Donne, fuggite! Arriva Putin Barbablù!

In Russia picchiare le donne non è reato. Lo ha stabilito una nuova legge di Putin. Ma questo lo sapete già: negli ultimi giorni il panzanificio mediatico internazionale lo ha ripetuto con tale frequenza che ormai non c’è al mondo una sola coscienza aperta&progressista che non frema di sdegno di fronte all’ennesima malefatta del boia del Cremlino.

Godetevi i titoli degli articoli (senza leggerli, che tanto che c’è scritto ve lo dico sotto). Corriere: Russia, picchiare la moglie non è reato Depenalizzata la violenza in famiglia; La Stampa: Russia, picchiare le Mogli non sarà più reato; Il Fatto Quotidiano: Russia, approvata la legge che depenalizza la violenza domestica. “Condizione per creare famiglie forti”; Repubblica: Mosca, picchiare mogli e figli non sarà più reato;  Vanity Fair: Russia, picchiare la moglie non sarà più reato; Il Manifesto: La famiglia degli uomini forti.

Nulla di originale, sia chiaro: tutto materiale tratto dal New York Times o dal Guardian: quando su questi campioni di imparzialità anglo sassone compare una frottola russofoba, i segugi nostrani ci si avventano, pronti a ricamarci capolavori lievemente sospesi fra il plagio e la parafrasi.

Dicevamo il contenuto, che è uguale in tutte le salse:

  1. notizia dell’approvazione alla Duma di una legge che dà ai mariti Russi licenza di uccidere;
  2. dichiarazione apparentemente demenziale di un apparatchik (gettonatissimi Yelena Mizulina  di Russia Giusta, che ha proposto l’emendamento, e  il Presidente della Duma Volodin) rei di essersi espressi, guarda un po’, a favore della legge che hanno votato;
  3. denuncia di una testimonial dal colorato mondo degli attivisti filo occidentali: Marina Pisklakova – Parker (donna dell’anno – edizione russa rivista “Glamour” 2013) del “Centro di Informazione Metodologica Anna” “unico telefono dedicato alle donne in Russia”;
  4. fritto misto di cifre un po’ figlie di nessuno ed un po’ pescate in un  “rapporto (da brivido) delle Nazioni Unite”: 14.000 donne ammazzate dai mariti all’anno, 40 al giorno!
  5. pregiudizi e stereotipi razzisti assortiti sulla Russia e sui Russi (violenza, alcool, maschilismo) mascherati da riflessioni sociologiche;

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    Marina Pisklakova

A me andrebbe anche bene così, diciamolo. Se la brava gente anti razzista ha bisogno di credere che ci sia un posto sulla terra dove gli uomini sono tutti bruti ubriachi e violenti, se i “mentalmente aperti” vogliono trastullarsi con l’idea che esista l’inferno ed il demonio regni al Cremlino, se i pacifisti democratici credono coerente gridare ai quattro venti che questi barbari Russi dovranno assaggiare, volenti o nolenti, il randello della nostra democrazia… Beh, per me è ok.

Ma visto che questi campioni di pensiero corretto hanno appena finito di cuocerci le uova  annoiarci a morte con la minaccia “fake news”, minaccia per la quale sono stati addirittura invocate censure orwelliane, allora anche io voglio togliermi qualche sassolino, fare le pulci, dire la mia E’ per questo che ho fatto qualche ricerca su internet con il traduttore automatico consultato il team di politologi e giuristi russi che l’  FSB mette a disposizione di Saker Italia, e sono giunto ad accertare quanto segue:

–> fact check mode: on cinque domande (e cinque risposte) sulla nuova legge russa

[avvertenza: questa parte dell’articolo potrebbe contenere informazioni. Sconsigliato a russofobi, debunkeratori a senso unico e giornalisti MSM] <–

  1. In Russia è permesso picchiare mogli e figli? Giudicate voi. Non solo nel codice penale russo non esiste nessun attenuante per il caso di lesioni inferte da famigliari, ma la Legge Federale 323 del 2 luglio 2016 ha introdotto una nuova ipotesi di reato relativa alle azioni violente che non abbiano causato lesioni. La riforma dell’art. 116 c.p. (“percosse”) ha ristretto l’ambito di applicazione della norma previgente (che si applicava a tutti indistintamente) ai soli componenti il nucleo famigliare, ed ha inasprito le sanzioni fissando come pena la reclusione fino a due anni. Ovvero oltre la soglia della punibilità d’ufficio. Per dirla in altro modo: mentre fino all’estate scorsa chi dava uno schiaffo a qualcuno (senza prognosi clinica) veniva punito con una multa, la “legge delle sculacciate” ha creato ceffoni di serie A e di serie B: quello dato al collega di lavoro, al vicino di casa, al rivale in amore è depenalizzato, mentre quello allungato al famigliare è punito d’ufficio con 2 anni di galera!  Poca sorpresa che la legge abbia trovato, oltre che estimatori, anche detrattori (sono state raccolte 200.000 firme in pochi mesi per chiedere la sua abolizione) e che la Duma stia provando a metterci una pezza, facendo passare un emendamento che ne mitiga il rigore applicativo stabilendo il requisito della continuità della condotta: nessuno incarcererà più una madre che ha allungato una sberla alla figlia diciassettenne che aveva rubato tutti i risparmi di famiglia per giocarseli al bingo (perché è questo che sta succedendo… e la figlia, pentita, non ha potuto ritirare la denuncia, essendo il reato procedibile d’ufficio). Quindi per la prima violazione: sanzione amministrativa. Ma dalla seconda in poi: guai seri al famigliare violento.
  2. Vorreste farci credere che in Russia la legislazione è rigorosa come in Italia? No. In Russia attualmente la legislazione a tutela dei famigliari è più rigorosa che in Italia, e lo resterà anche se verrà approvato il famigerato emendamento. E’ vero che il nostro codice (art. 572 c.p. “maltrattamenti contro famigliari e conviventi”) prevede pene più severe (reclusione da due a sei anni), ma non punisce la singola condotta o il singolo episodio. Il diritto vigente è chiaro: per la singola sculacciata in Italia non si rischia nulla (si veda questo commento giurisprudenziale) visto che il reato di percosse (art. 581 c.p.) è stato depenalizzato. Ci deve essere la continuazione (ovvero esattamente il principio che la Duma vorrebbe introdurre in Russia). Ad ogni modo la sanzione russa per il singolo episodio è (due anni di carcere) e resterà (sanzione amministrativa) più severa di quella italiana (nulla).
  3. E allora perché le attiviste dell’ “unico telefono rosa di Russia” denunciano con tanta forza questa legge? Perché i giornalisti occidentali si rivolgono solo a sparaballe a gettone fonti non verificate. La signora Marina Pisklakova Parker è l’ennesimo esponente della cosiddetta “società civile” russa con una lista senza fine di collaborazioni con “fondazioni” atlantiche, cui i media occidentali attribuiscono tutto il credito che il pubblico russo nega. Guarda caso la sua ONG (centro informativo metodologico Anna) è finita dritta dritta nella lista di “agenti stranieri” del Ministero della Giustizia Russo, associazioni finanziate dai soliti generosi benefattori “colorati” occidentali. Ad oggi non si conoscono i dettagli del procedimento di iscrizione nel registro degli inoagenti, quindi non si sa chi abbia finanziato Anna, anche se i sospetti puntano sulla Fondazione Ford e sull’Unione Europea. Se ciò fosse vero, si avrebbe il solito schema: enti governativi e no profit occidentali finanziano associazioni che operano nei paesi “bersaglio” non solo per destabilizzarli, ma anche per “ricevere” una immagine negativa con cui nutrire i propri media ed addomesticare l’opinione pubblica con i ricorrenti 5 minuti di odio a mezzo stampa. Nihil sub sole novum.
  4. I dati ONU però parlano chiaro: 14.000 donne uccise all’anno! 40 al giorno! Non è forse una catastrofe? Lo è. O meglio: lo sarebbe se quelle cifre fossero solo minimamente verosimili. Ma c’è un problema: si tratta di numeri del tutto inventati. Primo: non li ha dati l’ONU. Sono contenuti in un rapporto pubblicato, è vero, nell’archivio delle Nazioni Unite, ma il cui autore è … il solito Centro Anna di Marina Pisklakova! Quanto ai 14.000 uxoricidi all’anno, premesso che (in Russia come in Italia) non esistono statistiche che dividano gli omicidi per movente, se consultiamo i dati federali relativi al 2015 (ultimo anno disponibile), scopriamo questa cosa qui:
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Cause di Mortalità nella Federazione Russa, 2015

Nel 2015, in Russia, gli omicidi sono stati 11.689. In tutto. In qualunque circostanza (dalla rapina finita male al duello rusticano) contro qualunque vittima (uomini, donne, bambini) per qualunque motivazione (economica, razziale e poi si, certo, anche violenza famigliare). Nel 2009 le vittime di omicidio di sesso maschile in Russia erano il 77% del totale. Assumendo per comodità che la proporzione sia rimasta grosso modo invariata, abbiamo circa 2.700 vittime donne per ogni causa di morte.  Capito perché chi parla di 40 vittime al giorno di violenza famigliare (14.000 l’anno) mente per la gola?

Però Putin è maschilista e quindi il suo governo agevola questo tipo di delitti! Queste sono opinioni e, come noto, ognuno la le sue. Però, a fianco alle opinioni, ci sono anche i fatti. Consentitemi di citarne qualcuno: in primo luogo vorrei ritornare al dato sugli omicidi in Russia, mostrandovi questo grafico qui. Rappresenta il numero di omicidi in Russia e in alcuni paesi occidentali dal 1950 al 2010.

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Omicidi per 100.000 abitanti / anno 1950 – 2010

Ovviamente si tratta di un dato non direttamente attinente: qui non si parla di violenza famigliare, ma di violenza della società nel suo complesso. E tuttavia, visto che vogliamo dare un giudizio sul corso putiniano, bisogna tenere buon conto del fatto che non solo durante tutto questo quindicennio gli omicidi sono crollati da oltre 30.000 a meno di 10.000 (se  le proiezioni del 2016 saranno confermate), ma che tutti i parametri di violenza sociale sono stati abbattuti in misura simile, così come il consumo di alcool, che è sceso negli ultimi 10 anni da 18 a 10 litri annui pro capite. Processo, si badi bene, che è continuato negli ultimi anni nonostante la crisi economica del 2013-2016. E’ lecito o no ritenere che di questo enorme miglioramento si siano giovate le parti socialmente più deboli (donne e bambini)? Ovviamente lo è.

L’intera società russa ha beneficiato di una stabilizzazione e di un rasserenamento che ha sensibilmente migliorato la qualità dei rapporti interpersonali, fuori dalla famiglia e dentro la famiglia. Detto questo, va aggiunto per buona misura che Putin si è espresso contro la “legge di Putin” sulla “legalizzazione delle violenze domestiche”: “ci sono altri modi per educare i bambini” ha detto a chi gli chiedeva cosa pensasse delle sculacciate. Ma questo ai nostri giornali, ovviamente non interessa: come sempre ha stato lui.

fact check mode: off <–

Sono anni che frequento la Russia ed ho ovviamente sentito parlare di episodi di violenza famigliare. Ma va detto che ho sentito parlare di episodi simili anche in Italia. E va detto che i casi a me noti sono relativi al periodo liberal, quella stagione meravigliosa in cui la Russia (a sentire i nostri intellettuali) stava per ricongiungersi alla “famiglia europea” (sì, esatto, è la vetta nel grafico del numero di omicidi che ho mostrato sopra).

Poi, circa dieci anni fa, la società russa ha preso a cambiare. Oggi non solo gran parte dei giovani uomini ha una sensibilità diversa e rispetta le donne, ma alcuni aspetti della tradizione (orrore !) non sono stati persi e i maschi russi rimangono più galanti. I Russi sanno cos’è l’educazione: non si sognerebbero mai di lasciare una donna incinta o un anziano in piedi a fianco ad uomini seduti. Gli uomini Russi sono spesso gentili, educati e premurosi con le loro signore come ormai molti Italiani hanno smesso di essere. Ma questa è, ovviamente, una opinione personale, che prenderete come tale.

I monopolisti delle fakenews, da parte loro, la pensano diversamente, e preparano queste polpette avvelenate per gli stomaci mai sazi dei loro accoliti, che si precipitano a vomitare razzismo nei commenti alla fine degli articoli e sui social. E il bello è che questi produttori all’ingrosso di scemenze e stereotipi si ritengono la crema dell’antirazzismo. Bravi così. Ma non pretendano di censurarci mostrando un’ attestazione autocertificata di superiorità morale: quell’attestato è falso come tutto ciò che scrivono. E noi glielo lo dimostriamo, su queste pagine, ogni giorno.

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Articolo di Marco Bordoni per sakeritalia.it

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Crociata anti Bufala: situazione tragica ma non seria

Dimostrazione pratica della differenza fra una svista ed una bugia consapevole da un testimonial d’eccezione: Vittorio Zucconi

La solita armata Brancaleone di eurocrati inetti, giornalisti pinocchi, intellettuali liberal, si prepara per l’ennesima crociata. Questa volta l’obiettivo sono le bufale, le fake news come va di moda chiamarle. Un calderone in cui vengono abilmente mescolate le notizie false consapevolmente spacciate per vere dai cacciatori di click, quelle semplicemente non verificate, quelle vere e verificate ma colpevolmente omesse dai media mainstream e le semplici opinioni dissenzienti. Un caos da cui non può palesemente venire alcunché di buono.  La domanda da porsi, tuttavia, come sempre quando si tratta dai miasmi usciti da queste cucine, non è tanto se si vi sia motivo di sperare (non c’è mai) quando se si debba temere e correre ai ripari.

Diciamo subito che non c’è preoccupazione a breve termine. Se però contestualizziamo questa brillante idea (la guerra alla bufala) con tutte le altre iniziative di limitazione della libertà di stampa e di espressione in corso ed in fieri, se poi leggiamo il tutto sullo sfondo degli sviluppi politici in atto nelle nostre società, dobbiamo concludere che motivo di preoccupazione esiste eccome. Cerchiamo di capire perché.

La guerra al fake oggi: chiacchiere e petardi bagnati. 

Si è parlato di fake news in quattro occasioni: la stampa USA e alcuni politici europei hanno chiesto un intervento censorio a Facebook, la Camera dei Deputati Italiana ha organizzato un incontro con noti debunkers, il Presidente dell’Antitrust Pitruzzella ha rilasciato una discussa intervista al Financial Times e le autorità tedesche e ceche hanno annunciato la costituzione di “commissioni antibufala”. Tutto questo nel giro di un mese: è evidente che qualcosa bolle in fondo al calderone della cucina liberal, ma quello che è salito in superficie è, ad oggi, davvero poco.

Facebook: accusato dalla stampa (peraltro senza uno straccio di prova) di aver avvantaggiato Trump, Zuckemberg ha sulle prime risposto come si conviene al proprietario di un’azienda che, a causa della sconfitta della Clinton (su cui aveva massicciamente puntato), ha perso il 7% del suo valore: “siete matti?”(letteralmente).

Qualche giorno dopo, però, un pazzoide ha sparato una sventagliata di colpi di arma da fuoco in una pizzeria di Washington, il Comet Ping Pont, protagonista di una storiella cospirazionista circolata sui social prima delle elezioni (è qui, dicono questi credibili resoconti, che Hillary Clinton e John Podesta avrebbero mercanteggiato neonati per sacrifici umani & satanic parties). (Si, stiamo parlando di questo). (E, certo: se questi snob annoiati non frequentassero davvero le demenziali cene a base di piscio e sperma fritto di sedicenti artiste serbe fuori di testa, nessuno presterebbe attenzione a questi fake).

Comunque, nonostante la sparatoria non abbia provocato feriti o vittime, i meglio giornalisti della stampa mondiale ci hanno ricamato un po’ su ed hanno caricato sul groppone di Mark la responsabilità del fattaccio, così che Facebook è sceso a più miti consigli, annunciando, con un comunicato, la propria intenzione di creare un sistema di “spunte” per segnalare le notizie “non verificate”.

Laura Boldrini Presidente della Camera. E nonostante questo la gente non capisce ancora quanto danno possano fare le bufale online.

Peggio la pezza del buco: non solo la “verifica” studiata da Facebook dovrebbe essere fatta a cura di media mainstream farciti di panzane e totalmente screditati, ma l’intera operazione sarebbe gestita da The Pointer Institute, una realtà immediatamente denunciata da Zerohedge come emanazione della galassia Soros. Si è già capito, in definitiva, che i “controlli” di Facebook, se mai esisteranno, saranno o del tutto ininfluenti, o esercitati da soggetti talmente compromessi che l’effetto finale potrebbe essere l’esatto opposto di quello sperato.

La Guerra di Laura: Poteva mancare la Presidente Laura Boldrini, madrina honoris causa di qualsiasi iniziativa controversa dell’emisfero nord? Non poteva. E così alla Camera dei Deputati si è tenuto il famoso incontro sulle fake news già da tempo annunciato dalla Presidente e dalla stampa al seguito con grande fanfara: presenti giornalisti, debunkers, tuttologi assortiti. Unica, scontata, conclusione: Laura Boldrini, il politico italiano che più ha basato la propria notorietà sulla provocazione e sulla ricerca della reazione scomposta, una personalità di cui tutti ignorerebbero l’esistenza se non fosse per le sue dichiarazioni  che paiono pensate apposta per provocare regolarmente uno strascico di polemiche online sui social, una che, in sostanza, dovrebbe ringraziare il cielo per ogni bufala che gira sul suo conto, ha ricevuto il serto del martirio dai meglio cacciafrottole de noartri. Fine del teatrino.

Pitruzzella goes to Hollywood: Un giorno di fama mondiale l’ha avuto anche il Garante dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, sparato da Palermo alla redazione del Financial Times a pontificare sulla creazione di una Super Agenzia Europea (una specie di orgasmo dell’eurocrate) che dovrebbe “riconoscere le bufale, rimuoverle e fare multe, se necessario”. La lotta alla bufala, sostiene Pitruzzella, non può essere lasciata a Facebook perché (lo ha detto veramente!) “il controllo delle informazioni non è compito per entità private. E’ storicamente compito dei poteri pubblici” (ad esempio, in Italia, del Minculpop). Purtroppo per Pitruzzella il suo sogno orwelliano, sempre che sia realizzabile, avrebbe bisogno di una costruzione legale ed organizzativa ad oggi del tutto assente. Del resto il fondo scritto ieri dallo stesso Pitruzzella per il Corriere della Sera (un estratto qui) denuncia chiaramente che il Nostro non ha la più pallida idea di ciò di cui sta parlando (basti dire che viene evocata come esempio attinente la tragica vicenda di Tiziana Cantone) e declassa la sua intervista da macchinazione totalitaria a eccessivo consumo di Nero d’Avola al pranzo di Santo Stefano.

Fake & Krauten: si è parlato molto, negli ultimi giorni, anche del progetto del Governo Tedesco di mettere assieme una unità di contrasto alle false notizie prima delle prossime elezioni (e pazienza se il vero problema del governo tedesco non sono le notizie false, ma quelle vere, come il Rapporto sulla Povertà recentemente censurato).

E’ grande, ha le orecchie a punta , parla tanto e sgrammaticato, ma non è un Troll Russo.

Si tratterebbe, in ogni caso, di iniziative non coercitive, completamente ignorate dall’opinione pubblica, come il mitico account Twitter @EUvsDisinfo, un ridicolo ricettacolo di video demenziali su come scoprire i troll russi (sono grandi e verdi, hanno le orecchie a punta, scrivono tanto ma sbagliano i congiuntivi) e di articoli “obiettivi” scritti da think tank collaterali alla NATO. Il classico tipo di spesa pubblica per una propaganda ottusa con l’unico prevedibile effetto di fare infuriare i contribuenti.

In conclusione: per ora, calma e gesso. Non sta succedendo nulla. Eppure la Crociata contro le Bufale è inquietante. Per due motivi. Uno riguarda l’occidente nel suo complesso, l’altro l’Unione Europea.

Ennesimo sintomo della crisi dell’occidente.

Prima di tutto questa ennesima allucinazione mediatica è il segno definitivo dello scollamento in atto fra le elite e le masse in tutto l’occidente. Il processo è ormai chiaro e probabilmente irreversibile.

Vivete su Marte o a Strasburgo? Ecco il riassunto. Dopo la fine della guerra fredda, dopo la cosiddetta “fine della storia” marcata dal trionfo del liberismo, politica ed informazione hanno marciato al passo scandito dall’economia.  In un primo momento le masse si sono accodate, perché ingannate sulla natura del processo in atto e sedotte dal fogno del desiderio infinito di consumo.

In quegli anni l’informazione, con la collaborazione di uno stuolo di “tecnici” a gettone, si è giocata tutta la sua credibilità spacciando menzogne sulle provette di Colin Powell, sulle armi di distruzione di massa di Saddam, sulle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Europea, sulla efficienza dello stato minimo e sulle meraviglie dell’immigrazione incontrollata. Nel frattempo la politica si è suicidata rinunciando a progettare il futuro e consegnandosi a piazzisti ed esperti di marketing che hanno gareggiato nel consegnare ai privati tutte le leve di comando della società. Ma poi, con il passare del tempo, si sono riscossi i dividendi del liberalismo: guerra, disuguaglianza, rapina, povertà, caos. Gli yesman nelle istituzioni hanno fatto sempre più fatica a imbellettare il maiale, e i media a spacciarlo per una bambola da sogno. Alla fine, nel 2016, dopo 25 anni esatti di trattamento all’olio di ricino, la corda si è spezzata: le masse si sono rese conto che i rappresentanti hanno tradito il mandato e l’informazione le ha ingannate ed hanno disertato.  Brexit, Trump, referendum italiano. Un solo, assordante, messaggio: non vi voteremo mai più! 

La rappresentazione visiva della fine della stampa occidentale.

In teoria questi tre sonori, inequivocabili ceffoni avrebbero potuto produrre un ripensamento. Certo, le elite avrebbero dovuto riconoscere la responsabilità della catastrofe, cambiare rotta, fare autocritica, ma cavalcando le sacrosante richieste dei popoli si sarebbero potute salvare: in fondo gli specialisti sopravvivono ad ogni rivoluzione. Era una strada percorribile? Io credo lo fosse. Comunque ormai è chiaro che non si andrà in questa direzione.

Ciò che invece è successo e a cui stiamo assistendo è un avvitamento, un arroccamento, una chiusura suicida. La politica ha concluso che se gli elettori non votavano le riforme il problema è che le riforme non erano abbastanza numerose e traumatiche. Hanno deciso che la soluzione è più riforme. Le teste d’uovo della informazione tradizionale, da parte loro, hanno pensato che se la gente non legge più un giornale nemmeno ad infilarglielo sotto la porta di nascosto, nottetempo, non è colpa del fatto che la carta stampata è piena di frottole, ma che le frottole non sono abbastanza numerose, o abbastanza fantasiose: “Putin non solo non li spaventa più, ma li entusiasma?” paiono aver pensato. “Potremmo inventare gli hacker, o i bufalari. O magari gli hacker bufalari di Putin! E quando arriveranno a commentare i nostri pezzi sommergendoli sotto tonnellate di pernacchie e di insulti potremmo invocare l’intervento delle autorità. Chiamare la forza. Si, può funzionare!”. Questo devono aver pensato. Pare di vederli.

Siamo dunque arrivati al momento in cui le masse subalterne, che vivono nel mondo reale, sono divenute insensibili non solo alle blandizie ed alle promesse, ma anche alle minacce, mentre le elite urbane e globalizzate, vittime della propria stessa propaganda, considerano i popoli governati estranei o addirittura nemici. Questa spaccatura, comunque la si guardi, è pericolosa. Gli assediati sembrano avere solo due opzioni: la resa o la repressione violenta. Molto dipenderà dal contesto intellettuale, istituzionale e politico, in cui agiscono.

Perché l’Unione Europea è un grosso problema.

E veniamo così all’Unione Europea. A prima vista sembrerebbe una istituzione abbastanza democratica o, se non proprio democratica (la Commissione Europea è espressione della volontà popolare più o meno come i funzionari imperali al tempo di Teodosio), almeno abbastanza inoffensiva da garantire un esito soddisfacente della crisi. “E’ vero, facciamo tanti disastri” sembrano dirci gli Eurocrati “Ma non siamo cattivi. Siamo tanto buffi, carini e coccolosi. Portateci a casa con voi. Vedrete: vi faremo compagnia.”. E’ davvero così? Purtroppo no.

Direttamente dall’aldilà: Karl Popper assiste alle conseguenze pratiche delle proprie riflessioni

Per quanto apparentemente troppo stupida per essere pericolosa, l’Unione Europea rappresenta sempre nel fatti una macelleria sociale, e nei principi il risultato di una elaborazione ideologica tutt’altro che rassicurante.  L’architrave che regge questo circo Barnum è infatti quel liberalismo da “società aperta” teorizzato da Karl Popper, un pensatore che considera il concetto di verità intrinsecamente totalitario. Secondo la visione del filosofo austriaco una società politica deve accettare che la verità non faccia parte del discorso pubblico, poiché la verità è un concetto autoritario e la sua scoperta impone il silenzio e la cessazione della ricerca.

Nel giardino delle delizie di Popper il campo della verità è occupato dalle opinioni, dai punti di vista parziali, che competono nel mercato dell’epistemologia così come i capitali fanno in quello dell’economia. Effetto collaterale: la soppressione della verità porta ovviamente alla guerra al totalitarismo, una categoria in cui viene ricondotto qualsiasi sistema politico affermi una verità, a prescindere dal merito e dal contenuto della verità affermata. Chi vuole costruire un mondo diverso non è amico né di Popper né dei suoi epigoni odierni.

La lotta al totalitarismo produce, traslata nella prassi dei documenti ufficiali dell’Unione Europea, sia quella che Costanzo Preve chiamò “religione olocaustica intesa all’asservimento simbolico dell’Europa, chiamata ad espiare per sempre”: Auschwitz come simbolo supremo del rifiuto della comunità nazionale (a vantaggio del progetto atlantico, mentre Hiroshima e Dresda sono ovviamente spiacevoli e sfortunati inciampi), sia la rinuncia programmatica alla libertà di immaginare un mondo “altro”. Estraneità che trova la sua concretizzazione ideale e geografica nell’oriente. Nella Russia, già comunista, identitaria, comunitaria, irriducibilmente idealista, o nella Cina, grande antagonista geopolitico, capitalista ma statuale.

Ecco come il superamento della nazione produce l’asservimento ad ovest e la guerra ad est. L’Unione che “assicura 70 anni di Pace” (agisce retroattivamente, esistendo da poco più di venti, e per questo è pronto al tavolo un Nobel su ordinazione servito con puntialità dai camerieri di Stoccolma) nasce in realtà per la guerra continentale contro Cina e Russia, nemici naturali dell’Oceania di Orwell. Dall’intima dinamica della lotta al cosiddetto totalitarismo sorge quindi un progetto permeato di strisciante autoritarismo. Lo stesso Popper (che George Soros considera con qualche ragione suo maestro) ha fornito una “clausola di salvaguardia” che consente alla più edenica delle creazioni politiche questa evoluzione: il paradosso della tolleranza. Leggiamo:

A dire la verità l’Oceania di 1984 si fermava al canale della Manica. Un raro caso di distopia ottimista

“La tolleranza illimitata” scrive Popper in La società aperta e i suoi nemici “porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza.”

E’ su queste basi ideali che, nei primi anni con fare insinuante e approccio molliccio, e più recentemente, mano a mano il cambio di pelle progredisce, con sempre maggiore assertività, l’Unione Europea ed i suoi paesi membri affermano verità incontrovertibili (lotta al “negazionismo totalitario”) sottraendole all’analisi degli storici, bandiscono i partiti comunisti e socialisti, limitano l’espressione delle opinioni (il contrasto del temibile hate speech), presidiando queste iniziative con i  codici penali. Sempre il codice penale e la repressione sono destinati a contrastare il “terrorismo”, una fattispecie di reato abbastanza generica ed estesa a condotte talmente anticipatorie da prestarsi, in potenza, quale opportuno strumento per la repressione di ogni forma di dissenso. Nemmeno i morti e i ricordi sfuggono all'”Amore” dei veri democratici: in tutta l’Europa orientale vengono dissacrati i monumenti all’Armata Rossa, rinominate strade, rimossi monumenti, riscritti i libri di storia, mentre si celebra la “giornata europea dei giusti” vittime di Nazismo e Comunismo (che ovviamente pari sono). E’ una tendenza chiara ed inquietante, che approda necessariamente alla affermazione di un “eccezionalismo” europeo (“Europa potenza indispensabile” cit. Federica Mogherini), fratello minore di quello di oltre Atlantico.

Incredibile abbiano fallito. Parevano così rassicuranti.

Queste sono le coordinate ideologiche in cui si muove una dirigenza ormai totalmente screditata ed incapace di immaginare le opportune correzioni di rotta. Un contesto in cui anche tentativi velleitari e puerili e idee strampalate come la “Crociata contro le Bufale” i “Ministeri della Verità e dell’Amore” miranti, in ultima analisi, alla repressione violenta dal dissenso, potrebbero sembrare a qualcuno disperato, quando la crisi si aggraverà, una via di uscita praticabile.

Dopo la fine dell’Unione Europea

Tutti questi strumenti repressivi, tutta questa ideologia avvelenata, sarà poi pronta per chi verrà dopo la catastrofe europea. Visto che i “tecnici”, i “saggi”, gli “esperti”, in una parola gli “specialisti” quelli che, in ultima analisi, fanno funzionare la macchina della società, si sono chiusi in una torre d’avorio e hanno rifiutato di porre mano alla riparazione dei danni da loro stessi provocati, è fatale che le elite che verranno dopo il crollo di quella torre saranno (le avvisaglie già si vedono) tecnicamente sprovvedute e politicamente imprevedibili. Costoro si troveranno fra le mani questi strumenti di repressione già pronti, ed il rischio di un loro utilizzo largo ed indiscriminato a questo punto sarà grave.

Un motivo in più per opporsi all’imbarbarimento senza fine del nostro sistema politico e comunicativo. “Possa tu vivere in tempi interessanti” mai la maledizione cinese è sembrata più puntuale e più sinistra.

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Articolo di Marco Bordoni per sakeritalia.it

 

 

Saker Italia: Appello per il NO

Saker Italia: Appello per il NO

Ma davvero ci credete?
Davvero credete che ai Russi interessi qualcosa il nostro referendum istituzionale?
Davvero credete che al centro della ragnatela mondiale dei “populisti”, Vladimir Putin, l’ Emmanuel Goldstein, la sentina di ogni male, tessa trame sul web per far perdere … bastaunsi?
E cos’ altro? Studia di impadronirsi del consiglio comunale di Piediluco? Complotta le dimissioni dell’ amministratore del condominio di Vicolo Stretto?
Davvero arrivate a concepire che la visita di due deputati grillini a Mosca possa essere un pericolo per la nostra democrazia (lo ha detto La Stampa in una sequenza di articoli che contenevano più mostri immaginari dell’intera saga di Harry Potter e che trovate qui)?
Davvero il governo italiano ha ritenuto di manifestare il proprio ”disappunto” alla Russia (panico al Cremlino!) perché i deputati dei rispettivi parlamenti di vedono per un the?

Ovviamente no.
Non ci credono nemmeno loro. Questi cronisti lo sanno benissimo che è tutto finzione, gioco di luci, suggestione, ipnosi, prestidigitazione. Loro sono la valletta del mago: lo sanno che i coltelli sono di gomma.
Perché allora le sparano tanto grosse? Devono farlo, perché hanno due grossi problemi.
Il primo è fare sparire questo elefante qui:

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Eccolo: il nostro Primo Ministro che va a piluccare le ali di pollo della Casa Bianca mentre l’ Imperatore si compiace di ordinare ai sudditi di Enotria di votare come vuole il viceré (glielo aveva già detto Sua Eccellenza l’ Ambasciatore qui e Frau Merkel qui, oltre, ovviamente, ai simpatici ragazzi di Morgan Stanley e ad Angeli, Arcangeli, Troni e Dominazioni al gran completo dell’ Eurocrazia, ma gli italiani, si sa, sono capatosta e repetita iuvant).

Di conseguenza capite l’opportunità di tenere ben fissi gli occhi della gente sulle “interferenze” della formica russa in cantina (la mortale minaccia di Putin che semina “bufale” su Facebook!) mentre il pachiderma atlantico si accomoda in soggiorno e ci butta all’ aria il servizio buono.

Il secondo problema è che la grande maggioranza degli Europei, dopo 25 anni di riforme liberali, di smantellamento dello stato sociale, di svendita del patrimonio pubblico, di impoverimento della vita democratica, non ci casca più,  non si accontenta delle perline colorate, ed  è ormai fuori controllo. Totalmente.

E’ sempre la solita storia (vedi alla voce Eltsin): i popoli si fanno abbindolare dal liberismo, dalla deregulation, dallo smantellamento della politica, bevendosi la favola secondo cui a pagare le “riforme” saranno solo gli altri mentre a noi spetterà solo goderci i frutti della “maggiore efficienza”. E’ sfruttando queste logiche che le tonnare dello o,1% riescono ad organizzare la mattanza, che il cancro della povertà si insidia alla basa della piramide sociale e inizia a corroderla, salendo dal basso e divorando prima gli emarginati, poi i lavoratori, e infine gli stessi ceti che avevano applaudito il cambiamento. Siamo arrivati qui. E a questo punto i trucchi stanno a zero. Quello che è in gioco è il benessere della classe media, dalla pancia della società, dei “colti” degli “istruiti”. Sono loro a pagare, oggi: non si scherza più.

E’ inutile, completamente, assolutamente, inutile, perdere ore a spiegare alchimie istituzionali nel tentativo di dimostrare il (discutibile) assunto secondo cui il si al referendum del 4 novembre porterebbe uno stato più efficiente.  Efficiente per far cosa? Per far piovere sulle nostre teste senza scomodi intralci democratici i diktat della Trojka prossima ventura? Per consentire la continuazione del sacco delle ricchezze pubbliche ad opera dei mammasantissima di Davos? Per consolidare alla nostra guida una classe dirigente che ci disprezza e ci governa con piglio proconsolare attraverso un sistema elettorale truccato?  Per trascinarci nell’ ennesima guerra imperiale in obbedienza agli “obblighi internazionali” (art. 55 Cost. riformulato) trovandoci grigliati dalle bombe prima aver avuto il tempo di chiedere spiegazioni?

Lo sanno tutti che la finalità è questa, che di questo si tratta. Le lusinghe non servono più. E la cosa peggiore per chi fabbrica le lanterne colorate della informazione mainstream è che anche le minacce e le storie di streghe ormai fanno cilecca (vedi la Brexit e le presidenziali USA). L’unica arma rimasta in mano allo 0,1% è la paura dell’ ignoto e dell’incognito. Cosa ci succederà dopo?  Che ne sarà di noi, dei nostri cari, dopo che avremo compiuto l’ultimo passo nel “precipizio populista”, che avremo avuto il coraggio di dire NO a chi ci vuole togliere anche il poco che resta per rendere definitiva la nostra servitù?

E’ il momento culminante di ogni trasformazione. Quello in cui il passato ormai è inaccettabile, ma il futuro ancora ci spaventa. Ma è solo un attimo. Sappiamo che le poche certezze che ci restano sono finte come la minaccia russa, finte come l’ economia inglese in pezzi post Brexit o come il mondo in rovina post Trump, che i mostri là fuori sono fantasie dipinte sui muri. E che il processo senza fine di riforme, la nostra casetta a cui da 25 anni siamo legati, è fondato su un macigno che, come quelli del coyote nei cartoni animati, sta precipitando nell’ abisso, trascinandoci giù senza che nemmeno ce ne accorgiamo, mentre aspettiamo che torni la crescita miracolosa che è sempre dietro la riforma che non abbiamo ancora approvato.

Nel 1867 la Baviera “fece le riforme”, tagliò i costi della sua politica, per farsi fagocitare nel secondo Reich e lanciarsi con il resto della Germania nell’ avventura militare, l’ “inutile strage”. Dieci anni prima, nel 1857, gli Inglesi semplificarono la struttura istituzionale dell’ India, e la riforma funzionò egregiamente: li mise in condizione di dominare il paese ancora per un secolo, e impegnando la metà degli uomini che servivano prima. Prima di decidere se la briglia è utile è bene verificare di essere il cavaliere e non il cavallo.

Il 4 dicembre Saker Italia invita i suoi lettori a dire NO. Peggio di così non potrà andare. Tutto quello che oggi la Russia può fare per noi è darci l’esempio, insegnarci che anche noi Italiani, come i Russi “abbiamo ali che ci impediscono di strisciare” (Maria Zakharova). Spicchiamo il volo.

Saker Italia: ecco perché Noi siamo diversi

Saker Italia: ecco perché Noi siamo diversi

Sono tempi bui per il cittadino interessato al turbinio della politica internazionale, in cerca una informazione un minimo obiettiva. I giornali sono illeggibili, i TG inascoltabili. “E non è tanto che scrivano e dicano cose sbagliate o non condivisibili: è che non scrivono nulla” (cit. Fulvio Scaglione). Si limitano a ripetere alla nausea e senza uno straccio di verifica patacche preconfezionate che nessuno può prendere seriamente.

Mercoledì scorso, ad esempio, Fabrizio Dragosei del Corriere della Sera spiegava ai lettori che i Russi si preparano alla guerra nucleare comprando bunker antiatomici pubblicizzati da volantini affissi in strada, richiamando dall’estero le famiglie di tutti i funzionari, organizzando il razionamento del pane. Bufale e notizie distorte al fine di veicolare il solito messaggio: è tutta colpa di Putin. Ovvero la notizia non è che la Russia si prepara a far fronte (anche militarmente) alla minaccia sempre più pressante posta dalla NATO ai suoi confini e contro i suoi interessi, ma che Putin, come al solito in affanno all’interno, come al solito in cerca di un po’ di popolarità e attenzione internazionale, assume pose da macho, da gangster, senza avere reali intenzioni di dar seguito alle proprie minacce, anche se poi questo gioco “può finire male” (lo assicura Venediktov, vecchia frequentatrice incipriata di tutti i media sul libro paga del Dipartimento di Stato di Mosca, presentato per l’occasione all’ignaro pubblico come “giornalista libero”).

Il lettore è trattato come un bambino di cinque anni, a beneficio del quale la complessità della crisi va decostruita, ridotta e omogeneizzata in un concetto più alla sua portata: Putin è un bullo, è un cattivo a cui piace fare il gradasso mettendoci tutti in pericolo [sottinteso: va fermato]. Il pezzo, incredibilmente a tutta pagina, era peraltro impreziosito, come segnala il giornalista Luigi De Biase, da una incredibile pubblicità della ditta di abbigliamento Pal Zileri il cui modello esibisce orgoglioso un tatuaggio a Trizyb, noto emblema dell’ultra nazionalismo ucraino e di Settore Destro: una coincidenza davvero incredibile, ammesso che di coincidenza di tratti.

Corriere della Sera 12 ottobre
Corriere della Sera 12 ottobre

Passa qualche giorno ed il 16 ottobre è la Stampa che arriva a deliziarci con una “inchiesta” firmata da Domenico Quirico, il quale ha scoperto che l’ISIS è niente meno che un “burattino” di Putin. Ancora una volta “ha stato” proprio lui, il Presidente russo. La spericolata acrobazia logica prende le mosse dal traffico internazionale di opere d’arte che finanzia lo Stato Islamico in Libia ed in Siria. Ecco l’assist:

“Racconto il mio incontro a due consulenti internazionali in materia di sicurezza, Shawn Winter, militare proveniente dalle forze armate degli Stati Uniti e l’italiano Mario Scaramella. Che mi propongono una pista che porta a un burattinaio ancor più sconcertante: il traffico dei reperti sarebbe in realtà diretto dai Servizi russi, eredi del Kgb. Un altro indizio che si legherebbe, nell’organigramma del crimine, a quelli dei ceceni e degli uzbechi di cui ci sono prove siano passati per campi di addestramento russi, diventati poi comandanti di formazioni jihadiste. O la presenza tra i fondatori dell’Isis di alti ufficiali del dissolto esercito di Saddam Hussein addestrati dai sovietici.”

In sostanza un ex ufficiale americano in pensione riciclato come consulente e un consulente di lungo corso il cui nome è comparso nella cronaca di numerosi scandali (dall’affare Mitrokin a quello Litvinenko) sempre in veste di utile accusatore della Russia, sono le fonti “affidabili” su cui si basa questa teoria ardita: ci sarebbe l’immancabile Putin dietro all’ISIS, i cui guerriglieri la Russia avrebbe addestrato con la presumibile finalità di auto distruggersi incendiando il Caucaso e l’Asia Centrale. Il tutto assieme a Saddam, riesumato dalla naftalina con ai suoi generali baffuti addestrati (40 anni fa !) dai Sovietici ed ora passati allo Stato Islamico. Notizia prontamente rilanciata dal TG 1. Geniale.

Si arriva così a lunedì 17 (ogni giorno ha la sua pena): quando il lettore della stampa italica scopre che il Centro Ortodosso Russo di Parigi (alto 37 metri) “oscura la vista” della Tour Eiffel (alta 324 metri) sulle prime pagine di tutti i principali quotidiani e nei servizi dei principali telegiornali:

Repubblica del 17 ottobre
Repubblica del 17 ottobre

E abbiamo esaminato meno di una settimana. Con questa accozzaglia di stramberie, banalizzazioni, patacche, c’è da meravigliarsi se le vendite di giornali crollano? Per quale ragione i lettori dovrebbero pagar quattrini per essere trattati da idioti?

Così i volenterosi si rivolgono ad internet. Ma anche qui non è sempre semplice trovare voci imparziali e spassionate. Immaginiamo che qualcuno cerchi online notizie affidabili in italiano sulla crisi ucraina. I siti che si occupano di questi argomenti sono tanti. Molti rappresentano un punto di vista opposto o comunque diverso rispetto al nostro. Non che per questo meritino meno rispetto. Ma si tratta di realtà di volontariato spontanee come la nostra o di espressioni del mainstream solo declinate in una variante più giovanile e su un diverso media?

Non siamo bacchettoni. Sappiamo bene che fare giornalismo richiede soldi (e sponsor) e fare giornalismo seriamente richiede più soldi (e quindi sponsor più facoltosi). Ad esempio prendiamo una testata online vera e propria: Eastonline, che informa su politica estera con una linea editoriale molto europeista, e che nessuno può considerare medium neutrale, appartenendo  ad una società, Europeye s.r.l., a sua volta di proprietà della Banca Unicredit. Questa è informazione online, ma non è molto diversa da quella tradizionale e nemmeno pretende di esserlo. Quando si parla di aziende editoriali è giusto che vi siano finanziatori: lo ripetiamo, non siamo così stupidi. Ma proprio perché non siamo stupidi non possiamo farci prendere in giro da chi si presenta come “diverso” da chi si spaccia per “società civile”,  e poi esibisce la targhetta delle proprie referenze politiche atlantiche a gettone.

Ad esempio il sito dell’Ukraine Crisis Media Center, con una foto di redazione che esibisce una legione di giovani professionisti impegnati a fornire: “informazioni obiettive sugli avvenimenti in Ucraina alla comunità internazionale”, informazioni che provengono da chi è pagato da:

UA crisis: sostenitori
UA crisis: sostenitori

Ovvero tutte (ripetiamo: tutte) le istituzioni governative e non governative che si dedicano alla propaganda filo occidentale. Nessuna esclusa. Informazioni imparziali, certo.

Oppure il sito Stop Fake, una specie di agit prop della russofobia intento a esaltare tutti i cantori del Maidan e ad infangare chiunque avanzi riserve, di cui abbiamo già parlato e di cui parla anche (se pure con accenti diversi dai nostri) Anna Zafesova sulla Stampa in un articolo onirico “Bufale e social network: così funziona la nuova propaganda russa di Putin“. Dice la Zafesova: il sito Stopfake.org, nato da una iniziativa degli studenti di giornalismo di Kiev, è ormai una rete internazionale dedicata a scovare e smascherare ogni giorno i falsi di produzione russa”. Studenti, come no.

Lo certificano loro stessi: “Il progetto si basa sul sostegno dei lettori. Nel 2015, StopFake ha ricevuto il sostegno finanziario della Fondazione Internazionale Rinascimento [leggasi: George Soros], il Fondo Nazionale per la Democrazia [leggasi: il fondo statunitense gestito dal falca neo con Carl Ghershman] e del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Ceca. Tuttavia, StopFake mantiene la sua indipendenza editoriale. Le organizzazioni e i Governi che sostengono il progetto decidono come vengono assegnati i fondi, ma non influiscono sui contenti di StopFake.”.

Indipendenza confermata dalla stessa Ambasciata del Regno Unito a Kiev, che attesta di aver finanziato il loro progetto con oltre 100.000 sterline:

Dal sito dell' Ambasciata Britannica a Kiev
Dal sito dell’Ambasciata Britannica a Kiev

Oppure il nostro lettore in cerca di notizie potrebbe rivolgersi ad un altro sito specializzato, come quello dell’Osservatorio Balcani Caucaso, una testata dai toni più sobri e dagli argomenti più sottili, ma dalla linea editoriale ugualmente, pregiudizialmente ostile alle posizioni russe. Vi troverà, però, caveat molto simili a quelli contenuti nelle home page di Uacrisis e Stopfake. I soliti riferimenti a “fondazioni private” ed “enti pubblici italiani ed europei”.

Dal sito Balcani Caucaso
Dal sito Balcani Caucaso

Ovviamente non intendiamo sostenere che chiunque collabori con queste realtà sia in mala fede o lo faccia esclusivamente per danaro. E’ possibile, addirittura probabile, che vi siano persone disposte ad impegnarsi volontariamente, per idealismo, proprio come facciamo noi di Saker Italia, a questi progetti, in perfetta buonafede.

E’ però vero che sia la stampa ufficiale e che l’informazione online sono inquinate in occidente da persone che si riempiono la bocca di “propaganda russa”, di concetti come la “trasparenza”, la “spontaneità” e il “controllo dal basso” ma sono a loro volta, consapevolmente o meno, “propagandisti” che si valgono di mezzi economici che i famigerati “Troll di Putin” non hanno nemmeno in sogno. Volendo anzi approfondire l’ analisi si potrebbe sostenere che le finte iniziative spontanee avvelenano i pozzi in cui si abbevera un giornalismo sempre più in crisi e bisognoso di fonti a buon mercato e sempre più disposto a chiudere un occhio sulla qualità delle fonti da cui attinge informazioni.

Meno di 100 euro l’anno. Questo il bilancio di Saker Italia. E’ un passivo coperto di tasca nostra. Poi, certo, ci sono le donazioni dei lettori che vanno a Saker per il suo lavoro e per l’impegno che mette nella nostra piattaforma. Oltretutto la maggior parte delle donazioni al Sakern non va nemmeno in tasca a Saker stesso, ma servono a coprire i costi di gestione dell’intera comunità internazionale. Infine c’è il lavoro di tanti volontari, che mettono passione ed entusiasmo per la causa in cui credono: quella della corretta informazione. Fine. Non c’è altro.

Questa affermazione (che invitiamo chiunque a smentire) forse non certifica che abbiamo sempre ragione, ma sicuramente attesta che siamo in buona fede e che non siamo tenuti a seguire la linea imposta o attesa da generosi finanziatori. Siamo diversi dai giornali. Siamo diversi da tanti avversari. Questo ce lo si deve riconoscere.

Continuate a seguirci. Parlate bene di noi. Sosteneteci con il vostro affetto.

Siete voi, non George Soros, non l’oro di Londra (e nemmeno quello di Mosca), il nostro editore di riferimento.

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Articolo di Marco Bordoni per Saker Italia

Eliseo Bertolasi: Donetsk e Lugansk, continua il Cammino delle due neo Repubbliche

Il totem all'ingresso della città di Donetsk: "La realtà sul posto evidenzia che nel Donbass sono nate due nuove Repubbliche “de facto” ormai autonome e indipendenti da Kiev." Foto: Eliseo Bertolasi
Il totem all’ingresso della città di Donetsk: “La realtà sul posto evidenzia che nel Donbass sono nate due nuove Repubbliche “de facto” ormai autonome e indipendenti da Kiev.” Foto: Eliseo Bertolasi
Eliseo Bertolasi
Eliseo Bertolasi

Eliseo Bertolasi è uno dei connazionali che meglio conosce la crisi ucraina. Ha seguito da vicino l’intero sviluppo della crisi ucraina, dai suoi esordi sul Maidan, alla guerra di manovra sino all’attuale tregua, che in realtà è una guerra di posizione. In questi anni non ha risparmiato energie per cercare di trasmettere al pubblico italiano il punto di vista delle popolazioni del Donbass, e quindi per la causa della comprensione reciproca e della pace. Oggi i media sono più distratti che mai verso l’Ucraina. Ma Eliseo Bertolasi è sempre lì, a fianco alla popolazione del sud est. Lo scorso 2 ottobre ha partecipato ad una missione composta da osservatori internazionali per verificare lo svolgimento delle “primarie”, un evento elettorale che dovrebbe preludere allo svolgimento delle elezioni amministrative del 6 novembre. Abbiamo colto l’occasione per fare il punto con lui sulla evoluzione della crisi.

Saker Italia: Da molte parti giungono segnali di sfiducia e stanchezza per le troppe sofferenze che le genti del Donbass sono state costrette a subire. Vorremmo sapere: è rimasto qualcosa delle speranze e dei sogni della “primavera russa”? Se si, che cosa?

Eliseo Bertolasi: Le speranze non svaniscono così semplicemente. Motivata da grande realismo geopolitico la Russia non ha riconosciuto le due repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, tuttavia qualsiasi analisi della situazione attuale non dovrebbe mai discostarsi dalla realtà. La realtà sul posto evidenzia che nel Donbass sono nate due nuove Repubbliche de facto ormai autonome e indipendenti da Kiev. Repubbliche giovanissime ma già attive, già dotate di proprie strutture amministrative e governative. Guardano avanti, e sono determinate nel continuare a decidere autonomamente del proprio futuro e del proprio destino. Questo, secondo me, in un certo senso, riassume il nuovo orientamento della “primavera russa”: “si va avanti con le proprie forze”.

L'aeroporto di Donetsk: "In una scuola di Donetsk ho letto una frase scritta dagli studenti: “La mia città sta ritta nel sangue per non piegarsi sulle ginocchia” mi sembra assolutamente esplicativa." Foto Eliseo Bertolasi
L’aeroporto di Donetsk: “In una scuola di Donetsk ho letto una frase scritta dagli studenti: “La mia città sta ritta nel sangue per non piegarsi sulle ginocchia” mi sembra assolutamente esplicativa.” Foto Eliseo Bertolasi

In una scuola di Donetsk ho letto una frase scritta dagli studenti: “La mia città sta ritta nel sangue per non piegarsi sulle ginocchia” mi sembra assolutamente esplicativa. Troppo sangue è già stato versato. Indietro non si tornerà. Certo la gente è stanca della guerra, sono convinto, non solo nel Donbass ma anche nel resto dell’Ucraina. Nonostante ciò mi sembra fantasioso ipotizzare che tutto possa ricomporsi come nel passato. L’Ucraina pre-Maidan, secondo me, appartiene ormai al passato, uccisa dalla stesa rivolta di Maidan. Gli esiti della guerra sono ancora incerti, ma questo dato appartiene ormai alla storia.

S.I.: Com’ è la vita quotidiana nella DNR? La presenza di un fronte ancora a tratti attivo a pochi chilometri del centro di Donetsk condiziona molto la vita quotidiana delle persone?

E.B.: La vita continua! Certo, questa vita è condizionata dalla guerra che seppur ora a bassa intensità è ancora presente. Di notte, nella città di Donetsk, anche in centro, capita frequentemente, di sentire i boati delle esplosioni, in lontananza, in direzione del fronte.

Il fronte in questo quadrante scorre quasi tangente ai quartieri settentrionali della città, per continuare poi verso Spartak, Jasinovata, Gorlovka. Nel centro di Donetsk sembra essere tornata una normalità molto simile a quella del periodo pre-guerra: traffico, mezzi pubblici, la ripresa quasi completa di tutte le attività commerciali. Tuttavia verso sera tutto si svuota, alle undici di notte inizia il coprifuoco, non si vede in giro una persona. Tutto viene inghiottito da un silenzio surreale. Parliamo di una città che prima della guerra contava circa un milione di abitanti; ora, certo, ce ne sono meno, ma siamo sempre nell’ordine delle centinaia di migliaia. Di notte è un deserto.

Al Fronte: "Di notte, nella città di Donetsk, anche in centro, capita frequentemente, di sentire i boati delle esplosioni, in lontananza, in direzione del fronte." Foto di Eliseo Bertolasi
Al Fronte: “Di notte, nella città di Donetsk, anche in centro, capita frequentemente, di sentire i boati delle esplosioni, in lontananza, in direzione del fronte.” Foto di Eliseo Bertolasi

Se poi ci rechiamo nei villaggi prossimi al fronte, la distruzione regna sovrana, non solo molte abitazioni civili sono state bombardate, ma sono state colpite anche le infrastrutture sociali: scuole, ospedali. nemmeno le chiese sono state risparmiate. Le donne hanno partorito i propri figli negli scantinati trasformati in rifugi contro le bombe. Mi raccontano che i bambini, in questa “normalità” di guerra, riescono ormai a distinguere se stanno “piovendo” missili grad, colpi di mortaio o di artiglieria.

S.I.: Sia l’economia ucraina che quella russa dovrebbero conoscere nel 2017 una lieve ripresa. Ci sono speranze che questa ripresa economica possa in qualche modo interessare anche le Repubbliche, migliorando la vita delle persone?

E.B.: Che una eventuale ripresa dell’economia ucraina possa interessare anche le due Repubbliche secessioniste, non credo! Di fatto sono completamente indipendenti da Kiev. Da parte sua Kiev ha messo in atto un blocco verso i confini delle due Repubbliche. Ci sono dei punti di transito, con delle code e dei tempi d’attesa deprimenti. Non dimentichiamo che il confine e il fronte sono praticamente coincidenti, ci sono anche delle oggettive condizioni di pericolo reale. Le due Repubbliche anche nella sfera economica sono pienamente orientate verso Mosca.  Come moneta corrente la hrivna ucraina è già stata abbandonata per essere sostituita dal rublo russo.

I convogli umanitari russi: "Voglio ricordare la grande operazione umanitaria di sostegno da parte della Russia alle due Repubbliche, soprattutto nei momenti più intensi della guerra" Foto Eliseo Bertolasi
I convogli umanitari russi: “Voglio ricordare la grande operazione umanitaria di sostegno da parte della Russia alle due Repubbliche, soprattutto nei momenti più intensi della guerra” Foto Eliseo Bertolasi

Voglio ricordare la grande operazione umanitaria di sostegno da parte della Russia alle due Repubbliche, soprattutto nei momenti più intensi della guerra. In quei mesi la vita di centinaia di migliaia di persone era legata esclusivamente ai convogli umanitari russi:  medicinali, cibo, beni di prima necessità, vetro per riparare le finestre devastate dalle esplosioni (gli inverni sono molto rigidi). Persino i nuovi testi in lingua russa per assicurare a tutti gli studenti un adeguato inizio delle attività scolastiche in conformità ai nuovi criteri linguistici. Nelle due Repubbliche la lingua ufficiale ora è il russo.

S.I.: Recentemente il Presidente Putin ha visitato le regioni a ridosso con il confine ucraino, ed ha impartito istruzioni per massicci investimenti nelle infrastrutture e nei collegamenti (fra cui il raddoppio dell’aeroporto di Rostov na Donu). Crede che questo possa preludere ad una sostanziale integrazione delle Repubbliche nella rete di trasporti e di distribuzione russa?

E. B.: Se dalla parte ucraina permarrà il blocco, dato facilmente prevedibile, non rimangono altre alternative se non incentivare i trasporti, gli scambi commerciali con la Russia. Anzi sarà proprio il perdurare del blocco stesso che indurrà le due Repubbliche a rivolgersi sempre di più verso la Russia. Gli abitanti delle due Repubbliche dovranno pur vivere, muoversi, commerciare. Nemmeno dobbiamo trascurare la ricchezza del sottosuolo: il Donbass è uno straordinario bacino carbonifero, molte miniere sono tuttora in attività.

Elezioni a Donetsk: "Io ho partecipato personalmente all’evento nella città di Donetsk come osservatore internazionale invitato dal governo repubblicano. Le elezioni si sono svolte pacificamente in totale libertà senza alcuna costrizione o incidente." Foto di Eliseo Bertolasi
Elezioni a Donetsk: “Io ho partecipato personalmente all’evento nella città di Donetsk come osservatore internazionale invitato dal governo repubblicano. Le elezioni si sono svolte pacificamente in totale libertà senza alcuna costrizione o incidente.” Foto di Eliseo Bertolasi

S.I.: Lo scorso 2 ottobre si sono tenute a Donetsk le elezioni primarie in preparazione per le amministrative programmate per il 6 novembre. Crede che alla fine queste elezioni si terranno davvero o verranno di nuovo rimandate per non far saltare il processo di Minsk, come è successo più volte in passato?

E.B.:Io ho partecipato personalmente all’evento nella città di Donetsk come osservatore internazionale invitato dal governo repubblicano. Le elezioni si sono svolte pacificamente in totale libertà senza alcuna costrizione o incidente. Per l’appuntamento di novembre, mi auguro non venga ulteriormente rimandato.

Queste consultazioni elettorali mandano un messaggio chiaro alla comunità internazionale: le nuove Repubbliche in maniera autonoma sono pronte e sono in grado di gestire a livello organizzativo eventi elettorali nel completo rispetto dei previsti standard di sicurezza e trasparenza. 

Politica in Novorussia: "Nei primi mesi della guerra soprattutto tra i soldati al fronte c’era una vivace iconografia di riferimento: dalle foto dello zar Nicola II, all’icona di Cristo, fino al ritratto di Stalin, con lo sdoganamento di tutta la simbologia sovietica." Foto di Eliseo Bertolasi
Politica in Novorussia: “Nei primi mesi della guerra soprattutto tra i soldati al fronte c’era una vivace iconografia di riferimento: dalle foto dello zar Nicola II, all’icona di Cristo, fino al ritratto di Stalin, con lo sdoganamento di tutta la simbologia sovietica.” Foto di Eliseo Bertolasi

S.I.: Nei primi mesi di “primavera russa” si è avuta una esplosione di formazioni politiche delle più varie colorazioni ideologiche: nostalgici degli zar, nazionalisti russi, comunisti. Oggi la situazione sembra molto, forse fin troppo, normalizzata. Esiste ancora un dibattito sul futuro economico e politico della Novorussia? Se esiste, quali sono gli orientamenti?

E.B.: Si lo ricordo benissimo! Nei primi mesi della guerra soprattutto tra i soldati al fronte c’era una vivace iconografia di riferimento: dalle foto dello zar Nicola II, all’icona di Cristo, fino al ritratto di Stalin, con lo sdoganamento di tutta la simbologia sovietica. Tutta questa iconografia è ancora visibile. Ad uno sguardo superficiale sembrerebbe solo una confusione di simboli in contrapposizione tra loro, facendo invece un passo indietro per individuare un denominatore comune,  ecco che appare l’idea della “grandezza della Russia”: non solo l’immenso impero degli zar, ma anche Stalin il condottiero supremo della “Grande Guerra Patriottica” che liberò l’URSS dall’aggressione nazista.

Il progetto Novorossia agli inizi rappresentava l’edificazione di uno stato russo su una terra già appartenente all’impero zarista, che partendo da Donetsk e Lugansk tramite un’eventuale guerra di liberazione avrebbe dovuto riunire i territori che vanno da Kharkov a Odessa. Ricordo benissimo queste discussioni ammantate di tratti filosofici.

Donetsk, Novorussia: ", col perdurare della crisi, le due Repubbliche potrebbero diventare un punto d’aggregazione non solo per i russo etnici, ma di tutta la popolazione dell’Ucraina sud-orientale." Foto Eliseo Bertolasi
Donetsk, Novorussia: “, col perdurare della crisi, le due Repubbliche potrebbero diventare un punto d’aggregazione non solo per i russo etnici, ma di tutta la popolazione dell’Ucraina sud-orientale.” Foto Eliseo Bertolasi

Tuttavia , questo progetto pare sia stato accantonato, mi dicono, per ora. Chi ancora crede nel progetto, piuttosto che a un’opzione militare, irrealizzabile, sembra si stia orientato verso un processo sul lungo termine, che veda come punto di partenza un’implosione dell’Ucraina schiacciata dal peso della crisi e dalle sue contraddizioni interne. La stabilità del Paese può passare solo attraverso un processo di pace, ma il problema di fondo è che il nuovo governo, arrivato al potere tramite il colpo di stato del febbraio 2014, per sua congenita natura non è in grado di raggiungere alcun compromesso con quelli che ritiene i suoi più acerrimi nemici. Una qualsiasi concessione alla popolazione “secessionista” delle due Repubbliche pregiudicherebbe tutto l’intero apparato ideologico che ne giustifica l’esistenza. A quel punto, col perdurare della crisi, le due Repubbliche potrebbero diventare un punto d’aggregazione non solo per i russo etnici, ma di tutta la popolazione dell’Ucraina sud-orientale.

L’ Ambasciatrice USA comanda: Ukrtransgaz ce la prendiamo noi

L’ Ambasciatrice USA comanda: Ukrtransgaz ce la prendiamo noi

Un episodio apparentemente secondario delle ultime 24 ora rivela quale sia la reale autonomia del governo Ucraino a trazione occidentale e quale sarà la condizione coloniale del paese nel “sogno europeo”.

Parliamo di uno degli asset strategici del paese: il sistema di trasporto del gas (russo verso l’ Europa), che frutta all’ erario ucraino (stima dell’ ex Primo Ministro Yanukovich) qualcosa come 2 miliardi di dollari l’anno in diritti di transito. Una delle poche rendite certe su cui il bilancio ucraino può contare e tuttavia anch’essa insidiata dalla crisi in corso: infatti Igor Prokhopiv, Presidente della società di trasporto Ukrtransgaz, controllata dal colosso statale Naftogaz, ha già lanciato l’allarme: “se Tedeschi e Russi varano Nord Stream 2 saremo costretti a dismettere gran parte della nostra rete”.

La concorrenza delle rotte alternative potrebbe però non essere la maggiore minaccia per Ukrtransgaz. Gli occidentali hanno messo gli occhi sul settore energetico ucraino appena la “rivoluzione della dignità” si è compiuta: è dal novembre 2014 che Soros promuove la “riforma” del settore energetico Ucraino, e i “finanziatori” Europei e Americani che negli anni seguenti hanno sostenuto il corso Poroshenko hanno avuto cura che gli Ucraini si impegnassero, in cambio, a “riformare” il sistema. Facile immaginare in quale direzione.

L’occasione propizia si presentò l’anno passato, quando la Russia minacciò di interrompere le forniture all’ Ucraina se questa non avesse saldato i debiti pregressi e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo accettò di anticipare 300 milioni di dollari e ne accantonò altri 500 per il fabbisogno di quest’ anno: in cambio Kiev consegnò agli Occidentali le chiavi del suo futuro energetico.

I pretesti sono i soliti: Naftogaz è un carrozzone che favorisce la corruzione, il monopolio scoraggia la concorrenza e favorisce gli sprechi: storie in parte vere ma comunque vendute mille volte ed in mille circostanze come pretesto per giustificare il sacco privato di beni statali di valenza strategica.

L’idea di scorporare Ukrtransgaz da Naftogaz in ossequio ai principi di separazione fra produttori, trasportatori, immagazzinatori e dettaglianti stabiliti dalla terza direttiva UE per l’energia, per vendere poi la parte “sana” e strategicamente importante agli occidentali per un pezzo di pane è sul tavolo da almeno due anni, ma solo lo scorso 1 luglio, con l’approvazione del piano di spacchettamento da parte del governo, la “riforma” è entrata nel vivo.

Se non che il 16 settembre il Ministro dell’ Energia Stepan Kubiv ha tentato di giocare agli “alleati” un colpo gobbo, con un emendamento piano, che prevedeva il controllo governativo sulla rete di trasporto del paese, stabilendo che la nuova Ukrtransgaz indipendente sarebbe stata sottoposta comunque alla gestione statale. Una mossa insolitamente sensata, se consideriamo che viene da un Ministero che continua a comprare gas russo dalla Slovacchia ad un prezzo maggiorato di diverse centinaia di milioni di dollari l’anno per pagarsi la soddisfazione di proclamare l’ “indipendenza energetica” non comprando più gas russo dalla Russia. Sensata ma destinata all’insuccesso. Infatti, appena la decisione è stata ufficializzata nella giornata di ieri, gli Occidentali hanno subito mostrato che con loro non si scherza.

Dopo poche ore dall’ annuncio l’intervento dell’ ambasciata americana e dei creditori provocava la riunione di una assemblea straordinaria a cui partecipavano l’ Ambasciatrice USA Jovanovich (che finora aveva tenuto un profilo assai basso ma che ora ha sfoderato gli artigli) gli emissari della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e quelli della Banca Mondiale. Davanti al Primo Ministro, al Ministro dell’ Energia ed ai funzionari delle società interessate gli Occidentali hanno spiegato quali sarebbero state le conseguenze della decisione (immediata richiesta di rimborso di tutti i prestiti, sospensione degli ulteriori finanziamenti già stanziati per superare l’inverno), hanno ottenuto l’immediata revoca del provvedimento e hanno dettato al Ministro Kubiv un umiliante comunicato: “Sono pronto ad ammettere che nel prendere la decisione non abbiamo consultato la gente giusta [i padroni occidentali n.d.r.] il che è importante non solo sotto l’aspetto tecnico ma, per alcuni versi, anche sotto quello politico. Per questo motivo la mia decisione è stata sospesa”. Come garanzia per il futuro è stato deciso di istituire un organo di consultazione fra ministero e creditori internazionali, il cui compito sarà assicurarsi che Ukrtansgaz finisca dove deve: nel portafoglio di qualche multinazionale occidentale. Fine della discussione.

A 25 anni dalla “indipendenza”, a 2 anni dalla “rivoluzione della dignità” i governanti Ucraini hanno sperimentato quanto dura sulla loro terra una decisione sgradita ai loro “alleati”: meno di 24 ore. Bella indipendenza, bella dignità.

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Aggiornamento di Marco Bordoni per sakeritalia.it

Vittoria di Russia Unita alle Elezioni per la Duma 2016

Vittoria di Russia Unita alle Elezioni per la Duma 2016

Nella giornata di ieri 111 milioni di Russi erano chiamati a votare per il rinnovo della Duma di Stato, oltre che per quello di numerose amministrazioni regionali. Le elezioni si sono svolte in maniera ordinata e sono state dichiarate valide dalla Commissione Elettorale Centrale.

I risultati. A spoglio quasi ultimato il partito di governo, “Russia Unita”, ha ottenuto più del 54% dei consensi: un risultato superiore ai pronostici, ai sondaggi della vigilia ed a quello del 2011. La nuova legge elettorale, che assegna metà dei seggi con il metodo proporzionale e metà con il maggioritario a turno unico, garantisce a Russia Unita una maggioranza 2/3 che consentirà al primo partito di effettuare modifiche costituzionali. Un po’ di numeri: la formazione di Medvedev vince in 203 circoscrizioni uninominali su 225 e ottiene oltre 120 seggi della quota proporzionale. Totale: oltre 320 su 450. Si tratta di una vittoria chiara che Putin ha rivendicato poco dopo la chiusura dei seggi, osservando che il popolo attraversa un periodo di difficoltà ma tuttavia ha optato per la continuità e la stabilità istituzionale.

L’ opposizione istituzionale. Tre partiti di opposizione superano la soglia del 5% necessaria ad eleggere una rappresentanza in parlamento: il Partito Comunista perde circa 6 punti e ottiene il 13 %, mentre il Partito Liberal Democratico di Zhirinovsky, che aveva l’ 11,5 %, passa al 13%. Drastico ridimensionamento per “Russia Giusta” che dimezza i consensi dal 13% al 6,5%. In termini di seggi tutte e tre queste formazioni verranno comunque pesantemente penalizzate dalla nuova legge.

L’opposizione liberale. Si conferma totalmente ininfluente, oltre che cronicamente divisa. Questi i dati dei maggiori partiti di opposizione anti sistema:

“La Mela” (Iabloko): 1,91%

“Crescita”: 1,22%

“Parnaso”: 0,71%

“La Mela” ottiene un discreto risultato a Mosca (10%) e a San Pietroburgo (9%) ma rimane comunque largamente al di sotto non solo della soglia per mandare deputati alla Duma, ma anche di quella (3% dei consensi) per ottenere finanziamenti pubblici. Sotto questo profilo le elezioni 2011 confermano l’inesistente presa della opposizione filo occidentale sulla società russa.

Il voto in Ucraina: Una decina di giorni or sono la presidenza ucraina aveva notificato alla Russia la sua indisponibilità ad organizzare le elezioni parlamentari russe sul territorio Ucraina. La Russia ha ignorato la comunicazione e le rappresentanze diplomatiche russe (Kiev, Kharkov, Odessa, Leopoli) hanno aperto le urne regolarmente. A Kharkov, Kiev e Odessa i soliti facinorosi, chiaramente istigati dal dal gesto provocatorio di Poroshenko, hanno tentato di interrompere la consultazione creando un clima di pestaggi e guerriglia urbana che la Polizia ha, come al solito, solo in parte fronteggiato. Nei giorni scorsi Francia e Germania erano intervenute invitando Kiev a garantire il processo elettorale, ma le autorità Ucraine non hanno né la voglia né la capacità di controllare il demone del nazionalismo da loro stesse evocato. Alla fine della giornata il numero di cittadini russi che aveva votato nel paese era di circa 400 su 80.000.

Brogli. La Russia ha fatto un serio sforzo per poter organizzare una consultazione al di sopra di ogni sospetto. L’ OSCE ha organizzato due missioni nel paese: a lungo e a breve termine. Quella a lungo termine ha coinvolto 60 osservatori e verificherà la correttezza del processo elettorale nel suo insieme, quella a breve termine (oltre 400 inviati) ha invece vigilato sullo svolgimento della tornata elettorale. La Commissione Elettorale Centrale è stata presieduta da una stimata attivista per i Diritti Umani, Ella Pamfilova, il cui lavoro è stato apprezzato da tutti i commentatori, fuori e dentro il paese. Il voto quindi deve essere preso come un serio ed affidabile indicatore degli umori e delle preferenze della società russa. I dati di affluenza esageratamente alti di alcune regioni periferiche (Cecenia 95%, Kemerovo 87%, Mordovia 84% etc…) sono ovviamente indicativi di qualche disfunzione: va comunque tenuto conto del fatto che si tratta di circoscrizioni amministrative vaste ma poco popolate, il cui apporto ha senso più per asseverare la leadership delle autorità locali che per la possibilità di alterare seriamente il dato nazionale.

Astensionismo. Dato che merita più seria considerazione è invece quello sull’ astensionismo, unico vero campanello d’allarme per il corso putiniano. La bassa affluenza nel paese (48%, a fronte del 60% del 2011) può avere diverse spiegazioni. Le tensioni degli ultimi anni hanno alimentato l’ interventismo della presidenza, espandendo le prerogative del Capo dello Stato: Putin è stato ripetutamente costretto ad intervenire come garante della tenuta complessiva del sistema. La popolazione nutre crescente scetticismo sulle possibilità della Duma di apportare qualche reale cambiamento nella vita quotidiana. La crisi economica ha poi ovviamente accresciuto l’ apatia ed il distacco: il bersaglio del conseguente malcontento non è il Comandante in Capo ma l’apparato amministrativo. Il problema è particolarmente grave a Mosca e a San Pietroburgo dove poco più del 30% degli aventi diritto si è recato ai seggi.

Commento. Nella strategia di destabilizzazione atlantica le elezioni del 2016 erano un passaggio importante. Molti si attendevano che alla fine di una crisi economica iniziata nella seconda metà del 2014 e da cui il paese sta faticosamente uscendo proprio in questi giorni, dopo i tagli resi indispensabili dal crollo del prezzo del petrolio, le sanzioni e lo scontro frontale con le forze atlantiche, il clima sarebbe stato propizio per organizzare una serie di disordini e proteste in “stile Maidan”. Questo scenario non si è realizzato. Il malcontento non si è cristallizzato in dissenso ma è rifluito in disinteresse ed astensione, mentre il sistema continua a mantenere un buon ascendente sulla società ed a riscuotere un consenso che potrebbe essere addirittura accresciuto nei prossimi mesi se la ripresa economica dovesse consolidarsi. Le elezioni di ieri rappresentano anche un buon viatico per l’elezione di Putin nel 2018. Sotto questo punto di vista possiamo affermare che un ciclo si è chiuso e che la Russia ha per il momento superato la sfida mortale lanciata dagli Stati Uniti.

Il problema che si pone è ora quello di affrontare le sfide di lungo respiro e risolvere i problemi strutturali, istituzionali, politici ed economici. Se vuole essere un paese guida nel futuro sistema multilaterale la Russia ha bisogno di recuperare il dialogo con le punte più avanzate della propria società, come il ceto medio urbano, e di consolidare il ruolo del parlamento e dei partiti nella elaborazione delle linee di sviluppo della società, estendendo il dibattito sulle scelte strategiche per coinvolgere strati sempre più vasti del corpo sociale. Nello stesso tempo bisognerà tenere a bada i tentativi di destabilizzazione esterni e controllare le spinte globaliste delle elite filo occidentali. Questo sarà il non facile compito del prossimo decennio.

La battaglia per la sovranità è vinta. Il nuovo obiettivo del popolo russo e della sua dirigenza è liberare le enormi energie economiche, progettuali e creative che la Russia porta al suo interno e che sin ora sono solo in parte espresse.

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Aggiornamento di Marco Bordoni per sakeritalia.it