Naman Tarcha: vi racconto il Martirio della mia Patria che resiste

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La modernità ci presenta (spesso come aspetti dello stesso fenomeno) sfide e soluzioni. La rete ed i social network sono armi di “distrazione di massa” che inaridiscono la società e scoraggiano l’impegno politico, ma nello stesso tempo offrono gli unici spiragli alle voci di informazione alternativa. La facilità con cui è possibile produrre e contraffare documenti visivi (foto e filmati) ci espone a raffinate forme di  manipolazione, ma ci offre l’accesso ad un bacino pressoché infinito di informazione diretta e non mediata. Anche l’immigrazione, che da un lato rappresenta un problema ed una potenziale minaccia di destabilizzazione sociale, dall’altro ci fornisce il punto di vista di persone nate all’estero e cresciute in Italia, mediatori culturali “naturali” estremamente adatti a spiegarci le loro realtà di origine ed a “tradurle” per il pubblico italiano.Naman Tarcha, siriano della comunità cristiana, nato ad Aleppo, vive nel nostro paese da più di 20 anni, giornalista, conduttore e tv reporter, occupandosi di Medio Oriente e mondo arabo, ha avuto significative esperienze in diverse testate ed emittenti tv tra i quali Sky e Rai, e attualmente collabora con diversi canali televisivi arabi da Roma.  Abbiamo deciso di approfittarne intervistandolo per voi.

S.I.: Naman Tarcha, può raccontare in poche parole cos’era la Siria della sua infanzia? Quanto era importante la politica nella vostra vita quotidiana? Quali erano le condizioni della comunità cristiana sotto il governo baathista?

N.T. La Siria della mia infanzia, era un paese giovane, solare, laico e forte, povero ma orgoglioso, magico malgrado tutte le sue contraddizioni, un misto tra passato prezioso e futuro atteso. Sin da piccolo ero cosciente che pur non essendo ricco il mio paese si trovava in una situazione delicata, visto che vi si intrecciavano tante questioni complesse del Medio Oriente. Per la nettezza delle sue posizioni e per la sua stessa indipendenza la Siria rappresentava una minaccia (malgrado non avesse mai aggredito nessuno). Per questo avevamo tanti nemici attorno, alcuni occupanti e altri invidiosi, che miravano a dominarlo.

La comunità cristiana alla quale appartengo, numericamente minoritaria ma molto visibile e attiva, era una colonna vertebrale di una Siria crocevia di tante etnie, religioni, e comunità. Il sistema politico, nonostante tanti difetti, era tra i pochi laici nel mondo arabo, un fatto che l’ha  reso uno dei pochi paesi arabi dove i cristiani sono liberi di vivere e professare la propria fede ma sopratutto il proprio modo di essere, senza discriminazione, distinzione e persecuzione.

S.I. Suo padre faceva il fotografo video reporter e fu testimone anche dell’insurrezione dei Fratelli Musulmani  ad  Hama, Idlib e Aleppo nel 1982. Al tempo Lei era un bambino. Ricorda qualcosa di quegli eventi? Quali analogie e quali differenze ci sono fra quanto successe allora e la guerra di oggi?

Mio padre era un fotografo e uno dei primi video reporter nella TV di stato, lavoro duro, faticoso e pericoloso, sopratutto durante il fallito tentativo di prendere il potere del Movimento dei Fratelli mussulmani, negli anni di tensione che avevano segnato tutti.

Ricordo che mio padre, impegnato a documentare e riprendere gli attentati, gli omicidi e le operazioni di cattura e smantellamento delle cellule terroristiche ci salutava ogni giorno prima di uscire di casa perché non sapeva se sarebbe ritornato vivo. La comunità cristina era presa di mira allora, non si poteva uscire sempre, non si poteva far tardi, e bisognava stare attenti a chi bussava la porta. Un episodio che non dimenticherò mai é quando la Domenica delle Palme, mentre giocavamo io e il mio fratellino nel giardino della nostra chiesa, trovammo una bomba che pendeva dal muro esterno. C’era un clima di terrore che ricorda molto il terrorismo che la Siria ha subito in questi anni. Il tempo passa ma si ripete, usare il terrore come strumento per un cambiamento politico, con il sostegno e il finanziamento di paesi alleati con la stessa ideologia, è sempre stato il metodo preferito dei Fratelli Mussulmani per arrivare al potere.

Venrdì Santo Aleppo, Piazza Faraht, centro storico

S.I. Qual era, nel sistema baathista, il rapporto fra le diverse comunità che abitavano la Siria? Quali erano, personalmente, i rapporti fra la vostra famiglia cristiana, e gli alawiti, i sunniti, i curdi e gli esponenti delle altre etnie e confessioni?

In Siria il rapporto tra religione e stato é molto interessante, c’è una sorte di rispetto nella separazione. Davanti alla legge non c’è distinzione, nella carta d’identità non viene menzionata la religione, come in diversi paesi arabi. Nelle scuole pubbliche, l’unico simbolo che si tiene in classe è la bandiera siriana. Questo clima si rifletteva tra i cittadini. Non c’è conflitto, né spazio per scontri. Anche per comunità che si sentivano un po emarginate, come quella dei Curdi, nella vita quotidiana il rapporto tra le persone era sano. La conoscenza e l’incontro con l’altro cancella perfino il pregiudizi e i retaggi di una interpretazione errata e di una educazione discriminatoria.

Sono cresciuto in paese mosaico di diversità, ci sono tutte e tutti. Perfino più mussulmani diversi tra loro che chiese cristiane di tutte le tradizioni orientali. Anche se nella mia città ci sono quartieri a maggioranza cristiana e altri, ad esempio, curda, non ho mai frequentato amici in base alla loro etnia o religione. Questo ovviamente é risultato di una educazione famigliare e sociale che considera l’altro, con la sua diversità e con tutti suoi difetti, comunque un essere umano pari, simile e uguale. Forse proprio questo esempio della Siria viene preso di mira da chi vuole oggi cantoni religiosi ed etnici divisi e quindi più facilmente controllabili.

S.I. Molti sociologi ed analisti collegano l’esplosione della “primavera araba” (ed in parte anche della leva fondamentalista) con l’arrivo sul mercato del lavoro, negli ultimi decenni, di un gran numero di giovani altamente scolarizzati che non hanno potuto trovare sbocchi professionali all’altezza delle aspettative. Lei, che fa parte anagraficamente dell’avanguardia di questa generazione, ritiene che questa sia una spiegazione convincente?

N.T. La questione é più complessa e ha fattori intrecciati. Negli ultimi anni in Siria, ad esempio, la crisi economica mondiale, una forte pressione economica interna, e una inevitabile apertura ai mercati globali, hanno provocato una instabilità e hanno aggravato il divario tra le classi sociali, e le zone urbane e rurali. Ecco perché i focolai della maggior parte delle proteste siriane iniziali, sono state nelle periferie provate ed emarginate di confine, e non dentro le grandi città. Il dilagare del fondamentalismo invece é conseguenza dello scontro interno alla religione islamica, priva di una gerarchia autorevole, incapace di dare risposte convincenti alle nuove generazioni.

Negli ultimi anni, ad aggravare la situazione, c’è stato anche il rientro in patria di tanti giovani lavoratori precedentemente emigrati nei paesi del golfo, dove hanno assorbito una interpretazione più estremista della religione, usi e costumi radicali e ideologie estranee alla società siriana. Tutto ciò ha lentamente lacerato il tessuto sociale e ha portato una generazione a non ritrovare uno spazio socio economico adeguato, e a vivere una forte contraddizione tra modernità e tradizione arretrata.

S.I. Abbiamo sentito dire per mesi che centinaia di migliaia di persone ad Aleppo erano assediate dall’esercito siriano, dai volontari sciiti, da hezobllah, e bombardati dai crudeli russi. Cosa c’è di vero in questa ricostruzione? Come ha vissuto la sua famiglia la battaglia di Aleppo? Cosa sarebbe successo alla popolazione di Aleppo ed alla sua famiglia se avessero vinto i cosiddetti “ribelli”? Infine, sempre su Aleppo: come si vive oggi, nella Aleppo, “espugnata” da Assad?

Una parte di Aleppo dopo vari tentativi falliti è stata occupata dai gruppi terroristici, che hanno usato per anni i civili come scudi umani costringendo chi non è potuto fuggire a vivere nelle loro condizioni. Hanno usato quei quartieri, trasformando case e scuole in depositi di armi e basi militari di lancio di razzi e missili sul resto della città controllata dal governo. Sono stati anni molto difficili, tra terrore e paura, in cui la città di Aleppo veniva distrutta quotidianamente e massacrata sistematicamente dai “liberatori” e” portatori di democrazia” che l’Occidente definiva “ribelli moderati”.

I cittadini di Aleppo sono gli eroi del nostro secolo: hanno sopportato con coraggio e tenacia l’isolamento imposto dai gruppi terroristici, la mancanza di cibo, corrente e riscaldamento. Mia madre ottantenne è rimasta isolata per diversi mesi, mio fratello ha perso la propria casa, e poi la seconda casa dove era sfollato. I bambini sono vivi per miracolo, dopo che un razzo lanciato dai terroristi ha colpito l’ospedale pediatrico di fronte. Un razzo dei terroristi un giorno colpì la scuola di mio nipote di 10 anni e da allora non voleva più andare a scuola e ogni volta che sentiva rumori sulla scala piangeva per paura che fossero arrivati i cosiddetti “moderati”.

Oggi Aleppo é stata liberata. Si, lo ripeto, liberata, anche se questa parola dà fastidio a tanti ipocriti, dopo tanti sacrifici degli Aleppini, e all’esercito siriano, che è riuscito a liberare i quartieri est della città, mettendo in salvo gli abitanti, e cacciando via i gruppi armati che gli impedivano di uscire.

Aleppo non é una città fantasma, come titolavano alcuni giornali, è ferita ma presto guarirà, e pian piano ritornerà in vita piena: tanti stanno ritornando nelle proprie abitazioni, è un percorso lungo. Tanti hanno perso tutto ma sono ottimisti, i suoi abitanti a maggioranza sunnita e cristiana uniti più di prima sono la vera prova della falsità della propaganda che sostiene i terroristi, che raccontava solo una faccia di quel che ha subito questa città martire, una nuova Stalingrado.

Aleppo, centro storico, cattedrale di Sant’Elia dei Maroniti

S.I. Qual è e qual è stato il ruolo della Russia nella crisi Siriana?

In politica ci sono alleati e nemici, e la Russia è stata un paese alleato e amico da tempi non sospetti. Non solo per i rapporti politici ed economici ma anche per la cooperazione militare e gli interessi comuni che hanno portato i due paesi a siglare accordi di difesa bilaterale e la base russa in territorio siriano é solo un esempio tangibile!

Il rispetto di Mosca dell’integrità e della sovranità siriana fa si che la cooperazione con l’esercito siriano, sia più seria ed efficace, e il coinvolgimento russo è ben visto.

Infatti i Siriani saranno per sempre riconoscenti ai Russi, che hanno aiutato e sostenuto il paese nella lotta al terrorismo, che se non fosse stato fermato in tempo avrebbe devastato tutta la Siria. Lo stretto rapporto della Russia sia con il governo siriano sia con l’opposizione potrebbe essere l’unica via d’uscita per una soluzione politica della crisi siriana.

S.I. Spesso i nostri media citano quali fonti affidabili l’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani e i cosiddetti “caschi bianchi”. Cosa pensa di queste organizzazioni? Più in generale: cosa pensa del ruolo che hanno avuto le ONG occidentali e i nostri mezzi di informazione nel raccontare la guerra al pubblico occidentale?

Una parte importante nella guerra in Siria é mediatica. Fiumi di denaro sono stati spesi per fabbricare notizie false, bufale e falsi miti, con terminologie ad hoc, espressioni stereotipate, personaggi costruiti. Basti pensare alla famosa bambina Bana di 7 anni che scrive in perfetto inglese e twittava da Aleppo sotto bombardamento e invocava l’intervento della NATO. Le principali fonti d’informazione occidentale sulla questione siriana provengono dal fantomatico Osservatorio di Londra, o dai famosi “Caschi Bianchi”, protezione civile di Al Qaeda, e dai loro organi di propaganda. A volte ho la strana impressione che gli unici a non sapere chi fossero in realtà queste entità siano i giornali e media mainstream.

In un momento di crisi del sistema dell’informazione, un sistema in cui scarseggiano le risorse, tanti preferiscono pubblicare subito una notizia anche senza verificare la sua attendibilità, e senza considerare le conseguenze di un possibile errore.

A volte i giornalisti si trovano, loro malgrado, a diventare tuttologi, a scrivere di cose che ignorano, a parlare della Siria, un paese che conoscono solo attraverso google maps, senza aver mai conosciuto o parlato con un siriano, in un sistema di informazione che non informa perché non è informato. La cosa peggiore però sono le agenzie, dispensatori di notizie con corrispondenti che si trovano altrove, e prendono le loro notizie dalle varie pagine Facebook. Non c’è da meravigliarsi se le nostre notizie sono spesso false e falsificate quando, ad esempio, una delle grandi agenzie italiane ha due corrispondenti per il Medio Oriente che scrivono sulla Siria: uno é stabile a Beirut e l’altro è a Milano.

S.I. Cosa si rischia a schierarsi come fa Lei raccontando la verità della guerra per come la conosce? E’ stato mai vittima di censure? Ha ricevuto addirittura minacce o intimidazioni?

Nel sistema mediatico pseudo democratico, o sei schierato o sei tagliato fuori, sopratutto se sei una voce fuori dal coro, o se poni domande con criteri della ragione, fino ad arrivare al paradosso in cui se se difendi tuo paese sei disturbante, problematico, governativo, ma anche assadista. Se invece fai il tifo dei gruppi armati e terroristici sei un rivoluzionario e un eroe da ammirare.

La cosa più assurda sono quelli che vogliono portare la democrazia in Siria, imponendo la loro visione sul tuo paese, e tappando la bocca ai Siriani. Quanti Siriani avete sentito parlare in sei anni di guerra, per capire cosa ne pensano, cosa vogliono realmente?

Intimidazioni e minacce sul web sono all’ordine del giorno, ma l’unica minaccia che ho ricevuto é stata in un convegno al quale partecipavo, dove alcuni personaggi mi aggredirono verbalmente perché ho osato parlare di gruppi terroristici in Siria.

La censura nel mondo democratico é diversa, più subdola, semplicemente non ti danno spazio, non ti fanno parlare. Un giorno mi dissero: se fossi dell’opposizione saresti su tutte le TV: poi mi chiesero esplicitamente di non rilasciare interviste sulla Siria. Un canale arabo con una scusa ha interrotto la sua collaborazione con me per un tweet, mentre una casa di produzione italiana mi chiese una collaborazione per un programma TV e poi all’improvviso mi cancellò il colloquio.

Schierarsi con il mio paese non è stata una scelta facile e mi è costata a volte tanta fatica, e tanti nemici dalle lobby anti siriane, che hanno tentato in tutti i modi di tapparmi la bocca, essendo una voce scomoda, non in linea con ciò che dicono e scrivono tutti. Per fortuna sono riuscito comunque nel mio piccolo a creare il mio spazio personale, grazie anche al giornalismo alternativo e ai social media.

Non ho fatto cose straordinarie ma ho la coscienza a posto. Mio padre una volta mi disse: puoi perdere la stima e il rispetto di tante persone, ma se perdi il rispetto di te stesso è finita!

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Propaganda di guerra e menzogne mainstream: intervista al fotoreporter Giorgio Bianchi

Giorgio Bianchi

Giorgio Bianchi, fotoreporter romano è autore di splendidi reportages dalla Siria e dall’Ucraina. Lo sguardo di Giorgio Bianchi si muove rapido in un contesto di morte e distruzione, catturando con rara sensibilità l’umanità dietro la guerra, mostrandoci uomini e donne che combattono e sopravvivono sullo sfondo della storia che si compie, quasi sovrapposti alla storia stessa, quasi fuori posto rispetto all’enormità delle vicende delle quali si scoprono, loro malgrado, protagonisti. I sentimenti di paura, smarrimento, perseveranza, coraggio che queste persone esprimono nelle foto di Giorgio Bianchi sono una scintilla che pare riscattare l’umanità dalla follia che ha provocato le distruzioni circostanti.

La sua esperienza in Siria ed in Ucraina, ma anche la sua attenzione al ruolo dell’informazione negli equilibri politici internazionali, ci consentono di tentare con lui un’analisi complessiva della guerra moderna e del ruolo fondamentale della propaganda.

Saker Italia: Cominciamo dalla Siria. Scriviamo all’indomani dell’attacco americano alla base siriana di Shayrat, col pretesto del presunto bombardamento con armi chimiche a Iblib.  In poche ore ci siamo ritrovati in una situazione peggiore di quella del 2013, quando, grazie soprattutto alla mediazione russa e alla completa dismissione dell’arsenale chimico siriano, si è evitato per un soffio il conflitto diretto. Oggi come allora non ci sono prove delle responsabilità siriane, ma si è scelto di non attendere i risultati di un’inchiesta indipendente e di colpire subito, condannando Assad senza appello. Gli organi di stampa citano come precedente la strage di Ghouta nonostante le inchieste successive (tra tutte quella di Seymour Hersh) abbiano attribuito la responsabilità di quel massacro ai terroristi di Al Nusra, col probabile coinvolgimento della Turchia e l’assenso della Clinton. Anche oggi nessuna prova concreta, solo le dichiarazione del solito Osservatorio Siriano per i Diritti Umani e le testimonianze degli Elmetti Bianchi. Qual è la tua esperienza sul campo, e come valuti il rapporto tra i fatti e il modo nel quale ci vengono raccontati?

Giorgio Bianchi: La situazione dei media mainstream è drammatica. Ne parlavo l’altro giorno con un giornalista della vecchia scuola del Sole 24 Ore il quale era esterrefatto della solerzia con la quale alcuni sui colleghi si erano affrettati a stigmatizzare ed etichettare fatti impossibili da verificare sul momento.
E’ la morte del giornalismo. Nel momento stesso in cui accetti di rimbalzare notizie senza verificarne le fonti e l’attendibilità e soprattutto senza accompagnarle con un’adeguata analisi, da organo di informazione ti trasformi in organo di propaganda. La tecnica è quella del framing, ben spiegata da Marcello Foa in molti suoi interventi: viene creato un frame, ovvero una cornice, che stabilisce il recinto della notizia e poi tutti gli altri si adeguano, in una sorta di riflesso pavloviano.
E tu sei dall’altra parte, spettatore inerme, costretto ad assistere alla mattanza dell’informazione, come imprigionato in una campana di vetro, senza possibilità di ribattere e far arrivare anche la tua voce, i tuoi dubbi. Perché poi di questo si tratta: manifestare almeno qualche dubbio; invece loro hanno tutte le certezze in mano.
Ieri sera viaggiavo in macchina con un amica che ascoltava attonita le mie analisi e le mie testimonianze e mi chiedeva smarrita: “ma noi che possiamo fare?”. Leggo giornali, ascolto radio e TV, ma è proprio questo il problema: non ci si può più informare con quel genere di media, non sono attendibili. Hanno dilapidato, sempre che l’abbiano mai avuto, quel patrimonio di credibilità grazie al quale l’utente poteva ritenere con buona approssimazione che quanto scritto fosse più o meno attinente al vero. O meglio, il giornalista era pagato per fare quel fact checking che l’utente medio non ha né il tempo né i mezzi per fare.
Oggi, quando leggo una notizia, la prima cosa che devo fare è perdere tempo per verificarla; ma allora, se tutto il lavoro lo devo fare io, perché pagare un giornale? Per non parlare poi del fatto che con la crisi dell’editoria i pezzi vengono spesso fatti col copia incolla e pagati 30/50 euro. Tanto vale farsi il lavoro da soli. Secondo il mio modesto parere quel tipo di media è destinato a scomparire, sono dei morti che camminano, perché gli utenti si stanno accorgendo del trucco ed il fermento che c’è nei social lo dimostra appieno. La cosiddetta “gente” vale molto di più di quanto gli establishment la considerino: le lezioni all’Auditorium di Luciano Canfora fanno sempre il pieno e se ne tenesse una a sera per 300 giorni l’anno farebbe il pieno lo stesso.

S.I.: Tu lavori coi media e nei media. Hai parlato spesso di realtà orwelliana, di un universo distopico nel quale ci troviamo costretti a mettere in discussione verità che credevamo acquisite, soprattutto quando ci vengono raccontate nella neolingua del Miniver globale: quando la mistificazione della realtà si rivela nella sua agghiacciante sistematicità, nulla è più come prima. Le certezze su cui abbiamo sempre contato sembrano svanire. E’ veramente così oppure quelle certezze non sono mai esistite e oggi abbiamo semplicemente la possibilità, grazie ai nuovi media, di rendercene conto?

Palmira. Foto: Giorgio Bianchi
Siria: profughi interni sistemati dal governo a Tartus. Foto: Giorgio Bianchi

G.B.: Quello che sta accadendo negli ultimi tempi mi sta portando a credere questo, ovvero che noi non sappiamo nulla e che forse dovremmo dubitare anche di quanto riportato sui libri di storia. Faccio un esempio: organizzo una mostra su Maidan a Milano allo spazio Polifemo con conferenza moderata dal rappresentante lombardo di Amnesty. Guardando le mie foto mi chiede se davvero i manifestanti fossero così armati ed equipaggiati, al punto che ad un primo sguardo li aveva scambiati per soldati. Ecco, su questi fatti nessuno sa nulla perché gli editor per corroborare la loro narrazione di “sommovimento di popolo” scelgono la foto del manifestante col caschetto da operaio o in giacca e cravatta piuttosto che quella del neonazista in mimetica. Se tu vedi che a fare la rivoluzione sono gruppi paramilitari neonazisti magari ti fai un’idea diversa di quello che sta succedendo. E così via discorrendo.
Mentre ero a Damasco ricevevo quotidianamente messaggi di persone preoccupate per la mia incolumità, convinte che in Siria ci fosse l’apocalisse e che il governo stesse bombardando a tappeto le sue città. Allora gli devi spiegare che hai la possibilità di girare per strada di giorno e di notte (a volte anche fino alle due) senza nessun problema, che la gente nei territori governativi vive e lavora come ha sempre fatto (certo, con tutti i disagi portati dalla crisi economica susseguente alla guerra ed all’embargo) e che il governo gode del sostegno incondizionato della stragrande maggioranza della popolazione (compresi i giovani universitari) che vedono in Assad l’unico garante per la stabilità e l’unità del paese.
Mentre i media occidentali parlano di apocalisse ad Aleppo tu sai che i quattro quinti di città in mano al governo sono pressoché intatti, a parte i danneggiamenti causati dai colpi di mortaio sparati dai ribelli umoristicamente definiti moderati. Tu sai che ci sono corridoi umanitari aperti e pullman ed ambulanze parcheggiati in attesa di quelli che desiderano abbandonare Aleppo est; che i bombardamenti sono stati sospesi per consentire alla popolazione civile di evacuare e che sono stati distribuiti volantini con le istruzioni da seguire per raggiungere i varchi, ma di tutto questo i nostri media non hanno riportato assolutamente nulla.
Si è arrivati a dire che Assad aveva bombardato anche l’ultimo ospedale di Aleppo…roba da pazzi. Per non parlare della questione dei rifugiati: stando ai nostri media tutti i siriani stanno abbandonando il loro paese per fuggire alla guerra ed alla dittatura.
Ma nessuno vi ha parlato dei quasi otto milioni di IDP [internally displaced persons n.d.a.]i disseminati nel paese. Sono i profughi sfollati dalle loro abitazioni in strutture governative ed in attesa di poter ritornare nei luoghi di origine. Avevo fatto un lavoro incentrato proprio su questo: ero andato in un centro per IDP ed avevo documentato la vita al suo interno; poi ho seguito una famiglia che da uno di questi centri era ritornata nella sua città, a Homs (la parte vecchia), per tentare di ricostruire la propria casa e la propria attività in mezzo alle macerie. Pensi che a qualcuno sia interessata questa storia?
La maggior parte della popolazione siriana ha un fortissimo sentimento nazionale e non ha la minima intenzione di abbandonare il proprio paese.
Tornando alla tua domanda iniziale vorrei dire anche qualcosa sul mondo della fotogiornalismo. Oggigiorno, accanto al fotogiornalismo tradizionale, si sta affermando il cosiddetto storytelling, che io amo definire, scherzosamente ma non troppo, fotoromanzo. Questo secondo me è il vaso di Pandora scoperchiato il quale possiamo dire addio alla foto come documento storico.
Due anni fa al fotografo Troilo è stato ritirato il premio World Press Photo per aver mandato foto smaccatamente staged accompagnate da didascalie mendaci. Quest’anno ci sono ricascati con un fotografo iraniano che ha vinto la categoria “long term project” con foto strabilianti ma quasi tutte “acchittate” da amici o modelle. Questa deriva sancirà definitivamente la fine del fotogiornalismo.
Qualche anno fa la Photo of the Year fu una foto altrettanto in posa di due ragazzi omosessuali che amoreggiavano in una stanza di Mosca: atmosfere alla Hopper, la posa dei due studiata nei minimi dettagli.
Se accetti questo, lasci la porta aperta a qualsiasi tipo di mistificazione.
Ma forse è proprio quello che si vuole, ovvero colpire al cuore l’ultimo baluardo dell’informazione: il reportage fotografico. Una fotografia ben fatta ha un potere enorme, è un ricordo precostituito che si fissa all’istante nella memoria dell’utente.
Pensa solo alla guerra nel Vietnam: paginate e paginate di articoli, di video, di documentari e di film…eppure quello che è rimasto nell’immaginario collettivo sono gli scatti iconici dei grandi fotoreporter.
Questo la dice lunga sul potere del fotoreportage e del perché vada salvaguardato ad ogni costo.
L’altro ieri parlavo con Mauro Gallegani dei suoi trent’anni passati ad Epoca… ecco, quelle esperienze sono quello che oggi manca. Forse solo il NYT, con i suoi fantastici staff photographers, e Time restano ancora nel solco di quella gloriosa tradizione.

S.I.: Tu hai seguito dall’inizio la guerra in Ucraina, sin dai tempi del Maidan. Hai anche detto che le tue foto e la tua testimonianza su quello che è accaduto, in particolare sul presunto attacco della polizia ai manifestanti sono state ignorate dai grandi media. Cosa hai visto e documentato? Cosa è stato davvero il Maidan?

G.B.: Come ho accennato in precedenza la rivolta di Maidan sotto i miei occhi ha assunto fin da subito i connotati di un vero e proprio colpo di stato. Accanto ai manifestanti pacifici, che erano la minoranza, si sono mossi gruppi paramilitari neonazisti facenti capo alle sigle Pravy Sector e Svoboda, ben equipaggiate ed inquadrate militarmente, che di fatto hanno dato vita ad una vera propria guerriglia urbana contro le forze dell’ordine poste a difesa degli edifici governativi.
Ho assistito a lanci di molotov, pietre, colpi di arma da fuoco (un poliziotto è caduto ucciso ai miei piedi, ma non ho potuto fotografarlo perché i suoi colleghi me lo hanno impedito) da parte dei manifestanti nei confronti della polizia. Certo, in alcuni casi la polizia si è comportata in maniera brutale ma tutto avveniva in un contesto di guerra con 15 gradi sotto zero, e comunque la violenza della polizia era limitata alle ferite inferte ai manifestanti a seguito degli scontri.
Nessuno di questi fatti sarebbe in nessun caso stato tollerato dai nostri governi cosiddetti democratici: basti pensare a cosa sia avvenuto a Genova o a Ferguson solo per citare i primi esempi che mi vengono in mente, dove per fatti di minore gravità e circoscritti nel tempo si è ricorsi a metodi molto più brutali (in Italia i manifestanti sono stati torturati ed umiliati, a Ferguson è arrivata la guardia nazionale).
Comunque, secondo la versione ufficiale, dopo mesi di stallo tra polizia e manifestanti, un bel giorno, il fatidico 22 febbraio 2014, la polizia avrebbe aperto il fuoco, lasciando sulla strada circa 90 manifestanti uccisi, per poi levare le tende e dissolversi nel nulla. Io ero lì su quella strada e posso dire con assoluta certezza (ed alcune foto lo testimoniano) che parte degli spari provenivano dall’Hotel Ucraina, che era uno dei quartier generali dei manifestanti.
In una mia foto si vede chiaramente un manifestante (tra l’altro armato di carabina) indicare alle mie spalle in direzione dell’hotel così come il ragazzo dagli occhi verdi guarda con terrore in direzione opposta a quella della polizia. E un manifestante, colpito a morte proprio davanti a me, anziché cadere all’indietro è caduto in avanti. Insomma, tutti fatti che lasciano capire che a fare fuoco sui manifestanti ci fosse quantomeno un altro cecchino o gruppi di cecchini appostati alle finestre dell’Hotel Ucraina.

Maidan: Uomini Autodifesa del Maidan indicano l’Hotel Ucraina. Foto: Giorgio Bianchi
Maidan: combattente dell’autodifesa del Maidan guarda l’Hotel Ucraina. Foto: Giorgio Bianchi

 

Questo fatto è anche documentato in un video della BBC in cui si sente il reporter contare le finestre per suggerire all’operatore dove inquadrare il cecchino appostatoLa storia di Maidan è tutta ancora da scrivere: oggi i rappresentanti di quelle organizzazioni paramilitari neonaziste siedono nel parlamento di Kiev. Bisognerebbe poi ricordare il massacro di Odessa (2 maggio 2014), che ha sancito la fine della “Maidan filorussa”. Un evento assolutamente speculare a quello di Maidan (almeno negli esiti) ma di cui i media mainstream poco o nulla hanno detto. Nel marzo scorso ho intervistato uno dei sopravvissuti al massacro del quale il 2 maggio ricorre l’anniversario. Per avere un quadro più chiaro di quanto sia accaduto in Ucraina e quantomeno capire alcune delle ragioni dei filorussi basterebbe sentire le sue parole o andare su YouTube e vedere anche solo uno delle centinaia di video girati in quel fatidico giorno, e poi fare il raffronto su quanto riportato dai media paragonandolo alla mole di informazioni arrivate da Maidan. Solo questo basterebbe per dare la cifra dello strabismo e del livello di mistificazione al quale i media sono arrivati.

S.I.: Hai detto che la guerra in Donbass è in qualche modo speculare a quella in Siria: alla sovraesposizione mediatica finalizzata alla demonizzazione del governo di Assad corrisponde un silenzio assordante sui crimini del governo ucraino e sulle atrocità commesse dai battaglioni neonazisti ai danni della popolazione civile. Quella in Donbass è una guerra che per i media mainstream semplicemente non c’è. Ovviamente anche tacere i fatti è un modo per manipolare la realtà e influenzare l’opinione pubblica. Tu sei stato anche nel Donbass: cosa non ci dicono?

G.B.: Assolutamente nulla.
Quando dico che vado nel Donbass la seconda domanda è sempre “che ci vai a fare?” (la prima è sempre “cosa è il Donbass e dove si trova?”). Già questo la dice lunga sullo stato dell’informazione sull’argomento e forse risponde esaurientemente alla tua domanda. Il Donbass è un luogo dove si combatte una guerra di trincea molto simile a quelle che hanno visto protagonisti i nostri nonni, una guerra di posizione dove i due eserciti si scontrano per guadagnare o riguadagnare poche centinaia di metri di terreno.
Villaggi che sembravano dimenticati dal mondo sono teatro di bombardamenti quotidiani effettuati con artiglieria pesante e tank. Nel luglio dell’anno scorso, mentre eravamo in uno di questi villaggi a riportare la vita dei miliziani in una delle postazioni di retroguardia, siamo finiti sotto il tiro dell’artiglieria ucraina. Sono stati dieci minuti interminabili durante i quali, rintanati all’interno di un bunker, abbiamo veramente creduto che per noi fosse finita. Uno di quei colpi da 152 mm è caduto a dieci metri dal portone della villetta nella quale ci trovavamo.
Nell’articolo per Difesa Online scrissi “[…] poi in lontananza, quasi impercettibile un doppio pum pum…. Noi si chiacchiera, di lato si gioca, dentro si dorme. E poi due fischi veloci come un rapace in picchiata; striduli come unghie sulla lavagna; violenti come un treno superveloce lanciato a tutta forza su un muro di cemento. Le teste si alzano, il tempo si ferma, il cervello reagisce… Giù ventre a terra nonostante la fotocamera che pende sul petto, nonostante il pavimento di cemento, nonostante non ci sia stato il tempo di capire. Un fischio di tre secondi e poi un boato, un flash abbagliante ed infine una pioggia di detriti ovunque. E poi a seguire un secondo, più forte più crudele, più vicino… Non c’è tempo, il bunker, una corsa, le scale….Nessuno ha pensato. Una sorta di intelligenza collettiva ci ha condotti nel posto giusto… La luce è saltata, siamo al buio, si sgomita… Ci si conta… Ne mancano tre che sono ancora sopra. Ancora un fischio, ancora un boato, tutto trema. L’intonaco cade dal solaio come farina, il comandante corre all’ingresso ed urla verso la casa da dove provengono voci. Poi di nuovo quel maledetto fischio e di nuovo tutti a terra… Il comandante sempre vicino all’ingresso come a voler stare con i suoi soldati rimasti in casa… E poi di nuovo quelle grida e di nuovo quelle urla da sopra. Nel bunker qualcuno si tappa le orecchie, qualcuno prega. Altri due fischi, altri due boati… La morte viene dal cielo e ci cerca….”.
Quest’evento, che segnerà per sempre la mia vita, lì viene vissuto quotidianamente sia dai civili che dai militari. E per l’Europa non succede nulla.
A marzo, mentre ero in visita al volontario italiano presso la sua trincea di prima linea, è successo qualcosa di analogo: questa volta il fuoco era di almeno tre mitragliatrici pesanti. Il video di me che riprendo i proiettili traccianti in arrivo e poi mi butto a terra ha fatto il giro del Donbass, ma soprattutto della Russia.  Sono venuti giornalisti dal primo canale russo per intervistarmi e sono finito in uno speciale della domenica pomeriggio assieme al servizio su Deki, il cecchino serbo che combatte per i separatisti.
In Italia, a parte un’intervista su Sputnik, nessuno si è degnato di riportare il fatto, che avrebbe potuto essere uno spunto per dare un quadro della situazione nel Donbass. Niente, vuoto pneumatico.
Pensa che sul Donbass tra mille difficoltà stiamo realizzando un docufilm assieme ad un pluripremiato regista e due pluripremiati giornalisti. Abbiamo a disposizione un archivio di video e foto che abbracciano un arco temporale di tre anni, eppure non si trova nessuno per finanziarlo, e tieni conto che parliamo di cifre ridicole. Ti fornisco i link (qui, qui e qui) e poi saranno i lettori a giudicare il valore di quello che stiamo facendo.

Maidan: secondo Giorgio Bianchi si è trattato di guerra urbana. Nella foto: “manifestanti” in formazione. Foto: Giorgio Bianchi
Maidan: ancora scene di guerriglia urbana. Foto: Giorgio Bianchi

S.I.: In entrambi i teatri gioca un ruolo fondamentale la Russia. A pochi giorni dall’attentato a San Pietroburgo, preso atto dell’evidente doppio standard utilizzato per le vittime, assistiamo al ritorno a un clima maccartista da guerra fredda. La Russia è il nemico: tutte le notizie appaiono manipolate, tese a dipingere un quadro fosco di repressione e dittatura. Credi che le vicende di cui abbiamo parlato abbiano come fine ultimo un attacco alla Russia e alla sua spinta al multipolarismo?

G.B.: Tutto quello che stiamo vedendo in Ucraina ha innanzitutto lo scopo di separare l’Unione Europea dalla Russia, nient’altro. Gli Americani avevano il terrore che l’Europa, una volta divenuta vero stato federale, si saldasse militarmente ed economicamente con la Russia. Immagina questo scenario: Europa e Russia partner commerciali: i Russi ci forniscono energia e materie prime, noi vendiamo loro prodotti di alto livello, una moneta quale l’Euro per gli scambi commerciali, agenzie di rating europee come nuovo riferimento per la finanza, impegno congiunto per la stabilizzazione del Medio Oriente, banca centrale Europea che emette titoli di debito per mettere a riparo i paesi deboli della UE dalla speculazione finanziaria angloamericana. I paesi del BRICS chi pensi avrebbero seguito in un progetto del genere?
Per l’Europa sarebbero stati 100 anni di benessere garantito. Guarda cosa è successo a Varoufakis  per aver guardato alla Russia per risolvere il problema del debito greco.
Lì si è giocato moltissimo del futuro dell’Europa. Il caso greco poteva dare il via a quella collaborazione di cui ti dicevo. E poi c’è stata la lettera da Washington a Tsipras. Chissà se verrà mai resa pubblica.
La Gran Bretagna, da scaltra nazione quale è, era rimasta col piede in due scarpe, aspettando di capire come sarebbe andata a finire; appena ha capito che questo progetto era fallito si è sfilata.
Chiediamoci perché i governi europei erano e sono ancora spiati dall’intelligence USA così massicciamente: avevano il terrore di uno scenario del genere ed hanno fatto di tutto per sabotarlo.
Anche il fatto di averci fatto accollare i paesi dell’ex patto di Varsavia fa parte del sabotaggio.
Immagina come vedano i Russi il fatto che la NATO li ha circondati di basi in quei paesi che loro ritenevano il cortile di casa. Ricordiamoci cosa hanno comportato in passato i missili balistici ai Cuba. Immagina che succederebbe se i Russi facessero altrettanto in Messico o in Canada o anche solo in Alaska, se fosse ancora di loro proprietà.

S.I.: Questo mestiere ti ha scelto, hai dichiarato, quando la mistificazione della realtà è diventata così evidente che hai deciso di abbandonare il tuo lavoro alle feste e ai matrimoni e sei partito per conoscere e documentare i fatti. Come ti muovi sul campo, sempre che tu possa dircelo? Come si diventa un reporter di guerra? E soprattutto, alla luce delle nostre considerazioni, si può smettere di esserlo? Tu potrai mai tornare alla tua vita normale?

G.B.: Tornerò alla vita normale quando non riuscirò più a sostenermi.
Per fare al meglio questo lavoro ho ridotto al minimo i lavori commerciali con danni ingenti alle mie finanze. Un reportage, anche se fatto alla mia maniera, costa. Il mese scorso nel Donbass ho speso 1600 euro e adesso devo cercare di rientrare e poi guadagnare. Quest’anno per tornare in Siria a maggio e per lavorare al film ho rinunciato alle comunioni (che valgono circa 3000 euro per un mese di lavoro) e ai matrimoni di primavera. Pertanto non guadagnerò e in più spenderò.
I giornali o il web, se accettano di pubblicarti il materiale, te lo pagano cifre che neanche valgono lo sforzo di preparare le foto in un pdf per fargliele visionare. Fare reportage e lavori commerciali insieme non è una strada percorribile, se si aspira a fare entrambi, o anche solo uno di essi, al meglio. Un reportage richiede un lunghissimo lavoro di preparazione a monte, fatto di mail, ricerche di contatti, pratiche burocratiche, studio della situazione.
Per non parlare poi dell’editing del materiale.
Non solo è un lavoro che richiede piena e totale dedizione (con conseguenti ricadute sugli affetti e le amicizie) ma richiederebbe anche la possibilità di avvalersi di collaboratori salariati. Tu capisci che è veramente difficile oggigiorno fare informazione indipendente. Con i soldi guadagnati da una grande firma in un anno io ci farei reportage per dieci anni al ritmo di cinque l’anno.

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Intervista a cura di Barbara Oioli per SakerItalia.it
Fotografie su gentile concessione di Giorgio Bianchi

DDL Gambaro: arriva la Censura online

Se foste stati eletti nelle liste di un movimento nato e cresciuto online, se poi fossero successi incidenti, vi avessero espulsi e aveste occupato la legislatura in un lungo pellegrinaggio fra i più cangianti gruppi parlamentari (Misto, Gruppo Azione Partecipazione Popolare, Italia Lavori in Corso…) per poi approdare alla corte di Denis Verdini (sì, il gruppo di Ascari inviati da Berlusconi in missione dall’altra parte dell’emiciclo per tenere in vita i vari governi del PD)…

Se aveste votato la fiducia a qualsiasi ipotesi di governo avesse il coraggio di presentarsi alle camere, e se nonostante questo, a legislatura ormai agli sgoccioli, vi trovaste senza una reale possibilità di essere ricandidati, cosa fareste?

Mettereste la faccia su un disegno di legge che abolisce la libertà di espressione imponendo la censura sui nuovi media? La risposta dipende evidentemente da molti fattori, fra cui il vostro appetito, il vostro amor proprio, ed ovviamente la qualità della vostra faccia. La senatrice Gambaro, per fare un esempio, ha questa faccia qui:

Sono simpatica e innocua: salvo per il fatto che vi tolgo il diritto di espressione

Prendiamola alla larga. Con sentenza n. 54.946/16 la Corte di Cassazione ha stabilito che risponde penalmente il gestore del sito internet che consente la pubblicazione di un commento dal contenuto diffamatorio nei confronti di terzi. Diciamo questo per sgombrare ogni dubbio: gli strumenti legali per difendere i diritti fondamentali delle persone esistono già, e sono tranquillamente applicati dall’ordinamento. Ma qui non si sta parlando, evidentemente, di questo.

Quello uscito dal cilindro ieri è un disegno di legge (che vi invitiamo a consultare tenendo un sacchetto assorbente, di quelli che si trovano in areo infilati nel sedile davanti, sotto mano, cliccando qui) la cui unica finalità è quella di ammazzare ogni critica e di consolidare un nuovo autoritarismo.

Riassunto degli ultimi 30 anni per i distratti: fine dell’URSS, offensiva del capitale sul lavoro, tradimento dei chierici della sinistra parlamentare ed extraparlamentare convertitasi al dogma Liberismo & NATO & Unione Europea & Euro, esplosione del debito pubblico, esplosione del debito privato, disintegrazione della compagine sociale, vi facciamo paura “arriva Putin!” ma dopo un anno non se la beve più nessuno. Ci siete? Avete vissuto nello stesso mondo in cui ho vissuto io? OK, andiamo avanti.

Oggi siamo al punto in cui se tanto tanto il cittadino capisce quello che è successo (e lo può fare solo online, visto che i media mainstream sono una versione glamour del Volkischer Beobachter), si organizza e vota anche Attila pur di punire i responsabili del disastro. Contromisura: impedirgli di votare (vari papocchi elettorali con premi, sbarramenti e magheggi assortiti) impedirgli di informarsi (un saluto alla senatrice Adele) e, quando poi ci saranno le sommosse (perché ci saranno, anche se noi non ce le auguriamo*) esercito europeo. In due parole: regime e repressione. Tutto chiaro? Speriamo di si.

E’ il momento di entrare nel merito. Siamo di fronte ad una proposta di legge che entrerà in vigore fra tre mesi, fra un anno o mai a seconda del grado di priorità che le verrà assegnato dal governo, che non si è ancora espresso sul punto. Visto che questo testo è un mostro giuridico da competizione mondiale, possiamo contare sul fatto che nel corso dei lavori parlamentari cercheranno di pettinarlo, di fargli indossare un frac, e di presentarlo come un affabile gentiluomo. Nella sostanza, però, repressione era e repressione rimarrà.

Sarà importante la reazione che la cittadinanza riuscirà a dispiegare alla notizia e che verrà certamente misurata dai reali promotori (per trovare i quali bisogna partire dalla Senatrice Adele -acqua- salire alla Presidente Boldrini -acqua- e poi al Parlamento Europeo -fuochino- al Partito Democratico USA -fuoco- all’establishment che gestisce il mainstream -fuochissimo-). Se sarà fiacca prenderanno coraggio, se sarà veemente rimetteranno con gesto elegante il topo morto nella tasca da cui è uscito (quella della Senatrice) e diranno che scherzavano.

L’impianto del progetto di legge si basa sostanzialmente su tre articoli:

Art. 1: € 5.000 di multa per chi pubblica “attraverso piattaforme informatiche” (quindi non organi di stampa ufficiali: la chiameremo clausola salva Goracci) notizie “false, esagerate, tendenziose, che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi”. Capito? L'”esagerazione” e la “tendenziosità” diventano reati. Sull'”antipatia” stiamo lavorando… ah già. Sull’antipatia non si può o finisce dentro tutta la maggioranza parlamentare.

Art. 2: € 5.000 di multa e minimo 12 mesi di reclusione  anche per “chiunque… svolga una attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica, anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme informatiche”. Montepremi raddoppiato (€ 10.000 e due anni di reclusione) per le campagne volte a “minare il processo democratico, anche a fini politici” (chi sa quali altri fini ci dovrebbero essere per minare il processo democratico… fare colpo sulla fidanzata?).

Art. 4: obbligo di comunicazione al Tribunale e di pubblicità della identità del responsabile del sito, ovvero il soggetto poi destinatario delle attenzioni di cui agli art. 1 e 2 (senza esclusione della responsabilità di eventuali autori terzi).

In sostanza: se passa questa roba, la controinformazione è finita, morta, kaputt.

E’ sempre divertente vedere dispiegarsi nella pratica il paradosso filosofico a monte di tutto il progetto europeo (ne abbiamo parlato qui): quello di una struttura che pone il rifiuto di qualsiasi verità trascendente come pietra fondante della propria architettura che poi si arrabatta per affermarsi come  unica detentrice della verità e quindi reprimere tutto ciò che le si oppone. In questo caso ecco i “democratici” alla presa con la creazione di reati orwelliani intesi a punire “opinioni che se pur legittime rischiano di apparire più come fatti che come idee” (relazione introduttiva), “informazioni atte a fuorviare l’opinione pubblica”, “campagne d’odio e miranti a minare il processo democratico anche a fini politici”. Non ci vuol certo un consigliere di Cassazione per capire che si tratta di una pietanza avvelenata, cucinata per ammazzare la libertà di opinione assieme la principio di legalità [spiegone tecnico: il nostro sistema si basa(va) sul principio di legalità, a sua volta articolato nell’obbligo di tassatività e determinatezza della norma penale. La determinatezza concorre a chiudere l’insieme dei reati, impedendo al Giudice di crearne di nuovi in via interpretativa. La tassatività vieta al Giudice di ricorrere a strumenti che consentono l’applicazione delle norme penali al di fuori delle fattispecie astratte descritte dalle stesse, ossia il divieto di analogia. Fine della tassatività e della determinatezza, fine della legalità, fine della democrazia].

Ora abbiamo due problemi. Primo: vi immaginate il trattamento che riceverebbe sulla nostra stampa un parlamentare, diciamo Turco o Russo che presentasse una proposta di legge del genere? Fine del mondo. Quindi in linea torica dovremmo aspettarci una levata di scudi proprio dagli operatori “ufficiali” dell’informazione, le vestali della democrazia. Questa levata però non ci sarà. Perché questa norma fa l’occhiolino in modo osceno ai giornalisti della stampa tradizionale, garantendogli una sorta di esclusiva ai remi della galera informativa a cui sono stati condannati. Da loro non possiamo attenderci alcun sostegno. Con le solite eccezioni che si contano sulle dita di una mano e che confermano la regola, gli sventurati risponderanno.

Secondo problema: se non facciamo molto rumore adesso il regime fa un passo avanti determinante nella sua affermazione. Se c’è una cosa che abbiamo imparato da questa storia è che l’informazione online è potente e fa paura. Utilizziamo questo potere: condividiamo questa informazione ed il nostro sdegno con tutti i mezzi in nostro possesso. Facciamogli capire che il prezzo in credibilità da pagare per toglierci il diritto al dissenso è troppo alto per le loro tasche, già da anni vuote, visto che questa moneta se la sono giocata tutta sulla roulette di Bruxelles. Condividiamo, commentiamo, dibattiamo in pubblico, in privato ed anche online. Oggi la lotta per la libertà si fa anche così. Ce lo stanno dicendo loro.

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Articolo di Marco Bordoni per SakerItalia.it

*specificazione ad usum del censore prossimo venturo;

Putin a Valdaj: con i Popoli della Terra, contro le Oligarchie transnazionali

Putin a Valdaj: con i Popoli della Terra, contro le Oligarchie transnazionali

Tarja, Heinz, Thabo, Colleghi, Signore e Signori

E’ un grande piacere incontrarvi di nuovo. Voglio iniziare ringraziando tutti i partecipanti, Russi e stranieri, al Club di Discussione Internazionale di Valdai, per la vostra partecipazione costruttiva a questo lavoro, e voglio ringraziare i nostri distinti ospiti per la loro disponibilità nel prendere parte a questa discussione aperta.

Il nostro stimato moderatore mi ha appena augurato un buon pensionamento, e anch’io lo auguro a me stesso, quando verrà il tempo. Questo è l’approccio giusto e una cosa che va fatta. Ma al momento non sono in pensione, e per ora sono il capo di questo grande Paese. Come tale, mi si addice mostrare moderazione, ed evitare manifestazioni di eccessiva aggressività. Comunque, questo non credo sia il mio stile.

Ma credo che fra noi si debba essere sinceri, particolarmente qui, in questo contesto. Credo che noi si debba intrattenere discussioni oneste ed aperte, senza le quali il nostro dialogo non avrebbe senso e sarebbe insipido e privo del minimo interesse.

Credo che questo taglio di discussione sia estremamente necessario oggi, dato il grande cambiamento in atto nel mondo. Il tema del nostro incontro quest’anno, “Il futuro in via di realizzazione: dare forma al Mondo di domani” è molto significativo.

L’anno scorso, i partecipanti al forum di Valdai hanno discusso i problemi connessi all’attuale ordine mondiale. Sfortunatamente molto poco è cambiato in meglio in questi ultimi mesi. In realtà sarebbe più onesto ammettere che nulla è cambiato.

Le tensioni che scaturiscono dai cambiamenti nella distribuzione dell’influenza economica e politica continuano a crescere. La sfiducia reciproca crea un fardello che restringe le nostre possibilità di trovare risposte effettive alle sfide ed ai pericoli concreti che il mondo di oggi si trova ad affrontare. Essenzialmente l’intero progetto della globalizzazione è oggi in crisi e in Europa, come ben sappiamo, sentiamo voci affermare che il multiculturalismo ha fallito.

Credo che la situazione sia sotto molti profili il risultato di alcune scelte sbagliate, frettolose, e per certi versi viziate da un’eccessiva fiducia in sé stessi compiute dalle classi dirigenti di alcuni paesi un quarto di secolo or sono. A quel tempo, fine anni ottanta primi novanta, esisteva la possibilità non solo di accelerare il processo di globalizzazione, ma anche di conferirgli una cifra diversa, e di renderne la natura più sostenibile ed equilibrata.

Ma certi paesi, che si vedevano come vincitori della Guerra Fredda, e che non solo avevano questa opinione ma erano soliti esprimerla apertamente, scelsero come linea di condotta la ridefinizione dell’ordine politico ed economico globale per adattarlo ai propri interessi.

In quella euforia, nella sostanza abbandonarono la prassi del dialogo con gli altri attori nella comunità internazionale, approfondito ed intavolato su basi di parità, scelsero di non migliorare le istituzioni universali esistenti e di non crearne delle nuove, e cercarono invece di ricondurre l’intero mondo all’interno della sfera delle loro organizzazioni, delle loro norme e delle loro regole. Scelsero la strada della globalizzazione e della sicurezza per il proprio amato interesse personale, per i pochi prescelti, e non per tutti. Ma non proprio tutti erano pronti a concordare con questo programma.

Potremmo essere onesti qui, visto che sappiamo anche troppo bene che molti non erano d’accordo con quanto stava accadendo, ma a quel tempo molti erano incapaci di rispondere, e altri non erano ancora pronti a farlo. Il risultato è comunque che il sistema di relazioni internazionali è in fermento, e che l’economia globale non riesce a districarsi da una crisi di sistema. Nello stesso tempo, regole principi, in economia come in politica, sono costantemente distorti e noi vediamo spesso completamente sovvertiti i principi che solo ieri erano accettati come verità ed affermati come dogma indiscutibile.

Se le potenze attuali trovano qualche parametro o norma che possa giovargli, costringono chiunque altro a sottomettervisi. Ma se domani gli stessi parametri e le stesse norme li intralciano, sono veloci a gettarli nel cestino dei rifiuti, a dichiararli obsoleti, e a cercare di affermare nuove regole.

Così abbiamo assistito alle decisioni di lanciare offensive aeree nel centro dell’Europa, contro Belgrado, e poi è venuto l’Iraq, e poi la Libia. Anche le operazioni in Afganistan sono iniziate senza la copertura di alcuna decisione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nel loro desiderio di far pendere la bilancia strategica a loro favore questi paesi hanno infranto il quadro della legalità internazionale che proibiva il dispiegamento di nuovi sistemi di difesa missilistica. Hanno creato gruppi terroristici armati, le cui crudeli azioni hanno disperso milioni di civili, hanno spostato milioni di rifugiati e migranti, e precipitato intere regioni nel caos.

Noi assistiamo allo spettacolo di come il libero commercio viene intralciato, e di come paesi usano le sanzioni come mezzo di pressione politica, di come ignorino l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e cerchino di stabilire alleanze economiche chiuse con regole e barriere vincolanti, alleanze di cui i maggiori beneficiari sono le loro stesse multinazionali. E sappiamo che ciò sta avvenendo. Vedono che non possono risolvere tutti i problemi all’interno del quadro del WTO e quindi pensano “perché non sbarazzarci delle regole e dell’organizzazione stessa e costruirne una nuova al suo posto?”. Il che illustra quanto ho appena affermato.

Nello stesso momento, alcuni dei nostri interlocutori non mostrano alcun desiderio di risolvere i veri problemi internazionali del mondo di oggi. In organizzazioni come la NATO, per esempio, create durante la Guerra Fredda e chiaramente obsolete, a dispetto delle chiacchiere sulla necessità di aggiornarsi alla nuova realtà, nessun cambiamento effettivo viene messo in opera. Assistiamo a continui tentativi di trasformare l’OSCE, un meccanismo cruciale per garantire la sicurezza comune europea e transatlantica, in una strumento a servizio degli interessi di politica estera di alcuni. Il risultato è che questa importante organizzazione è stata svuotata del proprio ruolo.

Ma loro continuano a sfornare “minacce”, minacce immaginarie e mitiche, come la “minaccia militare russa”. E’ un business lucrativo che può essere utilizzato per pompare danaro nei bilanci alla difesa all’interno, per mantenere gli alleati sottomessi agli interessi di una singola superpotenza, espandere la NATO e portare infrastrutture, armi ed unità militari più vicine ai nostri confini.

Ovviamente rappresentarsi come i difensori della civiltà contro i nuovi barbari può essere piacevole ed addirittura redditizio. L’unico problema è che la Russia non ha nessuna intenzione di attaccare chicchessia. Tutto questo è veramente assurdo. Io sono solito leggere analisi, scritte da voi che siete qui oggi e dai vostri colleghi negli USA ed in Europa.

Sono impensabili, demenziali e completamente irrealistiche. Solo l’Europa conta 300 milioni di persone. La somma della popolazione dei membri della NATO assieme agli USA è di 600 milioni, probabilmente. Ma la Russia ne conta solo 146 milioni. E’ semplicemente assurdo concepire pensieri simili. E tuttavia questi signori utilizzano queste idee in vista del perseguimento dei loro obiettivi politici.

Un altro problema mitico ed immaginario è quello che posso solo chiamare l’isteria che gli USA hanno montato sulle supposte interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno abbondanza di problemi reali ed urgenti, parrebbe, dal colossale debito pubblico alla crescita della violenza provocata dalle armi da fuoco, ai casi di azioni arbitrarie messe in atto dalla polizia.

Ci sarebbe da credere che i dibattiti elettorali dovrebbero concentrarsi su questi e sugli altri problemi irrisolti. Ma la classe dirigente non ha nulla con cui rassicurare la società, a quanto pare, e quindi tenta di distrarre l’attenzione del pubblico additandogli supposti hacker, spie, agenti di influenza e così via, mandati dalla Russia.

Devo chiedermi e chiedervi: qualcuno seriamente pensa che la Russia possa in qualche modo influenzare la scelta del popolo americano? L’America non è una specie di “repubblica delle banane”, dopo tutto, è una grande potenza. Correggetemi se sbaglio.

Il problema è, se le cose continuano con questo andazzo, cosa aspetta il mondo? Che tipo di mondo avremo domani? Abbiamo risposte al problema di come assicurare stabilità, sicurezza e crescita economica sostenibile? Sappiamo come rendere il mondo prospero? E’ triste da dire, ma non c’è consenso su queste materie nel mondo di oggi. Può essere che voi siate giunti a qualche conclusione comune attraverso le vostre discussioni ed io sarei, naturalmente, molto interessato ad ascoltarla. Ma è molto chiaro che esiste una carenza di idee e di strategie per il futuro. Questo crea un clima di incertezza che ha un impatto diretto sugli umori della collettività.

Studi sociologici condotti in tutto il mondo mostrano che la gente in diversi paesi e nei diversi continenti tende a vedere il futuro come oscuro e squallido. Questo è triste. Il futuro non li seduce, ma li spaventa. Nello stesso tempo la gente non vede reali opportunità o mezzi per cambiare le cose, per influenzare gli eventi e contribuire alla formazione delle linee politiche. Certo, dal punto di vista formale gli stati moderni hanno tutti gli attributi della democrazia: elezioni, libertà di parola, accesso alle informazioni, libertà di espressione. Ma anche nelle democrazie più avanzate la maggioranza dei cittadini non ha una influenza reale nei processi politici e non ha una influenza reale sul potere.

La gente sperimenta un diaframma crescente fra i loro interessi e la visione delle classi dirigenti a proposito del corretto svolgersi degli eventi, uno svolgersi che è deciso dalle classi dirigenti stesse. Il risultato è che referendum ed elezioni sempre più spesso prendono di sorpresa le autorità. La gente non vota affatto secondo le indicazioni del complesso mediatico “ufficiale e rispettabile”, e nemmeno seguendo i consigli dei partiti di maggioranza. Movimenti pubblici che solo poco tempo fa erano considerati troppo di estrema destra o di estrema sinistra stanno occupando il centro della scena politica e stanno relegando ai margini i pesi massimi della politica.

Sulle prime questi risultati poco graditi sono stati rabbiosamente dichiarati casi o anomalie. Ma con il crescere della loro frequenza la gente ha iniziato a dire che la società non è in grado di comprendere chi sta in cima alla piramide del potere, e non è ancora maturata a sufficienza per comprendere il “lavoro per il bene comune” delle autorità. Oppure precipitano nella isteria e dichiarano che è tutto risultato della propaganda straniera, di solito russa.

Amici e colleghi, mi piacerebbe avere una simile macchina propagandistica qui in Russia, ma purtroppo questo non è il nostro caso. Non abbiamo nemmeno complessi mediatici internazionali come la CNN, la BBC ed altri consimili. Semplicemente non abbiamo ancora questo genere di capacità. Quanto alla pretesa secondo cui gli estremisti ed i populisti hanno sconfitto la minoranza sensibile, sobria e responsabile, non parliamo di populisti, nulla del genere, ma di gente ordinaria, cittadini ordinari che stanno perdendo fiducia nelle classi dominanti. Questo è il problema.

A proposito, con l’agenda politica già illustrata per quello che è, le elezioni hanno cessato di essere uno strumento per il cambiamento, e consistono in null’altro che in scandali e colpi bassi (chi ha rubato a chi, chi dorme con chi, se volete scusarmi…). Questo va al di là dei confini. E onestamente, se si guarda ai programmi dei vari candidati si ha l’impressione che siano tutti scritti con lo stesso stampo, la differenza è infinitesima, ammesso che ve ne sia una.

Pare che le classi dirigenti non vedano l’approfondirsi del divario sociale e l’erosione della classe media mentre, allo stesso tempo, promuovono piattaforme ideologiche le quali, secondo me, sono distruttive per l’identità culturale e nazionale. E, in certi casi, in certi paesi, sovvertono gli interessi nazionali per rinunciare alla sovranità in cambio della benevolenza del sovrano.

Questo ci pone la domanda: chi è davvero l’estremista? La classe in espansione dell’oligarchia sovranazionale e della burocrazia, che di fatto spesso è non eletta e non controllata dalla società, o la maggioranza dei cittadini, cittadini che si occupano della loro vita e di quella dei loro bambini, di preservare la loro identità culturale, e, in conclusione, della sicurezza minima per sé stessi e per i propri cari? Le persone sono chiaramente impaurite nel vedere come il terrorismo evolva da minaccia remota a quotidiana, come un attacco terroristico può essere portato oggi vicino a loro, nella strada a fianco, se non proprio nella loro, mentre qualsiasi ordigno rudimentale (da esplosivo fatto in casa ad un normale camion) può essere usato per perpetrare omicidi di massa.

Inoltre gli attacchi terroristici che sono stati perpetrati negli ultimissimi anni a Boston ed in altre città degli Stati Uniti, a Parigi, a Bruxelles, a Nizza e nelle città tedesche, come quelli che purtroppo hanno colpito il nostro paese, mostrano che i terroristi non hanno bisogno di unità o strutture organizzate, possono agire in maniera indipendente, da soli. Hanno bisogno solo di una motivazione ideologica contro i loro nemici, ovvero contro di voi e contro di noi. La minaccia terroristica è un chiaro esempio di come la gente è tratta in inganno nel valutare la natura e le cause delle crescenti minacce. Lo vediamo nel modo in cui si stanno sviluppando gli eventi in Siria. Nessuno è riuscito ad arrestare il bagno di sangue ed a lanciare un processo di assestamento politico. Ci si sarebbe potuto aspettare che avremmo fatto fronte comune contro il terrorismo almeno ora, dopo così lunghi negoziati, enormi sforzi e difficili compromessi.

Ma ciò non è avvenuto e questo fronte comune non si è formato. Nemmeno i miei accordi personali con il Presidente degli Stati Uniti hanno prodotto risultati. A Washington alcuni si sono mostrati pronti a fare tutto il possibile per impedire questi accordi venissero realizzati. Tutto questo dimostra un desiderio inspiegabile e direi quasi irrazionale da parte dei paesi occidentali di continuare a fare gli stessi errori o, come diciamo in Russia, di continuare a camminare sullo stesso rastrello.

Vediamo tutti cosa succede in Afganistan, Iraq, Libia e in una quantità di altri paesi. Devo chiedere: dove sono i risultati della lotta contro il terrorismo e l’estremismo? Nel complesso, se guardiamo all’intero mondo, ci sono alcuni risultati in particolari regioni e località, ma non c’è un risultato globale e la minaccia terroristica continua a crescere. Ricordiamo tutti l’euforia in qualche capitale a proposito delle primavere arabe. Dove sono queste fantasie, oggi? Le invocazioni della Russia per una lotta comune al terrorismo vengono ignorate. Come se non bastasse, continuano ad armare, rifornire, sostenere e addestrare gruppi terroristici nella speranza di utilizzarli per conseguire finalità politiche personali. Si tratta di un gioco molto pericoloso e io mi rivolgo per l’ennesima volta ai protagonisti: gli estremisti in questo caso sono più abili, intelligenti e forti di voi, e se voi fate questi giochetti con loro perderete sempre.

Colleghi, è chiaro che la comunità internazionale dovrebbe concentrarsi sui problemi reali che l’umanità è chiamata a fronteggiare oggi, la cui soluzione renderà il nostro mondo un posto più sicuro e stabile e renderà il sistema delle relazioni internazionali più giusto e più equo. Come ho detto, è essenziale trasformare la globalizzazione da qualcosa riservato a pochi a qualcosa per tutti. E’ mia ferma convinzione che possiamo superare queste minacce e queste sfide solo lavorando assieme sul solido fondamento del Diritto Internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Oggi le Nazioni Unite continuano a rimanere un’agenzia senza uguali per rappresentatività ed universalità, un unico viatico per un dialogo su basi di parità. Le loro regole universali sono necessarie ad includere più paesi possibile in una integrazione economica ed umanitaria, a garantire la loro responsabilità politica, e a lavorare per coordinare le loro azione, nel rispetto dei loro modelli di sovranità e di sviluppo.

Non abbiamo dubbi che la sovranità sia una nozione centrale nell’intero sistema delle relazioni internazionali. Il suo rispetto ed il suo consolidamento aiuterà a diffondere pace e stabilità sia a livello nazionale che a quello internazionale. Ci sono molti paesi che possono fare affidamento su una storia che si spinge all’indietro per mille anni, come la Russia, e in questo modo siamo giunti ad apprezzare la nostra identità, libertà ed indipendenza. Ma noi non cerchiamo dominio, espansione o confronto con chicchessia. Nella nostra mentalità, l’autentico primato risiede nell’individuare i veri problemi piuttosto che nel cercare di inventarsi minacce mitiche e di usarle per passare sugli altri come rulli compressori. Questo è esattamente il modo con cui la Russia concepisce il suo ruolo negli affari globali oggi.

Ci sono priorità senza le quali un futuro prospero per il nostro comune pianeta è impensabile, e sono assolutamente ovvie. Non dirò nulla di nuovo a questo proposito. Prima di tutto, c’è l’equa e non separabile sicurezza per tutti gli stati. Solo dopo la fine dei conflitti e il conseguimento di uno sviluppo pacifico per tutti i paesi sarà possibile parlare di progressi economici e di soluzione di problemi sociali, umanitari e di altre questioni cruciali. E’ importante combattere il terrorismo e l’estremismo da subito. E’ stato detto più di una volta che questo male più essere vinto solo da uno sforzo congiunto di tutti i paesi del mondo. La Russia ribadisce la sua offerta a tutti gli interlocutori interessati.

E’ necessario aggiungere all’agenda internazionale la questione del ripristino delle strutture statuali, delle sfere economiche e sociali superstiti nei paesi del Medio Oriente. La mastodontica scala delle  distruzioni richiede la stesura di un programma ampio e di lungo termine, una specie di Piano Marshall, per rivitalizzare l’area devastata dalla guerra e dal conflitto. La Russia desidera partecipare agli sforzi di una simile coalizione.

Non possiamo ottenere stabilità globale senza un progresso economico globale. E’ essenziale stabilire condizioni perché vi sia lavoro creativo e crescita economica ad un ritmo tale da porre fine alla divisione del mondo fra eterni vincitori ed eterni sconfitti. Le regole del gioco dovrebbero consentire alle economie emergenti almeno un’opportunità di raggiungere quelle che conosciamo come sviluppate. Dovremmo lavorare per un livellamento dei ritmi di sviluppo, e sostenere i paesi e le regioni rimasti indietro in modo da rendere raggiungibili per tutti i frutti della crescita economica e del progresso tecnologico. In particolare, questo aiuterebbe a porre fine alla povertà, una dei peggiori problemi di oggi.

E’ del pari completamente evidente che la cooperazione economica dovrebbe essere reciprocamente vantaggiosa e basarsi su principi universali per consentire a ciascun paese di diventare un soggetto paritario nelle attività economiche globali. La tendenza alla regionalizzazione nell’economia mondiale con tutta probabilità persisterà sul medio termine. Ma gli accordi di commercio regionale dovrebbero integrare ed espandere, non sostituire, le norme ed i regolamenti universali.

La Russia richiede l’armonizzazione di accordi economici regionali basati sul principio della trasparenza e del rispetto degli interessi reciproci. E’ in questo modo che organizziamo il lavoro dell’Unione Economica Eurasiatica e conduciamo i negoziati con i nostri interlocutori, in particolare sul tema del coordinamento con il progetto della Cintura Economica della Via della Seta, che la Cina sta realizzando. Ci aspettiamo di poter promuovere una comunione Eurasiatica estesa, che promette di evolvere nel motore di una vasta area di integrazione eurasiatica. Per realizzare questa idea, i colloqui 5+1 sono già iniziati in vista della conclusione di un accordo di cooperazione commerciale ed economica che coinvolga tutti i partecipanti del progetto.

Un compito importante che ci attende è quello dello sviluppo delle potenzialità umane. Sono un mondo con vaste opportunità per tutti, con lavoratori altamente qualificati, con accesso alla conoscenza e con una grande varietà di modi per realizzare il proprio potenziale, che può essere considerato autenticamente libero. Solo un mondo in cui le persone di diversi paesi non devono lottare per sopravvivere, ma vivono pienamente la propria vita, può essere stabile.

Un futuro dignitoso è impossibile senza la protezione dell’ambiente e la soluzione dei problemi climatici. Ecco perché la conservazione degli ecosistemi e della biodiversità, e la riduzione dell’impatto umano sull’ambiente sarà una priorità nei prossimi decenni.

Un’altra priorità è la salute globale. Naturalmente ci sono molto problemi, come le epidemie su larga scala, il declino del tasso di mortalità in alcuni paesi e così via. Questo significa che c’è molto spazio per compiere progressi. Tutti i popoli del mondo, non solo le classi dirigenti, dovrebbero avere diritto a vite sane, lunghe e piene di esperienze. E’ un obiettivo nobile. E, naturalmente, è necessario continuare una discussione ampia sul nostro futuro in modo che tutte le iniziative utili e promettenti ricevano la giusta attenzione.

Colleghi, Signore e Signori, sono fiducioso che voi, come membri del Club Valdai, prenderete attivamente parte a questo lavoro. Le vostre capacità vi rendono in grado di cogliere tutte le prospettive dei processi in corso sia in Russia che nel mondo, di prevedere e stimare le tendenze a lungo termine e di mettere in cantiere nuove iniziative e raccomandazioni che ci aiuteranno a trovare la strada per un futuro più prospero e sostenibile, il futuro di cui tutti abbiamo così seriamente bisogno.

Grazie per la vostra attenzione.

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Traduzione in Italiano a cura di Marco Bordoni per SakerItalia.it

Intervista con la Brigata Prizrak

Intervista con la Brigata Prizrak

Unità nella Lotta: Prima di tutto vorremmo sapere qualcosa sulla costituzione della Brigata Prizrak [“fantasma” n.d.t.]. C’era qualche piano per costituire una brigata del genere prima della guerra?

“Krot” [“Talpa” n.d.t.]: Non solo non avevamo la minima idea di creare la Brigata Priztak prima della guerra, ma nessuno aveva mai pensato che sarebbe stato necessario, in generale, formare una milizia. Nessuno di noi aveva immaginato che avremmo dovuto imbracciare le armi per difendere le nostra vite e quelle dei nostri cari.

Nella nostra ingenuità credevamo che con la “democrazia” e con la “civiltà” trionfanti nella nostra epoca, nessuno avrebbe permesso ai fascisti di intraprendere un genocidio ai danni dei loro avversari quasi nel cuore dell’ Europa. Ci sbagliavamo.

In ogni caso, nessuno prima della guerra pensava che avremmo dovuto combattere. Credevamo che tutto si potesse risolvere attraverso il dialogo giungendo ad un compromesso ragionevole. E’ stato solo dopo che i fascisti hanno bruciato viva la gente ad Odessa e l’hanno schiacciata con i carri armati a Mariupo che ci siamo resi conto che dovevamo imbracciare le armi e creare una milizia.

E sin dal principio della guerra il futuro comandante della brigata, Mozgovoj, si rese conto del fatto che i piccoli distaccamenti separati della Milizia dovevano riunirsi un una brigata unificata con obiettivi e disciplina comuni, altrimenti non ci sarebbero state possibilità di reggere il confronto con l’esercito degli invasori Ucraini.

E quando gli aerei ucraini bombardarono l’accampamento della Brigata ed i media ucraini annunciarono che l’ unità era stata distrutta, venne presa la decisione di chiamarla Prizrak (Brigata “fantasma”) visto che i media ucraini avevano annunciato che tutti i suoi uomini erano stati uccisi.

UnL: Qual erano le finalità della Brigata ed i vostri obbiettivi politici?

Krot: Il fine della Brigata, intesa come unità militare, era principalmente connesso al combattimento, per difendere i territori della Novorussia dalla invasione dei fascisti ucraini. In ogni caso la Brigata si era posta l’ obiettivo ulteriore di combattere il fascismo in generale.

L’ intento politico di A. Mozgovoy’s era la costituzione di un potere popolare e del socialismo sul territorio Novorusso (nella accezione del termine data da Mozgovoy) per combattere contro gli oligarchi e il sistema oligarchico, e per combattere gli eccessi dei funzionari e gli arbitri dell’apparato burocratico.

Sul lungo termine, se possibile, gli obiettivi di Mozgovoy erano anche più ambiziosi, e includevano l’integrale rinnovamento politico ed economico di tutta l’ Ucraina.

UnL: La Brigata ha ricevuto il sostegno di qualche paese o di qualche organizzazione politica?

Krot: Nessun supporto da paesi esterni. La Brigata si è retta interamente sul sostegno umanitario di diversi partiti patriottici popolari e comunisti e di organizzazioni della Federazione Russa e dell’ Europa. Il Partito Comunista della Federazione Russa ha fornito una assistenza degna di particolare riconoscimento.

Come 14ma Brigata di Difesa Territoriale (il nominativo con cui la Brigata è indicata nei documenti ufficiali della Repubblica Popolare di Lugansk) la Brigata negli ultimi tempi riceve sostegno dal quartier generale della Milizia della Repubblica Popolare di Lugansk sotto forma di rifornimenti, armi, uniformi, equipaggiamenti ed anche qualche assistenza finanziaria. Questo sostegno (assieme a quello fornito da organizzazioni sociali e partiti politici) mantiene la Brigata ad un livello adeguato al combattimento.

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UnL: Seguendo l’esempio della Guerra Civile Spagnola (primo caso in Europa) volontari internazionali da tutto il mondo sono venuti in Novorussia per combattere ancora una volta contro i fascisti. Questo potrebbe diventare un punto di svolta per le organizzazioni ed i partiti comunisti?

Krot: Senza alcun dubbio! I volontari internazionali della Sinistra (Socialisti e Comunisti) hanno mostrato con il loro esempio che quando è necessario possono difendere gli interessi del popolo con le armi in pugno. Hanno dimostrato che il movimento di sinistra non è finito, non si deteriorato, e non è diventato una tigre di carta.

Quindi, sotto questo aspetto, si, forse questo sarà un punto di svolta per i partiti e le organizzazioni comuniste, a condizione che quei partiti e quelle organizzazioni facciano un uso corretto della situazione al fine di raccogliere le loro forze per la lotta al capitalismo ed al sistema capitalista.

Altra questione è che poi il capitalismo cercherà (sta già provando a farlo) di sopprimere questa opportunità per la sinistra, a volte con la forza (come per esempio nel caso dell’arresto e dell’omicidio di attivisti della “Primavera Russa”) e a volte con l’ astuzia, sviando queste energie in canali destinati ad essere inoffensivi per i capitalisti. Comunque tutto dipende ancora dagli attivisti stessi della Sinistra.

UnL: La Prizrak collabora con tutti partiti comunisti? In che modo i combattenti comunisti si uniscono alla Brigata Prizrak?

Krot: La Brigata collabora con tutte le forze (partiti ed organizzazioni sociali) interessate alla lotta contro il fascismo.

I combattenti comunisti si uniscono alla brigata Prizrak attraverso il Vicecomandante Aleksey Markov, noto come “Dobry” [il “buono” n.d.t.] o attraverso il vice commissario politico, noto come “Aleks”.

Si tiene conto della volontà e della capacità di combattere. E’ importante anche una conoscenza base del russo per eseguire gli ordini impartiti dai comandanti. Questo è essenziale per sconfiggere il nemico. La gente ci raggiunge solo tramite il territorio della Federazione Russa.

UnL: La Brigata è aperta a tutte le forze anti fasciste?

Krot: Si, come ho già detto. La Brigata collabora con tutte le forse (partiti ed organizzazioni sociali) interessate alla lotta antifascista

UnL: Ha un messaggio per i rivoluzionari Turchi?

Krot: Tenete duro, amici. La vittoria del comunismo è inevitabile in ogni caso! Il nostro compito è affrettare questa vittoria e far scoccare la sua ora e avvicinarne il tempo. E noi riusciremo in tutto. La cosa principale è credere e lavorare per la vittoria.

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Articolo Pubblicato su Slavyangrad il 5 ottobre 2016

Tradotto da Marco Bordoni per Sakeritalia.it il 6 ottobre 2016

Caso Yefremov: Lutsenko mette in Scena l’ennesimo Processo Farsa

 

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Era l’ 11 aprile 2011: Oleksandr Yefremov non era un ex politico caduto in disgrazia, come oggi, ma il potente capobastone del Partito delle Regioni alla Rada e uno dei più ricchi e potenti poltici di Lugansk. In quella veste lanciò l’allarme in Paralamento: “ho addirittura informazioni che Soros ha stanziato certi fondi al fine di preparare certi gruppi di giovani qui in Ucraina per attuare un progetto già esistente basato sull’ esempio del Nord Africa”.  Allarme che rimase purtroppo inascoltato e che probabilmente oggi Yefremov rimpiange dietro le sbarre dell’ ignoto centro di detenzione dell’ SBU di Kiev dove è stato condotto il 30 luglio, e dove sarà detenuto in via cautelare per un tempo massimo di due mesi su richiesta dell’ ormai onnipotente Procuratore Generale Lutsenko.

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Il super teste Volodymir Landik

Il suo accusatore è Volodymir Landik, un altro pezzo grosso del Partito delle Regioni a Lugansk nel periodo Janukovich, entrato però in urto con Yefremov nel 2011, quando il figlio Roman Landik, già consigliere comunale, si rese protagonista di uno scandalo per aver picchiato selvaggiamente, ripreso da un video di sorveglianza , una ragazza di vent’ anni. Di fronte alla indignazione popolare il Partito, invece di coprirlo, lo espulse.

Il caso aveva infiammato l’opposizione ucraina (poi salita al governo con il putsch maidanista), e tuttavia è stato poi un tribunale dell’ Ucraina post “rivoluzione” ad assolvere il giovane per “legittima difesa” nell’ aprile del 2014, ribaltando la sentenza del 2012 (al tempo della”tirannide” di Janukovich)  che aveva chiesto ed ottenuto l’estradizione dalla Russia e lo aveva condannato a tre anni di reclusione ( se pur convertiti in libertà vigilata).

Per questo ed altri episodi Landik e Yefremov erano dunque diventati nemici personali, ed è così che dopo i fatti del marzo 2014, Landik aveva reso una intervista a Unian indicando Yefremov come mandante “morale” della rivolta di Lugansk. Al tempo aveva detto: “non posso dire per certo che il mandante dietro I torbidi separatist a Lugansk sia Yefremov. Ma, secondo evidenze indirette… Primo Ministro, capo del Gruppo Parlamentare del Partito delle Regioni, abitante di Lugansk, non commenta i fatti. Nel frattempo il suo braccio destro organizza la presa degli edifici amministrrativi statali e regionali.”.  Yefremov era stato detenuto brevemente nel gennaio del 2015 sotto le stesse accuse, riferite alla Procura (al tempo retta da Viktor Shokin) dallo stesso Landik, e poi rilasciato per decorrenza dei termini di custodia cautelare senza che nessuna imputazione venisse formulata.

Oggi però, sollecitata da Lutsenko, la memoria di Landik offre molti più dettagli di quanti non ne fornisse nell’ immediatezza degli eventi: il “super teste riferisce” di ricordare sia brogli elettorali organizzati da Yefremov per assicurare ai regionali la vittoria a Lugansk, sia i finanziamenti di Yefremov ai ribelli nel 2014 e la sua regia nella rivolta.

Roman Landik: picchiò una ragazza, condannato dai trubunali di Janukovich, assolto da quelli della "rivoluzione della dignità" per legittima difesa
Roman Landik: picchiò una ragazza, condannato dai trubunali di Janukovich, assolto da quelli della “rivoluzione della dignità” per legittima difesa

Ricorda addirittura una riunione a cui avrebbe partecipato Segey Glazyev (!), notissimo consigliere di Putin (personalità assai poco credibile nella veste di agente sabotatore), in cui sarebbero stati distribuiti, per il dopo insurrezione, tutti gli asset economici locali fra gli oligarchi della zona: “ne avevo già parlato in precedenza con Turchinov e Avakov” piagnucola Landik rifilando un siluro ad alleati di Governo che certo non dispiacerà a Lutsenko “ma loro non avevano considerato interessante la mia storia”. Per cui Yefremov torna in carcere, e pazienza se le stesse accuse, con lo stesso testimone, erano già cadute nel 2015: il caso di Igor Markov dimostra che il sistema giudiziario di Kiev non si ritiene vincolato al principio secondo cui non si processa la gente due volte per gli stessi fatti (ne bis in idem: per questo il Tribunale di Genova negò l’estradizione).  Per buona misura Yefremov è accusato anche di appropriazione indebita dell’ azienda Luganskugol, un colosso minerario su cui il politico di Lugansk era riuscito a mettere le mani a prezzi di saldo nel 2014 in seguito ad un “fallimento pilotato”. Accusa questa probabilmente più fondata, ma di certo non straordinaria nell’ Ucraina del “così fan tutti”.

Comunque non è che Avakov e Turchinov, ammesso Landik abbia mai cercato di rifilargli questa palese panzana, non l’abbiano trovata interessante. Più probabilmente avevano considerato la storiella talmente inverosimile da renderla inutilizzabile sul piano giudiziario, circostanza che invece non ha scoraggiato Lutsenko, ben lieto di andare a ripescare questo avanzo nella frazione umida per attaccare alla cintura un altro scalpo dal nome altisonante come quello di Oleksandr Onishchenko, andando poi a sbandierare che questo arresto dimostra che “l’Ucraina è in ripresa” (sic).  Il fatto che le accuse contro Yefremov siano per due terzi ridicole per un terzo ovvie e che si basino su di un teste palesemente inaffidabile non frena Lutsenko, che anzi rilancia, proponendo a Yefremov un “accordo” in cambio di una testimonianza contro i “mandanti” esteri della guerra civile. E veniamo al solito refrain: è stato Putin.

Yurj Lutsenko: Il Procuratore Generale sta costruendo una serie di processi politici su commisione del Presidente
Yurj Lutsenko: Il Procuratore Generale sta costruendo una serie di processi politici su commisione del Presidente

Come tutto questo possa essere definito “giustizia”, anche secondo i non eccezionalmente rigorosi parametri locali, non si capisce. Del resto persino la sorosiana Freedom House si è accorta che nell’ Ucraina di oggi il sistema giudiziario è peggio di quello dei tempi del “dittatore” (eletto) Janukovich.

Quello che è chiaro, e che modestamente segnaliamo ormai da mesi, è che lo snodo dello scorso aprile, nel quale Poroshenko si è impadronito del Governo e della Procura Generale, ha attivato un processo di accentramento che pone l’ Ucraina ben distante dagli standard minimi accettabili per un paese democratico. L’ Unione Europea, da parte sua, formalmente guarda altrove, sostanzialmente si rimangia, uno dopo l’altro, gli impegni assunti nei confronti dello scomodo alleato.

O Europa, pallida Madre! Come t’hanno ridotta i tuoi Figli

Cos’era il “Contropelo”, la trasmissione di Massimo Rocca per Radio Capital che chiude i battenti in questi giorni?

Massimo Rocca in Onda: scherzare è una cosa seria.
Massimo Rocca in Onda: castigare ridendo mores.

Per gli ascoltatori di Radio Capital, una esperienza parecchio surreale. Immaginate persone che camminano a piedi metaforicamente scalzi sulla fresca erbetta del gruppo Repubblica – L’Espresso,  in un paesaggio dipinto come il  migliore dei mondi possibili, un giardino dell’Eden governato da premurosi tecnici progressisti e fondato sull’amore universale noto come Unione Europea; un paradiso sempre insidiato dal serpente del populismo e ovviamente dall’onnipotente Putin, il Lucifero responsabile di tutti i mali dell’universo, tenuto tuttavia a bada dagli angeli della BCE e della NATO con le loro spade fiammeggianti .

All’improvviso, sotto i piedi di queste persone, si spalanca il baratro e cadono nel Contropelo, una rubrica distopica di un minuto – uno: per dirla con Lucrezio, quella cosetta amara che si annida nella fonte della gioia e che pur nei fiori già duole.

Un assaggio: il Salvatore della Patria Mario Monti? Dovrebbe essere cacciato dal Parlamento. La dirigenza europea ed Obama? Gente che si intromette negli affari dei paesi europei tanto che“persino Hitler era più conciliante”. Certamente lo fu di più l’URSS verso le repubbliche federate, quando decisero di andarsene.. La famosa stampa anglosassone? Beoti per cui il problema non è l’ISIS che brucia vive donne votate alla schiavitù sessuale, ma Assad e Putin che lo combattono. Gli intellettuali della sinistra europea? “Chierici” traditori del popolo. Trump Presidente? Non certo la fine del mondo. Anzi. Una scelta isolazionista USA sarebbe un vantaggio per “i vassalli”.

Chissà cosa penseranno gli ascoltatori di Radio Capital quando questa voce tacerà. Per alcuni, magari, sarà un sollievo. Il contorno della bolla ideologica della loro emittente preferita sarà ripristinato nella sua perfezione geometrica. Tantissimi, però, resteranno orfani. E’ per loro (oltre che per quelli a cui nessuno ha mai fatto il contropelo) che ho chiesto a Massimo Rocca di fare quattro chiacchiere per Saker Italia.

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Marco Bordoni: Caro Massimo Rocca, partiamo dalla Russia, che è il focus del nostro blog.  Qualche mese fa ti sei chiesto perché tutti si siano commossi quando Rostropovich ha suonato sotto le macerie del muro di Berlino e non quando Valery Gergiev ha suonato a Palmira. Ti giro la stessa domanda: perché?

Massimo Rocca: La risposta più comoda è perché Assad non è il “nostro” bastardo.  E fin lì, in nome della realpolitik, ci potrei pure stare. Se  il nemico del mio nemico è il mio amico, il ragionamento funziona anche al contrario. Ma allora questo mette in discussione l’identità del nemico. E sempre in nome del realismo credo che non piangere per la liberazione di Palmira e per la musica occidentale, russa ma occidentale,  che risuona nel teatro indica che chi ci guida o non ha la più pallida idea di dove sta andando, o lo sa benissimo e noi siamo vittime di uno spin informativo senza precedenti.  Mi piacerebbe pensare alla seconda ipotesi, ma la presidenza Obama mi ha fatto molto spesso pensare alla prima.

Il concerto di Palmira.
Il concerto di Palmira. Il sintomo che “chi ci guida non ha la più pallida idea di dove sta andando, o noi siamo vittime di uno  spin informativo senza precedenti

Marco Bordoni: Alle volte l’atteggiamento degli occidentali nei confronti della Russia mi ricorda la “psicosi” turca dell’Europa del cinquecento. Una dirigenza che si compiaceva di rappresentare “il soldano” come il male assoluto per raccogliere il consenso di un popolo che però, a mezza voce, sperava “i patrizi” potessero rimediare in guerra “qualche legnata” che gli facesse abbassare le arie (così dicevano le canzoni popolari del tempo di Lepanto). Anche Putin è temuto dalle élite e guardato con simpatia dalle masse. Gli uni e gli altri ne fanno quella che è, in qualche modo, una caricatura rispettivamente in negativo e in positivo. E’ un paragone che ha senso?

Massimo Rocca: In realtà nei confronti della Russia stiamo messi peggio. Intanto almeno oggi non c’è un re di Francia che sia pure in funzione anti spagnola sia disponibile ad un’alleanza con il Sultano-Putin. E poi quella del ‘500 era un contrapposizione reale, assai più simile alla guerra fredda, tra due sistemi davvero radicalmente diversi, con l’espansionismo turco che era ancora in piena fioritura, vincente, e tecnologicamente paritario rispetto a quello che poteva schierare l’Occidente. Oggi il vero punto interrogativo è: ma che minaccia può rappresentare la Russia di Putin per l’Occidente? Posso capire la questione immedesimandomi in un Baltico, in un Polacco, in un Ucraino, ma qual è oggi la forza di attrazione, il modello alternativo che la Russia può mettere in campo una volta orfana del comunismo? In qualche modo anche il paragone con il Sultano se mi consenti rientra nello spin. E’ l’Occidente che in momenti assolutamente non sospetti, nella fase di maggior debolezza della Russia post sovietica spinge i suoi confini militari sempre più all’interno dell’ex blocco comunista. Fino all’epilogo ucraino. Possiamo metterla come vogliamo ma non stiamo assistendo alla riconquista delle province da parte dello zar di turno, siamo arrivati passo dopo passo  di nuovo alla linea di armistizio del  1917, o a quella del settembre 1941.

Sulla simpatia delle masse, che meraviglia ritrovare questa parola desueta, sarei più prudente.  Da un lato le simpatie sono di tipo rosso bruno, quindi estremamente volatili e orientate più verso il rispetto dell’uomo forte che non verso la comprensione delle ragioni della Russia. Dall’altro il fallimento di tutti i movimenti antagonisti privi di una struttura portante ideologica, penso al movimento pacifista al tempo della guerra irachena, mi fanno molto dubitare della profondità  dei sentimenti  delle masse ridotte a somma di individui

Distribuzione della ricchezza negli USA 1917 - oggi
Distribuzione della ricchezza negli USA 1917 – oggi

Marco Bordoni: Abbiamo parlato dei “barbari” che assediano la cittadella. E cosa succede al di qua delle mura? Quali sono i fenomeni economici e sociali in atto nel cosiddetto occidente?  Catone il Censore chiudeva ogni discorso chiedendo al senato di ricordare la necessità di distruggere Cartagine. Facendogli il verso chiudi tutti i tuoi  interventi con un “ricordatevi di Oxfam”. Cos’è Oxfam? Perché è tanto importante?

Massimo Rocca: E’ una ONG che si occupa di povertà ed ineguaglianze. E che ogni anno pubblica alla vigilia del meeting dei potenti a Davos il rapporto sulla distribuzione della ricchezza nel mondo. Come sapete negli ultimi anni si è diffuso il cosiddetto problema dell’1%, cioè il fatto che la maggior ricchezza prodotta è finta ad alimentare reddito e patrimonio di questa piccola parte della società. Poi siamo arrivati a scoprire, ad esempio con il libro di Piketty [Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo N.d.R.] che anche all’interno di questo 1% la piramide si stringeva e abbiamo iniziato a parlare dello 0,1%. Bene: l’ultimo rapporto Oxfam ci dice che nell’ultimo anno le 62 persone più ricche al mondo (qualcuno di loro è anche russo) hanno un patrimonio che equivale a quello della metà più povera del pianeta. 62 contro tre miliardi e mezzo circa. Già questo dato toglie il respiro. Ma quello che mi ha fatto deragliare è stato leggere in un pezzo un collega che diceva “…questo problema, la diseguaglianza, che ci portiamo dietro”. Vedete: non ce lo stiamo portando dietro. Lo stiamo creando per il futuro. La prova è che nell’ultimo anno i poveri hanno perso mille miliardi di euro di patrimonio, mentre quei 62 ne hanno guadagnati altri 500. Cioè, la forbice si sta allargando a livelli sconosciuti dai tempi delle grandi aristocrazie terriere pre rivoluzionarie, e intendo il 1789 non il 1917! Voi capite che tutti i problemi, da quelli della politica, della rappresentatività democratica, delle guerre, dell’emigrazione non sono risolvibili davvero se non si aggredisce questa follia.

Produttività e salari reali negli stati uniti: la prima si impenna, i secondi ristagnano.
Produttività e salari reali negli stati uniti: la prima si impenna, i secondi ristagnano.

Marco Bordoni: Io ho l’impressione che uno dei motivi per cui la questione sociale è sempre meno di attualità e che i ricchi (mi si perdoni la rozzezza del termine) sono spariti dalla vista dei poveri. Le nostre città sono testimonianza delle spaccature sociali nei secoli: dalle torri in cui i nobili si trinceravano nel medioevo alle residenze urbane e suburbane dove vivevano nell’età moderna, fino alle ville ed ai centri dirigenziali degli industriali del novecento. Il ricco è sempre stato davanti agli occhi del povero. Ora i ricchi sembrano non esistere più: esistono ancora? Dove sono finiti?

Massimo Rocca: Su questo non sono d’accordo. Anzi penso che mai come oggi l’ostentazione della ricchezza sia squadernata in maniera supremamente volgare. Maria Antonietta è in tv tutte le sere a dire dategli brioches. Tu pensa a Trump e al trumpismo, preceduto da Berlusconi, perché noi italiani quando si tratta di precedere a destra non ci facciamo mai mancare niente. I Rothschild o i Fugger, i Rockfeller o i Mellon, i Bardi o i Krupp non si sarebbero mai sognati di mettersi in prima fila nella gestione della politica. Magari eleggevi Carlo V imperatore ma non ti interessava, e non potevi diventarlo. Oggi puoi esibirti perché all’odio di classe, come ne parlava Sanguineti, si è sostituita l’invidia di classe. L’odio indica la volontà di sovvertire il dato con un voluto diverso, è appena successo con la Brexit e può portare a catastrofi inaudite; ma l’invidia indica la volontà di compartecipare alla ingiustizia e quindi prolungarla, solidificarla

Donald Trump. I ricchi di oggi si esibiscono perché "perché all'odio di classe si è sostituita l'invidia di classe. L'odio indica la volontà di sovvertire il dato con un voluto diverso,l'invidia indica la volontà di compartecipare alla ingiustizia "
Donald Trump. I ricchi di oggi si esibiscono perché “perché all’odio di classe si è sostituita l’invidia di classe. L’odio indica la volontà di sovvertire il dato con un voluto diverso,l’invidia indica la volontà di compartecipare alla ingiustizia “

Marco Bordoni: Il problema dell’aumento delle diseguaglianze affligge tutto il mondo. Ma l’ Europa è un caso a parte. In un recente post l’economista Alberto Bagnai scrive che l’ Unione Europea “è una giocattolo che ha aiutato le élite a risolvere i problemi interni schiacciando i salari”. Davvero è solo questo, l’ Unione Europea? E il “sogno europeo”? E il “manifesto di Ventotene”? E il “progetto Erasmus”?

Massimo Rocca: Questa per noi, oggi, è la domanda delle domande. Credo che il problema sia nella sovrapposizione delle parole Europa, Unione Europea, Euro. Finché le teniamo appiccicate insieme come pagine di un libro incollate dal caffè, non riusciamo a leggere la realtà. L’Europa è la nostra storia, trimillenaria, anche se in realtà il concetto nasce davvero solo al tempo dell’espansione islamica. Ed è quella di De Gaulle dall’Atlantico agli Urali. Da Cervantes a Dostojevski, da Purcell a Shostakovich, da Giotto a Rublev. Poi c’è l’Unione, che è una creatura politica analoga alle mille alleanze che hanno attraversato la storia della prima. Dal Patto di Varsavia al Sacro Romano Impero, dall’Asse all’Entente Cordiale. Sono creazioni temporanee e contingenti, cui i contemporanei danno, ovviamente, una lettura trascendente da fine della storia. Qui è oggi c’è una mistica dell’Unione analoga alla mistica del mondo comunista del dopoguerra. Se ne vedono tutti gli errori e gli orrori ma si pensa di ignorarli in nome del richiamo ad un ideale “puro” corrotto dalla sua attuazione. Diciamo che noi siamo tra la fase Krushev, ventesimo congresso, il culto della personalità, l’allontanamento dagli insegnamenti di Lenin (che qui sarebbe ovviamente l’idealismo di Ventotene) e la fase Breznev, la prevalenza della burocrazia che precede la dichiarazione di fallimento. Ci manca ancora un Gorbaciov, cioè un puro folle alla Parsifal che convinto di poter rianimare il cadavere lo porta alla tomba. E poi c’è l’Euro, che viene fatto passare per un errore economico di cui scontiamo le conseguenze ogni giorno, comportandoci come Don Ferrante di fronte alla peste “non è sostanza non è accidente quindi non esiste”. In realtà errore non è, se chi vinse il premio Nobel proprio per l’elaborazione della teoria delle Aree valutarie ottimali, Robert Mundell, ci ha detto che l’Euro sarebbe stato per noi ciò che Reagan è stato per gli USA. Cioè il grimaldello ideologico per distruggere lo stato in economia e il welfare. E qui si potrebbe dire mission accomplished.

"more of the same": proiezioni della Troika sulla applicazione delle proprie ricette alla Grecia ed andamento reale dell' economia.
“more of the same”: proiezioni della Troika sulla applicazione delle proprie ricette alla Grecia ed andamento reale dell’economia.

Marco Bordoni: La vittoria del Si al recente referendum tenutosi nel Regno Unito ha fatto emergere una spaccatura verticale anche fra i critici dell’Unione Europea. Molti ammettono che si, ci sono dei difetti, ci sono delle storture, ma poi non riescono a “passare il Rubicone” e riconoscere che l’Unione va rottamata. Io da un lato capisco che psicologicamente una generazione cresciuta con questo sogno possa fare fatica a riconoscere che è diventato un incubo. Dall’altro dopo 15 anni di disastri all’interno ed all’esterno mi chiedo: cos’ altro vi serve? Perché i “chierici” tentennano? E’ inadeguatezza o malafede?

Massimo Rocca: In parte ti ho risposto prima. Però vorrei sottolineare ancora un punto. Questa eurofilia è un problema della sinistra. Meglio: di quello che si autodefinisce sinistra oggi. Per cui per alcuni che in realtà sono dei liblab, il problema non si pone. Non arrivano a dire che la Grecia sia il più grande successo dell’Euro, ma a loro ciò che ha fatto Monti e che fa Renzi, ciò che hanno fatto Blair e Schroeder e sta facendo Hollande va benissimo. Pensa al percorso di Napolitano. Elogiatore dei cingoli sovietici sugli operai di Budapest, autore del discorso, impeccabile, sul no del PCI allo SME, e poi ultrà dell’ Eurotecnocrazia fino alla negazione della democrazia rappresentativa. Poi ci sono gli altri, i sopravvissuti a stento al crollo del muro. Per loro l’Europa è stata la ciambella di salvataggio nel naufragio. Ciò che rinunciando alla difese dei deboli sembrava dare un senso di lunga durata alla loro vita politica. Quindi mentre l’espressione Titanic Europa ha un senso generale, per la sinistra si tratterebbe di subire il secondo naufragio in una generazione. Dopo l’estinzione dei partiti comunisti assisteremmo all’estinzione dei partiti socialisti. E di fatto vi stiamo assistendo. Pasok, sparito. Il Pd ormai del tutto geneticamente modificato, Spd, socialdemocratici austriaci, partito socialista francese ai minimi della loro storia. Mi è capitato di dire che la prima socialdemocrazia si suicidò votando i crediti di guerra nel 1914 e che la seconda si sia suicidata votando il Fiscal Compact. Per fortuna stavolta non ci sono le cannonate.

Mediterranei spendaccioni? A guardare i dati della spesa pubblica pro capite non si direbbe.
Mediterranei spendaccioni? A guardare i dati della spesa pubblica pro capite non si direbbe.

Marco Bordoni: Oramai il mio gioco è chiaro: ci stiamo muovendo dal lontano al vicino. Siamo arrivati all’Italia. Sulla tua bacheca c’è un grafico che illustra la “crescita” dell’Italia dopo il 2008 in confronto agli altri paesi occidentali: sembra una condanna senza appello. Parafrasando Churchill, l’Italia in questa UE sembra un disastro contenuto in una catastrofe. Perché?

Massimo Rocca: Le risposte sono molteplici. E credo che l’errore sia da parte di tutti, quello di scegliere solo la risposta che fa comodo cancellando le altre. Quindi la crisi nella produttività del lavoro, il pessimo allocamento delle risorse, la scomparsa dello stato imprenditore sostituito malamente da un capitalismo asfittico e sotto capitalizzato, l’impossibilità di riallineare il cambio, il sistema bancario fatto per gli amici degli amici. Come dire ognuna è condizione necessaria ma non sufficiente a spiegare e la risoluzione di ognuna sarà necessaria ma chissà se sufficiente a recuperare una paralisi quasi ventennale.

L'andamento di alcune economie dopo la crisi del 2008. Dal Blog "vincitori e vinti".
L’andamento di alcune economie dopo la crisi del 2008. Dal Blog “vincitori e vinti”.

Marco Bordoni: A ottobre gli italiani saranno chiamati a votare un consistente pacchetto di riforme costituzionali. Esiste una correlazione fra il processo di “riforme” iniziato dopo la fine della prima repubblica e la crisi economica e sociale in cui il nostro paese sembra non riuscire ad uscire? Qualche anno fa il colosso finanziario JP Morgan presentò un documento in cui suggeriva ai paesi europei di sbarazzarsi delle costituzioni antifasciste che rappresenterebbero un ostacolo alla crescita. Ha senso vedere una relazione fra questo tipo di approcci e la fregola riformista di Matteo Renzi o è dietrologia?

Massimo Rocca: La relazione è assoluta, poi non so se consapevole in chi attua politicamente le decisioni. Il punto è sempre quello: “lo stato non è la soluzione ma il problema, bisogna affamare la bestia, non esiste la società esistono gli individui”. Siamo sempre a Thatcher e Reagan. La cosa più sbalorditiva è che la destra economica e intellettuale era pronta alla sfida nel momento in cui il modello rooseveltiano keynesiano entrò in crisi sullo choc della iperinflazione petrolifera, con un corpus teorico pratico onnicomprensivo. Mentre oggi la sinistra (?) di fronte alla crisi che mette in ginocchio ogni convinzione ed ogni ricetta dell’ultimo quarantennio è muta, afasica, balbettante o addirittura epigona, proprio mentre quella stessa destra è di nuovo pronta, vedi Trump, Le Pen, la Brexit, anche a costo di smentirsi in modo radicale.

Marco Bordoni: Siamo arrivati a Massimo Rocca. Quando ti ho chiesto qualche cenno di biografia per corredare l’intervista mi hai risposto: ”scrivi che ha lavorato per 40 anni in aziende che non hanno mai prodotto una lira di profitti. L’ho messa nel culo al capitale”. A parte la battuta, hai intenzione davvero di fare il pensionato (rigorosamente anti UE)?

Massimo Rocca: A parte la battuta, che però è la rigorosa fotografia della realtà, secondo me la biografia di un giornalista dovrebbe essere solo quella delle notizie che ha dato e di come le ha commentate. E allora a rileggerle ne vedremmo delle belle, direi inversamente proporzionali alle carriere. Io sono stato fortunato ho sempre detto solo quello che avevo voglia di dire e quello che reputavo vero e, ancora adesso, non riesco a capire come ho fatto. Il mio sospetto, dopo 40 anni in onda tutti i giorni, è che debba essere molto più facile di quello che si pensa. Se proprio qualcuno non dovesse poterne fare a meno, ci si sente, comunque, sui social.

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Intervista a Massimo Rocca a cura di Marco Bordoni per SakerItalia.it