una perdita di tempo bella e buona: chi ha interiorizzato la narrativa manichea dell’informazione unificata non può certo essere scosso da banali richiami alla realtà fattuale. Se nella tua mente Hillary Clinton è di sinistra, l’Unione Europea è un sogno, Putin stermina i gay nei gulag ceceni e l’ISIS viene sconfitto dalla versione curda di Lara Croft non ti serve un interlocutore, ti serve un deprogrammatore. A questi amici ho solo una cosa da dire: fratelli, pace! Ingoiate sereni la vostra pillola rossa, domani “vi sveglierete in camera vostra, e vedrete quello che vorrete”.

Poi c’è l’altro gruppo, che è più interessante. Si tratta di compagni che hanno capito che la narrazione non regge, che in Ucraina c’è stato un colpo di stato e che c’è una leggera differenza fra l’“unione internazionale dei produttori associati” attesa da Marx e l’Unione Europea di Frau Merkel.

Spesso questi compagni solidarizzano con il Donbass, nella misura in cui ci trovano degli echi della tradizione sovietica. Se si tratta di persone che amano la rievocazione storica si immaginano all’assalto del Palazzo d’Inverno, percorrono con la fantasia le steppe su treni blindati, vanno all’assalto delle ridotte naziste assieme all’Armata Rossa. Su di loro una certa propaganda russa, la vena che chiameremo “post sovietica” (monumenti di Lenin, bandiere della vittoria spiegate al vento, distintivi con falce e martello…) esercita grande fascino. Come oneste spose  nutrono sentimenti sinceri, ma quando arrivano all’altare e vi scorgono l’inconfondibile profilo di Vladimir Vladimirovich si sentono mancare e si danno alla fuga.

Le loro obiezioni sono di due tipi. La prima è che la Russia è un paese capitalista, e  in quanto tale un nemico da combattere. La seconda che l’attivismo internazionale russo è puro e semplice  “imperialismo” (diverso in quantità, non in qualità, da quello statunitense). Lenin alla mano argomentano che l’imperialismo è la fase necessaria e suprema del capitalismo, e quando gli parli di Putin ti guardano oltraggiati, come se gli avessi chiesto a bruciapelo di votare così, su due piedi, i crediti di guerra. Secondo loro, infatti, è in atto uno “scontro fra opposti imperialismi” il cui sicuro collasso produrrà il trionfo del socialismo realizzato. Dovere del proletariato è rimanere neutrale aspettando in un treno piombato che scocchi l’ora dell’azione. Queste due obiezioni colgono parti di verità sufficienti a meritare una confutazione nel merito.

La Russia: un Baluardo contro l’Impero.

il controllo della comunicazione è uno strumento essenziale della nuova sovranità globale.

Lo scenario politico internazionale nella nostra epoca può forse avere qualche analogia con quello realizzatosi alla vigilia della prima guerra mondiale, ma le divergenze sono di gran lunga più numerose delle somiglianze. A quel tempo esistevano numerose grandi potenze, ciascuna al centro di un impero coloniale. Queste potenze da un lato avevano aspirazioni egemoniche ma non universalistiche (la Germania voleva strappare colonie al Regno Unito, assaltare il “potere mondiale”, ma non conquistare il Regno Unito), dall’ altro tendevano a formare blocchi di alleanze, concentrazioni di forza economica, politica e militare in linea di massima equivalenti. Era l’età degli imperialismi. Oggi esiste un solo centro di potere mondiale le cui ambizioni territoriali, economiche e culturali sono illimitate: è l’età dell’Impero. Ignorare, nel 2017, l’esistenza di questo sistema di potere, significa farsi sfuggire non un dettaglio, ma la caratteristica capitale del mondo contemporaneo, caratteristica peraltro già indagata in lungo ed in largo da decenni.

Cos’ è l’Impero?

Prima di tutto esso mira a stabilire una egemonia totalitaria sul tempo e sullo spazio.

Riguardo al tempo. Scrive Fukujama nel 1992 che “negli ultimi secoli è emersa una cultura davvero universale, imperniata sullo sviluppo economico a base tecnologica e sui rapporti sociali capitalistici necessari a produrlo e sostenerlo. Le società che hanno cercato di opporsi a questa unificazione, dal Giappone Tokugawa e dalla Sublime Porta all’Unione Sovietica, alla Repubblica Popolare Cinese, alla Birmania ed all’Iran, sono riuscite a combattere solo battaglie di retroguardia che non sono durate più di una o due generazioni. Quelle che non sono state sconfitte da una tecnologia militare superiore sono state sedotte dallo scintillio del mondo materiale creato dalle scienze moderne. Se è vero che non ogni paese è in grado di diventare una società consumistica nel prossimo futuro, è però difficile trovare al mondo una sola società che non si ponga questo obiettivo” 2). La storia è finita con l’avvento del parlamentarismo liberale, sistema che non conosce criticità.

Riguardo allo spazio, osservano Negri ed Hardt nel 2000: “Anche i più potenti tra gli stati Nazione non possono più essere considerati come le supreme autorità sovrane non solo all’esterno, ma neppure all’interno dei propri confini. Tuttavia il declino della sovranità dello stato nazione non significa che la sovranità, in quanto tale, sia in declino. (…) La sovranità ha assunto una nuova forma , composta da una serie di organismi nazionali e sovranazionali uniti da un’unica logica di potere. Questa nuova forma di sovranità globale è ciò che chiamiamo Impero.” 3).

Come si esercita il potere dell’Impero?

Sempre Negri e Hardt:  “il controllo imperiale si dispiega mediante tre strumenti globali e assoluti: la bomba, il denaro e l’etere. La panoplia delle armi temonucleari, che svetta sulla cima dell’impero, rappresenta una possibilità permanente di annientamento della vita stessa. (…) il denaro è il secondo mezzo globale per realizzare il controllo assoluto. (…) Nel momento in cui tutte le strutture monetarie tendono a perdere qualunque tipo di sovranità, emerge l’ombra di un’unica e unilaterale riterritorializzazione monetaria concentrata nelle città globali, vale a dire i centro politici e finanziari dell’Impero. (…) L’etere è il terzo fondamentale strumento di controllo imperiale. La gestione della comunicazione, l’organizzazione di un sistema educativo e la cultura sono oggi più che mai altrettante prerogative sovrane.  Ma tutto ciò si dissolve nell’etere.  I sistemi contemporanei della comunicazioni non sono subordinati alla sovranità: al contrario è la sovranità che sembra subordinata alla comunicazione, o meglio la sovranità si articola nei sistemi di comunicazione.”

Sin dal 1994 Henry Kissinger, nella sua opera Diplomacy, osservava: “gli imperi non hanno bisogno di funzionare all’interno di un sistema internazionale. Essi ambiscono ad essere loro stessi il sistema internazionale”. Chiosa Preve: “Era difficile dirlo in modo più chiaro e sintetico. Dopo il 2003 ciò che già prima era chiaro per l’osservatore attento ed intelligente diventa palese a tutti: esiste un impero mondiale, questo impero mondiale si legittima in modo autoreferenziale e religioso (ed è quindi per molti aspetti non più “occidentale”, ma integralmente “post-occidentale”), questo impero mondiale si identifica con l’intero sistema delle relazioni internazionali ed in questo modo mette il mondo intero di fronte ad un dilemma: accettare la sua egemonia (o integralmente o scavandosi una piccola nicchia di tolleranza limitata e contrattata), oppure resistergli, più esattamente mettere in atto tutti quei processi economici, politici e culturali a breve, medio e lungo termine atti a resistergli.”.

E’ la “democrazia totalitaria” profetizzata da Alexander Zinov’ev nel 1999 ed oggi pienamente realizzata. Per quanto ciò sembri paradossale il  cosiddetto “totalitarismo” (nel senso di assorbimento totale di ogni aspetto della vita umana in un’unica dimensione economica, politica, ideologica ed etica), strumento concettuale brandito dal liberalismo per legittimarsi, non si è mai realizzato in forma storicamente tanto perfetta quanto lo è oggi, sotto l’Impero del liberalismo stesso.

Questi i tratti essenziali, a cui è utile aggiungere alcuni importanti dettagli.

Nel tempo dell’Impero esistono ancora, di nome, imperialismo, fascismo, ed estremismo religioso. Ma si tratta di copie sbiadite degli omonimi fenomeni del secolo scorso. Di zombie che l’Impero utilizza per conseguire i suoi fini. La stessa “nazione indispensabile”, gli Stati Uniti d’America, non può adottare indirizzi strategici contrastanti con le logiche del potere globale, senza precipitare (come mostra il caso Trump) in una gravissima crisi istituzionale. La dirigenza americana inclina pericolosamente verso il protezionismo? Sarà la centrale europea a far da sponda, fino a che i globalisti d’oltre atlantico non avranno “risolto”, con le buone o con le cattive, l’errore di percorso. L’Impero uniforme ed orizzontale non teme nessuna crisi locale.

Ove si presentano aree di resistenza economica, politica e culturale, l’Impero interverrà suscitando nazionalismo, fondamentalismo o terrorismo, che verranno utilizzati di volta in volta per frantumare e digerire queste sacche (Jugoslavia, Afganistan, Libia, Siria, Ucraina…) o per alimentare la lealtà ed il conformismo delle popolazioni terrorizzate. Ove la guerra ibrida non sia possibile o conveniente, e l’ Impero sia costretto ad un intervento diretto, lo strumento utilizzato non sarà la “guerra” che presuppone un riconoscimento implicito del nemico, ma l’“operazione di polizia internazionale” espressione che abolisce la politica estera declassandola a questione di ordine pubblico discendente da un’unica fonte di legittimazione imperiale. La convergenza ideale e pratica arancio – bruno – verde fra certi ambienti liberal atlantici, la manovalanza neofascista ucraina ed i mangiatori di cuori siriani è solo apparentemente incongrua: nella realtà si tratta di strumenti di potere decisamente integrabili che l’Impero utilizza simultaneamente a diversi livelli.

Poi c’è la questione della sproporzione delle forze: un immenso divario che è militare, ma soprattutto economico, politico e mediatico. Per misurarla è utile osservare la proiezione dello schieramento della NATO dalla Germania Ovest fino al ventre molle della profondità strategica russa, ricordare che il blocco atlantico supera la Russia di quattro volte per popolazione, di dieci volte per spesa militare, di venti volte per potenza economica. E’ utile ma non è sufficiente, perché in realtà la superiorità dell’Impero trascende la realtà della NATO, estendendosi a tutte le organizzazioni e le formazioni internazionali costituite intorno ad esso, di cui l’Impero detiene un pacchetto di controllo che gli consente di usarle a piacere. Alla luce di queste considerazioni è chiaro che non esiste alcuno scontro fra “opposti imperialismi”.

Volendo a tutti i costi utilizzare le categorizzazioni leniniste, la Russia odierna dovrebbe piuttosto collocarsi nella categoria delle “semi colonie” (Persia, Cina, Turchia, nella classificazione di Lenin, che scriveva nel 1916…): quella dei paesi parzialmente egemonizzati che lottano per conservare margini di autonomia politica. In questi casi Lenin era categorico: la borghesia della nazione oppressa deve essere sostenuta nella propria lotta contro la nazione opprimente, ed avversata nella lotta contro il proprio proletariato: “In quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro quella della nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti casi, più risolutamente di ogni altro, in favore di questa lotta, perché noi siamo i nemici più implacabili, più coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna tolleranza per l’aspirazione della nazione oppressa a conquistare dei privilegi.”. E ancora: “Se noi non ponessimo la rivendicazione dl diritto delle nazioni all’autodecisione, se non agitassimo questa parola d’ordine, aiuteremmo non solo la borghesia, ma anche i feudali e l’assolutismo della nazione che opprime.” 7).

In conclusione la questione si pone esattamente nei termini prospettati da Preve: riconosciuta la (onni) presenza e l’esistenza dell’Impero “liquido” “orizzontale” “globale” dei nostri giorni, occorre decidere se collaborare arrendendosi (è la soluzione implicitamente scelta da Negri Hardt) o resistergli. E se si decide di resistere si incontra Putin.

Forse voi “di sinistra”, prima di incontrare Putin a questo punto del mio ragionamento, lo avete avvistato altrove, in posti a voi cari. Ad esempio potreste averlo trovato nel Venezuela bolivarista, mentre concorda politiche energetiche con il governo locale o mentre fornisce grano e cooperazione politica e militare. Oppure a Cuba,  mentre annulla il 90% dei debiti del paese verso la Russia. O in Corea del Nord: il mondo accerchia Pjongjang, Putin manda un segnale, aprendo una nuova linea di traghetti con Vladivostok. E ancora in Donbass, in Siria, nelle Filippine. Ovunque l’Impero non riesca ad affermarsi proiettando la luce della propria potenza, si trova Putin. Putin è il rovescio, è l’ombra della globalizzazione.

E’ facile immaginare cosa accadrebbe a queste realtà di resistenza locale il giorno in cui un Maidan moscovita abbattesse lo Zar: sarebbero immediatamente soverchiate, schiacciate annichilite. La stesso pensiero di un altrove, di un altro tempo, soppresso negli anni novanta, recentemente riaffiorato, verrebbe inghiottito nel buco nero del pensiero unico. Putin è l’assillo, il rovello, l’ossessione, lo spettro dei media mainstream. Nella rappresentazione dei nostri organi di informazione Putin è onnipotente, è ovunque, è il male che si annida nel sistema, perché la sua stessa esistenza ne mette a nudo le negate criticità. Il vostro nemico lo sa bene che Putin è dalla vostra parte: e voi no?

Molti di voi esitano a trarre le ovvie conclusioni perché Putin rappresenta un potere verticale, gerarchico, che l’influenza di certi foucaultiani ci ha insegnato nei decenni a considerare il nemico. Ma la questione del potere e dell’ autorità non è, oggi, principale: “Essi [i foucaultiani] sono come sempre in ritardo di un giro, cioè di un’epoca storica, e fanno sempre la guerra con le mappe militari della guerra precedente. Sono, e sempre saranno, la linea Maginot della sinistra. E pensare che lo stesso Foucault avrebbe dovuto in teoria avvertirli, spiegando che oggi le strategie del potere sono orizzontali e non verticali, molecolari e non molari (cioè grosse, nel suo curioso linguaggio).”. Se la strategia dell’Impero è orizzontale, il potere verticale non è solo nostro alleato ma deve anche essere parte della nostra strategia.

Russia: l’eterno Ritorno del Capitalismo di Stato.

Il rompighiaccio nucleare Arktika, varato nel 2016 dalla statale Rosatomflot, rinnova i fasti della flotta rompighiaccio sovietica.

Siamo giunti, in questo modo, alla seconda questione: la natura del potere nella Russia di Putin. E’ vero: la Russia non è più un paese a socialismo reale. Ed è vero: la Russia è un paese capitalista. Terza verità: Putin non si professa comunista. In diverse occasioni ha attaccato Lenin, ed in particolare la dottrina dell’autodecisione e la costituzionalizzazione del diritto delle repubbliche alla secessione dall’URSS 8). Sarebbe facile replicare osservando che Lenin recuperò l’Ucraina alla Russia puntando sul sostegno popolare, mentre Putin l’ha persa puntando su quello dei magnati. Ma in realtà sia la contestazione che la replica sono ingenerose: sia Lenin che Putin, nella loro veste di difensori  del mondo russo, hanno cercato il miglior compromesso possibile nelle condizioni date. In ogni caso Putin è un leader di estrazione liberale che ha preso nettamente le distanze dal passato sovietico. Si tratta di cose risapute, ma che ritengo di ribadire per chiarire che non intendo negare né perdere di vista un simile dato di fatto. Tuttavia questa analisi si ferma alla superficie, e può costituire tutt’al più un punto di partenza, non un certo una conclusione per la nostra ricerca.

Alcuni leggono la storia del socialismo in Russia come fosse quella di una invasione aliena. I marxiani sarebbero sbarcati dalla loro grande astronave il 6 novembre 1917 e, dopo aver governato il paese per 74, gloriosi, anni, si sarebbero imbarcati nuovamente il 26 dicembre 1991 per tornare al rosso pianeta natale senza lasciare traccia apparente del loro passaggio, che quindi sarebbe un intervallo fra due stagioni di medioevo monarchico. E’ una lettura speculare a quella di chi sostiene che l’URSS sia stata solo un fallimento: come se un sistema politico potesse “fallire” ininterrottamente per 74 anni. Questi comunisti ed anticomunisti si assomigliano molto: l’unico punto su cui non concordano è l’indole degli extraterrestri: benevola, secondo i primi, malvagia, per i secondi.

Ovviamente queste favolette possono essere credute solo dai bambini: la storia del socialismo russo è quella dell’incontro fra una idea occidentale ed un popolo orientale. Un incontro che ha prodotto soluzioni originali, e che ha prodotto un sistema evolutosi sotto la spinta di pressioni interne e più spesso esterne, talvolta in maniera naturale, altre volte traumaticamente, fino all’ esito odierno. In tutto lo svolgersi, tragico ed esaltante, degli eventi che seguirono la guerra civile, l’ elaborazione teorica si fece interprete delle esigenze pratiche che di volta in volta si ponevano. Alcune proposte vennero avanzate da una fazione soccombente, e poi, dopo la fine dello scontro, fatte proprie dagli avversari. Trotsky sostenne l’ idea della pianificazione nel 1923. Contemporaneamente Preobrazhenskj promosse la necessità di realizzare a spese dei contadini ricchi una accumulazione primaria finalizzata alla industrializzazione Ancora la lotta ai kulak costituì la piattaforma dell’ opposizione al XIV congresso del 1925. Tutte queste cose vennero fatte, ma dopo la sconfitta politica dei loro promotori, dalla maggioranza che aveva vinto la lotta per il potere sostenendo tesi opposte. Un esempio potente di necessità del divenire storico, e di come le linee teoriche del socialismo russo si siano adeguate non a velleità personali, ma a necessità materiali e impellenti sorte dal profondo della società. Da queste stesse profondità venne prodotta la dottrina del “socialismo in un solo paese”, una sintesi talmente appropriata della declinazione russa del socialismo, da lasciare non pochi echi nel dibattito odierno sulla “scelta di civiltà” rivendicata dalla Russia di Putin.

Di certo se  Marx avesse potuto leggere gli scritti dei marxisti russi sull’ organizzazione del partito, sul potenziale rivoluzionario della classe contadina, sul socialismo in un solo paese sarebbe rimasto attonito, almeno quanto Gesù, se avesse conosciuto le lettere di Paolo o il Vangelo di Giovanni. Si potrebbe arrivare a dire che la Russia e le sue esigenze storiche hanno colmato la distanza fra la teoria marxista e la realtà dell’URSS. Nel corso di questo processo l’ anima Russa e l’ orizzonte ideale socialista si sono fuse in un unico inestricabile. Un unico che esige di essere accettato o respinto in blocco, senza distinguo di circostanza.

La scelta del rigetto è in qualche modo il fondamento filosofico dell’Impero, e chi la compie resta con ben poco in mano: qualche falansterio, Marx, ed il tradimento storico al rallentatore delle socialdemocrazie. L’altra scelta, l’accettazione, implica l’accettazione della Russia, ovvero del “primo paese” in cui il “socialismo” sia mai stato realizzato.

Pacificato, quindi, il socialismo con la Russia, confrontiamo il paese di Lenin e quello di Putin.

Si taccia il Cremlino di “imperialismo”. Ma non è forse la Russia di oggi quello che era all’indomani della rivoluzione, ovvero un paese assediato da potenze soverchianti ed ostili, che cerca una propria strada alla modernità attraverso lo sviluppo di un capitalismo controllato dallo stato, governato da una estesa burocrazia, rappresentata ed unificata da una forte guida politica?

Si rimprovera alla Russia di essere governata da “specialisti”, e non da lavoratori di estrazione popolare. Ma non era forse il blocco bolscevico un apparato di “rivoluzionari di professione”, convertitisi poi in breve in “burocrati di professione” (senza voler annettere la minima connotazione negativa a questa classificazione), con l’eccezione del solo Tomskij, unico operaio della prima dirigenza sovietica?

Si addebita a Putin di consentire ampie divaricazioni sociali. Non succedeva lo stesso al tempo della NEP, con la devastante repressione salariale abbattutasi sugli operai, la disoccupazione di massa, la sostanziale riduzione dei sindacati a strumento delle deliberazioni del partito e la concomitante ascesa economica di kulaki e nepmeni 9)?

Quanto alla organizzazione economica complessiva, non è forse il capitalismo di stato giustificato da Lenin (“la realtà dice che il capitalismo di Stato costituirebbe per noi un passo avanti. Se noi riuscissimo in poco tempo a realizzare in Russia il capitalismo di Stato, sarebbe una vittoria” 10) un remoto antenato dell’odierna politica di controllo pubblico dell’economia attraverso le partecipate statali?

Su questo argomento esistono interessanti e sorprendenti studi. Nel quindicennio di potere di Putin l’ intervento diretto dello stato russo nell’ economia è rimasto stazionario, con valori in live contrazione in termini assorbimento della forza lavoro e di capitalizzazione (e che comunque rimangono elevatissimi secondo gli standard occidentali: il 33% della forza lavoro, 23 milioni di persone, sono dipendenti statali, mentre, anche seguendo la metodologia di calcolo più restrittiva, le imprese statali superano il 30% della capitalizzazione del mercato) 11):

1 Quota delle imprese pubbliche nella capitalizzazione totale del mercato

Dagli stessi studi apprendiamo che, diversamente dall’intervento statale diretto, quello indiretto (tramite partecipazioni) ha conosciuto negli ultimi anni una decisa espansione.

“La proprietà statale in settori come finanza, energia, trasporti, e media è cresciuta, invertendo una precedente tendenza all’aumento della proprietà privata. Il ruolo dello stato nell’industria è stato rafforzato attraverso la creazione di concentrazioni nazionali integrate verticalmente” 12).

“I dati ufficiali di Rosstat, che non tengono conto di tutta la struttura piramidale del settore misto, hanno indicato una riduzione della quota pubblica dell’economia russa (fatta eccezione per investimenti e impiego) dal 2005 al 2012. Secondo la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la quota di settore pubblico in Russia è aumentata dal 30% del 2005 al 35% del 2010. Questi dati sono utili in termini di tendenza, ma sembrano sottovalutare largamente il settore pubblico russo. All’inizio del 2008, il grado di concentrazione della proprietà posseduto dallo stato ha raggiunto il 40-45% secondo gli archivi di Expert 400, Nel 2009 molti esperti hanno stimato che questo dato sfiorasse il 50%. Secondo le stime di altri esperti, nel 2015 il contribuito delle imprese pubbliche al PIL era vicino al 29-30%, e il contributo totale del settore pubblico era vicino al 70% (a fronte del 35% registrato nel 2005). Il Fondo Monetario Internazionale (Hughes et al., 2014) e il Servizio Federale Antimonopoli (2016) hanno fornito dati simili nei totali, anche se diversi come metodologia.” 13)

Infine: “nei 15 anni di potere di Vladimir Putin, l’economia russa si è riconvertita alla proprietà statale di industrie chiave quali la finanza, l’energia ed i media. Altre industrie, come costruzioni, trasporti, e alta tecnologia, sono cadute nelle mani di imprenditori vicini al presidente. Nel complesso, il controllo statale sulle attività economiche è molto più esteso di quanto non fosse 20 anni or sono” 14).

Questa natura del tutto peculiare del capitalismo russo ha contribuito in maniera decisiva ad attutire lo shock derivante dall’urto (intenzionalmente) combinato delle sanzioni, del crollo delle quotazioni del greggio e della recessione economica. Le difficoltà di bilancio conseguite all’isolamento internazionale hanno messo a dura prova il patto sociale fra governo e popolazione, in particolare quella fascia (che in questo periodo ha ripreso a crescere, dopo il drastico calo del primo decennio del secolo) che vive al di sotto del livello di sussistenza.

Il bilancio conclusivo del periodo è chiaroscurale: non è stato possibile difendere integralmente il potere d’acquisto di salari e pensioni e si è dovuto alzare (anche a causa dello spettacolare aumento dell’aspettativa di vita) l’età pensionabile dei lavoratori nel settore pubblico. Tuttavia nel complesso il sistema ha tenuto e i consumatori poveri di prodotti di prima necessità, made in Russia, fatte le debite proporzioni, sono stati toccati dalla crisi meno della classe media alle prese con i prezzi rivalutati dei prodotti di importazione. Il governo ha vuotato per intero il Fondo di Riserva, dilapidando 100 miliardi di dollari in tre anni e grazie a questo sforzo i traumi sono stati contenuti. Di più: il cittadino russo continua ad usufruire di notevoli vantaggi indiretti derivanti dall’intervento statale in economia, con particolare riferimento ai costi, quasi simbolici, delle utenze abitative e a quelli, quasi altrettanto modesti, dei servizi pubblici e dei trasporti di base. La vita della massa di famiglie russe è quindi mantenuta con discreti sforzi ad un livello compreso fra una povertà dignitosa ed una decorosa agiatezza. Questo dettaglio, inserito in un contesto di continuo miglioramento di tutti gli indicatori principali della qualità della vita (aspettativa di vita, numero di omicidi e suicidi, fertilità, criminalità etc…) ci rivela una sostanziale tenuta della compattezza sociale. Non a caso gli indici GINI rilevati dalla United Nations University World Institute for Development Economics Research indicano una progressiva riduzione delle diseguaglianze economiche (a fronte di un simmetrico aumento registrato nei paesi occidentali).

Andamento diseguaglianze Russia ed USA (United Nations University World Institute for Development Economics Research)

Tale evoluzione è ben presente alle centrali di potere economico internazionale, che la paragonano alla corsa selvaggia alle privatizzazioni in atto in occidente e la rappresentano come un “suicidio”, una “involuzione”, un “ritorno al comunismo”. E’ invece, curiosamente, completamente ignorata dagli intellettuali “di sinistra” forse troppo impegnati a insultare il corso russo ritraendo Putin come “nazionalista” e “fascista”. Altro luogo comune disastrosamente errato.

Vladimir Putin è autore di un saggio tanto interessante quanto ignorato (in occidente) sulla Questione Nazionale 15) in cui la natura dello stato russo viene teorizzata in maniera completa ed esauriente. La Russia, argomenta Putin è uno stato multinazionale. I nazionalisti “provocatori e  nemici della Russia” promuovono la soggettività nazionale grande russa, la “purezza razziale” del paese, la necessità di “completare il lavoro del 1991 e liquidare l’impero che grava sulle spalle del popolo russo”. Putin si pone in opposizione diametrale con l’idea di costituire uno stato mono nazionale, a suo parere “in contraddizione con la nostra storia millenaria”, una idea, secondo il Presidente Russo,  finalizzata ad indurre ”il popolo a distruggere con le proprie mani il proprio paese”.

Non si contano i feroci attacchi portati da Putin ai nazionalisti, tutti basati sullo stesso ritornello: “chi dice – la Russia ai Russi – è un demente o un provocatore”.  Per la verità, come spesso avviene in quel paese, non ci si limita alle chiacchiere: la legge federale “per il contrasto delle attività estremiste” bandisce qualsiasi organizzazione politica e religiosa implicata in “propaganda di esclusività, di superiorità o di inferiorità dei cittadini in base al loro atteggiamento verso la religione, sociale, razziale, etnico, religioso o di appartenenza linguistica” 16). La prassi amministrativa asseconda pienamente questa tendenza, riservando alle minoranze nazionali interne non solo un pieno riconoscimento culturale e di autogoverno (del tutto in linea con la tradizione sovietica) ma anche un accesso ai finanziamenti ed una rappresentanza politica più che proporzionali in relazione alla consistenza numerica, con conseguente, paradossale, pregiudizio dell’elemento grande russo.

Quindi non solo la Russia non è un paese “nazionalista”: è vero esattamente il contrario. Come paese multinazionale essa persegue una politica di pieno riconoscimento della dignità di tutti i suoi elementi costitutivi e di lotta all’estremismo, lotta che si pone in naturale antitesi rispetto alle strategie caotiche dell’Impero miranti a suscitare e diffondere fanatismo e fascismo come strumenti della propria egemonia.

Conclusioni.

A causa delle proprie specificità storiche e geografiche la Russia rappresenta una entità estremamente disfunzionale alle logiche di governo globale che informano l’Impero. La sua aspirazione alla specificità, la sua costituzione multinazionale, il modello di sviluppo multipolare che persegue si pongono in traiettoria di collisione frontale con le esigenze di libera circolazione dei capitali e di distruzione delle specificità locali, obiettivi del liberalismo imperiale.

La sua struttura economica, per quanto minata da profonde disuguaglianze ed insidiata da potenti correnti liberali e xenofile, conserva un assetto di controllo pubblico centralizzato, refrattario alla concorrenza selvaggia e tale da assicurare ai cittadini qualche sostanziale protezione dalle logiche di mercato.

La politica e gli attributi dello stato, screditati in tutto l’occidente, conservano in Russia una centralità ed una pretesa di gestione dell’agenda economica che fanno letteralmente infuriare i nostri fautori dello stato minimo e i pasdaran del liberalismo.

In sostanza il putinismo conserva alcuni tratti profondi della realtà sovietica, in parte preesistenti all’URSS ma innervati in tutta la sua esperienza, che si conservano riaffiorando con fenomeno carsico nella Russia di oggi. Questi tratti hanno in un passato lontano ma non remoto, influenzato profondamente la sensibilità etica ed estetica di tanti militanti di “sinistra” in tutto il mondo, militanti che quindi si rivolgono con simpatia alla Russia, pur senza saper declinare specificamente le ragioni del proprio sostegno. Il che ho cercato di fare in queste poche pagine.

Abolizione dei confini ed unificazione dei mercati per la repressione dei salari o (in alternativa) valorizzazione dei confini e frantumazione dei mercati per la repressione dei capitali. Per la sinistra che sta con il lavoro la soluzione a questo dilemma è ovvio.

Come è parimenti ovvio che in questa lotta la Russia di Putin rappresenta un punto di riferimento indispensabile.

Note:

  1. Mettan, Russofobia, mille anni di diffidenza, Sandro Teti, 2015, 40.
  2. Fukijama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR, 1992, 145
  3. Hardt, Negri, Impero, BUR, 2000, 21
  4. Hardt, Negri, Ibidem, BUR, 2000, 21
  5. Preve, Marx e Nietzsche, Editrice Petite Plaisance,  46 http://www.petiteplaisance.it/ebooks/1031-1060/1034/el_1034.pdf
  6. Preve, Dalla Rivoluzione alla Disubbidienza, http://www.kelebekler.com/occ/disobbed12.htm
  7. Lenin, Sul diritto delle Nazioni all’Autodeterminazione;
  8. 4 del Trattato sulla Formazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche dal II Congresso dei Soviet dell’URSS il 31 gennaio 1924.
  9. Carr, La morte di Lenin, L’interregno 1923-24. Einaudi, 1965, 39.
  10. Lenin, Seduta del Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia, 29 aprile 1918, Opere complete, Vol. 27, pagg. 251-274 Lenin si sofferma in particolare sulla necessità del capitalismo di stato quale fattore di modernizzazione del paese: “E quando replico a coloro che dicono di essere dei socialisti e promettono mari e monti agli operai, dico che il comunismo non può presupporre l’attuale produttività del lavoro. La nostra produttività è troppo bassa, questo è un fatto. Il capitalismo ci ha lasciato in eredità, soprattutto in un paese arretrato come il nostro, una somma di abitudini che fanno considerare tutto ciò che è statale, tutto ciò che riguarda il bene pubblico, come qualcosa da disprezzare e da danneggiare. Questa mentalità propria della massa piccolo-borghese si sente ad ogni passo. E in questo campo la lotta è molto difficile. Solo il proletariato organizzato può farvi fronte. Io ho scritto: “Fino all’avvento della fase ‘più elevata’ i socialisti reclamano dalla società e dallo Stato che sia esercitato il più rigoroso controllo””.
  11. Abramov, et al. State-owned enterprises in the Russian market: Ownership structure and their role in the economy, 2017
  12. Aslund, Russia, The Arduous Transition to Market Economy, Washington: Peterson Institute for International Economics;
  13. Abramov, ibid.
  14. Djankov, Russia’s Economy Under Putin: From Crony Capitalism to State Capitalism;
  15. Putin: Rossija, Nazionalnj Vopros, 2012
  16. Legge Federale 25 luglio 2002 n. 114;

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Articolo a cura di Marco Bordoni per SakerItalia.it

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