Gianluca Savoini: l’ Occidente può risorgere, seguendo l’ Esempio di Mosca

Gianluca Savoini coltiva due passioni, entrambe di lunga data: quella per la Russia, nata da ragazzo sulle pagine dei classici e cresciuta negli anni novanta, nel corso di sempre più frequenti visite a Mosca, e quella per la Lega, di cui è militante della prima ora. Sin dagli anni novanta Savoini ha lavorato per far dialogare Russia e Lega, allacciando in particolare contatti con il Partito Liberaldemocratico di Zirinovskij. Di lunga data l’amicizia di Savoini con il pensatore e scrittore euroasiatista Alexandr Dugin, autore , di un interessante libro sulla “Quarta teoria politica”.  Ma il cambio di passo è venuto con la Lega “sovranista” salviniana, che ha puntato molto sulla costruzione di un rapporto privilegiato con il Front Nationale e con le autorità russe. E’ grazie a Salvini che Savoini ha potuto mettere in cantiere progetti di più ampio respiro, progetti che hanno dato frutti importanti, come la nascita dell’ associazione Lombardia Russia (nel 2014), gli applausi a scena aperta per Salvini alla Duma di Stato, l’ incontro con Putin, l’ accordo fra Lega e Russia Unita del marzo scorso.  In sintesi, Savoini pensa che fra Italia e Russia non vi sia solo una “perfetta convergenza politica e di interessi” ma anche una affinità ideale “in nome dei valori tradizionali” e contro il globalismo liberale che pretende di rappresentare il modello non più perfettibile di organizzazione della società umana (Fukuyama). Incuriositi dalle sue posizioni gli abbiamo chiesto di rispondere a qualche nostra domanda, richiesta cui Savoini ha cortesemente acconsentito.

Putin, Trump, Le Pen: l’ onda “sovranista” del 2017 ha segnato una battuta d’ arresto in Francia

Saker Italia: Vorremmo incominciare facendo il punto della situazione. Nel 2016 abbiamo assistito al successo, del tutto imprevisto dai media mainstream, di diversi movimenti di “anti sistema” in tutto il mondo occidentale: la Brexit, Trump, il Referendum Italiano. Il 2017 sembra segnare una battuta d’ arresto: in Olanda ed in Francia i movimenti cosiddetti “populisiti” di destra hanno fatto progressi, ma sono rimasti fuori dalla stanze del potere. Il progetto “sovranista” esiste ancora? E se esiste, ha bisogno di una messa a punto?

Gianluca Savoini: Il progetto sovranista non solo esiste, ma è in pieno sviluppo. Dopo decenni fondati sulla superata dicotomia destra/sinistra (e anche fascismo/comunismo) non è però semplice rivoluzionare un modo di presentare la politica che ancora oggi, spesso non solo per malafede, ma anche per pigrizia intellettuale e giornalistica, si rifà a concezioni ampiamente putrefatte. Riappropriarci del nostro destino, affermare realmente il principio della democrazia diretta, farla finita con codici, regolamentazioni, patti internazionali che risalgono alla fine della seconda guerra mondiale e che sanno di muffa, incapaci di rispondere alle sfide del nostro secolo, ben diverse da quelle del secolo passato: questo, in estrema sintesi, è il sovranismo. Che passa dal recupero di una sovranità popolare, economica, monetaria, militare, culturale, politica, oggi inesistente. Perciò ogni giorno che passa il progetto sovranista “viene messo a punto”. Non interessano le battaglie vinte o perse, interessa essere al centro di un percorso politico e geopolitco innovativo e al tempo stesso ancorato alle radici profonde dei nostri popoli d’Europa (non dell’UE, ma dell’Europa storica).

S.I.: A sentire la stampa internazionale la Lega non ha il monopolio dei rapporti con la Russia: anche il Movimento 5 stelle sarebbe interessato a parlare con Putin. Nel “programma esteri” del Movimento viene data la parola a Fulvio Scaglione, un giornalista che conosce la Russia molto bene e non certo sospetto di russofobia.  Ritiene l’ infatuazione dei grillini per Putin sincera? Crede che sarebbe possibile una convergenza su questo punto dopo le prossime elezioni?

G.S.:Non lo so e non mi interessa quello che fa il M5S. Ho avuto modo di incontrare lo scorso anno a Mosca, al congresso del partito Russia Unita, l’on. Manlio Di Stefano e in quell’occasione ci siamo trovati sulla stessa barricata, contro le sanzioni alla Russia soprattutto. Sarà Matteo Salvini a decidere un’eventuale avvicinamento al movimento di Grillo prima o dopo le elezioni e non sta  a me commentare le sue scelte di capo del partito. Certamente noi siamo stati i primi a schierarci immediatamente contro  le folli sanzioni dell’UE e dell’Italia alla Russia, i primi ad essere ufficialmente ricevuti dal presidente della Crimea tornata ad essere nuovamente russa, i primi a sostenere l’intervento di Vladimir Putin in Siria contro il vero nemico della nostra civiltà – l’ISIS -, i primi a credere nel necessario riavvicinamento tra la Russia e gli Stati Uniti di Donald Trump. Salvini ha immediatamente compreso la partita geopolitica in corso e ha agito di conseguenza e coerentemente. Gli altri – peraltro non molti e in maniera molto meno decisa – si sono accodati dopo.

Putin nel monastero di Valaam, in Carelia. Secondo Savoini la Chiesa Ortodossa ha giocato un ruolo essenziale nella rinascita spirituale della Russia

S.I.: Che la Lega voglia migliorare i rapporti con la Russia ormai è chiaro. E’ altrettanto chiaro, però, che NATO ed Unione Europea hanno intenzione di opporsi ad un processo simile. Fino a che punto siete disposti ad andare per difendere la linea filo russa? Siete disponibili ad una rottura irreversibile con la UE, ad esempio sul tema delle sanzioni, e con la NATO, qualora venisse preteso di confermare la nostra presenza militare nel Baltico?

G.S.: Io non posso parlare a nome della Lega Nord. Dovreste sentire Salvini e il responsabile degli esteri Giancarlo Giorgetti. La mia opinione personale è quella peraltro annunciata dal leader leghista in numerose occasioni: se la Lega tornerà al governo, uno dei primi provvedimenti da attuare sarà proprio quello di togliere le sanzioni italiane alla Russia. Anche a costo di scontrarsi con Bruxelles. Un’altra Europa non solo è possibile, ma necessaria, a fronte del fallimento totale dell’UE. Sulla NATO, ho ascoltato con interesse le idee di Trump, quando ha dichiarato che se gli stati europei vogliono ancora utilizzare la NATO per la difesa comune, devono pagarsi le basi militari. “E la NATO a che serve?” mi chiedo. Se serve a provocare la Russia, meglio pensare ad altro, perché la Guerra Fredda è morta e sepolta dal 1991, data della fine dell’Unione sovietica e solo un pazzo o un arruffapopoli può averne nostalgia. A meno che, dietro questa ostilità contro la Russia, non si celino interessi finanziari e commerciali che verrebbero grandemente ostacolati dall’unione tra Mosca e le nazioni europee. Ovviamente la mia è una dichiarazione ironica: sappiamo benissimo che si tratta di questo e soltanto di questo e non certo della difesa dei nostri “valori” minacciati da Putin e altre baggianate del genere.

SI: Quando parla di comunanza di “valori” con la Russia Lei cita spesso la religione e i “valori tradizionali”. Ha davvero l’ impressione che nella società russa odierna religione e valori tradizionali giochino un ruolo importante? In fondo i Russi affollano i centri commerciali proprio come facciamo noi, abortiscono e divorziano come noi, hanno un sistema sociale non meno competitivo del nostro, addirittura in Russia è legale l’ “utero in affitto”. Sembra insomma, una società molto secolarizzata… Quali sono i “valori tradizionali” che potrebbero addirittura esportarci?

G.S.: La Russia non è un Paradiso terrestre e nemmeno una terra congelata in una sorta di macchina del tempo che l’ha bloccata all’Ottocento. La Russia vive nel XXI secolo, come tutti gli altri paesi del mondo. Detto questo, non si può non prendere atto che grazie a Putin e alla Chiesa Ortodossa in Russia viene veicolato anche un pensiero tradizionale, identitario, religioso che nell’Occidente scristianizzato di oggi è patrimonio esclusivo di una minoranza. Anche  i giovani oggi provano un  sentimento religioso abbastanza forte  e possiedono una certa educazione, insegnata a scuola, che disprezza le volgarità grossolane di certi uomini e donne dello spettacolo e altri saltimbanchi e pagliacci che da noi prendono ad esempio in giro Gesù Cristo (spacciando questa porcheria per “diritto di espressione artistica”).

Al di fuori delle due-tre grosse metropoli russe, sicuramente più secolarizzate, ma non ai livelli delle nostre, esiste una Russia profonda ancorata ad antichi valori che vengono preservati. Basta ascoltare i discorsi di Putin nelle grandi occasioni: pronuncia parole che nessun politico occidentale ormai usa più da decenni, quali “identità”, “rispetto”, “tradizione”, “Dio”, “dignità”, “onore”, “forza”, “storia”. Io credo che noi europei non abbiamo bisogno di importare alcun “valore” dalla Russia, ma semplicemente riappropriarci dei nostri valori tradizionali che hanno fatto la nostra storia. E che in Russia oggi vengono ancora propagandati, mentre noi siamo sprofondati nel più totale nichilismo e “vuoto di senso”, come canta Battiato

Savoini con Alexandr Dugin: non è il Rasputin di Putin, ma un intellettuale ascoltato da circoli vicini al Cremlino

S.I.: Un altro punto su cui la Lega insiste molto, additando l’ esempio russo, è quello dell’ immigrazione. Come sappiamo anche la Russia ha questo problema. L’ entrata nella Unione Economia Eurasiatica permette l’ afflusso regolare di milioni di lavoratori dall’ Asia Centrale e dal Caucaso, che poi si stabiliscono nelle città russe con i soliti problemi derivati dall’ immigrazione di massa. Oltre tutto si tratta di immigrati per lo più di fede islamica, che in Russia hanno pieno diritto di esercitare la propria fede (una delle quattro ufficiali nel paese… essendo la Russia peraltro membro osservatore della Organizzazione delle Comunità Islamiche). In che modo questo modello di accoglienza, valido per un paese enorme e da sempre multi nazionale e multi religioso, può essere applicabile ad una paese relativamente piccolo ed omogeneo come l’ Italia?

G.S.: Si tratta, come dice anche lei, di due situazioni molto differenti. La Russia è il paese più grande del mondo e ha vaste aree deserte. Noi siamo sovrappopolati e all’interno di un continente in cui le singole nazioni non possono chiudersi come fossero cittadelle medievali. Sarebbe fondamentale riappropriarci delle nostre idee fondanti, del nostro senso di appartenenza ad una comunità continentale basata su una storia comune e difenderla con forza in tutti i campi della vita. Al contrario oggi si rinnegano le nostre radici culturali per non “offendere” chi entra qui da noi ed è di altra cultura e di altra religione. Un suicidio in piena regola. Quando vedo che in Svezia in TV le previsioni del tempo vengono lette da una signora musulmana velata mi chiedo se non si stia impazzendo tutti. In Svezia! Una donna velata! ma cosa diavolo c’entra con la cultura svedese? e soprattutto, se qualcuno si sentisse “offeso” nel vedere una donna senza velo, se ne deve tornare immediatamente nel suo paese d’origine e continuare a seguire i suoi usi e le sue tradizioni a casa sua. Aveva ragione il cardinal Biffi quando disse che il problema non è lo scontro tra noi e l’Islam, il problema vero è che da una parte c’è l’Islam e dall’altra non c’è più nulla.

S.I.: Lei ha lavorato con Alexander Dugin: ci può dire chi è questo personaggio? I media liberali lo dipingono come molto vicino a Putin, un fac totum con il compito di realizzare l’ “internazionale nera” in Europa. In realtà non si ha notizia di rapporti regolari fra Putin e Dugin che, a dire il vero, è stato licenziato dalla Università di Mosca per le sue posizioni ultranazionaliste. A ben vedere Dugin sembrerebbe quindi un filosofo a cui piace tenere contatti con gruppi esteri a titolo personale. E’ solo questo o anche altro?

G.S.: Non ho lavorato con il professor Dugin, ma lo conosco da 25 anni. Lo incontrai nei primissimi tempi della Russia non più sovietica, in cui serpeggiavano gruppi politici di opposta estrazione ideologica che si unirono contro il regime liberista e filo-occidentale di Boris Eltsin. Mi trovavo insieme a lui e ad altri giornalisti nel parlamento russo occupato dai gruppi patriottici che venne bombardato dall’esercito per ordine di Eltsin. Sembrava di essere sull’orlo di una guerra civile, era l’autunno del 1993. Era nato il Fronte di liberazione nazionale, in Occidente sbrigativamente etichettato come “rosso-bruno”, perché univa i nostalgici dell’ URSS ( la componente numericamente più forte) ai nazionalisti russi legati al tradizionalismo ortodosso. Da allora Dugin ha pubblicato un’infinità di libri e da oppositore del regime sovietico e anche di quello ultra-liberale ha ottenuto udienza anche in numerosi circoli intellettuali di destra europei. Parole come “internazionale nera”, oltre che assolutamente fuori dalla realtà del percorso di Dugin, fanno parte di quegli stereotipi ammuffiti di cui parlavo all’inizio di questa intervista. Non è il “Rasputin” di Putin, questo posso affermarlo senza tema di smentite. Ma circoli culturali vicini al Cremlino lo frequentano e analizzano le sue teorie geopolitiche con grande interesse, in particolare quelle euroasiatiste.

Gianluca Savoini, Matteo Salvini, Claudio d’ Amico a Mosca: “non ci interessa essere catalogati a destra o a sinistra”.

SI: Il tipo di comunicazione che fa Lombardia Russia pare potersi avvicinare ad un certo pensiero filosofico di destra sociale, ad Evola, a De Benoist. Vi riconoscete in questa tradizione culturale o ne prendete le distanze?

Non ci interessa essere catalogati nè a destra nè a sinistra. Non abbiamo mai preso posizione a livello ideologico. Chiunque è dell’idea che il mondo unipolare va superato e che debbano essere difese le identità e le radici dei popoli è insieme a noi. Recentemente ho incontrato in Germania ad un convegno sulle sanzioni alla Russia un parlamentare del Partito comunista russo e a Milano un esponente dei comunisti svizzeri e ho trovato con loro molti punti di contatto sulle tematiche che la nostra associazione tratta. Ho anche  con un importante dirigente del Partito comunista cinese di passaggio in Europa, senza trovare alcun pensiero opposto ai miei su determinati argomenti. Ho letto e studiato Evola come Guenon, ma anche Marx e Tocqueville, Nietzsche e Pareto e Adam Smith. Da tutti ho imparato qualcosa, essendo tutti quanti maestri del pensiero.

SI: Lei ha detto più volte che l’ occidente è “tramontato”. Tuttavia Lei non sembra una persona sfiduciata, il suo stesso impegno testimonia una speranza nel futuro. Quale il sarà il futuro per l’Italia e per la Russia? Decadenza ed ostilità verso la Russia sono per noi un destino già scritto o ci aspetta qualcosa di meglio?

G.S.: Prendere atto che Oswald Spengler, con la sua opera “Il tramonto dell’Occidente”, aveva ragione, non significa dover alzare bandiera bianca. Essendo io credente, ho dalla mia la forza di una fede nell’inevitabile vittoria finale del Bene. Bisogna sempre operare per il Bene e difendere i valori positivi contro il materialismo e la decadenza che ci viene regalata dalle centrali globaliste. Negli ultimi venti anni abbiamo assistito a velocissimi e repentini cambiamenti epocali. Sembra che siamo nel pieno di un avvitamento su se stesso del Nuovo Ordine Mondiale sorto sulle macerie del Muro di Berlino. Finisce un mondo e ne sorgerà un altro, come la storia insegna. Lo vedremo? Sarà migliore o peggiore? Nessuno può saperlo. Ma bisogna lavorare tutti per renderlo migliore. Ricordando l’antica massima: “Fata volentem ducunt, nolentem trahunt”. Il destino conduce colui che vuole agire, mentre travolge chi non agisce.

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Intervista di Marco Bordoni per sakeritalia.it

Maidan: solo i nostri “Dem” non sanno che fu golpe

Da ormai tre anni fautori e detrattori del Maidan si confrontano in una serrata disputa terminologica: fu rivoluzione o colpo di stato? Gli amici “maidanisti” ci fanno notare che i colpi di stato li fa l’ esercito, non la piazza. Quella fa le romantiche rivoluzioni.

Replica: ovviamente le rivoluzioni, come i colpi di stato, segnano un discontinuità istituzionale. Ma conta anche cosa è che si archivia. Quando il moto popolare abbatte un regime aristocratico sostituendolo con un corso liberale come in Francia nel 1789 è rivoluzione. Quando operai e contadini prendono il Palazzo d’ Inverno sfrattando il governo borghese e consegnando il potere a consigli popolari di spontanea formazione (i soviet del 1917) è rivoluzione.

Ma quanto la rivoluzione rovescia una democrazia parlamentare il cui Presidente è stato eletto con procedura “efficiente, trasparente ed onesta” (OSCE, 2010), che rivoluzione è? Prendetevi tutto il tempo per pensarci: non abbiamo fretta. Non è mica una cosa importante, in fin dei conti: ha provocato solo una guerra civile.

Come come? Non vi viene in mente nulla? Volete “un aiutino”? Non c’è che da chiedere. I suggerimenti arrivano proprio dai vostri beniamini, quei signori che tre anni fa espugnarono il Parlamento di Kiev a mazzate, e che per questa prodezza sono portati in palmo di mano da tutti voi difensori della “democrazia europea”. Parliamo ovviamente dei leader Maidanisti, che hanno preparato la frittata con le loro mani, e che sono ovviamente i primi a sapere di aver rotto le uova della legalità democratica, una consapevolezza che non li lascia (comprensibilmente) sereni.

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2012: Porosenko ministro del governo Azarov, del Presidente Janukovich

Prendiamo ad esempio il caso di Willie Wonka Poroshenko che, assise le robuste terga sulla poltrona già calcata dal quasi altrettanto robusto posteriore del predecessore, fu il primo ad apprezzarne, per così dire, il punto di vista. Ovvero si rese conto che il precedente stabilito con il siluramento di Janukovich creava nella cosiddetta costituzione materiale una nuova procedura di impeachment (oltre a quella  codificata dagli art. 108 e 111 della costituzione formale), ovvero quella giustificata dalla “fuga”. Di solito un Presidente fugge quando tentano di fagli la pelle, e quindi stabilire che la fuga è legittimo motivo di decadenza dal titolo presidenziale equivale a disegnare un enorme bersaglio sulla fronte di chi se ne fregia: Poroshenko potrà anche non essere un costituzionalista raffinato, ma di certo è secondo a pochi nell’ intuire le potenziali minacce ai suoi interessi. Per cui quando la (nuova) Rada votò (nelle varie colorazioni ultra nazionaliste) per far decadere Janukovich dal titolo di Presidente, Poroshenko impugnò la legge avanti la Corte Costituzionale chiedendo “riconoscersi che la legge del 4 febbraio 2015 sulla rimozione del titolo presidenziale a  Viktor Yanukovych è incostituzionale.”. Ovvia implicazione: incostituzionale era pure stata la sua deposizione, votata dallo stesso Poroshenko, che ad essa doveva la poltrona. Ricorso attualmente pendente: la Corte Costituzionale non ha a quanto pare fretta di pelare questa gatta.

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Lutesenko con la moglie nel 2013: al tempo studiava il sistema dall’ ineterno: lei gli portava le arance, oggi è parlamentare

Anche Yuri Lustenko, il Procuratore Generale con esperienza maturata sul campo (conosce le carceri avendo visto il sole a scacchi), il fedelissimo Dzerzhinsky in vyshyvanka incaricato dal regime di Poroshenko di organizzare i processi politici, sta segnando al suo attivo, sul versante Janukovich, un’ ottima strisciata di autogol. Ad esempio trascinando davanti al Tribunale cinque membri della polizia antisommossa Berkut, colpevoli di aver tenuto fede al proprio giuramento: processo in cui il Tribunale ha ammesso la testimonianza in videoconferenza di Janukovich che ha potuto così approfittare di una insperata tribuna per mettere a nudo le piccole sporche verità che Kiev ama dimenticare. Qualche settimana dopo  la Procura ha poi dato impulso al processo a carico dello stesso Yanukovich, imputato di tradimento delle funzioni presidenziali per avere, il 1  marzo 2014, scritto una lettera Putin chiedendo “di utilizzare le Forze Armate della Federazione Russa per ripristinare lo stato di diritto, la pace, l’ordine, la stabilità e la protezione della popolazione Ucraina”. Piccolo problema: se Janukovich era stato legalmente deposto il 23 febbraio come può avere tradito nell’ esercizio delle sue funzioni il 1 marzo? Non c’è dubbio che sarà un processo divertente.

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Tyrchinov: “avrei costretto Yanukovich alle dimissioni”

Peraltro questo non è l’ unico imbarazzo provocato dalle macchinazioni giudiziarie di Lutsenko. Lo show regalato dalla Procura a Janukovich ha permesso al Presidente deposto di accusare Oleksander Turchinov di aver tentato di ucciderlo durante la sua fuga verso la Russia dopo la rottura, da parte dell’ opposizione, degli accordi del 21 febbraio. Turchinov, che dopo il putsch aveva assunto la carica di Presidente ad interim, e che ora sovraintende la sicurezza nazionale, ha ritenuto di replicare all’ accusa con una lunga intervista al sito internet nazionalista censor.net. Ovviamente così facendo ha complicato le cose. Racconta Turchinov a Zensor

Yanukovich si è lamentato in diretta del fatto che io avrei cercato di ucciderlo, fermando l’elicottero sul quale stava cercando di lasciare il paese. La verità è che io stavo cercando di catturarlo, per portarlo a Kiev. Il problema è che c’era un intoppo legale: la nostra legislazione non prevede la fuga del Presidente.Secondo la Costituzione il Presidente può morire, ammalarsi, impazzire, si può dichiararlo inadatto, infine si può dimettere. Ma la Costituzione non parla di “fuga presidenziale”. Per questo motivo per me era importante catturare e portare a Kiev Janukovich. Avrei trovato  buoni “argomenti” per convincerlo a scrivere una dichiarazione di dimissioni volontarie, poi lo avrei mandato al carcere di Lukyanovka, in attesa del giusto verdetto del Tribunale per i suoi crimini.  

Cari amici innamorati del governo di Kiev: poteva il vostro Oleksander essere più chiaro? “Sapevano che Janukovich era ancora Presidente, quindi volevamo catturarlo per costringerlo con la tortura a rassegnare le dimissioni volontarie”. Gran pasta di democratico, nevvero?

Nei piani alti di Kiev, come si vede, tutti sanno quello che è successo nel febbraio del 2014: un sovvertimento violento e incostituzionale della legalità democratica. E ormai, frettolosamente sicuri dell’ immunità, lo dicono apertamente. Quanto al popolo, dopo tre anni di lavaggio del cervello, con l’ SBU alla porta, la maggioranza del sud est continua a rispondere ai sondaggi: si trattò di un golpe.

Gli scrupoli restano solo alle nostre latitudini, da parte dei sostenitori del “sogno europeo”. E’ passato tanto tempo ed una guerra civile, ma ancora ci stanno pensando: sarà stato colpo di stato o rivoluzione? Pensateci con calma, amici, non vi mettiamo fretta. Mentre ci pensate, il tempo galantuomo (e certi vostri beniamini che galantuomini non sono) ci stanno mostrando chi sono i veri spacciatori di bufale.

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articolo di Marco Bordoni per sakeritalia.it

 

 

Pillole di Putinfobia — Bye Bye Uncle Sam

Anteprima dell’incontro-dibattito svoltosi a Bologna, il 19 novembre 2016, in occasione della pubblicazione del libro “Russofobia. Mille anni di diffidenza” dello storico svizzero Guy Mettan, presso Sandro Teti editore. Con gli interventi di Maurizio Carta, giornalista, curatore e co-autore di “Attacco all’Ucraina” (Sandro Teti editore), Marco Bordoni, redazione sakeritalia.it e Paolo Borgognone, storico, autore di […]

via Pillole di Putinfobia — Bye Bye Uncle Sam

Incontro del 19 Novembre – Scuse

Cari Lettori di Volti del Donbass, non ho davvero parole per scusarmi della mia imperdonabile svista: ho caricato sul sito il volantino della manifestazione del 19 novembre senza tener conto del fatto che nel frattempo era stato deciso uno spostamento della sede da Vicolo Bolognetti a Via Castiglione.

Spero che la svista non abbia ingannato altri oltre a me stesso (in effetti mi sono presentato nel posto sbagliato, salvo poi recuperare affannosamente la giusta destinazione, grazie alle sollecite e premurose indicazioni degli organizzatori). Nel caso ciò sia successo prego gli amici vittime della mia sbadataggine di scusarmi e di voler seguire l’ incontro su youtube quando (molto presto) sarà disponibile la versione filmata.

Nata in Francia sotto Luigi XV, la russofobia è stata utilizzata da Napoleone per giustificare un’animosità verso la Russia, che era un ostacolo alla politica espansionistica francese.

In Inghilterra, la russofobia apparve intorno al 1815, allorché, alleato con la Russia, il Regno Unito sconfisse Napoleone. Una volta che il nemico comune fu sconfitto, l’Inghilterra invertì la rotta e fece della Russia il suo nemico, alimentando la russofobia. Dal 1820, Londra utilizzò un’ideologia anti-russa per mascherare le sue politiche espansionistiche, sia nel Mediterraneo sia in altre regioni – Egitto, India e Cina.

Il terzo tipo di russofobia è americano, ed è iniziato nel 1945. Non appena gli Stati Uniti hanno sconfitto la Germania attraverso iniziative comuni con l’URSS, a costo di milioni di vite sovietiche, hanno disseminato la stessa narrazione creata dopo la vittoria su Napoleone nel 1815. Essi hanno invertito la rotta e l’alleato del giorno prima è diventato il loro principale nemico. Così è iniziata la Guerra Fredda.

Gli Americani hanno usato gli stessi argomenti degli Inglesi nel 1815, sostenendo che essi “combattevano contro il comunismo, la tirannia, l’espansionismo”, e i loro argomenti erano ben poco diversi, fatta eccezione per la cosiddetta lotta contro il comunismo. Questa si è rivelata un trucco, perché al crollo dell’Unione Sovietica il confronto tra l’Occidente e la Russia non è terminato.

Ne parleremo a Bologna il 19 novembre…

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Russia: verso un Servizio di Sicurezza unificato?

Russia: verso un Servizio di Sicurezza unificato?

La Russia razionalizza e semplifica il proprio apparato di sicurezza. Per i media occidentali ovviamente la notizia non è che la Russia progetta una colossale riorganizzazione funzionale (ancora tutta da definire, ammesso sia stata decisa) ma che tornano l’URSS, Stalin ed il KGB. Solite tirate isteriche: ma cosa c’è dietro?

I fatti. Tutto quello che si sa del progetto è contenuto in un articolo pubblicato su Kommersant il 19 settembre [in russo] sulla base di indiscrezioni ricevute da fonti interne all’amministrazione. E fino ad oggi questo è quanto, se è vero che il portavoce del Presidente Peskov non ha confermato e che, secondo le stesse fonti citate dall’autorevole quotidiano finanziario di Mosca,  la riforma sarebbe pensata per entrare in vigore non prima del 2018.

Non si tratterebbe comunque di un fulmine a ciel sereno, ma del terzo passaggio di un ampio processo di riorganizzazione delle forze di sicurezza nazionali.

Dopo la fine dell’URSS le vaste competenze del KGB, divise fra Direttorati interni, sono state “spacchettate” in una certo numero di agenzie indipendenti, che hanno sempre faticato a collaborare senza sovrapporsi: il più noto FSB (Servizio Federale di Sicurezza, 350.000 dipendenti) rispondente al Ministero della Giustizia, ha ereditato la maggior parte delle competenze del KGB, ma specifiche funzioni sono state delegate ad altri servizi minori rispondenti direttamente alla Presidenza. Fra questi l’FSO (Servizio Federale di Vigilanza, 50.000 dipendenti) con compiti prevalenti di vigilanza sulle informazioni riservate, l’SVR (Servizio di Spionaggio Internazionale, 13.000 dipendenti), l’FMS (Servizio Federale di Migrazione, 42.000 dipendenti), l’FSRF (Servizio Federale della Federazione Russa, 34.000 dipendenti) con compiti di lotta al narcotraffico.

Vi erano poi numerose agenzie che rispondevano al Ministero degli Interni: l’esercito del Ministero degli Interni (182.000 uomini) comprendente un’aviazione del Ministero degli Interni, il SOBR (Forza Speciale di Reazione Rapida, 5.000 uomini) e gli OMON (Reparti Mobili di Destinazione Speciale, 40.000 uomini).

Le indagini penali di particolare rilevanza per la sicurezza dello Stato erano coordinate dall’SKR (Comitato Investigativo di Russia, 23.000 uomini), costituito appositamente nel 2012, organo speciale separato dalla Procura Generale.

Abbiamo detto che la riforma potrebbe snodarsi in tre passaggi. Nei primi due (compiuti all’inizio di quest’anno) il FMS (migrazioni) e il FSRF (narcotici) sono stati accorpati al Ministero degli Interni. Nel secondo, molto pubblicizzato e molto criticato, l’esercito del Ministero degli Interni, l’aviazione, il SOBR e gli OMON sono stati accorpati nella Rosgvardia (Guardia Nazionale) comandata dal Generale Zolotov che risponde direttamente alla Presidenza.

Il terzo passaggio (anticipato da Kommersant) dovrebbe raggruppare tutte le strutture di sicurezza attualmente indipendenti: il FSB, l’FSO, l’SVR (salito recentemente agli onori delle cronache in quanto l’ex Presidente della Duma Sergej Naryshkin ne ha assunto il comando). Questo conglomerato andrebbe a formare un nuovo Ministero per la Sicurezza dello Stato (MGB) che assumerebbe anche il coordinamento delle indagini penali attualmente di competenza del SKR, i cui compiti residuali verrebbero assunti dalla Procura Generale, che si accinge, sulla base di un provvedimento del 2014, ad assorbire anche la Procura Generale Militare.

Riepilogo. Nel caso non certo scontato che il riordino proceda (e proceda nella direzione indicata da Kommersant) ci troveremmo di fronte ad una riforma che coinvolgerebbe una vasta sezione dell’amministrazione russa. Due nuove strutture, la Rosgvardia e il MGB (dipendenti dalla Presidenza e dal Governo) assumerebbero un ruolo centrale nella tutela dell’ordine interno ed estero, riunendo le competenze di numerose agenzie. Il Ministero degli Interni perderebbe competenze, anche se questa perdita sarebbe in parte compensata dalla soppressione del Ministero per la Protezione Civile. La Procura Generale riassorbirebbe le competenze della Procura Militare e del Comitato Investigativo. La Presidenza perderebbe competenze organizzative nel ramo dello spionaggio ma le acquisterebbe in quello della sicurezza e dell’ordine interno. I costi ed i problemi connessi con l’operazione (principalmente dovuti alla necessità di eliminare personale amministrativo che svolge funzioni duplicate nelle varie agenzie) sarebbero ingenti, così come i vantaggi e i risparmi di scala una volta che il riordino fosse a regime.

Conclusioni. Alcuni esperti temono che l’accentramento impoverirebbe le capacità analitiche del sistema, visto che attualmente i decisori possono contare su numerosi centri di elaborazione, che verrebbero unificati. D’altronde la sistemazione potrebbe aumentare l’efficienza complessiva. I media occidentali gridano alla luna, colpiti dal fatto che il nome provvisoriamente proposto per la struttura (Ministero per la Sicurezza dello Stato) sarebbe uguale a quello dell’analogo ente del periodo stalinano. Del resto: come dovrebbe chiamarsi altrimenti un Ministero che si occupa proprio di Sicurezza? Il nome è, evidentemente, l’ultimo dei problemi.

In realtà in questo come in altri ambiti la Russia cerca di prepararsi a tempi difficili, a condizioni di guerra ibrida permanente all’interno ed all’esterno dei propri confini, e di logorante “assedio” mediatico ed economico dell’Occidente. Nel far questo è naturale che alcuni esperimenti del passato vengano riproposti, avvenga ciò come consapevole ritorno alla prassi sovietica o in ossequio ad obiettive esigenze organizzative. Allo stesso modo i primi governi Sovietici recuperarono dopo la rivoluzione strumenti amministrativi dell’ordinamento zarista in un primo tempo abbandonati.

Che poi il risultato ricordi in qualche modo il KGB, si tratta di un problema solo ad occidente del Dnepr. Se nella coscienza collettiva occidentale la sola parola KGB evoca oppressione, in Russia ricordano bene che è stato proprio il KGB a fornire al Paese la dorsale di potere che l’ha salvato dai marasmi degli anni novanta. In questo senso una struttura di sicurezza forte è un’istituzione garante dell’ordine e della prosperità del paese in tempi difficili. Ordine e prosperità che non preoccupano certo i commentatori occidentali, inconsolabili orfani dalla Russia prostrata e del caos amministrativo degli anni novanta. Ma questa, purtroppo, non è certo una novità.

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Aggiornamento di Marco Bordoni per SakeriItalia del 27 settembre 2016

L’ FMI si piega a Poroshenko (per la seconda Volta)

Pare giungere ad un redde rationem la vicenda dei crediti del “prestito Janukovich” e quella (distinta ma connessa) della erogazione della terza tranche del maxi prestito del FMI a Kiev (una boccata d’ossigeno che il governo ucraino aspetta da quasi un anno).

E’ stato proprio il Fondo a sbloccare la situazione l’ 8 settembre scorso, annunciando che il caso ucraino verrà esaminato dal consiglio dell’ istituto il 14 settembre. Che la tanto sospirata e tante volte rinviata calendarizzazione dell’esame preludesse ad una delibera favorevole a Kiev si è potuto desumere ieri [12 settembre n.d.r.] quando il Ministro delle Finanze russo Siluanov ha annunciato che il suo paese avrebbe votato contro l’erogazione delle somme in questione.

La Russia dispone di una rappresentanza modesta nell’ istituzione (il 2,5% delle quote), ed il suo voto contrario non può bloccare la decisione dei voti occidentali (che, sommati, sono vicini alla maggioranza), e tuttavia l’ opposizione russa rappresenta ugualmente una remora per i funzionari del Fondo, perché rimette al centro della discussione il problema della credibilità dell’ istituzione.

Come scrivemmo lo scorso 16 novembre, infatti, lo statuto del Fondo proibiva la prosecuzione dei programmi varati a favore (si fa per dire) di paesi insolventi sul debito sovrano. Solo una (arbitraria) modifica a maggioranza dello stesso statuto permise, quindi, al Fondo di non bloccare il programma. Tuttavia, per non dare alla faccenda una veste di totale arbitrarietà, la modifica stabilì una nuova clausola, secondo la quale il debitore (nel nostro caso l’ Ucraina) per poter continuare a beneficiare del sostegno, deve dimostrare l’esistenza di “trattative in buona fede” per soddisfare il creditore.

L’ Ucraina, però, non ha mai intavolato alcuna trattativa in buona fede: Kiev continua a sostenere (con un argomento considerato specioso dallo stesso FMI) che i titoli russi siano un debito privato, non pubblico: un linea difensiva che non reggerà al vaglio dell’ Alta Corte Britannica, che ha la giurisdizione sul caso e che terrà udienza il prossimo 17 gennaio. Trattandosi di debito non pubblico Kiev pretenderebbe di ricondurre il rimborso agli accordi di San Francisco dell’ agosto 2015 con i creditori privati. Tale accordo (ottenuto grazie all’ intermediazione di George Soros) prevede un taglio del 20% ed una rateizzazione, trattamento di favore non dovuto nel caso dei bond di Yanukovich, e che i Russi ovviamente non hanno mai accettato di concedere.

Il Fondo si accinge quindi per la seconda volta in meno di anno a pulirsi le scarpe sulle proprie norme interne per amor di Poroshenko: dopo aver proseguito il programma nei confronti di un paese tecnicamente fallito, ora l’ Istituto si dispone a finanziare lo stesso paese, nonostante nessun passo sia stato compiuto per “trattare in buona fede” il rimborso.

Questi continui abusi preoccupano gli stessi funzionari del FMI perché alla lunga potrebbero indurre alcuni grandi paesi finanziatori asiatici a chiedersi quale sia il senso di continuare a partecipare a programmi di salvataggio gestiti senza alcun rispetto delle regole, e con la palese finalità di assecondare le priorità strategiche dell’imperialismo occidentale.

E’ da attendersi, quindi, una prossima offensiva negoziale che miri a realizzare una convergenza, almeno su questo punto, fra Russi e Ucraini, e la Germania, qui come nel Donbass, si assume il ruolo di mediatore, sponsorizzando il primo incontro fra i Ministri delle Finanze dei due paesi (Siluanov per la Russia e Danylyuk per l’ Ucraina). L’incontro dovrebbe tenersi ai primi di ottobre a Washington, durante un meeting di ministri di paesi partecipanti all’ FMI. Le possibilità che l’esito sia favorevole appaiono scarse, visto che il contesto delle relazioni fra i paesi non accenna a rasserenarsi, ripetendosi le provocazioni e gli atti aperta sfida dell’ establishment di Poroshenko nei confronti del Cremlino.

Aggiornamento di Marco Bordoni per Saker Italia del 13 settembre 2016