A sinistra, con Putin!

Avete presente le scimmie dell’esperimento, quelle che, dopo una serie di docce gelate fuori programma, diventano conformiste e conciano per le feste tutti i compagni che si avvicinano alla succulenta banana in cima alla scala? Qui non solo viene spiegata bene tutta la faccenda, ma anche che si tratta di una bufala. Eppure, anche se l’esperimento non è una invenzione, quelle scimmie esistono (tutte le bufale del resto esistono, non nella realtà, ma come rivendicazione pre politica di un sentimento sociale diffuso): quelle scimmie conformiste siamo noi post comunisti, noi naufraghi della “più grande catastrofe geopolitica della storia”.

Guardateci, guardatevi, e ditemi se non ci comportiamo proprio come quegli stupidi primati: fino a che si tratta di reclamare nell’arena politica diritti civili, elemosine universali, fratellanze transnazionali, abbiamo carta bianca. Possiamo anche parlare, con moderazione, di rivendicazioni salariali. Ma qui iniziano i problemi, perché il tema salari ci porta a quello euro ed UE, e questo alla forma nazione come unica sede democratica entro cui far valere i diritti economici. Arrivati a quel punto, si sbatte fatalmente su Putin.

Ho elencato (nell’ordine: Unione Europea, Moneta Unica, Russia) i frutti davvero proibiti, quelli che fanno prudere le mani ai capobranco, subito pronti a ristabilire l’ordine attingendo al necessaire di appellativi all’olio di ricino caro ad ogni sincero democratico: nazionalista, stalinista, fascista, rossobruno. Chi gestisce l’esperimento è stato chiaro: quelle banane non si toccano.

Volevo scrivere un pezzo su come la sinistra dovesse stare con la Russia, e forse questo taglio sarebbe stato più in linea con ciò che intendo, in effetti, sostenere. Ci ho ripensato per due motivi. Prima di tutto, come dice  Mettan 1), stare con la Russia e non con Putin è sofisma, è artificio mentale, è pretendere la ciliegina e buttare la torta. Secondo: alla cosiddetta sinistra serve davvero che qualcuno violi il tabu, che salga su quella maledetta scala e urli al branco l’inaudito: dobbiamo stare con Putin.

Le reazioni quando si affronta questo argomento con i “compagni” di solito sono di due tipi. La maggioranza disconnette il cervello con un riflesso pavloviano ed inserisce il ripetitore automatico delle migliori patacche mainstrem selezionate dallo spacciatore di balle russofobe di fiducia: Huffington, Repubblica o Manifesto… qualcuno pensa davvero che si tratti di testate diverse? Parlare con questi soggetti è una perdita di tempo bella e buona: chi ha interiorizzato la narrativa manichea dell’informazione unificata non può certo essere scosso da banali richiami alla realtà fattuale. Se nella tua mente Hillary Clinton è di sinistra, l’Unione Europea è un sogno, Putin stermina i gay nei gulag ceceni e l’ISIS viene sconfitto dalla versione curda di Lara Croft non ti serve un interlocutore, ti serve un deprogrammatore. A questi amici ho solo una cosa da dire: fratelli, pace! Ingoiate sereni la vostra pillola rossa, domani “vi sveglierete in camera vostra, e vedrete quello che vorrete”.

Poi c’è l’altro gruppo, che è più interessante. Si tratta di compagni che hanno capito che la narrazione non regge, che in Ucraina c’è stato un colpo di stato e che c’è una leggera differenza fra l’“unione internazionale dei produttori associati” attesa da Marx e l’Unione Europea di Frau Merkel.

Spesso questi compagni solidarizzano con il Donbass, nella misura in cui ci trovano degli echi della tradizione sovietica. Se si tratta di persone che amano la rievocazione storica si immaginano all’assalto del Palazzo d’Inverno, percorrono con la fantasia le steppe su treni blindati, vanno all’assalto delle ridotte naziste assieme all’Armata Rossa. Su di loro una certa propaganda russa, la vena che chiameremo “post sovietica” (monumenti di Lenin, bandiere della vittoria spiegate al vento, distintivi con falce e martello…) esercita grande fascino. Come oneste spose  nutrono sentimenti sinceri, ma quando arrivano all’altare e vi scorgono l’inconfondibile profilo di Vladimir Vladimirovich si sentono mancare e si danno alla fuga.

Le loro obiezioni sono di due tipi. La prima è che la Russia è un paese capitalista, e  in quanto tale un nemico da combattere. La seconda che l’attivismo internazionale russo è puro e semplice  “imperialismo” (diverso in quantità, non in qualità, da quello statunitense). Lenin alla mano argomentano che l’imperialismo è la fase necessaria e suprema del capitalismo, e quando gli parli di Putin ti guardano oltraggiati, come se gli avessi chiesto a bruciapelo di votare così, su due piedi, i crediti di guerra. Secondo loro, infatti, è in atto uno “scontro fra opposti imperialismi” il cui sicuro collasso produrrà il trionfo del socialismo realizzato. Dovere del proletariato è rimanere neutrale aspettando in un treno piombato che scocchi l’ora dell’azione. Queste due obiezioni colgono parti di verità sufficienti a meritare una confutazione nel merito.

La Russia: un Baluardo contro l’Impero.

il controllo della comunicazione è uno strumento essenziale della nuova sovranità globale.

Lo scenario politico internazionale nella nostra epoca può forse avere qualche analogia con quello realizzatosi alla vigilia della prima guerra mondiale, ma le divergenze sono di gran lunga più numerose delle somiglianze. A quel tempo esistevano numerose grandi potenze, ciascuna al centro di un impero coloniale. Queste potenze da un lato avevano aspirazioni egemoniche ma non universalistiche (la Germania voleva strappare colonie al Regno Unito, assaltare il “potere mondiale”, ma non conquistare il Regno Unito), dall’ altro tendevano a formare blocchi di alleanze, concentrazioni di forza economica, politica e militare in linea di massima equivalenti. Era l’età degli imperialismi. Oggi esiste un solo centro di potere mondiale le cui ambizioni territoriali, economiche e culturali sono illimitate: è l’età dell’Impero. Ignorare, nel 2017, l’esistenza di questo sistema di potere, significa farsi sfuggire non un dettaglio, ma la caratteristica capitale del mondo contemporaneo, caratteristica peraltro già indagata in lungo ed in largo da decenni.

Cos’ è l’Impero?

Prima di tutto esso mira a stabilire una egemonia totalitaria sul tempo e sullo spazio.

Riguardo al tempo. Scrive Fukujama nel 1992 che “negli ultimi secoli è emersa una cultura davvero universale, imperniata sullo sviluppo economico a base tecnologica e sui rapporti sociali capitalistici necessari a produrlo e sostenerlo. Le società che hanno cercato di opporsi a questa unificazione, dal Giappone Tokugawa e dalla Sublime Porta all’Unione Sovietica, alla Repubblica Popolare Cinese, alla Birmania ed all’Iran, sono riuscite a combattere solo battaglie di retroguardia che non sono durate più di una o due generazioni. Quelle che non sono state sconfitte da una tecnologia militare superiore sono state sedotte dallo scintillio del mondo materiale creato dalle scienze moderne. Se è vero che non ogni paese è in grado di diventare una società consumistica nel prossimo futuro, è però difficile trovare al mondo una sola società che non si ponga questo obiettivo” 2). La storia è finita con l’avvento del parlamentarismo liberale, sistema che non conosce criticità.

Riguardo allo spazio, osservano Negri ed Hardt nel 2000: “Anche i più potenti tra gli stati Nazione non possono più essere considerati come le supreme autorità sovrane non solo all’esterno, ma neppure all’interno dei propri confini. Tuttavia il declino della sovranità dello stato nazione non significa che la sovranità, in quanto tale, sia in declino. (…) La sovranità ha assunto una nuova forma , composta da una serie di organismi nazionali e sovranazionali uniti da un’unica logica di potere. Questa nuova forma di sovranità globale è ciò che chiamiamo Impero.” 3).

Come si esercita il potere dell’Impero?

Sempre Negri e Hardt:  “il controllo imperiale si dispiega mediante tre strumenti globali e assoluti: la bomba, il denaro e l’etere. La panoplia delle armi temonucleari, che svetta sulla cima dell’impero, rappresenta una possibilità permanente di annientamento della vita stessa. (…) il denaro è il secondo mezzo globale per realizzare il controllo assoluto. (…) Nel momento in cui tutte le strutture monetarie tendono a perdere qualunque tipo di sovranità, emerge l’ombra di un’unica e unilaterale riterritorializzazione monetaria concentrata nelle città globali, vale a dire i centro politici e finanziari dell’Impero. (…) L’etere è il terzo fondamentale strumento di controllo imperiale. La gestione della comunicazione, l’organizzazione di un sistema educativo e la cultura sono oggi più che mai altrettante prerogative sovrane.  Ma tutto ciò si dissolve nell’etere.  I sistemi contemporanei della comunicazioni non sono subordinati alla sovranità: al contrario è la sovranità che sembra subordinata alla comunicazione, o meglio la sovranità si articola nei sistemi di comunicazione.”

Sin dal 1994 Henry Kissinger, nella sua opera Diplomacy, osservava: “gli imperi non hanno bisogno di funzionare all’interno di un sistema internazionale. Essi ambiscono ad essere loro stessi il sistema internazionale”. Chiosa Preve: “Era difficile dirlo in modo più chiaro e sintetico. Dopo il 2003 ciò che già prima era chiaro per l’osservatore attento ed intelligente diventa palese a tutti: esiste un impero mondiale, questo impero mondiale si legittima in modo autoreferenziale e religioso (ed è quindi per molti aspetti non più “occidentale”, ma integralmente “post-occidentale”), questo impero mondiale si identifica con l’intero sistema delle relazioni internazionali ed in questo modo mette il mondo intero di fronte ad un dilemma: accettare la sua egemonia (o integralmente o scavandosi una piccola nicchia di tolleranza limitata e contrattata), oppure resistergli, più esattamente mettere in atto tutti quei processi economici, politici e culturali a breve, medio e lungo termine atti a resistergli.”.

E’ la “democrazia totalitaria” profetizzata da Alexander Zinov’ev nel 1999 ed oggi pienamente realizzata. Per quanto ciò sembri paradossale il  cosiddetto “totalitarismo” (nel senso di assorbimento totale di ogni aspetto della vita umana in un’unica dimensione economica, politica, ideologica ed etica), strumento concettuale brandito dal liberalismo per legittimarsi, non si è mai realizzato in forma storicamente tanto perfetta quanto lo è oggi, sotto l’Impero del liberalismo stesso.

Questi i tratti essenziali, a cui è utile aggiungere alcuni importanti dettagli.

Nel tempo dell’Impero esistono ancora, di nome, imperialismo, fascismo, ed estremismo religioso. Ma si tratta di copie sbiadite degli omonimi fenomeni del secolo scorso. Di zombie che l’Impero utilizza per conseguire i suoi fini. La stessa “nazione indispensabile”, gli Stati Uniti d’America, non può adottare indirizzi strategici contrastanti con le logiche del potere globale, senza precipitare (come mostra il caso Trump) in una gravissima crisi istituzionale. La dirigenza americana inclina pericolosamente verso il protezionismo? Sarà la centrale europea a far da sponda, fino a che i globalisti d’oltre atlantico non avranno “risolto”, con le buone o con le cattive, l’errore di percorso. L’Impero uniforme ed orizzontale non teme nessuna crisi locale.

Ove si presentano aree di resistenza economica, politica e culturale, l’Impero interverrà suscitando nazionalismo, fondamentalismo o terrorismo, che verranno utilizzati di volta in volta per frantumare e digerire queste sacche (Jugoslavia, Afganistan, Libia, Siria, Ucraina…) o per alimentare la lealtà ed il conformismo delle popolazioni terrorizzate. Ove la guerra ibrida non sia possibile o conveniente, e l’ Impero sia costretto ad un intervento diretto, lo strumento utilizzato non sarà la “guerra” che presuppone un riconoscimento implicito del nemico, ma l’“operazione di polizia internazionale” espressione che abolisce la politica estera declassandola a questione di ordine pubblico discendente da un’unica fonte di legittimazione imperiale. La convergenza ideale e pratica arancio – bruno – verde fra certi ambienti liberal atlantici, la manovalanza neofascista ucraina ed i mangiatori di cuori siriani è solo apparentemente incongrua: nella realtà si tratta di strumenti di potere decisamente integrabili che l’Impero utilizza simultaneamente a diversi livelli.

Poi c’è la questione della sproporzione delle forze: un immenso divario che è militare, ma soprattutto economico, politico e mediatico. Per misurarla è utile osservare la proiezione dello schieramento della NATO dalla Germania Ovest fino al ventre molle della profondità strategica russa, ricordare che il blocco atlantico supera la Russia di quattro volte per popolazione, di dieci volte per spesa militare, di venti volte per potenza economica. E’ utile ma non è sufficiente, perché in realtà la superiorità dell’Impero trascende la realtà della NATO, estendendosi a tutte le organizzazioni e le formazioni internazionali costituite intorno ad esso, di cui l’Impero detiene un pacchetto di controllo che gli consente di usarle a piacere. Alla luce di queste considerazioni è chiaro che non esiste alcuno scontro fra “opposti imperialismi”.

Volendo a tutti i costi utilizzare le categorizzazioni leniniste, la Russia odierna dovrebbe piuttosto collocarsi nella categoria delle “semi colonie” (Persia, Cina, Turchia, nella classificazione di Lenin, che scriveva nel 1916…): quella dei paesi parzialmente egemonizzati che lottano per conservare margini di autonomia politica. In questi casi Lenin era categorico: la borghesia della nazione oppressa deve essere sostenuta nella propria lotta contro la nazione opprimente, ed avversata nella lotta contro il proprio proletariato: “In quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro quella della nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti casi, più risolutamente di ogni altro, in favore di questa lotta, perché noi siamo i nemici più implacabili, più coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna tolleranza per l’aspirazione della nazione oppressa a conquistare dei privilegi.”. E ancora: “Se noi non ponessimo la rivendicazione dl diritto delle nazioni all’autodecisione, se non agitassimo questa parola d’ordine, aiuteremmo non solo la borghesia, ma anche i feudali e l’assolutismo della nazione che opprime.” 7).

In conclusione la questione si pone esattamente nei termini prospettati da Preve: riconosciuta la (onni) presenza e l’esistenza dell’Impero “liquido” “orizzontale” “globale” dei nostri giorni, occorre decidere se collaborare arrendendosi (è la soluzione implicitamente scelta da Negri Hardt) o resistergli. E se si decide di resistere si incontra Putin.

Forse voi “di sinistra”, prima di incontrare Putin a questo punto del mio ragionamento, lo avete avvistato altrove, in posti a voi cari. Ad esempio potreste averlo trovato nel Venezuela bolivarista, mentre concorda politiche energetiche con il governo locale o mentre fornisce grano e cooperazione politica e militare. Oppure a Cuba,  mentre annulla il 90% dei debiti del paese verso la Russia. O in Corea del Nord: il mondo accerchia Pjongjang, Putin manda un segnale, aprendo una nuova linea di traghetti con Vladivostok. E ancora in Donbass, in Siria, nelle Filippine. Ovunque l’Impero non riesca ad affermarsi proiettando la luce della propria potenza, si trova Putin. Putin è il rovescio, è l’ombra della globalizzazione.

E’ facile immaginare cosa accadrebbe a queste realtà di resistenza locale il giorno in cui un Maidan moscovita abbattesse lo Zar: sarebbero immediatamente soverchiate, schiacciate annichilite. La stesso pensiero di un altrove, di un altro tempo, soppresso negli anni novanta, recentemente riaffiorato, verrebbe inghiottito nel buco nero del pensiero unico. Putin è l’assillo, il rovello, l’ossessione, lo spettro dei media mainstream. Nella rappresentazione dei nostri organi di informazione Putin è onnipotente, è ovunque, è il male che si annida nel sistema, perché la sua stessa esistenza ne mette a nudo le negate criticità. Il vostro nemico lo sa bene che Putin è dalla vostra parte: e voi no?

Molti di voi esitano a trarre le ovvie conclusioni perché Putin rappresenta un potere verticale, gerarchico, che l’influenza di certi foucaultiani ci ha insegnato nei decenni a considerare il nemico. Ma la questione del potere e dell’ autorità non è, oggi, principale: “Essi [i foucaultiani] sono come sempre in ritardo di un giro, cioè di un’epoca storica, e fanno sempre la guerra con le mappe militari della guerra precedente. Sono, e sempre saranno, la linea Maginot della sinistra. E pensare che lo stesso Foucault avrebbe dovuto in teoria avvertirli, spiegando che oggi le strategie del potere sono orizzontali e non verticali, molecolari e non molari (cioè grosse, nel suo curioso linguaggio).”. Se la strategia dell’Impero è orizzontale, il potere verticale non è solo nostro alleato ma deve anche essere parte della nostra strategia.

Russia: l’eterno Ritorno del Capitalismo di Stato.

Il rompighiaccio nucleare Arktika, varato nel 2016 dalla statale Rosatomflot, rinnova i fasti della flotta rompighiaccio sovietica.

Siamo giunti, in questo modo, alla seconda questione: la natura del potere nella Russia di Putin. E’ vero: la Russia non è più un paese a socialismo reale. Ed è vero: la Russia è un paese capitalista. Terza verità: Putin non si professa comunista. In diverse occasioni ha attaccato Lenin, ed in particolare la dottrina dell’autodecisione e la costituzionalizzazione del diritto delle repubbliche alla secessione dall’URSS 8). Sarebbe facile replicare osservando che Lenin recuperò l’Ucraina alla Russia puntando sul sostegno popolare, mentre Putin l’ha persa puntando su quello dei magnati. Ma in realtà sia la contestazione che la replica sono ingenerose: sia Lenin che Putin, nella loro veste di difensori  del mondo russo, hanno cercato il miglior compromesso possibile nelle condizioni date. In ogni caso Putin è un leader di estrazione liberale che ha preso nettamente le distanze dal passato sovietico. Si tratta di cose risapute, ma che ritengo di ribadire per chiarire che non intendo negare né perdere di vista un simile dato di fatto. Tuttavia questa analisi si ferma alla superficie, e può costituire tutt’al più un punto di partenza, non un certo una conclusione per la nostra ricerca.

Alcuni leggono la storia del socialismo in Russia come fosse quella di una invasione aliena. I marxiani sarebbero sbarcati dalla loro grande astronave il 6 novembre 1917 e, dopo aver governato il paese per 74, gloriosi, anni, si sarebbero imbarcati nuovamente il 26 dicembre 1991 per tornare al rosso pianeta natale senza lasciare traccia apparente del loro passaggio, che quindi sarebbe un intervallo fra due stagioni di medioevo monarchico. E’ una lettura speculare a quella di chi sostiene che l’URSS sia stata solo un fallimento: come se un sistema politico potesse “fallire” ininterrottamente per 74 anni. Questi comunisti ed anticomunisti si assomigliano molto: l’unico punto su cui non concordano è l’indole degli extraterrestri: benevola, secondo i primi, malvagia, per i secondi.

Ovviamente queste favolette possono essere credute solo dai bambini: la storia del socialismo russo è quella dell’incontro fra una idea occidentale ed un popolo orientale. Un incontro che ha prodotto soluzioni originali, e che ha prodotto un sistema evolutosi sotto la spinta di pressioni interne e più spesso esterne, talvolta in maniera naturale, altre volte traumaticamente, fino all’ esito odierno. In tutto lo svolgersi, tragico ed esaltante, degli eventi che seguirono la guerra civile, l’ elaborazione teorica si fece interprete delle esigenze pratiche che di volta in volta si ponevano. Alcune proposte vennero avanzate da una fazione soccombente, e poi, dopo la fine dello scontro, fatte proprie dagli avversari. Trotsky sostenne l’ idea della pianificazione nel 1923. Contemporaneamente Preobrazhenskj promosse la necessità di realizzare a spese dei contadini ricchi una accumulazione primaria finalizzata alla industrializzazione Ancora la lotta ai kulak costituì la piattaforma dell’ opposizione al XIV congresso del 1925. Tutte queste cose vennero fatte, ma dopo la sconfitta politica dei loro promotori, dalla maggioranza che aveva vinto la lotta per il potere sostenendo tesi opposte. Un esempio potente di necessità del divenire storico, e di come le linee teoriche del socialismo russo si siano adeguate non a velleità personali, ma a necessità materiali e impellenti sorte dal profondo della società. Da queste stesse profondità venne prodotta la dottrina del “socialismo in un solo paese”, una sintesi talmente appropriata della declinazione russa del socialismo, da lasciare non pochi echi nel dibattito odierno sulla “scelta di civiltà” rivendicata dalla Russia di Putin.

Di certo se  Marx avesse potuto leggere gli scritti dei marxisti russi sull’ organizzazione del partito, sul potenziale rivoluzionario della classe contadina, sul socialismo in un solo paese sarebbe rimasto attonito, almeno quanto Gesù, se avesse conosciuto le lettere di Paolo o il Vangelo di Giovanni. Si potrebbe arrivare a dire che la Russia e le sue esigenze storiche hanno colmato la distanza fra la teoria marxista e la realtà dell’URSS. Nel corso di questo processo l’ anima Russa e l’ orizzonte ideale socialista si sono fuse in un unico inestricabile. Un unico che esige di essere accettato o respinto in blocco, senza distinguo di circostanza.

La scelta del rigetto è in qualche modo il fondamento filosofico dell’Impero, e chi la compie resta con ben poco in mano: qualche falansterio, Marx, ed il tradimento storico al rallentatore delle socialdemocrazie. L’altra scelta, l’accettazione, implica l’accettazione della Russia, ovvero del “primo paese” in cui il “socialismo” sia mai stato realizzato.

Pacificato, quindi, il socialismo con la Russia, confrontiamo il paese di Lenin e quello di Putin.

Si taccia il Cremlino di “imperialismo”. Ma non è forse la Russia di oggi quello che era all’indomani della rivoluzione, ovvero un paese assediato da potenze soverchianti ed ostili, che cerca una propria strada alla modernità attraverso lo sviluppo di un capitalismo controllato dallo stato, governato da una estesa burocrazia, rappresentata ed unificata da una forte guida politica?

Si rimprovera alla Russia di essere governata da “specialisti”, e non da lavoratori di estrazione popolare. Ma non era forse il blocco bolscevico un apparato di “rivoluzionari di professione”, convertitisi poi in breve in “burocrati di professione” (senza voler annettere la minima connotazione negativa a questa classificazione), con l’eccezione del solo Tomskij, unico operaio della prima dirigenza sovietica?

Si addebita a Putin di consentire ampie divaricazioni sociali. Non succedeva lo stesso al tempo della NEP, con la devastante repressione salariale abbattutasi sugli operai, la disoccupazione di massa, la sostanziale riduzione dei sindacati a strumento delle deliberazioni del partito e la concomitante ascesa economica di kulaki e nepmeni 9)?

Quanto alla organizzazione economica complessiva, non è forse il capitalismo di stato giustificato da Lenin (“la realtà dice che il capitalismo di Stato costituirebbe per noi un passo avanti. Se noi riuscissimo in poco tempo a realizzare in Russia il capitalismo di Stato, sarebbe una vittoria” 10) un remoto antenato dell’odierna politica di controllo pubblico dell’economia attraverso le partecipate statali?

Su questo argomento esistono interessanti e sorprendenti studi. Nel quindicennio di potere di Putin l’ intervento diretto dello stato russo nell’ economia è rimasto stazionario, con valori in live contrazione in termini assorbimento della forza lavoro e di capitalizzazione (e che comunque rimangono elevatissimi secondo gli standard occidentali: il 33% della forza lavoro, 23 milioni di persone, sono dipendenti statali, mentre, anche seguendo la metodologia di calcolo più restrittiva, le imprese statali superano il 30% della capitalizzazione del mercato) 11):

1 Quota delle imprese pubbliche nella capitalizzazione totale del mercato

Dagli stessi studi apprendiamo che, diversamente dall’intervento statale diretto, quello indiretto (tramite partecipazioni) ha conosciuto negli ultimi anni una decisa espansione.

“La proprietà statale in settori come finanza, energia, trasporti, e media è cresciuta, invertendo una precedente tendenza all’aumento della proprietà privata. Il ruolo dello stato nell’industria è stato rafforzato attraverso la creazione di concentrazioni nazionali integrate verticalmente” 12).

“I dati ufficiali di Rosstat, che non tengono conto di tutta la struttura piramidale del settore misto, hanno indicato una riduzione della quota pubblica dell’economia russa (fatta eccezione per investimenti e impiego) dal 2005 al 2012. Secondo la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la quota di settore pubblico in Russia è aumentata dal 30% del 2005 al 35% del 2010. Questi dati sono utili in termini di tendenza, ma sembrano sottovalutare largamente il settore pubblico russo. All’inizio del 2008, il grado di concentrazione della proprietà posseduto dallo stato ha raggiunto il 40-45% secondo gli archivi di Expert 400, Nel 2009 molti esperti hanno stimato che questo dato sfiorasse il 50%. Secondo le stime di altri esperti, nel 2015 il contribuito delle imprese pubbliche al PIL era vicino al 29-30%, e il contributo totale del settore pubblico era vicino al 70% (a fronte del 35% registrato nel 2005). Il Fondo Monetario Internazionale (Hughes et al., 2014) e il Servizio Federale Antimonopoli (2016) hanno fornito dati simili nei totali, anche se diversi come metodologia.” 13)

Infine: “nei 15 anni di potere di Vladimir Putin, l’economia russa si è riconvertita alla proprietà statale di industrie chiave quali la finanza, l’energia ed i media. Altre industrie, come costruzioni, trasporti, e alta tecnologia, sono cadute nelle mani di imprenditori vicini al presidente. Nel complesso, il controllo statale sulle attività economiche è molto più esteso di quanto non fosse 20 anni or sono” 14).

Questa natura del tutto peculiare del capitalismo russo ha contribuito in maniera decisiva ad attutire lo shock derivante dall’urto (intenzionalmente) combinato delle sanzioni, del crollo delle quotazioni del greggio e della recessione economica. Le difficoltà di bilancio conseguite all’isolamento internazionale hanno messo a dura prova il patto sociale fra governo e popolazione, in particolare quella fascia (che in questo periodo ha ripreso a crescere, dopo il drastico calo del primo decennio del secolo) che vive al di sotto del livello di sussistenza.

Il bilancio conclusivo del periodo è chiaroscurale: non è stato possibile difendere integralmente il potere d’acquisto di salari e pensioni e si è dovuto alzare (anche a causa dello spettacolare aumento dell’aspettativa di vita) l’età pensionabile dei lavoratori nel settore pubblico. Tuttavia nel complesso il sistema ha tenuto e i consumatori poveri di prodotti di prima necessità, made in Russia, fatte le debite proporzioni, sono stati toccati dalla crisi meno della classe media alle prese con i prezzi rivalutati dei prodotti di importazione. Il governo ha vuotato per intero il Fondo di Riserva, dilapidando 100 miliardi di dollari in tre anni e grazie a questo sforzo i traumi sono stati contenuti. Di più: il cittadino russo continua ad usufruire di notevoli vantaggi indiretti derivanti dall’intervento statale in economia, con particolare riferimento ai costi, quasi simbolici, delle utenze abitative e a quelli, quasi altrettanto modesti, dei servizi pubblici e dei trasporti di base. La vita della massa di famiglie russe è quindi mantenuta con discreti sforzi ad un livello compreso fra una povertà dignitosa ed una decorosa agiatezza. Questo dettaglio, inserito in un contesto di continuo miglioramento di tutti gli indicatori principali della qualità della vita (aspettativa di vita, numero di omicidi e suicidi, fertilità, criminalità etc…) ci rivela una sostanziale tenuta della compattezza sociale. Non a caso gli indici GINI rilevati dalla United Nations University World Institute for Development Economics Research indicano una progressiva riduzione delle diseguaglianze economiche (a fronte di un simmetrico aumento registrato nei paesi occidentali).

Andamento diseguaglianze Russia ed USA (United Nations University World Institute for Development Economics Research)

Tale evoluzione è ben presente alle centrali di potere economico internazionale, che la paragonano alla corsa selvaggia alle privatizzazioni in atto in occidente e la rappresentano come un “suicidio”, una “involuzione”, un “ritorno al comunismo”. E’ invece, curiosamente, completamente ignorata dagli intellettuali “di sinistra” forse troppo impegnati a insultare il corso russo ritraendo Putin come “nazionalista” e “fascista”. Altro luogo comune disastrosamente errato.

Vladimir Putin è autore di un saggio tanto interessante quanto ignorato (in occidente) sulla Questione Nazionale 15) in cui la natura dello stato russo viene teorizzata in maniera completa ed esauriente. La Russia, argomenta Putin è uno stato multinazionale. I nazionalisti “provocatori e  nemici della Russia” promuovono la soggettività nazionale grande russa, la “purezza razziale” del paese, la necessità di “completare il lavoro del 1991 e liquidare l’impero che grava sulle spalle del popolo russo”. Putin si pone in opposizione diametrale con l’idea di costituire uno stato mono nazionale, a suo parere “in contraddizione con la nostra storia millenaria”, una idea, secondo il Presidente Russo,  finalizzata ad indurre ”il popolo a distruggere con le proprie mani il proprio paese”.

Non si contano i feroci attacchi portati da Putin ai nazionalisti, tutti basati sullo stesso ritornello: “chi dice – la Russia ai Russi – è un demente o un provocatore”.  Per la verità, come spesso avviene in quel paese, non ci si limita alle chiacchiere: la legge federale “per il contrasto delle attività estremiste” bandisce qualsiasi organizzazione politica e religiosa implicata in “propaganda di esclusività, di superiorità o di inferiorità dei cittadini in base al loro atteggiamento verso la religione, sociale, razziale, etnico, religioso o di appartenenza linguistica” 16). La prassi amministrativa asseconda pienamente questa tendenza, riservando alle minoranze nazionali interne non solo un pieno riconoscimento culturale e di autogoverno (del tutto in linea con la tradizione sovietica) ma anche un accesso ai finanziamenti ed una rappresentanza politica più che proporzionali in relazione alla consistenza numerica, con conseguente, paradossale, pregiudizio dell’elemento grande russo.

Quindi non solo la Russia non è un paese “nazionalista”: è vero esattamente il contrario. Come paese multinazionale essa persegue una politica di pieno riconoscimento della dignità di tutti i suoi elementi costitutivi e di lotta all’estremismo, lotta che si pone in naturale antitesi rispetto alle strategie caotiche dell’Impero miranti a suscitare e diffondere fanatismo e fascismo come strumenti della propria egemonia.

Conclusioni.

A causa delle proprie specificità storiche e geografiche la Russia rappresenta una entità estremamente disfunzionale alle logiche di governo globale che informano l’Impero. La sua aspirazione alla specificità, la sua costituzione multinazionale, il modello di sviluppo multipolare che persegue si pongono in traiettoria di collisione frontale con le esigenze di libera circolazione dei capitali e di distruzione delle specificità locali, obiettivi del liberalismo imperiale.

La sua struttura economica, per quanto minata da profonde disuguaglianze ed insidiata da potenti correnti liberali e xenofile, conserva un assetto di controllo pubblico centralizzato, refrattario alla concorrenza selvaggia e tale da assicurare ai cittadini qualche sostanziale protezione dalle logiche di mercato.

La politica e gli attributi dello stato, screditati in tutto l’occidente, conservano in Russia una centralità ed una pretesa di gestione dell’agenda economica che fanno letteralmente infuriare i nostri fautori dello stato minimo e i pasdaran del liberalismo.

In sostanza il putinismo conserva alcuni tratti profondi della realtà sovietica, in parte preesistenti all’URSS ma innervati in tutta la sua esperienza, che si conservano riaffiorando con fenomeno carsico nella Russia di oggi. Questi tratti hanno in un passato lontano ma non remoto, influenzato profondamente la sensibilità etica ed estetica di tanti militanti di “sinistra” in tutto il mondo, militanti che quindi si rivolgono con simpatia alla Russia, pur senza saper declinare specificamente le ragioni del proprio sostegno. Il che ho cercato di fare in queste poche pagine.

Abolizione dei confini ed unificazione dei mercati per la repressione dei salari o (in alternativa) valorizzazione dei confini e frantumazione dei mercati per la repressione dei capitali. Per la sinistra che sta con il lavoro la soluzione a questo dilemma è ovvio.

Come è parimenti ovvio che in questa lotta la Russia di Putin rappresenta un punto di riferimento indispensabile.

Note:

  1. Mettan, Russofobia, mille anni di diffidenza, Sandro Teti, 2015, 40.
  2. Fukijama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR, 1992, 145
  3. Hardt, Negri, Impero, BUR, 2000, 21
  4. Hardt, Negri, Ibidem, BUR, 2000, 21
  5. Preve, Marx e Nietzsche, Editrice Petite Plaisance,  46 http://www.petiteplaisance.it/ebooks/1031-1060/1034/el_1034.pdf
  6. Preve, Dalla Rivoluzione alla Disubbidienza, http://www.kelebekler.com/occ/disobbed12.htm
  7. Lenin, Sul diritto delle Nazioni all’Autodeterminazione;
  8. 4 del Trattato sulla Formazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche dal II Congresso dei Soviet dell’URSS il 31 gennaio 1924.
  9. Carr, La morte di Lenin, L’interregno 1923-24. Einaudi, 1965, 39.
  10. Lenin, Seduta del Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia, 29 aprile 1918, Opere complete, Vol. 27, pagg. 251-274 Lenin si sofferma in particolare sulla necessità del capitalismo di stato quale fattore di modernizzazione del paese: “E quando replico a coloro che dicono di essere dei socialisti e promettono mari e monti agli operai, dico che il comunismo non può presupporre l’attuale produttività del lavoro. La nostra produttività è troppo bassa, questo è un fatto. Il capitalismo ci ha lasciato in eredità, soprattutto in un paese arretrato come il nostro, una somma di abitudini che fanno considerare tutto ciò che è statale, tutto ciò che riguarda il bene pubblico, come qualcosa da disprezzare e da danneggiare. Questa mentalità propria della massa piccolo-borghese si sente ad ogni passo. E in questo campo la lotta è molto difficile. Solo il proletariato organizzato può farvi fronte. Io ho scritto: “Fino all’avvento della fase ‘più elevata’ i socialisti reclamano dalla società e dallo Stato che sia esercitato il più rigoroso controllo””.
  11. Abramov, et al. State-owned enterprises in the Russian market: Ownership structure and their role in the economy, 2017
  12. Aslund, Russia, The Arduous Transition to Market Economy, Washington: Peterson Institute for International Economics;
  13. Abramov, ibid.
  14. Djankov, Russia’s Economy Under Putin: From Crony Capitalism to State Capitalism;
  15. Putin: Rossija, Nazionalnj Vopros, 2012
  16. Legge Federale 25 luglio 2002 n. 114;

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Articolo a cura di Marco Bordoni per SakerItalia.it

Foreign Policy: gli Ucraini non contino sull’aiuto della NATO

Foreign Policy: gli Ucraini non contino sull’aiuto della NATO

Il 1 agosto sul magazine online Foreign Policy (Washington Post) è uscito un significativo commento di Askold Krushelnycky dal titolo “Kiev in modalità diniego“. Non uno qualunque, ma uno zelota di dichiarata fede prima arancione e poi maidanista che ha passato nelle trincee ucraine la fase calda del conflitto nel sud est. La tesi di Krusjelnychy è la seguente: la causa ucraina sta per essere persa per via della corruzione dilagante che finirà per disgustare gli sponsor stranieri:

Askold Krushelnycky
Askold Krushelnycky

“Nonostante la serietà della minaccia da est” esordisce il pezzo “Mosca non è il peggior nemico con cui l’Ucraina abbia a che vedere. Vista la corruzione auto inflitta che infetta ogni aspetto del mondo degli affari e del governo, il peggio nemico del paese è la corruzione.” Corruzione che il governo ucraino nulla fa per contrastare seriamente: “Sfortunatamente, la dirigenza ucraina sembra aver compiuto un pericoloso errore di calcolo presumendo che l’Occidente consideri il loro paese come un mandatario nel confronto con una Russia risorgente. Per questa ragione credono di poter contare sul supporto dei capitali occidentali qualunque cosa succeda. Un ex ministro, al governo fino allo scorso aprile, ha descritto l’approccio ufficiale come segue: Credono che l’Ucraina sia troppo importante per l’America e per l’Unione Europea per permetterne il fallimento. Penso che questo sia del tutto fuorviante. Credo che l’Ucraina abbia solo quest’anno per mostrare risultati reali. Gli Stati Uniti e gli altri amici dell’Ucraina stanno perdendo la pazienza.” Impietose le conclusioni: “La prossima volta che si rivolgono all’Occidente per un aiuto potrebbero scoprire di essere rimasti soli.”. Corruzione: è questo lo storico rimprovero che i governi ucraini si sentono muovere quando gli occidentali vogliono giustificare un rifiuto alle richieste sempre più disperate provenienti da Kiev.

L’altro, emerso non prima di questa primavera, è sul versante dei diritti umani: lo scorso maggio una serie di autorevoli voci giornalistiche del mainstream occidentali (New York Times, Guardian, Repubblica) totalmente silenti al tempo delle operazioni belliche nel sud est, hanno scoperto che a Kiev non c’è libertà di stampa. Più tardi le due corazzate dei diritti umani a trazione occidentale, Human Rights Watch e Amnesty International hanno presentato un rapporto congiunto sulle detenzioni illegali e le torture in Ucraina, rapporto in cui il governo di Kiev fa una figura addirittura peggiore di quella dei terribili “terroristi” filorussi del sud est. Uno colpo disastroso all’immagine della giunta.

Ovviamente non si tratta di tendenze univoche ma in generale si può sicuramente affermare che il matrimonio fra la stampa occidentale ed il governo di Kiev è in grave crisi, e questo è tanto più interessante considerando che la Russia continua ad essere raffigurata come il nemico pubblico numero uno. La NATO, peraltro, non accenna a disimpegnarsi militarmente dal quadrante est europeo ed Ucraino, ed anzi manda i propri eserciti ad Odessa a giocare allo sbarco in Crimea (leggasi, come ha osservato Donald Trump: Terza Guerra Mondiale).

Esercitazione Sea Breeze 2016
Esercitazione Sea Breeze 2016

Quello che l’Occidente, infatti, vuole non è rinunciare all’Ucraina, ma congelare ogni linea di credito al governo di Kiev: stop ai finanziamenti dal Fondo Monetario, stop alla procedura per i visti Schengen liberi. Stop a  qualsiasi impegno politico, economico e sociale che non consista nella mera contrapposizione a Mosca. Certo, vellicare una rivolta di piazza, incassare i dividendi strategici e rifiutare qualsiasi assistenza ai propri pupilli è cosa abbastanza spregevole, difficile da vendere all’opinione pubblica.

E proprio a questo servono le accuse occidentali di corruzione e le campagne di stampa sulla violazione dei diritti umani: un monumento alla ipocrisia ed alla cattiva coscienza. Non perché non siano fondate, ma perché il dilagare della violenza e della corruzione nella società ucraina sono naturali conseguenze del vicolo cieco politico in cui le manfrine atlantiste hanno cacciato quel martoriato paese. Hanno scardinato le istituzioni,  istigato una disastrosa guerra civile, insediato al potere una consorteria di oligarchi, dimezzato la già provata economia, e pretendono che violenza e corruzione diminuiscano: si tratta di un palese non senso.

Si dà il caso, però, che da anni l’opinione pubblica occidentale sia assuefatta a considerare la corruzione la causa, e non la conseguenza, delle disfunzionalità di un sistema economico politico e anche dalle nostre parti le campagne isteriche contro la corruzione sono la testa d’ariete per delegittimare la dirigenza politica e privatizzare gli assetti pubblici. I lettori e gli spettatori sono quindi recettivi nei confronti di questo tipo di denunce. Si bevono avidamente l’idea che una società distrutta possa essere meno violenta e corrotta di quando era integra perché ha “fatto le riforme”. Quanto al “mancato rispetto dei diritti umani”, posto che ovviamente nessuna società è totalmente immune da critiche, trattasi dell’ingrediente sempre pronto di ogni campagna di delegittimazione, l’arma ibrida immancabile, il prezzemolo che si può mettere a piacere e non disgusta mai i facili appetiti del nostro pubblico. Qui, poi, l’operazione è tanto più immediata in quanto i pregiudizi tipici della russofobia (violenza, assolutismo, alcoolismo, miseria etc…) possono essere facilmente estesi per affinità agli Ucraini vittime, per una tragica ironia, delle calunnie da loro stessi sparse a piene mani contro i fratelli di oltre confine.

E così le coscienze delle anime belle si placano mentre si chiede agli Ucraini non solo di morire per la NATO, ma di farlo per giunta gratis. Del resto, dice Umberto Galimberti su Repubblica del 25 maggio, “questa Ucraina non è degna dell’Europa”. Ha tradito la sua (nostra) rivoluzione. Perché farsi carico dei suoi problemi?

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Aggiornamento di Marco Bordoni per sakeritalia.it

Corri, Petja, corri!

Corri, Petja, corri!

– Marco Bordoni –

La copertura mediatica occidentale della crisi ucraina è passata dai titoli dei testa dei tempi di Maidan (2013), ai vergognosi reportage embedded dai teatri di battaglia della ATO in buon risalto nelle pagine esteri (2014), ai trafiletti (2015), fino al silenzio totale di oggi.

Nulla di casuale: il riscontro informativo riflette con precisione lo sviluppo di una strategia politica. Il paese è stato preso, radicalizzato, condotto in una guerra fratricida, ed ora che il costo del suo mantenimento si fa insostenibile e che il continuo degrado inflitto al sistema sono ad un passo dal dissolverlo, è tempo di ricostituire una parvenza di stato di diritto, o almeno provarci, prima che crolli tutto. In questo processo la Russia deve essere per forza coinvolta: l’obiettivo è quindi quello di ottenerne la collaborazione concedendo il meno possibile del bottino arraffato nel 2014, e chiudere l’accordo presto, prima possibile. Quindi mentre le telecamere sono puntate altrove, o al massimo esaltano le buffonate di Eurovision, nel disinteresse generale, la situazione a Kiev evolve velocemente. Vediamo gli ultimi sviluppi:

Dittatura Poroshenko: mentre a parole gli Americani continuano a richiedere lotta alla corruzione e promozione della concorrenza, nei fatti assecondano l’accentramento nelle mani di Poroshenko, uno dei più corrotti monopolisti del paese, di tutte le leve di potere. Negli ultimi mesi lo scettro di Petja si è considerevolmente rafforzato: ha piazzato due fedelissimi a capo del governo (si tratta, come avevamo detto, di Volodymyr Groysman) e della Procura Generale (Iury Lutsenko, già capo del gruppo parlamentare del Blocco Poroshenko  e profondo conoscitore del sistema giudiziario ucraino nella sua qualità di ex galeotto nel periodo fra il 2011 ed il 2013). La base politica del regime di Poroshenko è lo “stato profondo” ucraino: amministratori locali, burocrati, oligarchi; in una parola: tutto ciò contro cui i “sognatori di Maidan” si mobilitarono nel 2013. In linea la rivolta colorata solo l’ideologia: nazionalismo estremo, russofobia, revisione radicale della storia e della cultura del paese per legittimare il nuovo corso.

Processo di Minsk: Il tandem Nuland – Surkov, una geometria negoziale informale intesa a risolvere la crisi fra i veri contendenti, mentre a Minsk Europei ed Ucraini dei diversi schieramenti si azzuffano in maniera inconcludente, si è nuovamente riunito a Mosca qualche giorno fa. Da questi incontri pare affiorare un abbozzo di soluzione. Di che si tratta?

Come abbiamo spiegato qui il processo di pace è in stallo visto che a questo punto gli Ucraini dovrebbero modificare la Costituzione per inserire lo Statuto Speciale del Donbass in una formula concordata con i separatisti, come premessa per la restituzione del controllo delle frontiere e le elezioni “secondo la legge ucraina”. Ovviamente Kiev non ne vuole sapere di concordare la propria Costituzione con Zakharchenko, senza contare il fatto che la Rada non ha approvato in seconda lettura nemmeno la riforma all’acqua di rose che gli Ucraini si erano scritti da soli, figurarsi un accordo serio trattato con i “terroristi”.

Che fare? L’idea sarebbe concordare non la riforma della Costituzione, ma le elezioni, da tenersi a luglio. Il Donbass voterebbe sulla base di un sistema stabilito dalla Rada, ma di fatto organizzato dalle repubbliche separatiste (l’ OSCE ha detto subito di essere “disponibile a verificare la regolarità del voto”, ma la Russia ha risposto: no grazie, facciamo da soli). Ovviamente i rappresentanti eletti sarebbero gli stessi attualmente al governo (Zakharchenko, Plotnitskj e compagnia), che però a quel punto sarebbero legittimati da un mandato valido secondo il diritto ucraino.

Il 29 aprile il vice ministro degli esteri Vadim Pristayko ha sganciato la bomba: “siamo disposti” ha detto “a parlare anche con i criminali”. Godetevi la sua dichiarazione: “Queste persone [Zakharchenko e Plotnitskij] hanno una certa influenza in queste aree [“una certa influenza”…!]. Temo che dovremo convivere con loro: dobbiamo tenere conto di tutti gli interessi che sono presenti sul territorio dell’Ucraina. Se vogliamo che il nostro paese progredisca, abbiamo bisogno del consenso di tutti. Se queste persone arrivano al potere in seguito ad elezioni aperte e corrette, dobbiamo accettare la possibilità di trattare con loro. E’ l’unico modo per arrivare ad una soluzione pacifica.“. Abbiamo bisogno del consenso di tutti: ottima idea! E pensarci nell’aprile del 2014, quando agli incontri di Ginevra la Russia propose la neutralità e la Federalizzazione del paese? Al tempo parve più opportuno scatenare una repressione sanguinosa nella regione più ricca e popolosa del paese.

Via Geoffrey Pyatt, dentro Mary Jovanovich In questo contesto arriva anche il non programmato ed improvviso cambio dell’ambasciatore USA a Kiev. Geoffrey Pyatt, l’organizzatore del Maidan, lo scatenato promotore Twitter del nuovo corso Ucraino, quello che strepitava contro il governo Janukovich perché usava la forza (manganelli contro i teppisti) contro la popolazione, e approvava Turchinov perché “lo stato deve avere il monopolio dell’uso della forza” (bombe e missili balistici contro i condomini), il leggendario interlocutore della sig.ra Nuland nella telefonata “fuck the UE”, l’eminenza grigia di tutti i crimini perpetrati in Ucraina negli ultimi due anni, se ne va a far danni in Grecia. Arriva Mary Jovanovich, unanimemente descritta come un basso profilo in possesso di una buona conoscenza dell’aerea e capace di parlare un discreto russo. Gli Stati Uniti vogliono essere ancora presenti, ma in maniera meno visibile ed esposta.

Il FMI si dilegua. Un nome “pesante” che manca nella compagine del nuovo gabinetto Groisman è quella del Ministro delle Finanze “americano” Natalie Jaretsko, il “commissario liquidatore” che doveva garantire presso il Fondo Monetario Internazionale l’adempimento ucraino alle leggendarie “riforme” (leggasi: privatizzazioni spericolate e vendita a prezzi di saldo di tutti i residui asset economici del paese). Al suo posto arriva Oleksandr Danylyuk,  amico dell’oligarca di Donetsk Rinat Akhmetov, una figura che difficilmente potrà riscuotere le simpatie dei mangiatori di fegati del FMI.

La seconda tranche del prestito del FMI (si parla di 1,6 miliardi di dollari) si allontana, visto che non solo da mesi Madame Lagarde minaccia Kiev di sospendere il sostegno se non arriveranno le sempre più improbabili “riforme”, ma ora il Fondo si è ricordato del famoso debito sovrano da tre miliardi non pagato lo scorso dicembre dagli Ucraini ai Russi ed ha fatto sapere che valuterà attentamente “la buona fede di Kiev nella gestione della vicenda” prima di procedere ad ulteriori stanziamenti.

In realtà non è questione di buona fede: gli Ucraini non hanno questi soldi, ed hanno dovuto approvare alla fine di aprile per legge una “moratoria” ulteriore sul pagamento (in attesa che la Corte di Londra che si interessa del caso emetta un verdetto definitivo di insolvenza).

Insomma, il Fondo Monetario si qualifica per l’ ennesima volta come una creatura politica: i suoi funzionari sapevano benissimo come stavano le cose già lo scorso dicembre, quando cambiarono a maggioranza gli statuti dell’organizzazione che vietavano la concessione di prestiti a paesi in default sul debito sovrano, per potere continuare l’assistenza all’Ucraina. Oggi fanno finta di scoprire che esiste il problema, e chiedono che gli Ucraini, senza soldi, saldino un debito di tre miliardi per potere ottenere un prestito di uno e mezzo. In verità siamo di fronte ad un organismo politico: politica era la scelta di continuare l’assistenza lo scorso dicembre, politica quella di ritirarla oggi.

I nodi, quindi, vengono velocemente al pettine, e il disegno di Washington appare abbastanza chiaro: consegnare il paese a Poroshenko facendone una specie di dittatore di Bananas, con il compito di fare ingoiare a suon di manganellate alla gente il disastro che si spalancherà se e quando il Fondo Monetario dovesse chiudere i cordoni della borsa, di smobilitare e disarmare i pazzoidi in divisa che percorrono il paese ripristinando almeno una parvenza di legalità e di impostare un qualche accordo con la Russia concedendo il meno possibile.

Questo è il momento giusto: i Russi affrontano pericolose elezioni parlamentari a settembre al secondo anno di recessione economica e quindi potrebbero anche accettare un cattivo compromesso. Si tratta comunque di una finestra temporale favorevole destinata a chiudersi abbastanza presto: il prezzo del barile risalito fino a 50 dollari potrebbe sistemare il bilancio di Mosca, mentre le istituzioni internazionali stanno migliorando di mese in mese le previsioni sull’economia russa, che potrebbe tornare in crescita nella seconda metà dell’anno. Dopo settembre l’ Ucraina sarà probabilmente in bancarotta economica, politica e morale, e la Russia ormai fuori dalla recessione: tocca far presto.

Corri, Petja, corri!

 

 

Vincitori e Vinti

Insomma, dopo 2 anni e mezzo di crisi a Kiev, chi ha vinto e chi ha perso? Vediamo un po’.
Gli Stati Uniti hanno messo le zampacce nel cortile di casa della Russia. Non avendo rapporti commerciali con Mosca a loro le sanzioni non costano niente, non ci hanno rimesso nulla, e soprattutto hanno ottenuto il loro premio più ghiotto, quello a cui miravano da tempo, la completa sottomissione economica, politica e militare dell’ Europa occidentale. Per un tempo tendente ad infinito. Venderci anche il gas che producono loro a quattro volte il prezzo russo, tenersi l’Ucraina e magari rimuovere Putin sono annotazioni ben presenti nel loro libro dei sogni, ma sono cose tipo il tuo attaccante vince la classifica dei cannonieri al mondiale. Ti frega il giusto, se hai vinto il mondiale.
La Russia si è beccata una bella crisi economica, ed anche il nazionalismo ucraino, che per la Russia è come andare in giro con una gamba in cancrena. Ma è sopravvissuta all’attacco, e più passa il tempo più le sue risorse vengono riallocate, il suo esercito rafforzato, i suoi investimenti ridistribuiti. Il mio orizzonte ideale è il 2018: se nel 2018 la Russia rielegge Putin per quello che sarà il suo ultimo mandato, nel 2025 sarà qualcosa che assomiglia alla Svizzera. Un’oasi economicamente felice in un mondo sempre più caotico. Non è ancora fatta, ma io sono fiducioso. La Russia esiste, è l’unico paese del mondo veramente indipendente e quindi a suo modo ha vinto anche lei.
L’Ucraina ha fatto una cura dimagrante, ha perso il 10% del proprio territorio. Metà della forza lavoro vive in Russia, l’altra metà in Europa, l’economia è finita, fottuta, morta. E’ stata devastata da una guerra civile che ha fatto migliaia di morti e la gente campa mangiando nazionalismo e semi di girasole. Per gli USA l’Ucraina è un avamposto sacrificabile: i nuovi contingenti per l’Europa vengono dislocati in Romania, Polonia, paesi baltici: è quello il vero confine. L’Ucraina è solo un grosso trave che non serve a niente se non a stare ben piantato in un occhio della Russia. Si terrà fino a che si potrà sfruttare con questa funzione, e dopo addio. Quindi l’ Ucraina ha chiaramente perso, ma i suoi capi, quella simpatica accozzaglia di neonazi, criminali comuni, oligarchi e fanatici, ha vinto in maniera spettacolare. Se si considera che fino al 2013 la grande maggioranza degli Ucraini era amica della Russia e che Poroshenko & friends sono riusciti a restare non solo vivi, ma addirittura al potere scagliandosi contro la Russia e nello stesso tempo disintegrando la società e affondandolo nella merda, bisogna ammettere che, sulle macerie del loro paese distrutto, a modo loro hanno vinto.
Lo stesso non si può dire per l’Europa. Che è sempre più succube, sempre più serva, sempre più in crisi, e che è il vero sconfitto della vicenda Ucraina, perché, al netto di tutto, la Russia esisteva prima ed esiste ora, l’Ucraina era divisa prima ed è divisa ora. Ma l’Europa? L’ Europa è stata ad un passo dall’affrancarsi quando scoppiò lo scandalo delle spionaggio nel 2013. Per un attimo sembrò che da queste parti ci fosse un sussulto di orgoglio (poi, per fortuna, iniziarono le belle coreografie del califfato e ci fu Maidan), ma oggi? Abbiamo bevuto di un fiato la panzana della minaccia russa, della nuova guerra fredda, del carri armati russi che (ricordate ?) potevano arrivare a Varsavia in 48 ore. Ci stiamo piegando al trattato transatlantico, abbiamo subito senza battere ciglio la chiara trasformazione della Unione Europea in un Governatorato Coloniale senza alcuna legittimazione popolare, che presto, con la nascita della Difesa Comune, compirà la mossa magistrale di caricare sul conto degli schiavi il prezzo delle catene. Quindi si, l’ Europa ha perso: non tutta, però, allo stesso modo.
Regno Unito, Germania e Francia si sono ritagliate un ruolo. Amministrano l’imperialismo statunitense nel vecchio continente, raccolgono le briciole lasciate da Washington e fanno le porzioni riservandosi i mucchietti più saporiti. Gli inglesi decidono qualcosa in nord Africa e in Medio Oriente assieme ai Francesi, che mandano anche un ometto ad accompagnare i tedeschi a Minsk per portare un bicchiere di acqua fresca alla Merkel quando ha sete. Soprattutto sono i Tedeschi i soprastanti continentali della piantagione. Ad un certo punto hanno provato anche ad alzare la testa, a pretendere un proprio spazio, ma gli è stato fatto capire che non è il caso con un paio di segnali appositi. Possono però sfogare la frustrazione infierendo sugli altri “fratelli europei”, scaricando su di loro gli effetti della crisi economica e migratoria, ed attirandosi tutti i risentimenti, anche quelli che dovrebbero indirizzarsi oltre oceano. In fin dei conti loro sono il popolo che tutti amano odiare.
Quindi facciamo i bilanci. Gli USA hanno vinto, hanno vinto i loro lustrascarpe ucraini, ha vinto la Russia, Germania, Francia e Inghilterra hanno perso ma in misura minore.
E insomma, sta a vedere che in tutto l’emisfero settentrionale gli unici che alla fine hanno incassato una clamorosa, sonora, disperante, sconfitta, sono i grulli governati da questo belloccio qua:

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La Partita Truccata degli Eurobond di Kiev

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– Marco Bordoni –
Entra nel vivo lo scontro fra Mosca a Kiev per il rimborso della tranche da 3 miliardi di dollari parte del prestito concesso dalla Russia nel 2013 a Yanukovich, in scadenza alla fine del 2015. I soldi non ci sono e anche se ci fossero è chiaro che a Kiev preferirebbero darli al Diavolo in persona piuttosto che a Putin. Da mesi sia Poroshenko che il governo continuano a ripeterlo: quei tre miliardi i Russi possono scordarseli, se non accettano di ristrutturarli (leggasi: fare sconti). Limitandoci alle dichiarazioni di oggi (13 novembre): “Il governo Ucraino ha offerto condizioni uguali per tutti i creditori e tutti le hanno approvate. Non verranno concesse condizioni migliori alla Federazione Russa. Se la Russia non aderirà, il governo introdurrà una moratoria sul pagamento del debito.” (Yatzeniyk, Primo Ministro); “l’Ucraina non potrà rimborsare la Russia, perché la Russia non ha aderito al piano di ristrutturazione. … Per tutti gli altri creditori siamo pronti.” (Natalie Yaretsko, Ministro delle Finanze). Apparentemente la linea ucraina è plausibile: tutti gli altri creditori hanno concesso sconti e dilazioni: perché la Russia non dovrebbe farlo?
In realtà la questione è appena più complessa di così. Come abbiamo illustrato alcuni mesi fa, l’accordo intervenuto a Templeton quest’estate fra governo ucraino e debitori è relativo al debito privato, non ai titoli di stato. 
Sebbene esistano alcuni possibili appigli formali nelle modalità di emissione a suo tempo concordate (a causa dell’urgenza con cui l’operazione di salvataggio venne preparata), spunti che Kiev potrebbe utilizzare a mo’ di pretesto, è chiaro che, nella sostanza, il prestito dell’inverno 2013 non ha caratteristiche privatistiche, ma ricade in pieno nella (diversa) categoria del debito fra stati.
Quindi non solo la Russia non è tenuta ad aderire all’accordo fra il governo ucraino ed i creditori privati, ma il mancato pagamento permetterebbe a Mosca di fare dichiarare l’insolvenza del debitore. Evento importante non tanto di per sé, quanto perché il regolamento del Fondo Monetario impedisce l’erogazione di prestiti a paesi formalmente insolventi. In linea di principio, quindi, se Kiev non pagherà entro il 31 dicembre fallirà, e il fallimento provocherà automaticamente l’interruzione delle periodiche boccate d’ossigeno finanziario del FMI grazie alle quali l’Ucraina rimanda di mese in mese la deflagrazione politica, economica e sociale.
Appartentemente l’intransigenza del Cremlino è non solo pienamente giustificata, ma anche una mossa vincente: “stiamo parlando di debito sovrano, naturalmente, il suo mancato pagamento comporterà una situazione di default”. Lo ha ribadito proprio oggi (in pratica rispondendo al governo ucraino) Dmitry Peskov, portavoce del Presidente.
Mosca sembra prendere in considerazione, in ottica di compromesso, solo una deroga che comunque garantirebbe l’integrale recupero delle somme in gioco: il 13 ottobre il governo Russo ha richiesto al Fondo di aumentare di 3 miliardi di dollari il progetto di assistenza all’ Ucraina (che ha già raggiunto la fantasmagorica somma di 17,5 miliardi, circa un quarto dell’intero Prodotto Interno Lordo del paese), così da consentirle di saldare il debito con Mosca (a carico del FMI) e da scongiurare la declaratoria di insolvenza con le conseguenze sopra illustrate. In alternativa il Ministro delle Finanze Russo Siluanov ha lasciato intravvedere la possibilità di un differimento dei pagamenti a fronte di una pieno riconoscimento del debito come sovrano da parte di Kiev.
In diritto, quindi, la Russia ha ragione, e se il gioco fosse pulito potrebbe aspettarsi di ricevere un rimborso pieno dei propri crediti o (almeno) la consolazione di vedere il governo di Kiev trascinato nella polvere della catastrofe economica. Ma a questi livelli il gioco pulito non è mai e, di fatto, Mosca corre un rischio reale di perdere il proprio credito restando con un palmo di naso. Vediamo perchè.
Christine Lagarde, direttore del Fondo, ormai da tempo non fa mistero di essere una cheerleader del governo ucraino, che promuove con un entusiasmo ai limiti dell’incredibile. Ad esempio lo scorso settembre ha dichiarato di apprezzarne: “il coraggioso lavoro (…). Le sue politiche sono sulla strada giusta ed hanno iniziato a produrre risultati. La situazione fiscale è in via di rafforzamento, e il settore bancario è in via di sistemazione, tanto che le banche sono più solide e possono riprendere ad erogare credito.”. Una valutazione a dir poco ottimistica, visto che l’industria nazionale è praticamente cancellata e le uniche reali fonti di reddito sono le rimesse degli emigrati e l’economia sommersa. Giusto per menzionare l’ultima novità, il principale istituto bancario, la Privatbank di Kolomoyskij, pare essere sull’orlo del fallimento, vittima anche della lotta intestina fra il suo proprietario ed il Presidente del paese.
Comunque non si tratta della sola Lagarde. Non è un mistero (ne ha parlato il Wall Street Journal il 29 ottobre) che i paesi occidentali (azionisti di maggioranza del Fondo) stanno facendo pressioni per una modifica del regolamento dell’ Istituto, che consenta l’erogazione di prestiti anche a paesi già tecnicamente falliti. Aleksei Mozhin, rappresentante russo presso il FMI, ha detto che la Russia, detentrice di 2,5 % delle quote (e quindi dei voti), non ha il potere di opporsi a questa variazione del regolamento, che può essere approvata a maggioranza semplice dai paesi occidentali con qualche compagno di strada occasionale (gli Stati Uniti da soli “valgono” il 17% dei voti, l’UE oltre il 20%).
Se una simile misura passasse, il fallimento ucraino sarebbe selettivo, e farebbe male solo alla Russia, che vedrebbe compromessa una importante attività finanziaria proprio mentre il basso prezzo del greggio rende questo introito particolarmente desiderabile. Al contrario l’Ucraina potrebbe continuare ad incassare i fondi del FMI liberandosi di 3 miliardi di passività in un sol colpo.
Stando così le cose l’unica strada per la Russia sembra quella della pressione morale: si sa che la reputazione di una istituzione economica si fonda sulla sua imparzialità sulla capacità di resistere alle pressioni politiche: è chiaro che modificando il regolamento per continuare ad elargire a fondo perduto i soldi dei risparmiatori europei ad una cleptocrazia fallita per assecondare i disegni egemonici degli Stati Uniti il FMI assesterebbe un colpo pesante alla propria stessa credibilità.
Purtroppo, vista la disinvoltura e la spregiudicatezza mostrata dalle dirigenze occidentali, e visto che i furiosi attacchi mediatici e politici alla Russia non accennano a placarsi, è probabile che (se non si raggiungerà un qualche tipo di compromesso) le cose seguiranno questo corso sciagurato.

Ucraina: la Tregua fa affiorare le Contraddizioni

 – Marco Bordoni –

Mentre il mondo ha gli occhi rivolti alla Siria, in Ucraina succedono cosette interessanti. All’ombra della Pecherskaja Lavra la lotta politica ruota attorno alla figura di Viktor Shokin, Procuratore Generale, insediato il 10 febbraio scorso da Poroshenko con i voti favorevoli dei deputati dello stesso Poroshenko, di “Nostra Ucraina” (partito del Primo Ministro Yatzenjuk) e del “Blocco delle Opposizioni”, erede politico del vecchio Partito delle Regioni.

Viktor Shokin
Viktor Shokin

La natura politica della nomina è emersa dopo l’estate, e precisamente il 17 settembre quando Viktor Shokin  ha ordinato l’arresto del deputato Igor Mosychuk, vice comandante del battaglione Azov, già sostenitore di Svoboda, ora esponente per il Partito Radicale di Oleg  Lyashko, sulla base di una accusa di corruzione. L’arresto (convalidato dalla Rada che ha concesso l’autorizzazione a procedere con 266 voti favorevoli) confermato (consumatasi con l’ “assalto al parlamento” del 31 agosto) fra le forze che gravitano attorno a Poroshenko (“Blocco Poroshenko” e “Blocco “Nostra Ucraina”, con un appoggio parlamentare episodico del “Blocco di Opposizione”) e le forze ultra nazionaliste, galiziane e radicali (Autoaiuto, Radicali, Patria, Svaboda).

Igor Mosychk
Igor Mosychk

Ma Shokin non si è fermato lì: infatti l’arresto di Mosychyk (e la sua recente decisione di collaborare con gli inquirenti) hanno allargato l’intervento delle indagini che, abilmente indirizzate dal Procuratore, coinvolgono diverse figure di secondo piano vicine a nemici del Presidente.

Il pezzo più grosso fra quelli colpiti sin ora è Gennady Korban, uomo dell’oligarca di Dnepropetrovsk Igor Kolomoyskij, messo da questo alla guida del proprio partito personale Unione Ucraina dei Patrioti  “Ukrop” ed arrestato dai Servizi di Sicurezza il 31 ottobre con l’accusa di costituzione di banda criminale, saccheggio e sequestro di persona in relazione ai traffici illegali con il Donbass. Da allora (e sono passati 4 giorni) di lui si sono perse le tracce: nel frattempo gruppuscoli organizzati da Kolomoyskij e dai nazionalisti hanno preso a manifestare fuori dalla residenza presidenziale per chiedere il rilascio del loro beniamino, mentre una petizione parlamentare per chiedere la destituzione del Procuratore Shokin ha raccolto 120 sottoscrizioni. Tutto questi significa una cosa: Porishenko ha aperto la seconda fase della guerra contro Kolomoyskij.

Gennady Korban, leader del parito "Ukrop" di Kolomoysky
Gennady Korban, leader del parito “Ukrop” di Kolomoysky

Il “colpo” contro Korban sta coinvolgendo anche Konstantin Grishin, nome di battaglia Semen Semenchenko (“eroe” del battaglione Donbass) coinvolto, a quanto pare, nella costruzione di un “sistema” di taglieggiamento degli agricoltori ucraini che si sarebbe risolto nel furto di oltre 2.500 tonnellate di cereali.

A questo punto gli Americani (che, lo ricordiamo, sono, o meglio si credono, i veri padroni dell’Ucraina) sono entrati in allarme e si chiedono che cosa stia succedendo. Anche perché non solo i deputati di Poroshenko, che in pubblico continua le sue tirate iper nazionaliste, di fatto hanno formato una nuova maggioranza parlamentare con (orrore !) il Blocco di Opposizione espresso dalle zone russofone. Non solo il Procuratore di Poroshenko sta picchiando duro sulle frange neofasciste amorevolmente allevate oltre oceano. Non solo in molti distretti amministrativi la formazione del Presidente e quella degli oligarchi del sud est hanno presentato liste comuni alle elezioni del 25 ottobre (non a caso la maggior parte dei politici delle due formazioni vengono dal disciolto Partito delle Regioni). Non solo Poroshenko parla tanto di guerra ma poi, in pratica, sta smobilitando il dispositivo militare dal sud est.  Ma (cosa più inquietante di tutte, dal punto di vista di Washington) si parla di contatti fra lo stesso Presidente il potente oligarca del sud est Rinat Akhmetov, uno dei personaggi più ambigui della tragedia ucraina.

In sostanza, dopo gli sconvolgimenti di Maidan, si stanno riformando le alleanze centro – periferia incentrate sui rapporti fra un pugno di oligarchi che avevano dominato la politica ucraina sin dal tempo dell’indipendenza. L’unica cosa che è cambiata è la forza relativa delle componenti in campo.

Non è passato molto tempo e Washington ha iniziato a inviare messaggi sempre più allarmati, chiedendo la testa di Shokin. Si legga questa girandola di dichiarazioni:

“Invece di sostenere le riforme e di lavorare per lo sradicamento della corruzione, i funzionari corrotti della Procura Generale dell’Ucraina peggiorano le cose, minando la riforma apertamente ed aggressivamente” Ambasciatore a Kiev Geoffry Pyatt, 24 settembre;

“L’ufficio del Procuratore dovrebbe servire ai cittadini per indagare con successo, portare alla logica restituzione dei beni sottratti e combattere la corruzione anche nei ranghi della Procura Generale” Victoria Nuland, 16 ottobre;

“E’ uno scandalo assoluto. Poroshenko non capisce quanto Shokin, come Procuratore Generale danneggi la reputazione dell’occidente”  John Herbst, ex ambasciatore in Ucraina, 24 ottobre. Herbst ha anche detto che ritiene che Poroshenko dimissionerà Shokin molto presto, anche se non ha informazioni dirette.

Sottoposto a queste formidabili pressioni il 1 novembre Poroshenko ha accennato alla possibilità di dimissionare Shokin entro la fine del mese, ma già nei giorni successivi la presidenza faceva sapere che il Procuratore era troppo utile nella lotta contro la corruzione per potere essere silurato.

Davanti ai nostri occhi la stasi operativa nel sud est scongela il fronte di “solidarietà nazionale” creatosi durante la guerra e i vari potentati economici e politici si riposizionano nel mutato contesto. Russia e Stati Uniti cercano di governare queste dinamiche a proprio vantaggio. I potenti Ucraini di sfruttare Russia e Stati Uniti nel proprio interesse. Il popolo, smarrito, aspetta di conoscere la propria sorte. Intanto, a Donetsk, si risente il tuono dei cannoni, segno che tutto può ancora andare storto.

Unità Ucraina nel Donbass
Unità Ucraina nel Donbass

Gli americani avevano scommesso forte su Poroshenko, ma ora vedono con quanta disinvoltura il Presidente Ucraino sbriga le pratiche di normalizzazione politica liquidando i manutengoli che avevano fatto il lavoro sporco a Maidan  e si inquietano. I proclami infuocati ed antirussi dell’Ucraino non bastano a rassicurarli. Continuano a soffiare sul fuoco (inviando altre armi ed altri addestratori)  pronti a rompere il giocattolo se finisse nelle mani sbagliate. I Russi sperano di ricostruire un baricentro politico nel paese intorno ad alcuni potentati regionali e di stemperare le passioni avviando un lungo processo di integrazione del Donbass nel resto dell’Ucraina, processo che dovrebbe nel medio termine sbilanciare gli equilibri a favore di Mosca e consegnare gran parte del paese alla sua sfera di influenza.

Le correnti sotterranee del paese si stanno muovendo con crescente velocità. Verificare la sorte del procuratore Viktor Shokin sarà un ottimo parametro per capire in quale direzione.

Vladimir Putin: l’Uomo che NON costruì un Impero e salvò il suo Paese

– Marco Bordoni –

Avrebbe potuto essere facile, alcuni erano certi che lo sarebbe stato, ma non lo sarà. La difesa della sovranità nazionale per la Russia nel ventunesimo secolo sarà lo stesso affare doloroso e penoso dei secoli precedenti. Da una parte si potrebbe dire che i Russi ci sono abituati, che il sacrificio fa parte della loro dimensione spirituale e tutte le altre bellissime teorie che abbiamo sentito mille volte, ma dall’altra parte, accidenti, perché sempre a loro? La risposta è complessa e ha a che fare con il rifiuto della Russia di sciogliersi in qualcosa di più grande, con la sua irriducibilità culturale, politica ed economica. Un rifiuto giustificato dal fatto che l’altra strada (quella integrazionista) si è dimostrata anche peggio (fanno fede il decennio degli anni novanta e l’Ucraina odierna). Comunque, sia come sia, questo secolo presenta al popolo russo il solito menù di sacrifici, disciplina, sopportazione. Con l’unica consolazione di potere fare a modo proprio. A noi Italiani pare folle, ma c’è qualcuno che trova questa idea accettabile, persino seducente. Soffrire per la propria libertà. Pazzi Russi.

A questo giro di valzer il problema non sono tanto le sanzioni, la guerra, il (vero o supposto) isolamento internazionale. Il problema è il prezzo del petrolio, che era intorno a 100 dollari al barile quando tutto il travaglio ucraino è iniziato, e che è poi precipitato come una incudine fino a raggiungere gli odierni 40/50. Non è che la Russia, come dice Obama, “non produca niente” a parte le materie prime, ma di fatto l’export energetico supera la metà del totale ed è tutta valuta pregiata con cui non solo si tiene su lo stato sociale e la ricerca militare, ma si puntella la compattezza nazionale foraggiando le minoranze etniche e le regioni periferiche. Negli anni grassi ne avanzava anche, e con queste eccedenze si è ripianato il debito pubblico, si è costituito un prezioso fondo di emergenza e ci si è concessi anche un paio di costosi giocattoloni come le Olimpiadi di Sochi o il Mondiale del 2018. Oggi tira aria diversa e per adempiere i propri obblighi sociali la Russia deve svalutare il rublo a rotta di collo, in modo da mantenere invariati i capitoli di spesa in dollari, con l’ovvia conseguenza di accendere l’inflazione che si mangia i redditi specialmente di quelle classi medie urbane sempre scontente e con qualche velleità di accedere alla maggiore qualità (vero o supposta) dei prodotti importati.

La caduta del prezzo del petrolio
La caduta del prezzo del petrolio

Situazione temporanea? Non pare. Intorno a ferragosto il Presidente del Kazakhistan Nazarbayev ha detto che è “tempo di adattarsi ad un prezzo del greggio intorno a 30/40 dollari al barile” per il prossimo quinquennio. Poi ha fatto fluttuare il tenge, la moneta nazionale, che è andata giù come un fuso. La settimana dopo il Ministro Iraniano dell’industria estrattiva, Bijan Namdar Zahganeh ha dichiarato che l’ Iran “aumenterà la produzione di petrolio a tutti i costi” per conservare la propria quota di mercato. C’è da scommettere che potrà farlo, vista la probabile espansione delle capacità estrattive conseguente alla cessazione delle sanzioni.

In una situazione del genere al Ministero delle Finanze russo sudano freddo e tracciano scenari riservati e “da incubo” che ipotizzano una quotazione di quaranta dollari per il triennio 2016 – 2018. Risultato: dollaro stabilmente oltre i 75 rubli, recessione economica fino al 2017 ed erosione sostanziale del potere d’acquisto dei redditi. Toccando ferro e sperando che tutto questo non succeda, tocca comunque rivedere al ribasso le previsioni di bilancio per il 2016, basate su un prezzo ipotetico (60 dollari) ormi irrealistico. Certo, sono ipotesi estreme, ma vi ricordate le teorie dei gufi di Stratfor? Quelli secondo cui la Russia si sarebbe dissolta entro 10 anni per la fluttuazione del costo delle materie prime? Significano che queste difficoltà sono ben presenti ai nemici della Russia. Sarà bene che anche gli amici ne tengano conto.

E’ chiaro che in circostanze simili il profilo in politica estera si appanna. Se il biennio 2014 – 2015 è stato quello della sfida lanciata all’occidente, che ha attirato molte simpatie ma che ha fatto della Russia il nemico pubblico numero uno mettendola nel mirino di uno dei più poderosi sistemi imperiali della storia, il prossimo potrebbe essere caratterizzato da un profilo meno esposto, da meno proclami, da una politica più guardinga e sparagnina. Le partite aperte sono tutte in stallo, e in queste condizioni lo stallo è onestamente il miglior risultato possibile. Vediamone alcune.

Il Donbass. Cosa vuole fare la Russia del Donbass?

Passaporti della Repubblica di Lugansk: l'idea non ha preso piede.
Passaporti della Repubblica di Lugansk: l’idea non ha preso piede.

Per stabilirlo dobbiamo prima capire cosa non vuole farne. Di certo non lo vuole consegnare ai fascistoidi che oggi governano Kiev. Di certo vuole fare in modo che la gente non muoia di fame. Si farà anche in modo che livello di preparazione militare di Donetsk sia sempre sufficiente a respingere un assalto di Kiev.

Di certo non vuole annetterlo in tempi brevi. Si era parlato di una distribuzione su larga scala di passaporti russi (una notizia che ha fatto starnazzare parecchio Kiev), ma le voci non hanno avuto seguito. Si era parlato di un referendum per chiedere l’annessione alla Russia, ma Zakharchenko ha chiarito che non se ne fa nulla. Mosse del genere manderebbero in fumo Minsk 2, una conseguenza che Mosca non può permettersi.

In profondità si scorge un processo di graduale integrazione alla Russia ed allontanamento dall’Ucraina: le Repubbliche hanno già rispedito al mittente la riforma Costituzionale di Poroshenko per cui si sono rotte inutilmente delle teste sui portoni della Rada il 1 settembre. Il 25 ottobre si terranno le amministrative nel Donbass come nel resto dell’Ucraina, ma il Donbass le farà secondo le leggi delle Repubbliche, non secondo quelle ucraine, e la convergenza sarà solo di facciata. Il rublo ormai ha scalzato la grivna come moneta di uso corrente in un sistema nominalmente a doppia valuta, i sistemi educativi sono integrati (i titoli del Donbass valgono nelle Università e viceversa) e gli oneri sociali delle Repubbliche sono di fatto sostenuti dai Russia.

Abbiamo quindi la nostra risposta (che ci piaccia o no): la Russia vuole mantenere il Donbass nel limbo in cui si trova, facendo le mostre di lasciare aperta la porta di Minsk 2, e in realtà integrandolo alla chetichella, passettino dopo passettino, nel proprio organismo politico, economico e culturale.

L’ Ucraina. Il meglio che si possa dire della politica Russa in Ucraina degli ultimi 2 anni è che il 90% di questo pozzo senza fondo, capace di divorare quantità di danaro apparentemente infinite senza produrre alcuna luce in fondo ad alcun tunnel, è rimasto alle amorevoli cure dell’occidente. Il grande casinò dalle ruote truccate del Fondo Monetario Internazionale è l’unico che può mantenere il paese sul ciglio del precipizio evitando che vi sprofondi con i suoi 40 milioni di abitanti, almeno per il tempo necessario a consentire alle multinazionali occidentali di comprare a prezzi stracciati qualsiasi cosa, senziente o inanimata, si trovi lungo le rive del Dnepr.

Rifilare agli avversari strategici la rogna di tenere a galla questo ferro da stiro ha anche un prezzo. Il prezzo consiste nel tollerare la presenza di quello che strategicamente è un incubo (truppe USA installate nel ventre della profondità strategica russa) e culturalmente un cancro nazionalista incistato nel corpo stesso del gigante russo,  potenzialmente capace di propagarsi in tutto l’organismo con esiti fatali. “Astuti piani” che possano risolvere in problema in poche mosse non si intravedono: l’unica opzione è aspettare che l’occidente si stanchi di accudire il mostriciattolo politico che ha creato e lo abbandoni al suo destino: in quel momento forse la congiuntura economica consentirà alla Russia qualche mossa più spregiudicata.

E il Risiko energetico? Anche qui andiamo malino. Turkish Stream è un progetto a tutti gli effetti in coma. Non solo,

Turkish Stream: se non ci stanno Turchia, Grecia e Macedonia non se ne fa nulla
Turkish Stream: se non ci stanno Turchia, Grecia e Macedonia non se ne fa nulla

come sanno i lettori di Saker Italia, le trattative con il governo turco si complicano sempre più e sembrano ostacolate anche dai numerosi antagonismi che oppongono le politiche dei due paesi  ma si moltiplicano le voci di una pressione statunitense sul sempre più vacuo governo greco (mentre già da tempo la Macedonia, altro paese di transito, ha comunicato la propria disponibilità a procedere solo in caso di un improbabile via libera da parte di Bruxelles). Guardando la mappa di Tukish Stream ci si rende facilmente conto che basta il no di uno fra Turchia, Grecia e Macedonia e salta tutto. L’ipotesi Turkish Stream, se mai è esistita, sta quindi velocemente evaporando, mentre prende quota quella del TAP, il gasdotto transanatolico che dovrebbe portare in Europa meridionale il prodotto dell’Azerbaidjan e forse anche quello del Turkmenistan sottraendoli, oltre tutto, alla mediazione di Gazprom. Per rifornire i clienti europei resta quindi solo il maledetto transito ucraino. I russi continuano a dire che lo cesseranno nel 2019, ma a questo punto non si capisce proprio dove vorrebbero fare passare il prodotto.

Quindi: stallo nel Donbass, stallo in Ucraina, stallo nelle strategie energetiche. Il tutto favorito dalla crisi economica che rischia di avvitarsi in una recessione seguita da un lungo periodo di stagnazione. In una situazione simile la Russia ha tutto l’interesse a congelare lo status quo in attesa di tempi migliori, concentrandosi sui passaggi veramente importanti del prossimo periodo: le presidenziali in Bielorussia dell’11 ottobre 2015 e le legislative russe del 16 settembre 2016. Ovviamente il timore non riguarda tanto l’esito delle consultazioni, che appare scontato, quanto eventuali tentativi delle quinte colonne di colpire il quadro istituzionale in occasione degli appuntamenti elettorali. Se il crollo del prezzo del petrolio e del rublo inizieranno a mordere seriamente sui redditi delle classi medie urbane il passaggio del settembre 2016 potrebbe divenire a rischio. Tutto che possiamo dire al riguardo è che per ora la situazione pare sotto pieno controllo: i sondaggi mostrano che la popolarità di Putin è stabile oltre l’80% e meno del 20% degli intervistati crede alla possibilità di una rivoluzione colorata in Russia.

Momento di difficoltà, dunque, e tuttavia questo momento verrà superato. La Russia soffrirà, la gente dovrà rinunciare a consolidare, nei prossimi anni, il notevole aumento di tenore di vita del decennio scorso. Ma alla fine, potete scommetterci, la Federazione Russa non farà la fine dell’URSS, colpita a morte dal calo del greggio degli anni ’80.

Patrick Armstrong ha fatto su Russia Insider un divertente elenco delle profezie di sventura fatte sulle Russia dai commentatori occidentali negli ultimi anni. Ecco l’elenco dei pezzi:

Andy Henion Una società aperta condanna la Russia al fallimento? (2012)

Zachary Kech La Russia è condannata (marzo 2014)

David Francis Perché l’avventura di Putin in Ucraina è condannata (aprile 2014)

Ivan Sukhov Il nazionalismo e la strategia di espansione di Putin sono destinati a fallire (settembre 2014)

Matt O’ Brien Spiacente, Putin, la Russia è condannata (dicembre 2014)

Matt O’ Brien Ricordate la Russia? E’ ancora condannata. (gennaio 2015)

Morgan Stanley (ricerca) La Russia è condannata. (marzo 2015)

Nessuno, però, si è preoccupato di informare l’orso del fatto che l’hanno ucciso, e chi vive in Russia sa bene che, a dispetto dei profeti di sventura e delle statistiche che parlano di flessioni spettacolari del PIL, la vita quotidiana per chi tira a campare con redditi bassi e non aspira a prodotti di importazione o a vacanze all’estero rimane grosso modo il bicchiere mezzo pieno degli ultimi 10 anni.

Popolarità di Putin: sempre oltre l' 80%
Popolarità di Putin: sempre oltre l’ 80%

Come le disgrazie del Donbass rappresentano un ammonimento che scoraggia la rivolta nel restante sud est dell’Ucraina, la vita da fame degli Ucraini, che compaiono nelle città russe a lavorare per salari miserabili con la scadenza trimestrale consentita dal regime dei visti, è ben presente ai Russi, che possono toccare con mano le conseguenze dolorose di scelte avventate compiute in nome di nobili ideali proposti strumentalmente dai soliti noti. In ogni caso i Russi si terranno ben stretta l’attuale dirigenza per una ragione che solo adesso appare in tutta evidenza: Putin non ha tentato di ricostruire un impero.

Da quando la Russia è finita sotto i riflettori come il principale antagonista dell’ unipolarismo, quante mani hanno bussato alla sua porta sollecitando in buona o mala fede la costruzione di un secondo impero? Non ci riferiamo solo agli Ucraini del sud est, ma anche alle opposizioni europee di destra e di sinistra, alla Grecia, alle nazioni sudamericane, alla Siria, all’Egitto, all’Iran giusto per fare un elenco. Tutti nomi che richiamano altrettante tentazioni di avventure neo imperiali presentatesi negli ultimi due anni.

Oggi la prospettiva di un intervento russo nel sud est Ucraina sembra una follia: per convincersene basta evocare l’immagine di una Russia che attraversi le attuali difficoltà impantanata in una guerriglia strisciante in una Ucraina occupata, nel pieno isolamento internazionale e 40 milioni di bocche senza uno straccio di economia da sfamare e riscaldare. Cosa ne pensano i critici di ieri, quelli che gridavano allo scandalo per l’atteggiamento “rinunciatario” della presidenza Putin? Per lo più tacciono, o si concentrano su nuovi motivi di critica.

Una volta deciso di non impegnarsi direttamente in Ucraina le altre scelte sono conseguenti.

La Russia non ha soldi per la sfilza dei questuanti politici europei che vengono a piazzare la propria mercanzia di dubbia qualità a Mosca.

La Russia non è disponibile a concedere prestiti a fondo perduto di miliardi di euro a precari esperimenti come quello greco mentre è costretta a svalutare le pensioni ai propri anziani.

La Russia non salverà il Venezuela di Maduro (la prima probabile vittima del crollo dei prezzi petroliferi) dilapidando le poche risorse stanziate nel tentativo di creare una industria sostitutiva dei prodotti sanzionati.

Jet in esibizione durante la recente fiera di Mosca: gli aerei russi non andranno in Siria.
Jet in esibizione durante la recente fiera di Mosca: gli aerei russi non andranno in Siria.

La Russia non manderà i propri jet a difendere Assad e i propri soldati a morire con la bandiera in terra siriana. Tutt’al più verranno inviati rifornimenti e qualche istruttore molto discreto: quel tanto che basta a difendere il proprio appoggio di Tartus, tenendo sempre la porta aperta ad un possibile esito negoziale.

Tutto sommato si limiterà ad un sostegno circoscritto nelle aree di interesse immediato, come la Bielorussia ed il Kazakhistan. Concluderà accordi sulla base del reciproco interesse con i grandi cooperatori strategici del BRICS e con alcuni alleati regionali accuratamente scelti e a fronte di contropartite geopolitiche attentamente soppesate. Ma non ricostruirà un impero e non si farà svenare dalle spese necessarie a mantenerlo: per questo sopravviverà. Vladimir Putin ha sempre criticato i sistemi imperiali. Ecco un paio di estratti del suo pensiero:

“Noi, da parte nostra, ci atteniamo rigorosamente alle norme del diritto internazionale e agli impegni presi con i nostri partner, e ci aspettiamo che altri Paesi, unioni di Stati e di alleanze politico-militari facciano lo stesso. La Russia non è fortunatamente un membro di alcuna alleanza. Questa è anche una garanzia della nostra sovranità. Ogni nazione che fa parte di un’alleanza cede parte della sua sovranità.” (22 luglio 2014)

“Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo provato ad imporre il nostro modello di sviluppo a molti paesi dell’Europa orientale e lo abbiamo fatto con la forza. Dobbiamo ammetterlo. Non c’è nulla di positivo in questo, e noi ne patiamo ancora le conseguenze ancora oggi. Detto per inciso, questo è grosso modo quello che gli Americani fanno oggi, visto che cercano di imporre il loro modello praticamente al mondo intero, e anche loro, come noi, falliranno.” (9 aprile 2015)

Questi discorsi non sono mai stati creduti dai commentatori occidentali. Ma in fin dei conti: chi sono i commentatori occidentali? Gentaglia che ha sempre segretamente pensato (per ignoranza) o desiderato (per malafede) che la Russia si comportasse come l’URSS, mandasse i carri armati e i jet ai quattro angoli del pianeta, si assumesse obblighi di alleanza insostenibili, per finire disintegrata come era finita l’URSS. Tromboni e lucidastivali sempre pronti a rilanciare qualche panzana sui militari russi “che invadono” questo o quell’ altro paese, andando in estasi all’idea che Putin potesse davvero cadere in queste trappole.

Non è successo. Forse Putin ha avuto davvero la possibilità di creare un impero: ma ha resistito alla tentazione. La politica estera della Russia di oggi consiste in aiuti reali ad un paio di piccoli interlocutori strategici, contratti sostanziosi e di reciproco vantaggio con chi ha soldi da spendere o qualcosa di utile da offrire, discreti aiuti di basso profilo nelle zone calde, e grandi foto con sorrisi e pacche sulle spalle a volontà per tutti gli altri.

I Russi, dicevamo, sono disposti soffrire per la libertà. Solo che questo giro preferiscono farlo per la propria. Difficile dargli torto.