A sinistra, con Putin!

Avete presente le scimmie dell’esperimento, quelle che, dopo una serie di docce gelate fuori programma, diventano conformiste e conciano per le feste tutti i compagni che si avvicinano alla succulenta banana in cima alla scala? Qui non solo viene spiegata bene tutta la faccenda, ma anche che si tratta di una bufala. Eppure, anche se l’esperimento non è una invenzione, quelle scimmie esistono (tutte le bufale del resto esistono, non nella realtà, ma come rivendicazione pre politica di un sentimento sociale diffuso): quelle scimmie conformiste siamo noi post comunisti, noi naufraghi della “più grande catastrofe geopolitica della storia”.

Guardateci, guardatevi, e ditemi se non ci comportiamo proprio come quegli stupidi primati: fino a che si tratta di reclamare nell’arena politica diritti civili, elemosine universali, fratellanze transnazionali, abbiamo carta bianca. Possiamo anche parlare, con moderazione, di rivendicazioni salariali. Ma qui iniziano i problemi, perché il tema salari ci porta a quello euro ed UE, e questo alla forma nazione come unica sede democratica entro cui far valere i diritti economici. Arrivati a quel punto, si sbatte fatalmente su Putin.

Ho elencato (nell’ordine: Unione Europea, Moneta Unica, Russia) i frutti davvero proibiti, quelli che fanno prudere le mani ai capobranco, subito pronti a ristabilire l’ordine attingendo al necessaire di appellativi all’olio di ricino caro ad ogni sincero democratico: nazionalista, stalinista, fascista, rossobruno. Chi gestisce l’esperimento è stato chiaro: quelle banane non si toccano.

Volevo scrivere un pezzo su come la sinistra dovesse stare con la Russia, e forse questo taglio sarebbe stato più in linea con ciò che intendo, in effetti, sostenere. Ci ho ripensato per due motivi. Prima di tutto, come dice  Mettan 1), stare con la Russia e non con Putin è sofisma, è artificio mentale, è pretendere la ciliegina e buttare la torta. Secondo: alla cosiddetta sinistra serve davvero che qualcuno violi il tabu, che salga su quella maledetta scala e urli al branco l’inaudito: dobbiamo stare con Putin.

Le reazioni quando si affronta questo argomento con i “compagni” di solito sono di due tipi. La maggioranza disconnette il cervello con un riflesso pavloviano ed inserisce il ripetitore automatico delle migliori patacche mainstrem selezionate dallo spacciatore di balle russofobe di fiducia: Huffington, Repubblica o Manifesto… qualcuno pensa davvero che si tratti di testate diverse? Parlare con questi soggetti è una perdita di tempo bella e buona: chi ha interiorizzato la narrativa manichea dell’informazione unificata non può certo essere scosso da banali richiami alla realtà fattuale. Se nella tua mente Hillary Clinton è di sinistra, l’Unione Europea è un sogno, Putin stermina i gay nei gulag ceceni e l’ISIS viene sconfitto dalla versione curda di Lara Croft non ti serve un interlocutore, ti serve un deprogrammatore. A questi amici ho solo una cosa da dire: fratelli, pace! Ingoiate sereni la vostra pillola rossa, domani “vi sveglierete in camera vostra, e vedrete quello che vorrete”.

Poi c’è l’altro gruppo, che è più interessante. Si tratta di compagni che hanno capito che la narrazione non regge, che in Ucraina c’è stato un colpo di stato e che c’è una leggera differenza fra l’“unione internazionale dei produttori associati” attesa da Marx e l’Unione Europea di Frau Merkel.

Spesso questi compagni solidarizzano con il Donbass, nella misura in cui ci trovano degli echi della tradizione sovietica. Se si tratta di persone che amano la rievocazione storica si immaginano all’assalto del Palazzo d’Inverno, percorrono con la fantasia le steppe su treni blindati, vanno all’assalto delle ridotte naziste assieme all’Armata Rossa. Su di loro una certa propaganda russa, la vena che chiameremo “post sovietica” (monumenti di Lenin, bandiere della vittoria spiegate al vento, distintivi con falce e martello…) esercita grande fascino. Come oneste spose  nutrono sentimenti sinceri, ma quando arrivano all’altare e vi scorgono l’inconfondibile profilo di Vladimir Vladimirovich si sentono mancare e si danno alla fuga.

Le loro obiezioni sono di due tipi. La prima è che la Russia è un paese capitalista, e  in quanto tale un nemico da combattere. La seconda che l’attivismo internazionale russo è puro e semplice  “imperialismo” (diverso in quantità, non in qualità, da quello statunitense). Lenin alla mano argomentano che l’imperialismo è la fase necessaria e suprema del capitalismo, e quando gli parli di Putin ti guardano oltraggiati, come se gli avessi chiesto a bruciapelo di votare così, su due piedi, i crediti di guerra. Secondo loro, infatti, è in atto uno “scontro fra opposti imperialismi” il cui sicuro collasso produrrà il trionfo del socialismo realizzato. Dovere del proletariato è rimanere neutrale aspettando in un treno piombato che scocchi l’ora dell’azione. Queste due obiezioni colgono parti di verità sufficienti a meritare una confutazione nel merito.

La Russia: un Baluardo contro l’Impero.

il controllo della comunicazione è uno strumento essenziale della nuova sovranità globale.

Lo scenario politico internazionale nella nostra epoca può forse avere qualche analogia con quello realizzatosi alla vigilia della prima guerra mondiale, ma le divergenze sono di gran lunga più numerose delle somiglianze. A quel tempo esistevano numerose grandi potenze, ciascuna al centro di un impero coloniale. Queste potenze da un lato avevano aspirazioni egemoniche ma non universalistiche (la Germania voleva strappare colonie al Regno Unito, assaltare il “potere mondiale”, ma non conquistare il Regno Unito), dall’ altro tendevano a formare blocchi di alleanze, concentrazioni di forza economica, politica e militare in linea di massima equivalenti. Era l’età degli imperialismi. Oggi esiste un solo centro di potere mondiale le cui ambizioni territoriali, economiche e culturali sono illimitate: è l’età dell’Impero. Ignorare, nel 2017, l’esistenza di questo sistema di potere, significa farsi sfuggire non un dettaglio, ma la caratteristica capitale del mondo contemporaneo, caratteristica peraltro già indagata in lungo ed in largo da decenni.

Cos’ è l’Impero?

Prima di tutto esso mira a stabilire una egemonia totalitaria sul tempo e sullo spazio.

Riguardo al tempo. Scrive Fukujama nel 1992 che “negli ultimi secoli è emersa una cultura davvero universale, imperniata sullo sviluppo economico a base tecnologica e sui rapporti sociali capitalistici necessari a produrlo e sostenerlo. Le società che hanno cercato di opporsi a questa unificazione, dal Giappone Tokugawa e dalla Sublime Porta all’Unione Sovietica, alla Repubblica Popolare Cinese, alla Birmania ed all’Iran, sono riuscite a combattere solo battaglie di retroguardia che non sono durate più di una o due generazioni. Quelle che non sono state sconfitte da una tecnologia militare superiore sono state sedotte dallo scintillio del mondo materiale creato dalle scienze moderne. Se è vero che non ogni paese è in grado di diventare una società consumistica nel prossimo futuro, è però difficile trovare al mondo una sola società che non si ponga questo obiettivo” 2). La storia è finita con l’avvento del parlamentarismo liberale, sistema che non conosce criticità.

Riguardo allo spazio, osservano Negri ed Hardt nel 2000: “Anche i più potenti tra gli stati Nazione non possono più essere considerati come le supreme autorità sovrane non solo all’esterno, ma neppure all’interno dei propri confini. Tuttavia il declino della sovranità dello stato nazione non significa che la sovranità, in quanto tale, sia in declino. (…) La sovranità ha assunto una nuova forma , composta da una serie di organismi nazionali e sovranazionali uniti da un’unica logica di potere. Questa nuova forma di sovranità globale è ciò che chiamiamo Impero.” 3).

Come si esercita il potere dell’Impero?

Sempre Negri e Hardt:  “il controllo imperiale si dispiega mediante tre strumenti globali e assoluti: la bomba, il denaro e l’etere. La panoplia delle armi temonucleari, che svetta sulla cima dell’impero, rappresenta una possibilità permanente di annientamento della vita stessa. (…) il denaro è il secondo mezzo globale per realizzare il controllo assoluto. (…) Nel momento in cui tutte le strutture monetarie tendono a perdere qualunque tipo di sovranità, emerge l’ombra di un’unica e unilaterale riterritorializzazione monetaria concentrata nelle città globali, vale a dire i centro politici e finanziari dell’Impero. (…) L’etere è il terzo fondamentale strumento di controllo imperiale. La gestione della comunicazione, l’organizzazione di un sistema educativo e la cultura sono oggi più che mai altrettante prerogative sovrane.  Ma tutto ciò si dissolve nell’etere.  I sistemi contemporanei della comunicazioni non sono subordinati alla sovranità: al contrario è la sovranità che sembra subordinata alla comunicazione, o meglio la sovranità si articola nei sistemi di comunicazione.”

Sin dal 1994 Henry Kissinger, nella sua opera Diplomacy, osservava: “gli imperi non hanno bisogno di funzionare all’interno di un sistema internazionale. Essi ambiscono ad essere loro stessi il sistema internazionale”. Chiosa Preve: “Era difficile dirlo in modo più chiaro e sintetico. Dopo il 2003 ciò che già prima era chiaro per l’osservatore attento ed intelligente diventa palese a tutti: esiste un impero mondiale, questo impero mondiale si legittima in modo autoreferenziale e religioso (ed è quindi per molti aspetti non più “occidentale”, ma integralmente “post-occidentale”), questo impero mondiale si identifica con l’intero sistema delle relazioni internazionali ed in questo modo mette il mondo intero di fronte ad un dilemma: accettare la sua egemonia (o integralmente o scavandosi una piccola nicchia di tolleranza limitata e contrattata), oppure resistergli, più esattamente mettere in atto tutti quei processi economici, politici e culturali a breve, medio e lungo termine atti a resistergli.”.

E’ la “democrazia totalitaria” profetizzata da Alexander Zinov’ev nel 1999 ed oggi pienamente realizzata. Per quanto ciò sembri paradossale il  cosiddetto “totalitarismo” (nel senso di assorbimento totale di ogni aspetto della vita umana in un’unica dimensione economica, politica, ideologica ed etica), strumento concettuale brandito dal liberalismo per legittimarsi, non si è mai realizzato in forma storicamente tanto perfetta quanto lo è oggi, sotto l’Impero del liberalismo stesso.

Questi i tratti essenziali, a cui è utile aggiungere alcuni importanti dettagli.

Nel tempo dell’Impero esistono ancora, di nome, imperialismo, fascismo, ed estremismo religioso. Ma si tratta di copie sbiadite degli omonimi fenomeni del secolo scorso. Di zombie che l’Impero utilizza per conseguire i suoi fini. La stessa “nazione indispensabile”, gli Stati Uniti d’America, non può adottare indirizzi strategici contrastanti con le logiche del potere globale, senza precipitare (come mostra il caso Trump) in una gravissima crisi istituzionale. La dirigenza americana inclina pericolosamente verso il protezionismo? Sarà la centrale europea a far da sponda, fino a che i globalisti d’oltre atlantico non avranno “risolto”, con le buone o con le cattive, l’errore di percorso. L’Impero uniforme ed orizzontale non teme nessuna crisi locale.

Ove si presentano aree di resistenza economica, politica e culturale, l’Impero interverrà suscitando nazionalismo, fondamentalismo o terrorismo, che verranno utilizzati di volta in volta per frantumare e digerire queste sacche (Jugoslavia, Afganistan, Libia, Siria, Ucraina…) o per alimentare la lealtà ed il conformismo delle popolazioni terrorizzate. Ove la guerra ibrida non sia possibile o conveniente, e l’ Impero sia costretto ad un intervento diretto, lo strumento utilizzato non sarà la “guerra” che presuppone un riconoscimento implicito del nemico, ma l’“operazione di polizia internazionale” espressione che abolisce la politica estera declassandola a questione di ordine pubblico discendente da un’unica fonte di legittimazione imperiale. La convergenza ideale e pratica arancio – bruno – verde fra certi ambienti liberal atlantici, la manovalanza neofascista ucraina ed i mangiatori di cuori siriani è solo apparentemente incongrua: nella realtà si tratta di strumenti di potere decisamente integrabili che l’Impero utilizza simultaneamente a diversi livelli.

Poi c’è la questione della sproporzione delle forze: un immenso divario che è militare, ma soprattutto economico, politico e mediatico. Per misurarla è utile osservare la proiezione dello schieramento della NATO dalla Germania Ovest fino al ventre molle della profondità strategica russa, ricordare che il blocco atlantico supera la Russia di quattro volte per popolazione, di dieci volte per spesa militare, di venti volte per potenza economica. E’ utile ma non è sufficiente, perché in realtà la superiorità dell’Impero trascende la realtà della NATO, estendendosi a tutte le organizzazioni e le formazioni internazionali costituite intorno ad esso, di cui l’Impero detiene un pacchetto di controllo che gli consente di usarle a piacere. Alla luce di queste considerazioni è chiaro che non esiste alcuno scontro fra “opposti imperialismi”.

Volendo a tutti i costi utilizzare le categorizzazioni leniniste, la Russia odierna dovrebbe piuttosto collocarsi nella categoria delle “semi colonie” (Persia, Cina, Turchia, nella classificazione di Lenin, che scriveva nel 1916…): quella dei paesi parzialmente egemonizzati che lottano per conservare margini di autonomia politica. In questi casi Lenin era categorico: la borghesia della nazione oppressa deve essere sostenuta nella propria lotta contro la nazione opprimente, ed avversata nella lotta contro il proprio proletariato: “In quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro quella della nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti casi, più risolutamente di ogni altro, in favore di questa lotta, perché noi siamo i nemici più implacabili, più coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna tolleranza per l’aspirazione della nazione oppressa a conquistare dei privilegi.”. E ancora: “Se noi non ponessimo la rivendicazione dl diritto delle nazioni all’autodecisione, se non agitassimo questa parola d’ordine, aiuteremmo non solo la borghesia, ma anche i feudali e l’assolutismo della nazione che opprime.” 7).

In conclusione la questione si pone esattamente nei termini prospettati da Preve: riconosciuta la (onni) presenza e l’esistenza dell’Impero “liquido” “orizzontale” “globale” dei nostri giorni, occorre decidere se collaborare arrendendosi (è la soluzione implicitamente scelta da Negri Hardt) o resistergli. E se si decide di resistere si incontra Putin.

Forse voi “di sinistra”, prima di incontrare Putin a questo punto del mio ragionamento, lo avete avvistato altrove, in posti a voi cari. Ad esempio potreste averlo trovato nel Venezuela bolivarista, mentre concorda politiche energetiche con il governo locale o mentre fornisce grano e cooperazione politica e militare. Oppure a Cuba,  mentre annulla il 90% dei debiti del paese verso la Russia. O in Corea del Nord: il mondo accerchia Pjongjang, Putin manda un segnale, aprendo una nuova linea di traghetti con Vladivostok. E ancora in Donbass, in Siria, nelle Filippine. Ovunque l’Impero non riesca ad affermarsi proiettando la luce della propria potenza, si trova Putin. Putin è il rovescio, è l’ombra della globalizzazione.

E’ facile immaginare cosa accadrebbe a queste realtà di resistenza locale il giorno in cui un Maidan moscovita abbattesse lo Zar: sarebbero immediatamente soverchiate, schiacciate annichilite. La stesso pensiero di un altrove, di un altro tempo, soppresso negli anni novanta, recentemente riaffiorato, verrebbe inghiottito nel buco nero del pensiero unico. Putin è l’assillo, il rovello, l’ossessione, lo spettro dei media mainstream. Nella rappresentazione dei nostri organi di informazione Putin è onnipotente, è ovunque, è il male che si annida nel sistema, perché la sua stessa esistenza ne mette a nudo le negate criticità. Il vostro nemico lo sa bene che Putin è dalla vostra parte: e voi no?

Molti di voi esitano a trarre le ovvie conclusioni perché Putin rappresenta un potere verticale, gerarchico, che l’influenza di certi foucaultiani ci ha insegnato nei decenni a considerare il nemico. Ma la questione del potere e dell’ autorità non è, oggi, principale: “Essi [i foucaultiani] sono come sempre in ritardo di un giro, cioè di un’epoca storica, e fanno sempre la guerra con le mappe militari della guerra precedente. Sono, e sempre saranno, la linea Maginot della sinistra. E pensare che lo stesso Foucault avrebbe dovuto in teoria avvertirli, spiegando che oggi le strategie del potere sono orizzontali e non verticali, molecolari e non molari (cioè grosse, nel suo curioso linguaggio).”. Se la strategia dell’Impero è orizzontale, il potere verticale non è solo nostro alleato ma deve anche essere parte della nostra strategia.

Russia: l’eterno Ritorno del Capitalismo di Stato.

Il rompighiaccio nucleare Arktika, varato nel 2016 dalla statale Rosatomflot, rinnova i fasti della flotta rompighiaccio sovietica.

Siamo giunti, in questo modo, alla seconda questione: la natura del potere nella Russia di Putin. E’ vero: la Russia non è più un paese a socialismo reale. Ed è vero: la Russia è un paese capitalista. Terza verità: Putin non si professa comunista. In diverse occasioni ha attaccato Lenin, ed in particolare la dottrina dell’autodecisione e la costituzionalizzazione del diritto delle repubbliche alla secessione dall’URSS 8). Sarebbe facile replicare osservando che Lenin recuperò l’Ucraina alla Russia puntando sul sostegno popolare, mentre Putin l’ha persa puntando su quello dei magnati. Ma in realtà sia la contestazione che la replica sono ingenerose: sia Lenin che Putin, nella loro veste di difensori  del mondo russo, hanno cercato il miglior compromesso possibile nelle condizioni date. In ogni caso Putin è un leader di estrazione liberale che ha preso nettamente le distanze dal passato sovietico. Si tratta di cose risapute, ma che ritengo di ribadire per chiarire che non intendo negare né perdere di vista un simile dato di fatto. Tuttavia questa analisi si ferma alla superficie, e può costituire tutt’al più un punto di partenza, non un certo una conclusione per la nostra ricerca.

Alcuni leggono la storia del socialismo in Russia come fosse quella di una invasione aliena. I marxiani sarebbero sbarcati dalla loro grande astronave il 6 novembre 1917 e, dopo aver governato il paese per 74, gloriosi, anni, si sarebbero imbarcati nuovamente il 26 dicembre 1991 per tornare al rosso pianeta natale senza lasciare traccia apparente del loro passaggio, che quindi sarebbe un intervallo fra due stagioni di medioevo monarchico. E’ una lettura speculare a quella di chi sostiene che l’URSS sia stata solo un fallimento: come se un sistema politico potesse “fallire” ininterrottamente per 74 anni. Questi comunisti ed anticomunisti si assomigliano molto: l’unico punto su cui non concordano è l’indole degli extraterrestri: benevola, secondo i primi, malvagia, per i secondi.

Ovviamente queste favolette possono essere credute solo dai bambini: la storia del socialismo russo è quella dell’incontro fra una idea occidentale ed un popolo orientale. Un incontro che ha prodotto soluzioni originali, e che ha prodotto un sistema evolutosi sotto la spinta di pressioni interne e più spesso esterne, talvolta in maniera naturale, altre volte traumaticamente, fino all’ esito odierno. In tutto lo svolgersi, tragico ed esaltante, degli eventi che seguirono la guerra civile, l’ elaborazione teorica si fece interprete delle esigenze pratiche che di volta in volta si ponevano. Alcune proposte vennero avanzate da una fazione soccombente, e poi, dopo la fine dello scontro, fatte proprie dagli avversari. Trotsky sostenne l’ idea della pianificazione nel 1923. Contemporaneamente Preobrazhenskj promosse la necessità di realizzare a spese dei contadini ricchi una accumulazione primaria finalizzata alla industrializzazione Ancora la lotta ai kulak costituì la piattaforma dell’ opposizione al XIV congresso del 1925. Tutte queste cose vennero fatte, ma dopo la sconfitta politica dei loro promotori, dalla maggioranza che aveva vinto la lotta per il potere sostenendo tesi opposte. Un esempio potente di necessità del divenire storico, e di come le linee teoriche del socialismo russo si siano adeguate non a velleità personali, ma a necessità materiali e impellenti sorte dal profondo della società. Da queste stesse profondità venne prodotta la dottrina del “socialismo in un solo paese”, una sintesi talmente appropriata della declinazione russa del socialismo, da lasciare non pochi echi nel dibattito odierno sulla “scelta di civiltà” rivendicata dalla Russia di Putin.

Di certo se  Marx avesse potuto leggere gli scritti dei marxisti russi sull’ organizzazione del partito, sul potenziale rivoluzionario della classe contadina, sul socialismo in un solo paese sarebbe rimasto attonito, almeno quanto Gesù, se avesse conosciuto le lettere di Paolo o il Vangelo di Giovanni. Si potrebbe arrivare a dire che la Russia e le sue esigenze storiche hanno colmato la distanza fra la teoria marxista e la realtà dell’URSS. Nel corso di questo processo l’ anima Russa e l’ orizzonte ideale socialista si sono fuse in un unico inestricabile. Un unico che esige di essere accettato o respinto in blocco, senza distinguo di circostanza.

La scelta del rigetto è in qualche modo il fondamento filosofico dell’Impero, e chi la compie resta con ben poco in mano: qualche falansterio, Marx, ed il tradimento storico al rallentatore delle socialdemocrazie. L’altra scelta, l’accettazione, implica l’accettazione della Russia, ovvero del “primo paese” in cui il “socialismo” sia mai stato realizzato.

Pacificato, quindi, il socialismo con la Russia, confrontiamo il paese di Lenin e quello di Putin.

Si taccia il Cremlino di “imperialismo”. Ma non è forse la Russia di oggi quello che era all’indomani della rivoluzione, ovvero un paese assediato da potenze soverchianti ed ostili, che cerca una propria strada alla modernità attraverso lo sviluppo di un capitalismo controllato dallo stato, governato da una estesa burocrazia, rappresentata ed unificata da una forte guida politica?

Si rimprovera alla Russia di essere governata da “specialisti”, e non da lavoratori di estrazione popolare. Ma non era forse il blocco bolscevico un apparato di “rivoluzionari di professione”, convertitisi poi in breve in “burocrati di professione” (senza voler annettere la minima connotazione negativa a questa classificazione), con l’eccezione del solo Tomskij, unico operaio della prima dirigenza sovietica?

Si addebita a Putin di consentire ampie divaricazioni sociali. Non succedeva lo stesso al tempo della NEP, con la devastante repressione salariale abbattutasi sugli operai, la disoccupazione di massa, la sostanziale riduzione dei sindacati a strumento delle deliberazioni del partito e la concomitante ascesa economica di kulaki e nepmeni 9)?

Quanto alla organizzazione economica complessiva, non è forse il capitalismo di stato giustificato da Lenin (“la realtà dice che il capitalismo di Stato costituirebbe per noi un passo avanti. Se noi riuscissimo in poco tempo a realizzare in Russia il capitalismo di Stato, sarebbe una vittoria” 10) un remoto antenato dell’odierna politica di controllo pubblico dell’economia attraverso le partecipate statali?

Su questo argomento esistono interessanti e sorprendenti studi. Nel quindicennio di potere di Putin l’ intervento diretto dello stato russo nell’ economia è rimasto stazionario, con valori in live contrazione in termini assorbimento della forza lavoro e di capitalizzazione (e che comunque rimangono elevatissimi secondo gli standard occidentali: il 33% della forza lavoro, 23 milioni di persone, sono dipendenti statali, mentre, anche seguendo la metodologia di calcolo più restrittiva, le imprese statali superano il 30% della capitalizzazione del mercato) 11):

1 Quota delle imprese pubbliche nella capitalizzazione totale del mercato

Dagli stessi studi apprendiamo che, diversamente dall’intervento statale diretto, quello indiretto (tramite partecipazioni) ha conosciuto negli ultimi anni una decisa espansione.

“La proprietà statale in settori come finanza, energia, trasporti, e media è cresciuta, invertendo una precedente tendenza all’aumento della proprietà privata. Il ruolo dello stato nell’industria è stato rafforzato attraverso la creazione di concentrazioni nazionali integrate verticalmente” 12).

“I dati ufficiali di Rosstat, che non tengono conto di tutta la struttura piramidale del settore misto, hanno indicato una riduzione della quota pubblica dell’economia russa (fatta eccezione per investimenti e impiego) dal 2005 al 2012. Secondo la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la quota di settore pubblico in Russia è aumentata dal 30% del 2005 al 35% del 2010. Questi dati sono utili in termini di tendenza, ma sembrano sottovalutare largamente il settore pubblico russo. All’inizio del 2008, il grado di concentrazione della proprietà posseduto dallo stato ha raggiunto il 40-45% secondo gli archivi di Expert 400, Nel 2009 molti esperti hanno stimato che questo dato sfiorasse il 50%. Secondo le stime di altri esperti, nel 2015 il contribuito delle imprese pubbliche al PIL era vicino al 29-30%, e il contributo totale del settore pubblico era vicino al 70% (a fronte del 35% registrato nel 2005). Il Fondo Monetario Internazionale (Hughes et al., 2014) e il Servizio Federale Antimonopoli (2016) hanno fornito dati simili nei totali, anche se diversi come metodologia.” 13)

Infine: “nei 15 anni di potere di Vladimir Putin, l’economia russa si è riconvertita alla proprietà statale di industrie chiave quali la finanza, l’energia ed i media. Altre industrie, come costruzioni, trasporti, e alta tecnologia, sono cadute nelle mani di imprenditori vicini al presidente. Nel complesso, il controllo statale sulle attività economiche è molto più esteso di quanto non fosse 20 anni or sono” 14).

Questa natura del tutto peculiare del capitalismo russo ha contribuito in maniera decisiva ad attutire lo shock derivante dall’urto (intenzionalmente) combinato delle sanzioni, del crollo delle quotazioni del greggio e della recessione economica. Le difficoltà di bilancio conseguite all’isolamento internazionale hanno messo a dura prova il patto sociale fra governo e popolazione, in particolare quella fascia (che in questo periodo ha ripreso a crescere, dopo il drastico calo del primo decennio del secolo) che vive al di sotto del livello di sussistenza.

Il bilancio conclusivo del periodo è chiaroscurale: non è stato possibile difendere integralmente il potere d’acquisto di salari e pensioni e si è dovuto alzare (anche a causa dello spettacolare aumento dell’aspettativa di vita) l’età pensionabile dei lavoratori nel settore pubblico. Tuttavia nel complesso il sistema ha tenuto e i consumatori poveri di prodotti di prima necessità, made in Russia, fatte le debite proporzioni, sono stati toccati dalla crisi meno della classe media alle prese con i prezzi rivalutati dei prodotti di importazione. Il governo ha vuotato per intero il Fondo di Riserva, dilapidando 100 miliardi di dollari in tre anni e grazie a questo sforzo i traumi sono stati contenuti. Di più: il cittadino russo continua ad usufruire di notevoli vantaggi indiretti derivanti dall’intervento statale in economia, con particolare riferimento ai costi, quasi simbolici, delle utenze abitative e a quelli, quasi altrettanto modesti, dei servizi pubblici e dei trasporti di base. La vita della massa di famiglie russe è quindi mantenuta con discreti sforzi ad un livello compreso fra una povertà dignitosa ed una decorosa agiatezza. Questo dettaglio, inserito in un contesto di continuo miglioramento di tutti gli indicatori principali della qualità della vita (aspettativa di vita, numero di omicidi e suicidi, fertilità, criminalità etc…) ci rivela una sostanziale tenuta della compattezza sociale. Non a caso gli indici GINI rilevati dalla United Nations University World Institute for Development Economics Research indicano una progressiva riduzione delle diseguaglianze economiche (a fronte di un simmetrico aumento registrato nei paesi occidentali).

Andamento diseguaglianze Russia ed USA (United Nations University World Institute for Development Economics Research)

Tale evoluzione è ben presente alle centrali di potere economico internazionale, che la paragonano alla corsa selvaggia alle privatizzazioni in atto in occidente e la rappresentano come un “suicidio”, una “involuzione”, un “ritorno al comunismo”. E’ invece, curiosamente, completamente ignorata dagli intellettuali “di sinistra” forse troppo impegnati a insultare il corso russo ritraendo Putin come “nazionalista” e “fascista”. Altro luogo comune disastrosamente errato.

Vladimir Putin è autore di un saggio tanto interessante quanto ignorato (in occidente) sulla Questione Nazionale 15) in cui la natura dello stato russo viene teorizzata in maniera completa ed esauriente. La Russia, argomenta Putin è uno stato multinazionale. I nazionalisti “provocatori e  nemici della Russia” promuovono la soggettività nazionale grande russa, la “purezza razziale” del paese, la necessità di “completare il lavoro del 1991 e liquidare l’impero che grava sulle spalle del popolo russo”. Putin si pone in opposizione diametrale con l’idea di costituire uno stato mono nazionale, a suo parere “in contraddizione con la nostra storia millenaria”, una idea, secondo il Presidente Russo,  finalizzata ad indurre ”il popolo a distruggere con le proprie mani il proprio paese”.

Non si contano i feroci attacchi portati da Putin ai nazionalisti, tutti basati sullo stesso ritornello: “chi dice – la Russia ai Russi – è un demente o un provocatore”.  Per la verità, come spesso avviene in quel paese, non ci si limita alle chiacchiere: la legge federale “per il contrasto delle attività estremiste” bandisce qualsiasi organizzazione politica e religiosa implicata in “propaganda di esclusività, di superiorità o di inferiorità dei cittadini in base al loro atteggiamento verso la religione, sociale, razziale, etnico, religioso o di appartenenza linguistica” 16). La prassi amministrativa asseconda pienamente questa tendenza, riservando alle minoranze nazionali interne non solo un pieno riconoscimento culturale e di autogoverno (del tutto in linea con la tradizione sovietica) ma anche un accesso ai finanziamenti ed una rappresentanza politica più che proporzionali in relazione alla consistenza numerica, con conseguente, paradossale, pregiudizio dell’elemento grande russo.

Quindi non solo la Russia non è un paese “nazionalista”: è vero esattamente il contrario. Come paese multinazionale essa persegue una politica di pieno riconoscimento della dignità di tutti i suoi elementi costitutivi e di lotta all’estremismo, lotta che si pone in naturale antitesi rispetto alle strategie caotiche dell’Impero miranti a suscitare e diffondere fanatismo e fascismo come strumenti della propria egemonia.

Conclusioni.

A causa delle proprie specificità storiche e geografiche la Russia rappresenta una entità estremamente disfunzionale alle logiche di governo globale che informano l’Impero. La sua aspirazione alla specificità, la sua costituzione multinazionale, il modello di sviluppo multipolare che persegue si pongono in traiettoria di collisione frontale con le esigenze di libera circolazione dei capitali e di distruzione delle specificità locali, obiettivi del liberalismo imperiale.

La sua struttura economica, per quanto minata da profonde disuguaglianze ed insidiata da potenti correnti liberali e xenofile, conserva un assetto di controllo pubblico centralizzato, refrattario alla concorrenza selvaggia e tale da assicurare ai cittadini qualche sostanziale protezione dalle logiche di mercato.

La politica e gli attributi dello stato, screditati in tutto l’occidente, conservano in Russia una centralità ed una pretesa di gestione dell’agenda economica che fanno letteralmente infuriare i nostri fautori dello stato minimo e i pasdaran del liberalismo.

In sostanza il putinismo conserva alcuni tratti profondi della realtà sovietica, in parte preesistenti all’URSS ma innervati in tutta la sua esperienza, che si conservano riaffiorando con fenomeno carsico nella Russia di oggi. Questi tratti hanno in un passato lontano ma non remoto, influenzato profondamente la sensibilità etica ed estetica di tanti militanti di “sinistra” in tutto il mondo, militanti che quindi si rivolgono con simpatia alla Russia, pur senza saper declinare specificamente le ragioni del proprio sostegno. Il che ho cercato di fare in queste poche pagine.

Abolizione dei confini ed unificazione dei mercati per la repressione dei salari o (in alternativa) valorizzazione dei confini e frantumazione dei mercati per la repressione dei capitali. Per la sinistra che sta con il lavoro la soluzione a questo dilemma è ovvio.

Come è parimenti ovvio che in questa lotta la Russia di Putin rappresenta un punto di riferimento indispensabile.

Note:

  1. Mettan, Russofobia, mille anni di diffidenza, Sandro Teti, 2015, 40.
  2. Fukijama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR, 1992, 145
  3. Hardt, Negri, Impero, BUR, 2000, 21
  4. Hardt, Negri, Ibidem, BUR, 2000, 21
  5. Preve, Marx e Nietzsche, Editrice Petite Plaisance,  46 http://www.petiteplaisance.it/ebooks/1031-1060/1034/el_1034.pdf
  6. Preve, Dalla Rivoluzione alla Disubbidienza, http://www.kelebekler.com/occ/disobbed12.htm
  7. Lenin, Sul diritto delle Nazioni all’Autodeterminazione;
  8. 4 del Trattato sulla Formazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche dal II Congresso dei Soviet dell’URSS il 31 gennaio 1924.
  9. Carr, La morte di Lenin, L’interregno 1923-24. Einaudi, 1965, 39.
  10. Lenin, Seduta del Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia, 29 aprile 1918, Opere complete, Vol. 27, pagg. 251-274 Lenin si sofferma in particolare sulla necessità del capitalismo di stato quale fattore di modernizzazione del paese: “E quando replico a coloro che dicono di essere dei socialisti e promettono mari e monti agli operai, dico che il comunismo non può presupporre l’attuale produttività del lavoro. La nostra produttività è troppo bassa, questo è un fatto. Il capitalismo ci ha lasciato in eredità, soprattutto in un paese arretrato come il nostro, una somma di abitudini che fanno considerare tutto ciò che è statale, tutto ciò che riguarda il bene pubblico, come qualcosa da disprezzare e da danneggiare. Questa mentalità propria della massa piccolo-borghese si sente ad ogni passo. E in questo campo la lotta è molto difficile. Solo il proletariato organizzato può farvi fronte. Io ho scritto: “Fino all’avvento della fase ‘più elevata’ i socialisti reclamano dalla società e dallo Stato che sia esercitato il più rigoroso controllo””.
  11. Abramov, et al. State-owned enterprises in the Russian market: Ownership structure and their role in the economy, 2017
  12. Aslund, Russia, The Arduous Transition to Market Economy, Washington: Peterson Institute for International Economics;
  13. Abramov, ibid.
  14. Djankov, Russia’s Economy Under Putin: From Crony Capitalism to State Capitalism;
  15. Putin: Rossija, Nazionalnj Vopros, 2012
  16. Legge Federale 25 luglio 2002 n. 114;

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Articolo a cura di Marco Bordoni per SakerItalia.it

Naman Tarcha: vi racconto il Martirio della mia Patria che resiste

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La modernità ci presenta (spesso come aspetti dello stesso fenomeno) sfide e soluzioni. La rete ed i social network sono armi di “distrazione di massa” che inaridiscono la società e scoraggiano l’impegno politico, ma nello stesso tempo offrono gli unici spiragli alle voci di informazione alternativa. La facilità con cui è possibile produrre e contraffare documenti visivi (foto e filmati) ci espone a raffinate forme di  manipolazione, ma ci offre l’accesso ad un bacino pressoché infinito di informazione diretta e non mediata. Anche l’immigrazione, che da un lato rappresenta un problema ed una potenziale minaccia di destabilizzazione sociale, dall’altro ci fornisce il punto di vista di persone nate all’estero e cresciute in Italia, mediatori culturali “naturali” estremamente adatti a spiegarci le loro realtà di origine ed a “tradurle” per il pubblico italiano.Naman Tarcha, siriano della comunità cristiana, nato ad Aleppo, vive nel nostro paese da più di 20 anni, giornalista, conduttore e tv reporter, occupandosi di Medio Oriente e mondo arabo, ha avuto significative esperienze in diverse testate ed emittenti tv tra i quali Sky e Rai, e attualmente collabora con diversi canali televisivi arabi da Roma.  Abbiamo deciso di approfittarne intervistandolo per voi.

S.I.: Naman Tarcha, può raccontare in poche parole cos’era la Siria della sua infanzia? Quanto era importante la politica nella vostra vita quotidiana? Quali erano le condizioni della comunità cristiana sotto il governo baathista?

N.T. La Siria della mia infanzia, era un paese giovane, solare, laico e forte, povero ma orgoglioso, magico malgrado tutte le sue contraddizioni, un misto tra passato prezioso e futuro atteso. Sin da piccolo ero cosciente che pur non essendo ricco il mio paese si trovava in una situazione delicata, visto che vi si intrecciavano tante questioni complesse del Medio Oriente. Per la nettezza delle sue posizioni e per la sua stessa indipendenza la Siria rappresentava una minaccia (malgrado non avesse mai aggredito nessuno). Per questo avevamo tanti nemici attorno, alcuni occupanti e altri invidiosi, che miravano a dominarlo.

La comunità cristiana alla quale appartengo, numericamente minoritaria ma molto visibile e attiva, era una colonna vertebrale di una Siria crocevia di tante etnie, religioni, e comunità. Il sistema politico, nonostante tanti difetti, era tra i pochi laici nel mondo arabo, un fatto che l’ha  reso uno dei pochi paesi arabi dove i cristiani sono liberi di vivere e professare la propria fede ma sopratutto il proprio modo di essere, senza discriminazione, distinzione e persecuzione.

S.I. Suo padre faceva il fotografo video reporter e fu testimone anche dell’insurrezione dei Fratelli Musulmani  ad  Hama, Idlib e Aleppo nel 1982. Al tempo Lei era un bambino. Ricorda qualcosa di quegli eventi? Quali analogie e quali differenze ci sono fra quanto successe allora e la guerra di oggi?

Mio padre era un fotografo e uno dei primi video reporter nella TV di stato, lavoro duro, faticoso e pericoloso, sopratutto durante il fallito tentativo di prendere il potere del Movimento dei Fratelli mussulmani, negli anni di tensione che avevano segnato tutti.

Ricordo che mio padre, impegnato a documentare e riprendere gli attentati, gli omicidi e le operazioni di cattura e smantellamento delle cellule terroristiche ci salutava ogni giorno prima di uscire di casa perché non sapeva se sarebbe ritornato vivo. La comunità cristina era presa di mira allora, non si poteva uscire sempre, non si poteva far tardi, e bisognava stare attenti a chi bussava la porta. Un episodio che non dimenticherò mai é quando la Domenica delle Palme, mentre giocavamo io e il mio fratellino nel giardino della nostra chiesa, trovammo una bomba che pendeva dal muro esterno. C’era un clima di terrore che ricorda molto il terrorismo che la Siria ha subito in questi anni. Il tempo passa ma si ripete, usare il terrore come strumento per un cambiamento politico, con il sostegno e il finanziamento di paesi alleati con la stessa ideologia, è sempre stato il metodo preferito dei Fratelli Mussulmani per arrivare al potere.

Venrdì Santo Aleppo, Piazza Faraht, centro storico

S.I. Qual era, nel sistema baathista, il rapporto fra le diverse comunità che abitavano la Siria? Quali erano, personalmente, i rapporti fra la vostra famiglia cristiana, e gli alawiti, i sunniti, i curdi e gli esponenti delle altre etnie e confessioni?

In Siria il rapporto tra religione e stato é molto interessante, c’è una sorte di rispetto nella separazione. Davanti alla legge non c’è distinzione, nella carta d’identità non viene menzionata la religione, come in diversi paesi arabi. Nelle scuole pubbliche, l’unico simbolo che si tiene in classe è la bandiera siriana. Questo clima si rifletteva tra i cittadini. Non c’è conflitto, né spazio per scontri. Anche per comunità che si sentivano un po emarginate, come quella dei Curdi, nella vita quotidiana il rapporto tra le persone era sano. La conoscenza e l’incontro con l’altro cancella perfino il pregiudizi e i retaggi di una interpretazione errata e di una educazione discriminatoria.

Sono cresciuto in paese mosaico di diversità, ci sono tutte e tutti. Perfino più mussulmani diversi tra loro che chiese cristiane di tutte le tradizioni orientali. Anche se nella mia città ci sono quartieri a maggioranza cristiana e altri, ad esempio, curda, non ho mai frequentato amici in base alla loro etnia o religione. Questo ovviamente é risultato di una educazione famigliare e sociale che considera l’altro, con la sua diversità e con tutti suoi difetti, comunque un essere umano pari, simile e uguale. Forse proprio questo esempio della Siria viene preso di mira da chi vuole oggi cantoni religiosi ed etnici divisi e quindi più facilmente controllabili.

S.I. Molti sociologi ed analisti collegano l’esplosione della “primavera araba” (ed in parte anche della leva fondamentalista) con l’arrivo sul mercato del lavoro, negli ultimi decenni, di un gran numero di giovani altamente scolarizzati che non hanno potuto trovare sbocchi professionali all’altezza delle aspettative. Lei, che fa parte anagraficamente dell’avanguardia di questa generazione, ritiene che questa sia una spiegazione convincente?

N.T. La questione é più complessa e ha fattori intrecciati. Negli ultimi anni in Siria, ad esempio, la crisi economica mondiale, una forte pressione economica interna, e una inevitabile apertura ai mercati globali, hanno provocato una instabilità e hanno aggravato il divario tra le classi sociali, e le zone urbane e rurali. Ecco perché i focolai della maggior parte delle proteste siriane iniziali, sono state nelle periferie provate ed emarginate di confine, e non dentro le grandi città. Il dilagare del fondamentalismo invece é conseguenza dello scontro interno alla religione islamica, priva di una gerarchia autorevole, incapace di dare risposte convincenti alle nuove generazioni.

Negli ultimi anni, ad aggravare la situazione, c’è stato anche il rientro in patria di tanti giovani lavoratori precedentemente emigrati nei paesi del golfo, dove hanno assorbito una interpretazione più estremista della religione, usi e costumi radicali e ideologie estranee alla società siriana. Tutto ciò ha lentamente lacerato il tessuto sociale e ha portato una generazione a non ritrovare uno spazio socio economico adeguato, e a vivere una forte contraddizione tra modernità e tradizione arretrata.

S.I. Abbiamo sentito dire per mesi che centinaia di migliaia di persone ad Aleppo erano assediate dall’esercito siriano, dai volontari sciiti, da hezobllah, e bombardati dai crudeli russi. Cosa c’è di vero in questa ricostruzione? Come ha vissuto la sua famiglia la battaglia di Aleppo? Cosa sarebbe successo alla popolazione di Aleppo ed alla sua famiglia se avessero vinto i cosiddetti “ribelli”? Infine, sempre su Aleppo: come si vive oggi, nella Aleppo, “espugnata” da Assad?

Una parte di Aleppo dopo vari tentativi falliti è stata occupata dai gruppi terroristici, che hanno usato per anni i civili come scudi umani costringendo chi non è potuto fuggire a vivere nelle loro condizioni. Hanno usato quei quartieri, trasformando case e scuole in depositi di armi e basi militari di lancio di razzi e missili sul resto della città controllata dal governo. Sono stati anni molto difficili, tra terrore e paura, in cui la città di Aleppo veniva distrutta quotidianamente e massacrata sistematicamente dai “liberatori” e” portatori di democrazia” che l’Occidente definiva “ribelli moderati”.

I cittadini di Aleppo sono gli eroi del nostro secolo: hanno sopportato con coraggio e tenacia l’isolamento imposto dai gruppi terroristici, la mancanza di cibo, corrente e riscaldamento. Mia madre ottantenne è rimasta isolata per diversi mesi, mio fratello ha perso la propria casa, e poi la seconda casa dove era sfollato. I bambini sono vivi per miracolo, dopo che un razzo lanciato dai terroristi ha colpito l’ospedale pediatrico di fronte. Un razzo dei terroristi un giorno colpì la scuola di mio nipote di 10 anni e da allora non voleva più andare a scuola e ogni volta che sentiva rumori sulla scala piangeva per paura che fossero arrivati i cosiddetti “moderati”.

Oggi Aleppo é stata liberata. Si, lo ripeto, liberata, anche se questa parola dà fastidio a tanti ipocriti, dopo tanti sacrifici degli Aleppini, e all’esercito siriano, che è riuscito a liberare i quartieri est della città, mettendo in salvo gli abitanti, e cacciando via i gruppi armati che gli impedivano di uscire.

Aleppo non é una città fantasma, come titolavano alcuni giornali, è ferita ma presto guarirà, e pian piano ritornerà in vita piena: tanti stanno ritornando nelle proprie abitazioni, è un percorso lungo. Tanti hanno perso tutto ma sono ottimisti, i suoi abitanti a maggioranza sunnita e cristiana uniti più di prima sono la vera prova della falsità della propaganda che sostiene i terroristi, che raccontava solo una faccia di quel che ha subito questa città martire, una nuova Stalingrado.

Aleppo, centro storico, cattedrale di Sant’Elia dei Maroniti

S.I. Qual è e qual è stato il ruolo della Russia nella crisi Siriana?

In politica ci sono alleati e nemici, e la Russia è stata un paese alleato e amico da tempi non sospetti. Non solo per i rapporti politici ed economici ma anche per la cooperazione militare e gli interessi comuni che hanno portato i due paesi a siglare accordi di difesa bilaterale e la base russa in territorio siriano é solo un esempio tangibile!

Il rispetto di Mosca dell’integrità e della sovranità siriana fa si che la cooperazione con l’esercito siriano, sia più seria ed efficace, e il coinvolgimento russo è ben visto.

Infatti i Siriani saranno per sempre riconoscenti ai Russi, che hanno aiutato e sostenuto il paese nella lotta al terrorismo, che se non fosse stato fermato in tempo avrebbe devastato tutta la Siria. Lo stretto rapporto della Russia sia con il governo siriano sia con l’opposizione potrebbe essere l’unica via d’uscita per una soluzione politica della crisi siriana.

S.I. Spesso i nostri media citano quali fonti affidabili l’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani e i cosiddetti “caschi bianchi”. Cosa pensa di queste organizzazioni? Più in generale: cosa pensa del ruolo che hanno avuto le ONG occidentali e i nostri mezzi di informazione nel raccontare la guerra al pubblico occidentale?

Una parte importante nella guerra in Siria é mediatica. Fiumi di denaro sono stati spesi per fabbricare notizie false, bufale e falsi miti, con terminologie ad hoc, espressioni stereotipate, personaggi costruiti. Basti pensare alla famosa bambina Bana di 7 anni che scrive in perfetto inglese e twittava da Aleppo sotto bombardamento e invocava l’intervento della NATO. Le principali fonti d’informazione occidentale sulla questione siriana provengono dal fantomatico Osservatorio di Londra, o dai famosi “Caschi Bianchi”, protezione civile di Al Qaeda, e dai loro organi di propaganda. A volte ho la strana impressione che gli unici a non sapere chi fossero in realtà queste entità siano i giornali e media mainstream.

In un momento di crisi del sistema dell’informazione, un sistema in cui scarseggiano le risorse, tanti preferiscono pubblicare subito una notizia anche senza verificare la sua attendibilità, e senza considerare le conseguenze di un possibile errore.

A volte i giornalisti si trovano, loro malgrado, a diventare tuttologi, a scrivere di cose che ignorano, a parlare della Siria, un paese che conoscono solo attraverso google maps, senza aver mai conosciuto o parlato con un siriano, in un sistema di informazione che non informa perché non è informato. La cosa peggiore però sono le agenzie, dispensatori di notizie con corrispondenti che si trovano altrove, e prendono le loro notizie dalle varie pagine Facebook. Non c’è da meravigliarsi se le nostre notizie sono spesso false e falsificate quando, ad esempio, una delle grandi agenzie italiane ha due corrispondenti per il Medio Oriente che scrivono sulla Siria: uno é stabile a Beirut e l’altro è a Milano.

S.I. Cosa si rischia a schierarsi come fa Lei raccontando la verità della guerra per come la conosce? E’ stato mai vittima di censure? Ha ricevuto addirittura minacce o intimidazioni?

Nel sistema mediatico pseudo democratico, o sei schierato o sei tagliato fuori, sopratutto se sei una voce fuori dal coro, o se poni domande con criteri della ragione, fino ad arrivare al paradosso in cui se se difendi tuo paese sei disturbante, problematico, governativo, ma anche assadista. Se invece fai il tifo dei gruppi armati e terroristici sei un rivoluzionario e un eroe da ammirare.

La cosa più assurda sono quelli che vogliono portare la democrazia in Siria, imponendo la loro visione sul tuo paese, e tappando la bocca ai Siriani. Quanti Siriani avete sentito parlare in sei anni di guerra, per capire cosa ne pensano, cosa vogliono realmente?

Intimidazioni e minacce sul web sono all’ordine del giorno, ma l’unica minaccia che ho ricevuto é stata in un convegno al quale partecipavo, dove alcuni personaggi mi aggredirono verbalmente perché ho osato parlare di gruppi terroristici in Siria.

La censura nel mondo democratico é diversa, più subdola, semplicemente non ti danno spazio, non ti fanno parlare. Un giorno mi dissero: se fossi dell’opposizione saresti su tutte le TV: poi mi chiesero esplicitamente di non rilasciare interviste sulla Siria. Un canale arabo con una scusa ha interrotto la sua collaborazione con me per un tweet, mentre una casa di produzione italiana mi chiese una collaborazione per un programma TV e poi all’improvviso mi cancellò il colloquio.

Schierarsi con il mio paese non è stata una scelta facile e mi è costata a volte tanta fatica, e tanti nemici dalle lobby anti siriane, che hanno tentato in tutti i modi di tapparmi la bocca, essendo una voce scomoda, non in linea con ciò che dicono e scrivono tutti. Per fortuna sono riuscito comunque nel mio piccolo a creare il mio spazio personale, grazie anche al giornalismo alternativo e ai social media.

Non ho fatto cose straordinarie ma ho la coscienza a posto. Mio padre una volta mi disse: puoi perdere la stima e il rispetto di tante persone, ma se perdi il rispetto di te stesso è finita!

Propaganda di guerra e menzogne mainstream: intervista al fotoreporter Giorgio Bianchi

Giorgio Bianchi

Giorgio Bianchi, fotoreporter romano è autore di splendidi reportages dalla Siria e dall’Ucraina. Lo sguardo di Giorgio Bianchi si muove rapido in un contesto di morte e distruzione, catturando con rara sensibilità l’umanità dietro la guerra, mostrandoci uomini e donne che combattono e sopravvivono sullo sfondo della storia che si compie, quasi sovrapposti alla storia stessa, quasi fuori posto rispetto all’enormità delle vicende delle quali si scoprono, loro malgrado, protagonisti. I sentimenti di paura, smarrimento, perseveranza, coraggio che queste persone esprimono nelle foto di Giorgio Bianchi sono una scintilla che pare riscattare l’umanità dalla follia che ha provocato le distruzioni circostanti.

La sua esperienza in Siria ed in Ucraina, ma anche la sua attenzione al ruolo dell’informazione negli equilibri politici internazionali, ci consentono di tentare con lui un’analisi complessiva della guerra moderna e del ruolo fondamentale della propaganda.

Saker Italia: Cominciamo dalla Siria. Scriviamo all’indomani dell’attacco americano alla base siriana di Shayrat, col pretesto del presunto bombardamento con armi chimiche a Iblib.  In poche ore ci siamo ritrovati in una situazione peggiore di quella del 2013, quando, grazie soprattutto alla mediazione russa e alla completa dismissione dell’arsenale chimico siriano, si è evitato per un soffio il conflitto diretto. Oggi come allora non ci sono prove delle responsabilità siriane, ma si è scelto di non attendere i risultati di un’inchiesta indipendente e di colpire subito, condannando Assad senza appello. Gli organi di stampa citano come precedente la strage di Ghouta nonostante le inchieste successive (tra tutte quella di Seymour Hersh) abbiano attribuito la responsabilità di quel massacro ai terroristi di Al Nusra, col probabile coinvolgimento della Turchia e l’assenso della Clinton. Anche oggi nessuna prova concreta, solo le dichiarazione del solito Osservatorio Siriano per i Diritti Umani e le testimonianze degli Elmetti Bianchi. Qual è la tua esperienza sul campo, e come valuti il rapporto tra i fatti e il modo nel quale ci vengono raccontati?

Giorgio Bianchi: La situazione dei media mainstream è drammatica. Ne parlavo l’altro giorno con un giornalista della vecchia scuola del Sole 24 Ore il quale era esterrefatto della solerzia con la quale alcuni sui colleghi si erano affrettati a stigmatizzare ed etichettare fatti impossibili da verificare sul momento.
E’ la morte del giornalismo. Nel momento stesso in cui accetti di rimbalzare notizie senza verificarne le fonti e l’attendibilità e soprattutto senza accompagnarle con un’adeguata analisi, da organo di informazione ti trasformi in organo di propaganda. La tecnica è quella del framing, ben spiegata da Marcello Foa in molti suoi interventi: viene creato un frame, ovvero una cornice, che stabilisce il recinto della notizia e poi tutti gli altri si adeguano, in una sorta di riflesso pavloviano.
E tu sei dall’altra parte, spettatore inerme, costretto ad assistere alla mattanza dell’informazione, come imprigionato in una campana di vetro, senza possibilità di ribattere e far arrivare anche la tua voce, i tuoi dubbi. Perché poi di questo si tratta: manifestare almeno qualche dubbio; invece loro hanno tutte le certezze in mano.
Ieri sera viaggiavo in macchina con un amica che ascoltava attonita le mie analisi e le mie testimonianze e mi chiedeva smarrita: “ma noi che possiamo fare?”. Leggo giornali, ascolto radio e TV, ma è proprio questo il problema: non ci si può più informare con quel genere di media, non sono attendibili. Hanno dilapidato, sempre che l’abbiano mai avuto, quel patrimonio di credibilità grazie al quale l’utente poteva ritenere con buona approssimazione che quanto scritto fosse più o meno attinente al vero. O meglio, il giornalista era pagato per fare quel fact checking che l’utente medio non ha né il tempo né i mezzi per fare.
Oggi, quando leggo una notizia, la prima cosa che devo fare è perdere tempo per verificarla; ma allora, se tutto il lavoro lo devo fare io, perché pagare un giornale? Per non parlare poi del fatto che con la crisi dell’editoria i pezzi vengono spesso fatti col copia incolla e pagati 30/50 euro. Tanto vale farsi il lavoro da soli. Secondo il mio modesto parere quel tipo di media è destinato a scomparire, sono dei morti che camminano, perché gli utenti si stanno accorgendo del trucco ed il fermento che c’è nei social lo dimostra appieno. La cosiddetta “gente” vale molto di più di quanto gli establishment la considerino: le lezioni all’Auditorium di Luciano Canfora fanno sempre il pieno e se ne tenesse una a sera per 300 giorni l’anno farebbe il pieno lo stesso.

S.I.: Tu lavori coi media e nei media. Hai parlato spesso di realtà orwelliana, di un universo distopico nel quale ci troviamo costretti a mettere in discussione verità che credevamo acquisite, soprattutto quando ci vengono raccontate nella neolingua del Miniver globale: quando la mistificazione della realtà si rivela nella sua agghiacciante sistematicità, nulla è più come prima. Le certezze su cui abbiamo sempre contato sembrano svanire. E’ veramente così oppure quelle certezze non sono mai esistite e oggi abbiamo semplicemente la possibilità, grazie ai nuovi media, di rendercene conto?

Palmira. Foto: Giorgio Bianchi
Siria: profughi interni sistemati dal governo a Tartus. Foto: Giorgio Bianchi

G.B.: Quello che sta accadendo negli ultimi tempi mi sta portando a credere questo, ovvero che noi non sappiamo nulla e che forse dovremmo dubitare anche di quanto riportato sui libri di storia. Faccio un esempio: organizzo una mostra su Maidan a Milano allo spazio Polifemo con conferenza moderata dal rappresentante lombardo di Amnesty. Guardando le mie foto mi chiede se davvero i manifestanti fossero così armati ed equipaggiati, al punto che ad un primo sguardo li aveva scambiati per soldati. Ecco, su questi fatti nessuno sa nulla perché gli editor per corroborare la loro narrazione di “sommovimento di popolo” scelgono la foto del manifestante col caschetto da operaio o in giacca e cravatta piuttosto che quella del neonazista in mimetica. Se tu vedi che a fare la rivoluzione sono gruppi paramilitari neonazisti magari ti fai un’idea diversa di quello che sta succedendo. E così via discorrendo.
Mentre ero a Damasco ricevevo quotidianamente messaggi di persone preoccupate per la mia incolumità, convinte che in Siria ci fosse l’apocalisse e che il governo stesse bombardando a tappeto le sue città. Allora gli devi spiegare che hai la possibilità di girare per strada di giorno e di notte (a volte anche fino alle due) senza nessun problema, che la gente nei territori governativi vive e lavora come ha sempre fatto (certo, con tutti i disagi portati dalla crisi economica susseguente alla guerra ed all’embargo) e che il governo gode del sostegno incondizionato della stragrande maggioranza della popolazione (compresi i giovani universitari) che vedono in Assad l’unico garante per la stabilità e l’unità del paese.
Mentre i media occidentali parlano di apocalisse ad Aleppo tu sai che i quattro quinti di città in mano al governo sono pressoché intatti, a parte i danneggiamenti causati dai colpi di mortaio sparati dai ribelli umoristicamente definiti moderati. Tu sai che ci sono corridoi umanitari aperti e pullman ed ambulanze parcheggiati in attesa di quelli che desiderano abbandonare Aleppo est; che i bombardamenti sono stati sospesi per consentire alla popolazione civile di evacuare e che sono stati distribuiti volantini con le istruzioni da seguire per raggiungere i varchi, ma di tutto questo i nostri media non hanno riportato assolutamente nulla.
Si è arrivati a dire che Assad aveva bombardato anche l’ultimo ospedale di Aleppo…roba da pazzi. Per non parlare della questione dei rifugiati: stando ai nostri media tutti i siriani stanno abbandonando il loro paese per fuggire alla guerra ed alla dittatura.
Ma nessuno vi ha parlato dei quasi otto milioni di IDP [internally displaced persons n.d.a.]i disseminati nel paese. Sono i profughi sfollati dalle loro abitazioni in strutture governative ed in attesa di poter ritornare nei luoghi di origine. Avevo fatto un lavoro incentrato proprio su questo: ero andato in un centro per IDP ed avevo documentato la vita al suo interno; poi ho seguito una famiglia che da uno di questi centri era ritornata nella sua città, a Homs (la parte vecchia), per tentare di ricostruire la propria casa e la propria attività in mezzo alle macerie. Pensi che a qualcuno sia interessata questa storia?
La maggior parte della popolazione siriana ha un fortissimo sentimento nazionale e non ha la minima intenzione di abbandonare il proprio paese.
Tornando alla tua domanda iniziale vorrei dire anche qualcosa sul mondo della fotogiornalismo. Oggigiorno, accanto al fotogiornalismo tradizionale, si sta affermando il cosiddetto storytelling, che io amo definire, scherzosamente ma non troppo, fotoromanzo. Questo secondo me è il vaso di Pandora scoperchiato il quale possiamo dire addio alla foto come documento storico.
Due anni fa al fotografo Troilo è stato ritirato il premio World Press Photo per aver mandato foto smaccatamente staged accompagnate da didascalie mendaci. Quest’anno ci sono ricascati con un fotografo iraniano che ha vinto la categoria “long term project” con foto strabilianti ma quasi tutte “acchittate” da amici o modelle. Questa deriva sancirà definitivamente la fine del fotogiornalismo.
Qualche anno fa la Photo of the Year fu una foto altrettanto in posa di due ragazzi omosessuali che amoreggiavano in una stanza di Mosca: atmosfere alla Hopper, la posa dei due studiata nei minimi dettagli.
Se accetti questo, lasci la porta aperta a qualsiasi tipo di mistificazione.
Ma forse è proprio quello che si vuole, ovvero colpire al cuore l’ultimo baluardo dell’informazione: il reportage fotografico. Una fotografia ben fatta ha un potere enorme, è un ricordo precostituito che si fissa all’istante nella memoria dell’utente.
Pensa solo alla guerra nel Vietnam: paginate e paginate di articoli, di video, di documentari e di film…eppure quello che è rimasto nell’immaginario collettivo sono gli scatti iconici dei grandi fotoreporter.
Questo la dice lunga sul potere del fotoreportage e del perché vada salvaguardato ad ogni costo.
L’altro ieri parlavo con Mauro Gallegani dei suoi trent’anni passati ad Epoca… ecco, quelle esperienze sono quello che oggi manca. Forse solo il NYT, con i suoi fantastici staff photographers, e Time restano ancora nel solco di quella gloriosa tradizione.

S.I.: Tu hai seguito dall’inizio la guerra in Ucraina, sin dai tempi del Maidan. Hai anche detto che le tue foto e la tua testimonianza su quello che è accaduto, in particolare sul presunto attacco della polizia ai manifestanti sono state ignorate dai grandi media. Cosa hai visto e documentato? Cosa è stato davvero il Maidan?

G.B.: Come ho accennato in precedenza la rivolta di Maidan sotto i miei occhi ha assunto fin da subito i connotati di un vero e proprio colpo di stato. Accanto ai manifestanti pacifici, che erano la minoranza, si sono mossi gruppi paramilitari neonazisti facenti capo alle sigle Pravy Sector e Svoboda, ben equipaggiate ed inquadrate militarmente, che di fatto hanno dato vita ad una vera propria guerriglia urbana contro le forze dell’ordine poste a difesa degli edifici governativi.
Ho assistito a lanci di molotov, pietre, colpi di arma da fuoco (un poliziotto è caduto ucciso ai miei piedi, ma non ho potuto fotografarlo perché i suoi colleghi me lo hanno impedito) da parte dei manifestanti nei confronti della polizia. Certo, in alcuni casi la polizia si è comportata in maniera brutale ma tutto avveniva in un contesto di guerra con 15 gradi sotto zero, e comunque la violenza della polizia era limitata alle ferite inferte ai manifestanti a seguito degli scontri.
Nessuno di questi fatti sarebbe in nessun caso stato tollerato dai nostri governi cosiddetti democratici: basti pensare a cosa sia avvenuto a Genova o a Ferguson solo per citare i primi esempi che mi vengono in mente, dove per fatti di minore gravità e circoscritti nel tempo si è ricorsi a metodi molto più brutali (in Italia i manifestanti sono stati torturati ed umiliati, a Ferguson è arrivata la guardia nazionale).
Comunque, secondo la versione ufficiale, dopo mesi di stallo tra polizia e manifestanti, un bel giorno, il fatidico 22 febbraio 2014, la polizia avrebbe aperto il fuoco, lasciando sulla strada circa 90 manifestanti uccisi, per poi levare le tende e dissolversi nel nulla. Io ero lì su quella strada e posso dire con assoluta certezza (ed alcune foto lo testimoniano) che parte degli spari provenivano dall’Hotel Ucraina, che era uno dei quartier generali dei manifestanti.
In una mia foto si vede chiaramente un manifestante (tra l’altro armato di carabina) indicare alle mie spalle in direzione dell’hotel così come il ragazzo dagli occhi verdi guarda con terrore in direzione opposta a quella della polizia. E un manifestante, colpito a morte proprio davanti a me, anziché cadere all’indietro è caduto in avanti. Insomma, tutti fatti che lasciano capire che a fare fuoco sui manifestanti ci fosse quantomeno un altro cecchino o gruppi di cecchini appostati alle finestre dell’Hotel Ucraina.

Maidan: Uomini Autodifesa del Maidan indicano l’Hotel Ucraina. Foto: Giorgio Bianchi
Maidan: combattente dell’autodifesa del Maidan guarda l’Hotel Ucraina. Foto: Giorgio Bianchi

 

Questo fatto è anche documentato in un video della BBC in cui si sente il reporter contare le finestre per suggerire all’operatore dove inquadrare il cecchino appostatoLa storia di Maidan è tutta ancora da scrivere: oggi i rappresentanti di quelle organizzazioni paramilitari neonaziste siedono nel parlamento di Kiev. Bisognerebbe poi ricordare il massacro di Odessa (2 maggio 2014), che ha sancito la fine della “Maidan filorussa”. Un evento assolutamente speculare a quello di Maidan (almeno negli esiti) ma di cui i media mainstream poco o nulla hanno detto. Nel marzo scorso ho intervistato uno dei sopravvissuti al massacro del quale il 2 maggio ricorre l’anniversario. Per avere un quadro più chiaro di quanto sia accaduto in Ucraina e quantomeno capire alcune delle ragioni dei filorussi basterebbe sentire le sue parole o andare su YouTube e vedere anche solo uno delle centinaia di video girati in quel fatidico giorno, e poi fare il raffronto su quanto riportato dai media paragonandolo alla mole di informazioni arrivate da Maidan. Solo questo basterebbe per dare la cifra dello strabismo e del livello di mistificazione al quale i media sono arrivati.

S.I.: Hai detto che la guerra in Donbass è in qualche modo speculare a quella in Siria: alla sovraesposizione mediatica finalizzata alla demonizzazione del governo di Assad corrisponde un silenzio assordante sui crimini del governo ucraino e sulle atrocità commesse dai battaglioni neonazisti ai danni della popolazione civile. Quella in Donbass è una guerra che per i media mainstream semplicemente non c’è. Ovviamente anche tacere i fatti è un modo per manipolare la realtà e influenzare l’opinione pubblica. Tu sei stato anche nel Donbass: cosa non ci dicono?

G.B.: Assolutamente nulla.
Quando dico che vado nel Donbass la seconda domanda è sempre “che ci vai a fare?” (la prima è sempre “cosa è il Donbass e dove si trova?”). Già questo la dice lunga sullo stato dell’informazione sull’argomento e forse risponde esaurientemente alla tua domanda. Il Donbass è un luogo dove si combatte una guerra di trincea molto simile a quelle che hanno visto protagonisti i nostri nonni, una guerra di posizione dove i due eserciti si scontrano per guadagnare o riguadagnare poche centinaia di metri di terreno.
Villaggi che sembravano dimenticati dal mondo sono teatro di bombardamenti quotidiani effettuati con artiglieria pesante e tank. Nel luglio dell’anno scorso, mentre eravamo in uno di questi villaggi a riportare la vita dei miliziani in una delle postazioni di retroguardia, siamo finiti sotto il tiro dell’artiglieria ucraina. Sono stati dieci minuti interminabili durante i quali, rintanati all’interno di un bunker, abbiamo veramente creduto che per noi fosse finita. Uno di quei colpi da 152 mm è caduto a dieci metri dal portone della villetta nella quale ci trovavamo.
Nell’articolo per Difesa Online scrissi “[…] poi in lontananza, quasi impercettibile un doppio pum pum…. Noi si chiacchiera, di lato si gioca, dentro si dorme. E poi due fischi veloci come un rapace in picchiata; striduli come unghie sulla lavagna; violenti come un treno superveloce lanciato a tutta forza su un muro di cemento. Le teste si alzano, il tempo si ferma, il cervello reagisce… Giù ventre a terra nonostante la fotocamera che pende sul petto, nonostante il pavimento di cemento, nonostante non ci sia stato il tempo di capire. Un fischio di tre secondi e poi un boato, un flash abbagliante ed infine una pioggia di detriti ovunque. E poi a seguire un secondo, più forte più crudele, più vicino… Non c’è tempo, il bunker, una corsa, le scale….Nessuno ha pensato. Una sorta di intelligenza collettiva ci ha condotti nel posto giusto… La luce è saltata, siamo al buio, si sgomita… Ci si conta… Ne mancano tre che sono ancora sopra. Ancora un fischio, ancora un boato, tutto trema. L’intonaco cade dal solaio come farina, il comandante corre all’ingresso ed urla verso la casa da dove provengono voci. Poi di nuovo quel maledetto fischio e di nuovo tutti a terra… Il comandante sempre vicino all’ingresso come a voler stare con i suoi soldati rimasti in casa… E poi di nuovo quelle grida e di nuovo quelle urla da sopra. Nel bunker qualcuno si tappa le orecchie, qualcuno prega. Altri due fischi, altri due boati… La morte viene dal cielo e ci cerca….”.
Quest’evento, che segnerà per sempre la mia vita, lì viene vissuto quotidianamente sia dai civili che dai militari. E per l’Europa non succede nulla.
A marzo, mentre ero in visita al volontario italiano presso la sua trincea di prima linea, è successo qualcosa di analogo: questa volta il fuoco era di almeno tre mitragliatrici pesanti. Il video di me che riprendo i proiettili traccianti in arrivo e poi mi butto a terra ha fatto il giro del Donbass, ma soprattutto della Russia.  Sono venuti giornalisti dal primo canale russo per intervistarmi e sono finito in uno speciale della domenica pomeriggio assieme al servizio su Deki, il cecchino serbo che combatte per i separatisti.
In Italia, a parte un’intervista su Sputnik, nessuno si è degnato di riportare il fatto, che avrebbe potuto essere uno spunto per dare un quadro della situazione nel Donbass. Niente, vuoto pneumatico.
Pensa che sul Donbass tra mille difficoltà stiamo realizzando un docufilm assieme ad un pluripremiato regista e due pluripremiati giornalisti. Abbiamo a disposizione un archivio di video e foto che abbracciano un arco temporale di tre anni, eppure non si trova nessuno per finanziarlo, e tieni conto che parliamo di cifre ridicole. Ti fornisco i link (qui, qui e qui) e poi saranno i lettori a giudicare il valore di quello che stiamo facendo.

Maidan: secondo Giorgio Bianchi si è trattato di guerra urbana. Nella foto: “manifestanti” in formazione. Foto: Giorgio Bianchi
Maidan: ancora scene di guerriglia urbana. Foto: Giorgio Bianchi

S.I.: In entrambi i teatri gioca un ruolo fondamentale la Russia. A pochi giorni dall’attentato a San Pietroburgo, preso atto dell’evidente doppio standard utilizzato per le vittime, assistiamo al ritorno a un clima maccartista da guerra fredda. La Russia è il nemico: tutte le notizie appaiono manipolate, tese a dipingere un quadro fosco di repressione e dittatura. Credi che le vicende di cui abbiamo parlato abbiano come fine ultimo un attacco alla Russia e alla sua spinta al multipolarismo?

G.B.: Tutto quello che stiamo vedendo in Ucraina ha innanzitutto lo scopo di separare l’Unione Europea dalla Russia, nient’altro. Gli Americani avevano il terrore che l’Europa, una volta divenuta vero stato federale, si saldasse militarmente ed economicamente con la Russia. Immagina questo scenario: Europa e Russia partner commerciali: i Russi ci forniscono energia e materie prime, noi vendiamo loro prodotti di alto livello, una moneta quale l’Euro per gli scambi commerciali, agenzie di rating europee come nuovo riferimento per la finanza, impegno congiunto per la stabilizzazione del Medio Oriente, banca centrale Europea che emette titoli di debito per mettere a riparo i paesi deboli della UE dalla speculazione finanziaria angloamericana. I paesi del BRICS chi pensi avrebbero seguito in un progetto del genere?
Per l’Europa sarebbero stati 100 anni di benessere garantito. Guarda cosa è successo a Varoufakis  per aver guardato alla Russia per risolvere il problema del debito greco.
Lì si è giocato moltissimo del futuro dell’Europa. Il caso greco poteva dare il via a quella collaborazione di cui ti dicevo. E poi c’è stata la lettera da Washington a Tsipras. Chissà se verrà mai resa pubblica.
La Gran Bretagna, da scaltra nazione quale è, era rimasta col piede in due scarpe, aspettando di capire come sarebbe andata a finire; appena ha capito che questo progetto era fallito si è sfilata.
Chiediamoci perché i governi europei erano e sono ancora spiati dall’intelligence USA così massicciamente: avevano il terrore di uno scenario del genere ed hanno fatto di tutto per sabotarlo.
Anche il fatto di averci fatto accollare i paesi dell’ex patto di Varsavia fa parte del sabotaggio.
Immagina come vedano i Russi il fatto che la NATO li ha circondati di basi in quei paesi che loro ritenevano il cortile di casa. Ricordiamoci cosa hanno comportato in passato i missili balistici ai Cuba. Immagina che succederebbe se i Russi facessero altrettanto in Messico o in Canada o anche solo in Alaska, se fosse ancora di loro proprietà.

S.I.: Questo mestiere ti ha scelto, hai dichiarato, quando la mistificazione della realtà è diventata così evidente che hai deciso di abbandonare il tuo lavoro alle feste e ai matrimoni e sei partito per conoscere e documentare i fatti. Come ti muovi sul campo, sempre che tu possa dircelo? Come si diventa un reporter di guerra? E soprattutto, alla luce delle nostre considerazioni, si può smettere di esserlo? Tu potrai mai tornare alla tua vita normale?

G.B.: Tornerò alla vita normale quando non riuscirò più a sostenermi.
Per fare al meglio questo lavoro ho ridotto al minimo i lavori commerciali con danni ingenti alle mie finanze. Un reportage, anche se fatto alla mia maniera, costa. Il mese scorso nel Donbass ho speso 1600 euro e adesso devo cercare di rientrare e poi guadagnare. Quest’anno per tornare in Siria a maggio e per lavorare al film ho rinunciato alle comunioni (che valgono circa 3000 euro per un mese di lavoro) e ai matrimoni di primavera. Pertanto non guadagnerò e in più spenderò.
I giornali o il web, se accettano di pubblicarti il materiale, te lo pagano cifre che neanche valgono lo sforzo di preparare le foto in un pdf per fargliele visionare. Fare reportage e lavori commerciali insieme non è una strada percorribile, se si aspira a fare entrambi, o anche solo uno di essi, al meglio. Un reportage richiede un lunghissimo lavoro di preparazione a monte, fatto di mail, ricerche di contatti, pratiche burocratiche, studio della situazione.
Per non parlare poi dell’editing del materiale.
Non solo è un lavoro che richiede piena e totale dedizione (con conseguenti ricadute sugli affetti e le amicizie) ma richiederebbe anche la possibilità di avvalersi di collaboratori salariati. Tu capisci che è veramente difficile oggigiorno fare informazione indipendente. Con i soldi guadagnati da una grande firma in un anno io ci farei reportage per dieci anni al ritmo di cinque l’anno.

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Intervista a cura di Barbara Oioli per SakerItalia.it
Fotografie su gentile concessione di Giorgio Bianchi

Maidan: solo i nostri “Dem” non sanno che fu golpe

Da ormai tre anni fautori e detrattori del Maidan si confrontano in una serrata disputa terminologica: fu rivoluzione o colpo di stato? Gli amici “maidanisti” ci fanno notare che i colpi di stato li fa l’ esercito, non la piazza. Quella fa le romantiche rivoluzioni.

Replica: ovviamente le rivoluzioni, come i colpi di stato, segnano un discontinuità istituzionale. Ma conta anche cosa è che si archivia. Quando il moto popolare abbatte un regime aristocratico sostituendolo con un corso liberale come in Francia nel 1789 è rivoluzione. Quando operai e contadini prendono il Palazzo d’ Inverno sfrattando il governo borghese e consegnando il potere a consigli popolari di spontanea formazione (i soviet del 1917) è rivoluzione.

Ma quanto la rivoluzione rovescia una democrazia parlamentare il cui Presidente è stato eletto con procedura “efficiente, trasparente ed onesta” (OSCE, 2010), che rivoluzione è? Prendetevi tutto il tempo per pensarci: non abbiamo fretta. Non è mica una cosa importante, in fin dei conti: ha provocato solo una guerra civile.

Come come? Non vi viene in mente nulla? Volete “un aiutino”? Non c’è che da chiedere. I suggerimenti arrivano proprio dai vostri beniamini, quei signori che tre anni fa espugnarono il Parlamento di Kiev a mazzate, e che per questa prodezza sono portati in palmo di mano da tutti voi difensori della “democrazia europea”. Parliamo ovviamente dei leader Maidanisti, che hanno preparato la frittata con le loro mani, e che sono ovviamente i primi a sapere di aver rotto le uova della legalità democratica, una consapevolezza che non li lascia (comprensibilmente) sereni.

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2012: Porosenko ministro del governo Azarov, del Presidente Janukovich

Prendiamo ad esempio il caso di Willie Wonka Poroshenko che, assise le robuste terga sulla poltrona già calcata dal quasi altrettanto robusto posteriore del predecessore, fu il primo ad apprezzarne, per così dire, il punto di vista. Ovvero si rese conto che il precedente stabilito con il siluramento di Janukovich creava nella cosiddetta costituzione materiale una nuova procedura di impeachment (oltre a quella  codificata dagli art. 108 e 111 della costituzione formale), ovvero quella giustificata dalla “fuga”. Di solito un Presidente fugge quando tentano di fagli la pelle, e quindi stabilire che la fuga è legittimo motivo di decadenza dal titolo presidenziale equivale a disegnare un enorme bersaglio sulla fronte di chi se ne fregia: Poroshenko potrà anche non essere un costituzionalista raffinato, ma di certo è secondo a pochi nell’ intuire le potenziali minacce ai suoi interessi. Per cui quando la (nuova) Rada votò (nelle varie colorazioni ultra nazionaliste) per far decadere Janukovich dal titolo di Presidente, Poroshenko impugnò la legge avanti la Corte Costituzionale chiedendo “riconoscersi che la legge del 4 febbraio 2015 sulla rimozione del titolo presidenziale a  Viktor Yanukovych è incostituzionale.”. Ovvia implicazione: incostituzionale era pure stata la sua deposizione, votata dallo stesso Poroshenko, che ad essa doveva la poltrona. Ricorso attualmente pendente: la Corte Costituzionale non ha a quanto pare fretta di pelare questa gatta.

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Lutesenko con la moglie nel 2013: al tempo studiava il sistema dall’ ineterno: lei gli portava le arance, oggi è parlamentare

Anche Yuri Lustenko, il Procuratore Generale con esperienza maturata sul campo (conosce le carceri avendo visto il sole a scacchi), il fedelissimo Dzerzhinsky in vyshyvanka incaricato dal regime di Poroshenko di organizzare i processi politici, sta segnando al suo attivo, sul versante Janukovich, un’ ottima strisciata di autogol. Ad esempio trascinando davanti al Tribunale cinque membri della polizia antisommossa Berkut, colpevoli di aver tenuto fede al proprio giuramento: processo in cui il Tribunale ha ammesso la testimonianza in videoconferenza di Janukovich che ha potuto così approfittare di una insperata tribuna per mettere a nudo le piccole sporche verità che Kiev ama dimenticare. Qualche settimana dopo  la Procura ha poi dato impulso al processo a carico dello stesso Yanukovich, imputato di tradimento delle funzioni presidenziali per avere, il 1  marzo 2014, scritto una lettera Putin chiedendo “di utilizzare le Forze Armate della Federazione Russa per ripristinare lo stato di diritto, la pace, l’ordine, la stabilità e la protezione della popolazione Ucraina”. Piccolo problema: se Janukovich era stato legalmente deposto il 23 febbraio come può avere tradito nell’ esercizio delle sue funzioni il 1 marzo? Non c’è dubbio che sarà un processo divertente.

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Tyrchinov: “avrei costretto Yanukovich alle dimissioni”

Peraltro questo non è l’ unico imbarazzo provocato dalle macchinazioni giudiziarie di Lutsenko. Lo show regalato dalla Procura a Janukovich ha permesso al Presidente deposto di accusare Oleksander Turchinov di aver tentato di ucciderlo durante la sua fuga verso la Russia dopo la rottura, da parte dell’ opposizione, degli accordi del 21 febbraio. Turchinov, che dopo il putsch aveva assunto la carica di Presidente ad interim, e che ora sovraintende la sicurezza nazionale, ha ritenuto di replicare all’ accusa con una lunga intervista al sito internet nazionalista censor.net. Ovviamente così facendo ha complicato le cose. Racconta Turchinov a Zensor

Yanukovich si è lamentato in diretta del fatto che io avrei cercato di ucciderlo, fermando l’elicottero sul quale stava cercando di lasciare il paese. La verità è che io stavo cercando di catturarlo, per portarlo a Kiev. Il problema è che c’era un intoppo legale: la nostra legislazione non prevede la fuga del Presidente.Secondo la Costituzione il Presidente può morire, ammalarsi, impazzire, si può dichiararlo inadatto, infine si può dimettere. Ma la Costituzione non parla di “fuga presidenziale”. Per questo motivo per me era importante catturare e portare a Kiev Janukovich. Avrei trovato  buoni “argomenti” per convincerlo a scrivere una dichiarazione di dimissioni volontarie, poi lo avrei mandato al carcere di Lukyanovka, in attesa del giusto verdetto del Tribunale per i suoi crimini.  

Cari amici innamorati del governo di Kiev: poteva il vostro Oleksander essere più chiaro? “Sapevano che Janukovich era ancora Presidente, quindi volevamo catturarlo per costringerlo con la tortura a rassegnare le dimissioni volontarie”. Gran pasta di democratico, nevvero?

Nei piani alti di Kiev, come si vede, tutti sanno quello che è successo nel febbraio del 2014: un sovvertimento violento e incostituzionale della legalità democratica. E ormai, frettolosamente sicuri dell’ immunità, lo dicono apertamente. Quanto al popolo, dopo tre anni di lavaggio del cervello, con l’ SBU alla porta, la maggioranza del sud est continua a rispondere ai sondaggi: si trattò di un golpe.

Gli scrupoli restano solo alle nostre latitudini, da parte dei sostenitori del “sogno europeo”. E’ passato tanto tempo ed una guerra civile, ma ancora ci stanno pensando: sarà stato colpo di stato o rivoluzione? Pensateci con calma, amici, non vi mettiamo fretta. Mentre ci pensate, il tempo galantuomo (e certi vostri beniamini che galantuomini non sono) ci stanno mostrando chi sono i veri spacciatori di bufale.

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articolo di Marco Bordoni per sakeritalia.it

 

 

DDL Gambaro: arriva la Censura online

Se foste stati eletti nelle liste di un movimento nato e cresciuto online, se poi fossero successi incidenti, vi avessero espulsi e aveste occupato la legislatura in un lungo pellegrinaggio fra i più cangianti gruppi parlamentari (Misto, Gruppo Azione Partecipazione Popolare, Italia Lavori in Corso…) per poi approdare alla corte di Denis Verdini (sì, il gruppo di Ascari inviati da Berlusconi in missione dall’altra parte dell’emiciclo per tenere in vita i vari governi del PD)…

Se aveste votato la fiducia a qualsiasi ipotesi di governo avesse il coraggio di presentarsi alle camere, e se nonostante questo, a legislatura ormai agli sgoccioli, vi trovaste senza una reale possibilità di essere ricandidati, cosa fareste?

Mettereste la faccia su un disegno di legge che abolisce la libertà di espressione imponendo la censura sui nuovi media? La risposta dipende evidentemente da molti fattori, fra cui il vostro appetito, il vostro amor proprio, ed ovviamente la qualità della vostra faccia. La senatrice Gambaro, per fare un esempio, ha questa faccia qui:

Sono simpatica e innocua: salvo per il fatto che vi tolgo il diritto di espressione

Prendiamola alla larga. Con sentenza n. 54.946/16 la Corte di Cassazione ha stabilito che risponde penalmente il gestore del sito internet che consente la pubblicazione di un commento dal contenuto diffamatorio nei confronti di terzi. Diciamo questo per sgombrare ogni dubbio: gli strumenti legali per difendere i diritti fondamentali delle persone esistono già, e sono tranquillamente applicati dall’ordinamento. Ma qui non si sta parlando, evidentemente, di questo.

Quello uscito dal cilindro ieri è un disegno di legge (che vi invitiamo a consultare tenendo un sacchetto assorbente, di quelli che si trovano in areo infilati nel sedile davanti, sotto mano, cliccando qui) la cui unica finalità è quella di ammazzare ogni critica e di consolidare un nuovo autoritarismo.

Riassunto degli ultimi 30 anni per i distratti: fine dell’URSS, offensiva del capitale sul lavoro, tradimento dei chierici della sinistra parlamentare ed extraparlamentare convertitasi al dogma Liberismo & NATO & Unione Europea & Euro, esplosione del debito pubblico, esplosione del debito privato, disintegrazione della compagine sociale, vi facciamo paura “arriva Putin!” ma dopo un anno non se la beve più nessuno. Ci siete? Avete vissuto nello stesso mondo in cui ho vissuto io? OK, andiamo avanti.

Oggi siamo al punto in cui se tanto tanto il cittadino capisce quello che è successo (e lo può fare solo online, visto che i media mainstream sono una versione glamour del Volkischer Beobachter), si organizza e vota anche Attila pur di punire i responsabili del disastro. Contromisura: impedirgli di votare (vari papocchi elettorali con premi, sbarramenti e magheggi assortiti) impedirgli di informarsi (un saluto alla senatrice Adele) e, quando poi ci saranno le sommosse (perché ci saranno, anche se noi non ce le auguriamo*) esercito europeo. In due parole: regime e repressione. Tutto chiaro? Speriamo di si.

E’ il momento di entrare nel merito. Siamo di fronte ad una proposta di legge che entrerà in vigore fra tre mesi, fra un anno o mai a seconda del grado di priorità che le verrà assegnato dal governo, che non si è ancora espresso sul punto. Visto che questo testo è un mostro giuridico da competizione mondiale, possiamo contare sul fatto che nel corso dei lavori parlamentari cercheranno di pettinarlo, di fargli indossare un frac, e di presentarlo come un affabile gentiluomo. Nella sostanza, però, repressione era e repressione rimarrà.

Sarà importante la reazione che la cittadinanza riuscirà a dispiegare alla notizia e che verrà certamente misurata dai reali promotori (per trovare i quali bisogna partire dalla Senatrice Adele -acqua- salire alla Presidente Boldrini -acqua- e poi al Parlamento Europeo -fuochino- al Partito Democratico USA -fuoco- all’establishment che gestisce il mainstream -fuochissimo-). Se sarà fiacca prenderanno coraggio, se sarà veemente rimetteranno con gesto elegante il topo morto nella tasca da cui è uscito (quella della Senatrice) e diranno che scherzavano.

L’impianto del progetto di legge si basa sostanzialmente su tre articoli:

Art. 1: € 5.000 di multa per chi pubblica “attraverso piattaforme informatiche” (quindi non organi di stampa ufficiali: la chiameremo clausola salva Goracci) notizie “false, esagerate, tendenziose, che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi”. Capito? L'”esagerazione” e la “tendenziosità” diventano reati. Sull'”antipatia” stiamo lavorando… ah già. Sull’antipatia non si può o finisce dentro tutta la maggioranza parlamentare.

Art. 2: € 5.000 di multa e minimo 12 mesi di reclusione  anche per “chiunque… svolga una attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica, anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme informatiche”. Montepremi raddoppiato (€ 10.000 e due anni di reclusione) per le campagne volte a “minare il processo democratico, anche a fini politici” (chi sa quali altri fini ci dovrebbero essere per minare il processo democratico… fare colpo sulla fidanzata?).

Art. 4: obbligo di comunicazione al Tribunale e di pubblicità della identità del responsabile del sito, ovvero il soggetto poi destinatario delle attenzioni di cui agli art. 1 e 2 (senza esclusione della responsabilità di eventuali autori terzi).

In sostanza: se passa questa roba, la controinformazione è finita, morta, kaputt.

E’ sempre divertente vedere dispiegarsi nella pratica il paradosso filosofico a monte di tutto il progetto europeo (ne abbiamo parlato qui): quello di una struttura che pone il rifiuto di qualsiasi verità trascendente come pietra fondante della propria architettura che poi si arrabatta per affermarsi come  unica detentrice della verità e quindi reprimere tutto ciò che le si oppone. In questo caso ecco i “democratici” alla presa con la creazione di reati orwelliani intesi a punire “opinioni che se pur legittime rischiano di apparire più come fatti che come idee” (relazione introduttiva), “informazioni atte a fuorviare l’opinione pubblica”, “campagne d’odio e miranti a minare il processo democratico anche a fini politici”. Non ci vuol certo un consigliere di Cassazione per capire che si tratta di una pietanza avvelenata, cucinata per ammazzare la libertà di opinione assieme la principio di legalità [spiegone tecnico: il nostro sistema si basa(va) sul principio di legalità, a sua volta articolato nell’obbligo di tassatività e determinatezza della norma penale. La determinatezza concorre a chiudere l’insieme dei reati, impedendo al Giudice di crearne di nuovi in via interpretativa. La tassatività vieta al Giudice di ricorrere a strumenti che consentono l’applicazione delle norme penali al di fuori delle fattispecie astratte descritte dalle stesse, ossia il divieto di analogia. Fine della tassatività e della determinatezza, fine della legalità, fine della democrazia].

Ora abbiamo due problemi. Primo: vi immaginate il trattamento che riceverebbe sulla nostra stampa un parlamentare, diciamo Turco o Russo che presentasse una proposta di legge del genere? Fine del mondo. Quindi in linea torica dovremmo aspettarci una levata di scudi proprio dagli operatori “ufficiali” dell’informazione, le vestali della democrazia. Questa levata però non ci sarà. Perché questa norma fa l’occhiolino in modo osceno ai giornalisti della stampa tradizionale, garantendogli una sorta di esclusiva ai remi della galera informativa a cui sono stati condannati. Da loro non possiamo attenderci alcun sostegno. Con le solite eccezioni che si contano sulle dita di una mano e che confermano la regola, gli sventurati risponderanno.

Secondo problema: se non facciamo molto rumore adesso il regime fa un passo avanti determinante nella sua affermazione. Se c’è una cosa che abbiamo imparato da questa storia è che l’informazione online è potente e fa paura. Utilizziamo questo potere: condividiamo questa informazione ed il nostro sdegno con tutti i mezzi in nostro possesso. Facciamogli capire che il prezzo in credibilità da pagare per toglierci il diritto al dissenso è troppo alto per le loro tasche, già da anni vuote, visto che questa moneta se la sono giocata tutta sulla roulette di Bruxelles. Condividiamo, commentiamo, dibattiamo in pubblico, in privato ed anche online. Oggi la lotta per la libertà si fa anche così. Ce lo stanno dicendo loro.

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Articolo di Marco Bordoni per SakerItalia.it

*specificazione ad usum del censore prossimo venturo;

Donne, fuggite! Arriva Putin Barbablù!

In Russia picchiare le donne non è reato. Lo ha stabilito una nuova legge di Putin. Ma questo lo sapete già: negli ultimi giorni il panzanificio mediatico internazionale lo ha ripetuto con tale frequenza che ormai non c’è al mondo una sola coscienza aperta&progressista che non frema di sdegno di fronte all’ennesima malefatta del boia del Cremlino.

Godetevi i titoli degli articoli (senza leggerli, che tanto che c’è scritto ve lo dico sotto). Corriere: Russia, picchiare la moglie non è reato Depenalizzata la violenza in famiglia; La Stampa: Russia, picchiare le Mogli non sarà più reato; Il Fatto Quotidiano: Russia, approvata la legge che depenalizza la violenza domestica. “Condizione per creare famiglie forti”; Repubblica: Mosca, picchiare mogli e figli non sarà più reato;  Vanity Fair: Russia, picchiare la moglie non sarà più reato; Il Manifesto: La famiglia degli uomini forti.

Nulla di originale, sia chiaro: tutto materiale tratto dal New York Times o dal Guardian: quando su questi campioni di imparzialità anglo sassone compare una frottola russofoba, i segugi nostrani ci si avventano, pronti a ricamarci capolavori lievemente sospesi fra il plagio e la parafrasi.

Dicevamo il contenuto, che è uguale in tutte le salse:

  1. notizia dell’approvazione alla Duma di una legge che dà ai mariti Russi licenza di uccidere;
  2. dichiarazione apparentemente demenziale di un apparatchik (gettonatissimi Yelena Mizulina  di Russia Giusta, che ha proposto l’emendamento, e  il Presidente della Duma Volodin) rei di essersi espressi, guarda un po’, a favore della legge che hanno votato;
  3. denuncia di una testimonial dal colorato mondo degli attivisti filo occidentali: Marina Pisklakova – Parker (donna dell’anno – edizione russa rivista “Glamour” 2013) del “Centro di Informazione Metodologica Anna” “unico telefono dedicato alle donne in Russia”;
  4. fritto misto di cifre un po’ figlie di nessuno ed un po’ pescate in un  “rapporto (da brivido) delle Nazioni Unite”: 14.000 donne ammazzate dai mariti all’anno, 40 al giorno!
  5. pregiudizi e stereotipi razzisti assortiti sulla Russia e sui Russi (violenza, alcool, maschilismo) mascherati da riflessioni sociologiche;

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    Marina Pisklakova

A me andrebbe anche bene così, diciamolo. Se la brava gente anti razzista ha bisogno di credere che ci sia un posto sulla terra dove gli uomini sono tutti bruti ubriachi e violenti, se i “mentalmente aperti” vogliono trastullarsi con l’idea che esista l’inferno ed il demonio regni al Cremlino, se i pacifisti democratici credono coerente gridare ai quattro venti che questi barbari Russi dovranno assaggiare, volenti o nolenti, il randello della nostra democrazia… Beh, per me è ok.

Ma visto che questi campioni di pensiero corretto hanno appena finito di cuocerci le uova  annoiarci a morte con la minaccia “fake news”, minaccia per la quale sono stati addirittura invocate censure orwelliane, allora anche io voglio togliermi qualche sassolino, fare le pulci, dire la mia E’ per questo che ho fatto qualche ricerca su internet con il traduttore automatico consultato il team di politologi e giuristi russi che l’  FSB mette a disposizione di Saker Italia, e sono giunto ad accertare quanto segue:

–> fact check mode: on cinque domande (e cinque risposte) sulla nuova legge russa

[avvertenza: questa parte dell’articolo potrebbe contenere informazioni. Sconsigliato a russofobi, debunkeratori a senso unico e giornalisti MSM] <–

  1. In Russia è permesso picchiare mogli e figli? Giudicate voi. Non solo nel codice penale russo non esiste nessun attenuante per il caso di lesioni inferte da famigliari, ma la Legge Federale 323 del 2 luglio 2016 ha introdotto una nuova ipotesi di reato relativa alle azioni violente che non abbiano causato lesioni. La riforma dell’art. 116 c.p. (“percosse”) ha ristretto l’ambito di applicazione della norma previgente (che si applicava a tutti indistintamente) ai soli componenti il nucleo famigliare, ed ha inasprito le sanzioni fissando come pena la reclusione fino a due anni. Ovvero oltre la soglia della punibilità d’ufficio. Per dirla in altro modo: mentre fino all’estate scorsa chi dava uno schiaffo a qualcuno (senza prognosi clinica) veniva punito con una multa, la “legge delle sculacciate” ha creato ceffoni di serie A e di serie B: quello dato al collega di lavoro, al vicino di casa, al rivale in amore è depenalizzato, mentre quello allungato al famigliare è punito d’ufficio con 2 anni di galera!  Poca sorpresa che la legge abbia trovato, oltre che estimatori, anche detrattori (sono state raccolte 200.000 firme in pochi mesi per chiedere la sua abolizione) e che la Duma stia provando a metterci una pezza, facendo passare un emendamento che ne mitiga il rigore applicativo stabilendo il requisito della continuità della condotta: nessuno incarcererà più una madre che ha allungato una sberla alla figlia diciassettenne che aveva rubato tutti i risparmi di famiglia per giocarseli al bingo (perché è questo che sta succedendo… e la figlia, pentita, non ha potuto ritirare la denuncia, essendo il reato procedibile d’ufficio). Quindi per la prima violazione: sanzione amministrativa. Ma dalla seconda in poi: guai seri al famigliare violento.
  2. Vorreste farci credere che in Russia la legislazione è rigorosa come in Italia? No. In Russia attualmente la legislazione a tutela dei famigliari è più rigorosa che in Italia, e lo resterà anche se verrà approvato il famigerato emendamento. E’ vero che il nostro codice (art. 572 c.p. “maltrattamenti contro famigliari e conviventi”) prevede pene più severe (reclusione da due a sei anni), ma non punisce la singola condotta o il singolo episodio. Il diritto vigente è chiaro: per la singola sculacciata in Italia non si rischia nulla (si veda questo commento giurisprudenziale) visto che il reato di percosse (art. 581 c.p.) è stato depenalizzato. Ci deve essere la continuazione (ovvero esattamente il principio che la Duma vorrebbe introdurre in Russia). Ad ogni modo la sanzione russa per il singolo episodio è (due anni di carcere) e resterà (sanzione amministrativa) più severa di quella italiana (nulla).
  3. E allora perché le attiviste dell’ “unico telefono rosa di Russia” denunciano con tanta forza questa legge? Perché i giornalisti occidentali si rivolgono solo a sparaballe a gettone fonti non verificate. La signora Marina Pisklakova Parker è l’ennesimo esponente della cosiddetta “società civile” russa con una lista senza fine di collaborazioni con “fondazioni” atlantiche, cui i media occidentali attribuiscono tutto il credito che il pubblico russo nega. Guarda caso la sua ONG (centro informativo metodologico Anna) è finita dritta dritta nella lista di “agenti stranieri” del Ministero della Giustizia Russo, associazioni finanziate dai soliti generosi benefattori “colorati” occidentali. Ad oggi non si conoscono i dettagli del procedimento di iscrizione nel registro degli inoagenti, quindi non si sa chi abbia finanziato Anna, anche se i sospetti puntano sulla Fondazione Ford e sull’Unione Europea. Se ciò fosse vero, si avrebbe il solito schema: enti governativi e no profit occidentali finanziano associazioni che operano nei paesi “bersaglio” non solo per destabilizzarli, ma anche per “ricevere” una immagine negativa con cui nutrire i propri media ed addomesticare l’opinione pubblica con i ricorrenti 5 minuti di odio a mezzo stampa. Nihil sub sole novum.
  4. I dati ONU però parlano chiaro: 14.000 donne uccise all’anno! 40 al giorno! Non è forse una catastrofe? Lo è. O meglio: lo sarebbe se quelle cifre fossero solo minimamente verosimili. Ma c’è un problema: si tratta di numeri del tutto inventati. Primo: non li ha dati l’ONU. Sono contenuti in un rapporto pubblicato, è vero, nell’archivio delle Nazioni Unite, ma il cui autore è … il solito Centro Anna di Marina Pisklakova! Quanto ai 14.000 uxoricidi all’anno, premesso che (in Russia come in Italia) non esistono statistiche che dividano gli omicidi per movente, se consultiamo i dati federali relativi al 2015 (ultimo anno disponibile), scopriamo questa cosa qui:
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Cause di Mortalità nella Federazione Russa, 2015

Nel 2015, in Russia, gli omicidi sono stati 11.689. In tutto. In qualunque circostanza (dalla rapina finita male al duello rusticano) contro qualunque vittima (uomini, donne, bambini) per qualunque motivazione (economica, razziale e poi si, certo, anche violenza famigliare). Nel 2009 le vittime di omicidio di sesso maschile in Russia erano il 77% del totale. Assumendo per comodità che la proporzione sia rimasta grosso modo invariata, abbiamo circa 2.700 vittime donne per ogni causa di morte.  Capito perché chi parla di 40 vittime al giorno di violenza famigliare (14.000 l’anno) mente per la gola?

Però Putin è maschilista e quindi il suo governo agevola questo tipo di delitti! Queste sono opinioni e, come noto, ognuno la le sue. Però, a fianco alle opinioni, ci sono anche i fatti. Consentitemi di citarne qualcuno: in primo luogo vorrei ritornare al dato sugli omicidi in Russia, mostrandovi questo grafico qui. Rappresenta il numero di omicidi in Russia e in alcuni paesi occidentali dal 1950 al 2010.

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Omicidi per 100.000 abitanti / anno 1950 – 2010

Ovviamente si tratta di un dato non direttamente attinente: qui non si parla di violenza famigliare, ma di violenza della società nel suo complesso. E tuttavia, visto che vogliamo dare un giudizio sul corso putiniano, bisogna tenere buon conto del fatto che non solo durante tutto questo quindicennio gli omicidi sono crollati da oltre 30.000 a meno di 10.000 (se  le proiezioni del 2016 saranno confermate), ma che tutti i parametri di violenza sociale sono stati abbattuti in misura simile, così come il consumo di alcool, che è sceso negli ultimi 10 anni da 18 a 10 litri annui pro capite. Processo, si badi bene, che è continuato negli ultimi anni nonostante la crisi economica del 2013-2016. E’ lecito o no ritenere che di questo enorme miglioramento si siano giovate le parti socialmente più deboli (donne e bambini)? Ovviamente lo è.

L’intera società russa ha beneficiato di una stabilizzazione e di un rasserenamento che ha sensibilmente migliorato la qualità dei rapporti interpersonali, fuori dalla famiglia e dentro la famiglia. Detto questo, va aggiunto per buona misura che Putin si è espresso contro la “legge di Putin” sulla “legalizzazione delle violenze domestiche”: “ci sono altri modi per educare i bambini” ha detto a chi gli chiedeva cosa pensasse delle sculacciate. Ma questo ai nostri giornali, ovviamente non interessa: come sempre ha stato lui.

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Sono anni che frequento la Russia ed ho ovviamente sentito parlare di episodi di violenza famigliare. Ma va detto che ho sentito parlare di episodi simili anche in Italia. E va detto che i casi a me noti sono relativi al periodo liberal, quella stagione meravigliosa in cui la Russia (a sentire i nostri intellettuali) stava per ricongiungersi alla “famiglia europea” (sì, esatto, è la vetta nel grafico del numero di omicidi che ho mostrato sopra).

Poi, circa dieci anni fa, la società russa ha preso a cambiare. Oggi non solo gran parte dei giovani uomini ha una sensibilità diversa e rispetta le donne, ma alcuni aspetti della tradizione (orrore !) non sono stati persi e i maschi russi rimangono più galanti. I Russi sanno cos’è l’educazione: non si sognerebbero mai di lasciare una donna incinta o un anziano in piedi a fianco ad uomini seduti. Gli uomini Russi sono spesso gentili, educati e premurosi con le loro signore come ormai molti Italiani hanno smesso di essere. Ma questa è, ovviamente, una opinione personale, che prenderete come tale.

I monopolisti delle fakenews, da parte loro, la pensano diversamente, e preparano queste polpette avvelenate per gli stomaci mai sazi dei loro accoliti, che si precipitano a vomitare razzismo nei commenti alla fine degli articoli e sui social. E il bello è che questi produttori all’ingrosso di scemenze e stereotipi si ritengono la crema dell’antirazzismo. Bravi così. Ma non pretendano di censurarci mostrando un’ attestazione autocertificata di superiorità morale: quell’attestato è falso come tutto ciò che scrivono. E noi glielo lo dimostriamo, su queste pagine, ogni giorno.

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Articolo di Marco Bordoni per sakeritalia.it

Crociata anti Bufala: situazione tragica ma non seria

Dimostrazione pratica della differenza fra una svista ed una bugia consapevole da un testimonial d’eccezione: Vittorio Zucconi

La solita armata Brancaleone di eurocrati inetti, giornalisti pinocchi, intellettuali liberal, si prepara per l’ennesima crociata. Questa volta l’obiettivo sono le bufale, le fake news come va di moda chiamarle. Un calderone in cui vengono abilmente mescolate le notizie false consapevolmente spacciate per vere dai cacciatori di click, quelle semplicemente non verificate, quelle vere e verificate ma colpevolmente omesse dai media mainstream e le semplici opinioni dissenzienti. Un caos da cui non può palesemente venire alcunché di buono.  La domanda da porsi, tuttavia, come sempre quando si tratta dai miasmi usciti da queste cucine, non è tanto se si vi sia motivo di sperare (non c’è mai) quando se si debba temere e correre ai ripari.

Diciamo subito che non c’è preoccupazione a breve termine. Se però contestualizziamo questa brillante idea (la guerra alla bufala) con tutte le altre iniziative di limitazione della libertà di stampa e di espressione in corso ed in fieri, se poi leggiamo il tutto sullo sfondo degli sviluppi politici in atto nelle nostre società, dobbiamo concludere che motivo di preoccupazione esiste eccome. Cerchiamo di capire perché.

La guerra al fake oggi: chiacchiere e petardi bagnati. 

Si è parlato di fake news in quattro occasioni: la stampa USA e alcuni politici europei hanno chiesto un intervento censorio a Facebook, la Camera dei Deputati Italiana ha organizzato un incontro con noti debunkers, il Presidente dell’Antitrust Pitruzzella ha rilasciato una discussa intervista al Financial Times e le autorità tedesche e ceche hanno annunciato la costituzione di “commissioni antibufala”. Tutto questo nel giro di un mese: è evidente che qualcosa bolle in fondo al calderone della cucina liberal, ma quello che è salito in superficie è, ad oggi, davvero poco.

Facebook: accusato dalla stampa (peraltro senza uno straccio di prova) di aver avvantaggiato Trump, Zuckemberg ha sulle prime risposto come si conviene al proprietario di un’azienda che, a causa della sconfitta della Clinton (su cui aveva massicciamente puntato), ha perso il 7% del suo valore: “siete matti?”(letteralmente).

Qualche giorno dopo, però, un pazzoide ha sparato una sventagliata di colpi di arma da fuoco in una pizzeria di Washington, il Comet Ping Pont, protagonista di una storiella cospirazionista circolata sui social prima delle elezioni (è qui, dicono questi credibili resoconti, che Hillary Clinton e John Podesta avrebbero mercanteggiato neonati per sacrifici umani & satanic parties). (Si, stiamo parlando di questo). (E, certo: se questi snob annoiati non frequentassero davvero le demenziali cene a base di piscio e sperma fritto di sedicenti artiste serbe fuori di testa, nessuno presterebbe attenzione a questi fake).

Comunque, nonostante la sparatoria non abbia provocato feriti o vittime, i meglio giornalisti della stampa mondiale ci hanno ricamato un po’ su ed hanno caricato sul groppone di Mark la responsabilità del fattaccio, così che Facebook è sceso a più miti consigli, annunciando, con un comunicato, la propria intenzione di creare un sistema di “spunte” per segnalare le notizie “non verificate”.

Laura Boldrini Presidente della Camera. E nonostante questo la gente non capisce ancora quanto danno possano fare le bufale online.

Peggio la pezza del buco: non solo la “verifica” studiata da Facebook dovrebbe essere fatta a cura di media mainstream farciti di panzane e totalmente screditati, ma l’intera operazione sarebbe gestita da The Pointer Institute, una realtà immediatamente denunciata da Zerohedge come emanazione della galassia Soros. Si è già capito, in definitiva, che i “controlli” di Facebook, se mai esisteranno, saranno o del tutto ininfluenti, o esercitati da soggetti talmente compromessi che l’effetto finale potrebbe essere l’esatto opposto di quello sperato.

La Guerra di Laura: Poteva mancare la Presidente Laura Boldrini, madrina honoris causa di qualsiasi iniziativa controversa dell’emisfero nord? Non poteva. E così alla Camera dei Deputati si è tenuto il famoso incontro sulle fake news già da tempo annunciato dalla Presidente e dalla stampa al seguito con grande fanfara: presenti giornalisti, debunkers, tuttologi assortiti. Unica, scontata, conclusione: Laura Boldrini, il politico italiano che più ha basato la propria notorietà sulla provocazione e sulla ricerca della reazione scomposta, una personalità di cui tutti ignorerebbero l’esistenza se non fosse per le sue dichiarazioni  che paiono pensate apposta per provocare regolarmente uno strascico di polemiche online sui social, una che, in sostanza, dovrebbe ringraziare il cielo per ogni bufala che gira sul suo conto, ha ricevuto il serto del martirio dai meglio cacciafrottole de noartri. Fine del teatrino.

Pitruzzella goes to Hollywood: Un giorno di fama mondiale l’ha avuto anche il Garante dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, sparato da Palermo alla redazione del Financial Times a pontificare sulla creazione di una Super Agenzia Europea (una specie di orgasmo dell’eurocrate) che dovrebbe “riconoscere le bufale, rimuoverle e fare multe, se necessario”. La lotta alla bufala, sostiene Pitruzzella, non può essere lasciata a Facebook perché (lo ha detto veramente!) “il controllo delle informazioni non è compito per entità private. E’ storicamente compito dei poteri pubblici” (ad esempio, in Italia, del Minculpop). Purtroppo per Pitruzzella il suo sogno orwelliano, sempre che sia realizzabile, avrebbe bisogno di una costruzione legale ed organizzativa ad oggi del tutto assente. Del resto il fondo scritto ieri dallo stesso Pitruzzella per il Corriere della Sera (un estratto qui) denuncia chiaramente che il Nostro non ha la più pallida idea di ciò di cui sta parlando (basti dire che viene evocata come esempio attinente la tragica vicenda di Tiziana Cantone) e declassa la sua intervista da macchinazione totalitaria a eccessivo consumo di Nero d’Avola al pranzo di Santo Stefano.

Fake & Krauten: si è parlato molto, negli ultimi giorni, anche del progetto del Governo Tedesco di mettere assieme una unità di contrasto alle false notizie prima delle prossime elezioni (e pazienza se il vero problema del governo tedesco non sono le notizie false, ma quelle vere, come il Rapporto sulla Povertà recentemente censurato).

E’ grande, ha le orecchie a punta , parla tanto e sgrammaticato, ma non è un Troll Russo.

Si tratterebbe, in ogni caso, di iniziative non coercitive, completamente ignorate dall’opinione pubblica, come il mitico account Twitter @EUvsDisinfo, un ridicolo ricettacolo di video demenziali su come scoprire i troll russi (sono grandi e verdi, hanno le orecchie a punta, scrivono tanto ma sbagliano i congiuntivi) e di articoli “obiettivi” scritti da think tank collaterali alla NATO. Il classico tipo di spesa pubblica per una propaganda ottusa con l’unico prevedibile effetto di fare infuriare i contribuenti.

In conclusione: per ora, calma e gesso. Non sta succedendo nulla. Eppure la Crociata contro le Bufale è inquietante. Per due motivi. Uno riguarda l’occidente nel suo complesso, l’altro l’Unione Europea.

Ennesimo sintomo della crisi dell’occidente.

Prima di tutto questa ennesima allucinazione mediatica è il segno definitivo dello scollamento in atto fra le elite e le masse in tutto l’occidente. Il processo è ormai chiaro e probabilmente irreversibile.

Vivete su Marte o a Strasburgo? Ecco il riassunto. Dopo la fine della guerra fredda, dopo la cosiddetta “fine della storia” marcata dal trionfo del liberismo, politica ed informazione hanno marciato al passo scandito dall’economia.  In un primo momento le masse si sono accodate, perché ingannate sulla natura del processo in atto e sedotte dal fogno del desiderio infinito di consumo.

In quegli anni l’informazione, con la collaborazione di uno stuolo di “tecnici” a gettone, si è giocata tutta la sua credibilità spacciando menzogne sulle provette di Colin Powell, sulle armi di distruzione di massa di Saddam, sulle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Europea, sulla efficienza dello stato minimo e sulle meraviglie dell’immigrazione incontrollata. Nel frattempo la politica si è suicidata rinunciando a progettare il futuro e consegnandosi a piazzisti ed esperti di marketing che hanno gareggiato nel consegnare ai privati tutte le leve di comando della società. Ma poi, con il passare del tempo, si sono riscossi i dividendi del liberalismo: guerra, disuguaglianza, rapina, povertà, caos. Gli yesman nelle istituzioni hanno fatto sempre più fatica a imbellettare il maiale, e i media a spacciarlo per una bambola da sogno. Alla fine, nel 2016, dopo 25 anni esatti di trattamento all’olio di ricino, la corda si è spezzata: le masse si sono rese conto che i rappresentanti hanno tradito il mandato e l’informazione le ha ingannate ed hanno disertato.  Brexit, Trump, referendum italiano. Un solo, assordante, messaggio: non vi voteremo mai più! 

La rappresentazione visiva della fine della stampa occidentale.

In teoria questi tre sonori, inequivocabili ceffoni avrebbero potuto produrre un ripensamento. Certo, le elite avrebbero dovuto riconoscere la responsabilità della catastrofe, cambiare rotta, fare autocritica, ma cavalcando le sacrosante richieste dei popoli si sarebbero potute salvare: in fondo gli specialisti sopravvivono ad ogni rivoluzione. Era una strada percorribile? Io credo lo fosse. Comunque ormai è chiaro che non si andrà in questa direzione.

Ciò che invece è successo e a cui stiamo assistendo è un avvitamento, un arroccamento, una chiusura suicida. La politica ha concluso che se gli elettori non votavano le riforme il problema è che le riforme non erano abbastanza numerose e traumatiche. Hanno deciso che la soluzione è più riforme. Le teste d’uovo della informazione tradizionale, da parte loro, hanno pensato che se la gente non legge più un giornale nemmeno ad infilarglielo sotto la porta di nascosto, nottetempo, non è colpa del fatto che la carta stampata è piena di frottole, ma che le frottole non sono abbastanza numerose, o abbastanza fantasiose: “Putin non solo non li spaventa più, ma li entusiasma?” paiono aver pensato. “Potremmo inventare gli hacker, o i bufalari. O magari gli hacker bufalari di Putin! E quando arriveranno a commentare i nostri pezzi sommergendoli sotto tonnellate di pernacchie e di insulti potremmo invocare l’intervento delle autorità. Chiamare la forza. Si, può funzionare!”. Questo devono aver pensato. Pare di vederli.

Siamo dunque arrivati al momento in cui le masse subalterne, che vivono nel mondo reale, sono divenute insensibili non solo alle blandizie ed alle promesse, ma anche alle minacce, mentre le elite urbane e globalizzate, vittime della propria stessa propaganda, considerano i popoli governati estranei o addirittura nemici. Questa spaccatura, comunque la si guardi, è pericolosa. Gli assediati sembrano avere solo due opzioni: la resa o la repressione violenta. Molto dipenderà dal contesto intellettuale, istituzionale e politico, in cui agiscono.

Perché l’Unione Europea è un grosso problema.

E veniamo così all’Unione Europea. A prima vista sembrerebbe una istituzione abbastanza democratica o, se non proprio democratica (la Commissione Europea è espressione della volontà popolare più o meno come i funzionari imperali al tempo di Teodosio), almeno abbastanza inoffensiva da garantire un esito soddisfacente della crisi. “E’ vero, facciamo tanti disastri” sembrano dirci gli Eurocrati “Ma non siamo cattivi. Siamo tanto buffi, carini e coccolosi. Portateci a casa con voi. Vedrete: vi faremo compagnia.”. E’ davvero così? Purtroppo no.

Direttamente dall’aldilà: Karl Popper assiste alle conseguenze pratiche delle proprie riflessioni

Per quanto apparentemente troppo stupida per essere pericolosa, l’Unione Europea rappresenta sempre nel fatti una macelleria sociale, e nei principi il risultato di una elaborazione ideologica tutt’altro che rassicurante.  L’architrave che regge questo circo Barnum è infatti quel liberalismo da “società aperta” teorizzato da Karl Popper, un pensatore che considera il concetto di verità intrinsecamente totalitario. Secondo la visione del filosofo austriaco una società politica deve accettare che la verità non faccia parte del discorso pubblico, poiché la verità è un concetto autoritario e la sua scoperta impone il silenzio e la cessazione della ricerca.

Nel giardino delle delizie di Popper il campo della verità è occupato dalle opinioni, dai punti di vista parziali, che competono nel mercato dell’epistemologia così come i capitali fanno in quello dell’economia. Effetto collaterale: la soppressione della verità porta ovviamente alla guerra al totalitarismo, una categoria in cui viene ricondotto qualsiasi sistema politico affermi una verità, a prescindere dal merito e dal contenuto della verità affermata. Chi vuole costruire un mondo diverso non è amico né di Popper né dei suoi epigoni odierni.

La lotta al totalitarismo produce, traslata nella prassi dei documenti ufficiali dell’Unione Europea, sia quella che Costanzo Preve chiamò “religione olocaustica intesa all’asservimento simbolico dell’Europa, chiamata ad espiare per sempre”: Auschwitz come simbolo supremo del rifiuto della comunità nazionale (a vantaggio del progetto atlantico, mentre Hiroshima e Dresda sono ovviamente spiacevoli e sfortunati inciampi), sia la rinuncia programmatica alla libertà di immaginare un mondo “altro”. Estraneità che trova la sua concretizzazione ideale e geografica nell’oriente. Nella Russia, già comunista, identitaria, comunitaria, irriducibilmente idealista, o nella Cina, grande antagonista geopolitico, capitalista ma statuale.

Ecco come il superamento della nazione produce l’asservimento ad ovest e la guerra ad est. L’Unione che “assicura 70 anni di Pace” (agisce retroattivamente, esistendo da poco più di venti, e per questo è pronto al tavolo un Nobel su ordinazione servito con puntialità dai camerieri di Stoccolma) nasce in realtà per la guerra continentale contro Cina e Russia, nemici naturali dell’Oceania di Orwell. Dall’intima dinamica della lotta al cosiddetto totalitarismo sorge quindi un progetto permeato di strisciante autoritarismo. Lo stesso Popper (che George Soros considera con qualche ragione suo maestro) ha fornito una “clausola di salvaguardia” che consente alla più edenica delle creazioni politiche questa evoluzione: il paradosso della tolleranza. Leggiamo:

A dire la verità l’Oceania di 1984 si fermava al canale della Manica. Un raro caso di distopia ottimista

“La tolleranza illimitata” scrive Popper in La società aperta e i suoi nemici “porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza.”

E’ su queste basi ideali che, nei primi anni con fare insinuante e approccio molliccio, e più recentemente, mano a mano il cambio di pelle progredisce, con sempre maggiore assertività, l’Unione Europea ed i suoi paesi membri affermano verità incontrovertibili (lotta al “negazionismo totalitario”) sottraendole all’analisi degli storici, bandiscono i partiti comunisti e socialisti, limitano l’espressione delle opinioni (il contrasto del temibile hate speech), presidiando queste iniziative con i  codici penali. Sempre il codice penale e la repressione sono destinati a contrastare il “terrorismo”, una fattispecie di reato abbastanza generica ed estesa a condotte talmente anticipatorie da prestarsi, in potenza, quale opportuno strumento per la repressione di ogni forma di dissenso. Nemmeno i morti e i ricordi sfuggono all'”Amore” dei veri democratici: in tutta l’Europa orientale vengono dissacrati i monumenti all’Armata Rossa, rinominate strade, rimossi monumenti, riscritti i libri di storia, mentre si celebra la “giornata europea dei giusti” vittime di Nazismo e Comunismo (che ovviamente pari sono). E’ una tendenza chiara ed inquietante, che approda necessariamente alla affermazione di un “eccezionalismo” europeo (“Europa potenza indispensabile” cit. Federica Mogherini), fratello minore di quello di oltre Atlantico.

Incredibile abbiano fallito. Parevano così rassicuranti.

Queste sono le coordinate ideologiche in cui si muove una dirigenza ormai totalmente screditata ed incapace di immaginare le opportune correzioni di rotta. Un contesto in cui anche tentativi velleitari e puerili e idee strampalate come la “Crociata contro le Bufale” i “Ministeri della Verità e dell’Amore” miranti, in ultima analisi, alla repressione violenta dal dissenso, potrebbero sembrare a qualcuno disperato, quando la crisi si aggraverà, una via di uscita praticabile.

Dopo la fine dell’Unione Europea

Tutti questi strumenti repressivi, tutta questa ideologia avvelenata, sarà poi pronta per chi verrà dopo la catastrofe europea. Visto che i “tecnici”, i “saggi”, gli “esperti”, in una parola gli “specialisti” quelli che, in ultima analisi, fanno funzionare la macchina della società, si sono chiusi in una torre d’avorio e hanno rifiutato di porre mano alla riparazione dei danni da loro stessi provocati, è fatale che le elite che verranno dopo il crollo di quella torre saranno (le avvisaglie già si vedono) tecnicamente sprovvedute e politicamente imprevedibili. Costoro si troveranno fra le mani questi strumenti di repressione già pronti, ed il rischio di un loro utilizzo largo ed indiscriminato a questo punto sarà grave.

Un motivo in più per opporsi all’imbarbarimento senza fine del nostro sistema politico e comunicativo. “Possa tu vivere in tempi interessanti” mai la maledizione cinese è sembrata più puntuale e più sinistra.

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Articolo di Marco Bordoni per sakeritalia.it